A colloquio con l'arcivescovo Séraphin François Rouamba, presidente della Conferenza episcopale del Burkina Faso e Niger

Un laicato maturo in prima linea contro la corruzione


di Nicola Gori

Lotta alla corruzione, all'analfabetismo, urgenza di ridurre l'emigrazione della popolazione in cerca di migliori condizioni economiche. Sono le sfide maggiori alle quali deve rispondere la Chiesa nel Burkina Faso e nel Niger, due Paesi nei quali i fedeli cristiani rappresentano una minoranza, con accenti maggiori nel Niger. Ne abbiamo parlato con monsignor Séraphin François Rouamba, arcivescovo di Koupéla e presidente della Conferenza episcopale del Burkina Faso e Niger in questi giorni in visita ad limina Apostolorum.

Il Paese è sconvolto, ormai da diversi anni, da conflitti sociali, scioperi ma soprattutto da episodi di corruzione. Quali risposte può mettere in campo la Chiesa per cercare di arginare questi fenomeni?

La Chiesa fa parte di una nazione e ne sperimenta tutti i suoi difetti e tutte le sue qualità. È consapevole del fatto che un Paese non può svilupparsi nella corruzione, la quale, al contrario, è un ostacolo al progresso del bene comune. Dunque non si tratta solo di un problema morale, ma anche di un problema di sviluppo. Di qui il dovere per la Chiesa di lottare, con tutte le sue forze, contro la corruzione. I cristiani che rivestono ruoli di responsabilità nel Paese dovrebbero essere i primi a lottare. Li esortiamo a stare sempre in prima linea. La nostra Chiesa è consapevole di questa grande sfida a tutti i livelli e cerca di affrontarla. La nostra commissione Giustizia e pace sta facendo molto a tale proposito.

Questa situazione porta a un costante aumento del fenomeno migratorio, verso l'estero e verso le aree urbane interne. Quali problemi comporta per la Chiesa?

Credo che quello dell'emigrazione sia realmente un problema molto grave. Innanzitutto comporta la sfida dell'integrazione. Per decenni gli abitanti del Burkina Faso, che erano allora concentrati verso l'alta Costa d'Avorio, sono andati a lavorare in quel Paese. Questo movimento si è accentuato con il tempo ed è proseguito fino ai nostri giorni. È indubbio che, affinché si possano affrontare positivamente le questioni legate all'integrazione dei migranti, è necessario che tra i Paesi, quelli originari e quello di accoglienza, esistano dei buoni rapporti. Noi pensiamo che tutti comprendano l'importanza dell'integrazione. Poiché alla fine questa sarà l'unica strada da percorrere per il futuro. Indubbiamente le leggi specifiche degli Stati di accoglienza vanno rispettate e altrettanto indubbiamente noi cristiani abbiamo il dovere di soccorrere lo straniero e chiunque sia nel bisogno.

Quel 16 per cento della popolazione che mostra un forte attaccamento alla religione tradizionale africana, può in qualche modo costituire una buona base di partenza per l'opera di inculturazione del Vangelo?

Ogni anno decine e decine di adulti vengono battezzati nelle nostre chiese. Naturalmente molti di loro provengono dalle file di questo tipo di fedeli. Dunque possiamo dire che il terreno tradizionale costituisce un ambiente propizio per accogliere la buona novella del Vangelo. Ciò vuol dire anche che questa popolazione possiede già dei valori spirituali, una morale molto sentiti, e dunque il cristianesimo non fa che perfezionare tutto ciò, portandolo a compimento. Siamo dunque convinti che proprio questa confidenza con la religiosità, con la spiritualità in diverse accezioni favorisca l'accoglienza della Buona Novella. Per esempio nelle chiese della mia diocesi quest'anno sono stati celebrati circa 4.800 battesimi. Nonostante ci siano solo 82 catecumenati, i battesimi di adulti continuano.

