A colloquio con Lytta Basset

Il potere
della compassione


di Sylvie Barnay

Lytta Basset è docente di teologia protestante all'università di Ginevra. È stata per diciassette anni pastore della Chiesa protestante di Neuchâtel. È autrice di numerose opere che hanno segnato il panorama del pensiero cristiano degli ultimi dieci anni e rinnovato il modo di avvicinarsi ai vangeli. In particolare, è l'autrice di Guérir du Malheur (Paris, Albin Michel, 1999), Le pouvoir de pardonner (Albin Michel, 1999), "Moi, je ne juge personne". L'Évangile au-delà de la morale (Paris, Albin Michel, 2003), La joie imprenable (Paris, Albin Michel, 2003), Le pardon originel. De l'abîme du mal au pouvoir de pardonner (Genève, Labor et Fides, 2005), Sainte colère. Jacob, Job, Jésus (Genève-Montrouge, Labor et Fides-Bayard, 2006), Ce lien qui ne meurt jamais (Paris, Albin Michel, 2007). I suoi numerosi seminari e conferenze, che rivisitano i fondamenti della cultura giudeo-cristiana, l'hanno fatta conoscere anche al grande pubblico che va alla ricerca di una lettura vivificante della Bibbia. È la fondatrice e l'attuale direttore della rivista "La Chair et le Souffle", che cerca le possibili vie di uno sguardo più profondo sulle grandi questioni teologiche e spirituali odierne, con un'attenzione costante alla chiarezza critica. Una delle ultime prospettive aperte da Lytta Basset si articola attorno alla tematica della compassione:  nel nostro cammino di umanità, come "aprirsi alla compassione"?

Perché dedicarsi alla compassione oggi?

La compassione è innanzitutto un'esperienza offerta a ciascuno in un mondo dal funzionamento terribilmente utilitaristico che la ignora sempre più. Dunque, non c'è più tempo per la compassione! Non c'è più tempo per fermarsi e guardare l'altro, per accoglierlo e ascoltarlo, per arrestare un tempo che rinchiude progressivamente l'essere umano nella solitudine. Eppure, a mio avviso, la compassione non è un valore qualunque; essa è al centro del Vangelo.

Come definire la compassione?

La Bibbia utilizza un termine greco molto preciso:  "essere commosso fino alle viscere", sempre usato nella forma passiva. All'improvviso si ha come "un nodo allo stomaco". L'espressione è molto forte:  la compassione si produce nella carne. Tutta la persona è colpita nel profondo del suo essere. È presa da una vibrazione, una forza che l'apre alla privazione e alla sofferenza del suo prossimo. È messa a contatto diretto con ciò che vive l'altro. È allo stesso tempo toccata dall'altrui sofferenza e da Colui che fa vivere una simile esperienza. È un'esperienza indicibile, un mistero. La voce passiva sembra in effetti indicare che non si può fare nulla, è data o non è data. Si può desiderare ardentemente di somigliare al Padre compassionevole (cfr. Luca, 6, 36).

Come situare precisamente Cristo nell'esperienza della compassione?

Cristo è l'icona della compassione fra noi. Egli ha vissuto fino in fondo una vicinanza totale alla sofferenza vissuta dagli uomini e dalle donne che ha incontrato, fino alle estreme conseguenze della sua vita offerta. Viveva completamente la compassione nel suo ministero. Si può dire che "vibrava" con ognuno, percependo la privazione e la disperazione della gente. Sul suo esempio, ognuno è chiamato a vivere questo intervento di origine divina, questa emozione che ci fa letteralmente uscire da noi stessi.

È allora che lei rilegge le parabole come cammino della compassione?

Cristo racconta in effetti tre parabole in cui un essere umano è "commosso fino alle viscere":  quella del servo spietato (Matteo, 18, 23-35), quella del buon samaritano (Luca, 10, 25-37) e quella del padre misericordioso (Luca, 15, 11-32).

Insomma, il lettore può identificarsi con una figura della compassione?