Circa il 60 per cento degli abitanti è di religione musulmana. Ci sono problemi di convivenza con i cristiani?

Devo dire che per il momento nel nostro Paese, con qualche eccezione naturalmente, prevale il dialogo fondato sulla vita fraterna. Per esempio ci sono tante famiglie miste, nelle quali cioè convivono serenamente musulmani, protestanti e cattolici. Dunque è difficile che si arrivi allo scontro. Si condividono anche i momenti di festa. Accade così che durante le ricorrenze musulmane, i cristiani fraternizzino con loro e che a Natale, a loro volta anche i musulmani partecipino alla condivisione fraterna. In alcune località, se si vuole costruire una cappella, le donne musulmane collaborano, magari anche andando ad attingere l'acqua necessaria per la costruzione. In occasione dell'inaugurazione o della benedizione di una chiesa, noi invitiamo i fedeli di altre religioni, e anche i loro capi vengono, assistono alla messa creando un clima realmente fraterno.

Quanto è pesante la sfida posta dalle sette?

Il problema delle sette è per noi una sfida molto gravosa. Per affrontarla ci affidiamo alle comunità cristiane di base, cioè piccole comunità fraterne, dove le persone si conoscono, vivono insieme la loro fede e condividono quello che hanno. Naturalmente la sfida si affronta anche con l'aiuto della formazione, soprattutto dei laici, affinché sappiano chi sono, prendano coscienza del bene che hanno ricevuto nella fede e possano difenderla. Per questo abbiamo previsto che i catecumeni imparino a leggere e a scrivere. Abbiamo addirittura deciso di inserire l'alfabetizzazione nella catechesi. È fondamentale che i fedeli siano in grado di leggere il Vangelo, di avvicinarsi sempre più alla Bibbia. Se non conoscono la Bibbia diventano facili prede delle sette che abusano di citazioni bibliche per ingannare. Per questo la nostra Chiesa punta molto sulla creazione di comunità cristiane di base e sull'accesso per tutti alla Bibbia, alla Parola di Dio, attraverso l'istituzione di corsi di formazione permanente riservati ai laici, in particolare agli intellettuali e a quanti hanno responsabilità pubbliche.

La formazione non è un problema serio da affrontare, dal momento che circa i trequarti degli abitanti non hanno nemmeno un'istruzione base?

La Chiesa si è sempre impegnata nel campo dell'educazione e dell'istruzione cristiana. La prima scuola è stata aperta a Koupéla, attorno al 1900, e la Chiesa ha poi proseguito su questa linea. Membri di diverse religioni si sono formati nelle scuole religiose. È proprio con questa attività che la Chiesa contribuisce allo sviluppo del Paese. Abbiamo iniziato con l'educazione primaria e secondaria. Poi però ci siamo resi conto che restava comunque un grande vuoto nelle fasi successive dell'istruzione. Abbiamo cominciato a lavorare per colmare questa lacuna e oggi ogni diocesi del Paese può contare su università cattoliche e scuole superiori aperte dalla Chiesa. Questo è quanto abbiamo potuto fare nel Burkina Faso. Nel Niger, dove c'è una piccola comunità cristiana ma molto viva, l'opera educativa si trasforma anche in attività ecumenica, soprattutto in opportunità di incrementare il dialogo islamo-cattolico. Credo che il suo ruolo in seno alla comunità nigeriana sia esemplare.

In effetti i cristiani in Niger sono una piccola minoranza che deve confrontarsi con la stragrande maggioranza musulmana. Quali sono le difficoltà e quali le attese?

Le difficoltà sono quelle che incontra qualsiasi minoranza. Fortunatamente si registrano anche dei progressi. È una comunità piccola ma è in grado di esercitare la sua influenza perché è ben accetta e molto ascoltata. Musulmani e cristiani hanno anche dato vita a gruppi di riflessione comuni e collaborano attivamente nella ricostruzione morale e sociale del Paese.



(©L'Osservatore Romano 19 marzo 2010)
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