Una condizione è richiesta, ad esempio non far coincidere immediatamente Dio con il "padre" del figlio minore. L'uomo di questa parabola vive in effetti una forma di crocifissione:  quanti genitori hanno perso ogni contatto con il proprio figlio! Vive questa perdita come una morte:  la morte di suo figlio e la morte del loro rapporto. La parabola del padre misericordioso attesta dunque l'evoluzione di questo padre paradigmatico. Nel suo dolore di padre il cui figlio, partito per un Paese lontano, ha dilapidato la sua fortuna, fa l'esperienza dello spossessamento totale. Per me, è a causa di questa discesa nell'impotenza che il padre è "commosso fino alle viscere". Tipica della compassione è l'assenza di fusione. Essa presuppone una differenziazione, una distanza che si è scavata, permettendo al padre disceso nella sua sofferenza di percepire la sofferenza del figlio. Non si tratta di annegare, di "morire con" l'altro che soffre, ma di essere sufficientemente differenziati da non confondere la propria sofferenza con quella dell'altro. Per questo, nella parabola, il padre parla del figlio usando la terza persona del singolare:  "perché questo figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Luca, 15, 24). È allora che il padre ritrova il figlio.

Lei descrive un movimento di spostamento simile a quello che permette anche la psicanalisi.

La parabola si avvicina molto a questo. È importante non chiuderci nelle nostre sofferenze al fine di poter accogliere quelle degli altri. È un vero lavoro che apre alla possibilità d'irruzione della compassione.

Così lei ritrova qui l'etimologia latina della parola "compassione", cum passio ("sofferenza-con").

Riprendiamo la parabola! Questa presenta tre modalità di sofferenza. Il figlio minore della storia "soffre-senza". È ripiegato su se stesso e non ha più legami con nessuno. Il figlio maggiore "soffre-contro". È in rivolta e in collera. La sola modalità della sofferenza portatrice di fecondità è incarnata dal padre che, per primo, riesce a "soffrire-con".

Fa riferimento al suo volume La joie imprenable?

La gioia viene dalla compassione. È fondamentalmente una resurrezione del rapporto, il legame che non muore mai, che resiste:  un "essere con". Questo è anche il senso della parabola del buon samaritano e della domanda posta dal dottore della Legge a Gesù:  "chi è mio prossimo?" (Luca, 10, 29). Il nostro uomo ha messo il dito sull'ostacolo della compassione:  la difficoltà di lasciarsi avvicinare e di avvicinarsi agli altri per comunicare in profondità. Per aiutarlo a divenire il prossimo degli altri, Gesù lo induce a vivere questa vicinanza e non solo a pensare intellettualmente a suon di argomentazioni! Gli racconta allora la storia del buon samaritano "commosso fino alle viscere" di fronte a uno sconosciuto vittima dei briganti, lasciato mezzo morto in un fossato. La sua vicinanza all'uomo ferito - che ha lasciato indifferente un sacerdote e un levita - non gli crea problemi, forse perché, essendo samaritano, dunque disprezzato dagli ebrei, conosce dal di dentro il dolore del rifiuto che ti lascia mezzo morto. Il monaco Anselm Grün dice giustamente che essere compassionevoli significa "permettere agli altri di accedere a quella zona in cui noi stessi siamo vulnerabili". La compassione è una solidarietà viscerale con la condizione umana. È "divenire" il prossimo di qualcuno senza averlo previsto.

Il "potere" della compassione?

I due termini sembrano in contraddizione, ma il paradosso della frase mostra che la compassione può aprire le tombe. Io ne ho fatto veramente l'esperienza.

Vuol dire che siamo posti dinanzi al mistero della Passione?

La compassione è intimamente legata alla Passione di Cristo. La Passione non riguarda solo la vita di Cristo. Essa è nella nostra vita quotidiana. Noi tutti viviamo tempi di crocifissione.

È l'esperienza che lei racconta proprio nel suo libro Ce lien ne meurt jamais.

Tutte le madri che perdono un figlio - come io ho perso il mio che si è suicidato - sono sulla Croce. Esse entrano, come ho fatto io, nella passione di Cristo che non è allora più staccata dalla loro realtà. È un tempo di assoluta impotenza con Cristo sulla Croce, in cui si è come inchiodati, incapaci di muoversi. Si può immaginare qualcuno più impotente di Gesù sulla Croce? Noi viviamo allora in modo molto diverso la "nostra passione" quando sentiamo che anche Gesù l'ha vissuta e che questa impotenza è già stata visitata e attraversata. Lui può capire:  così si disegna un cammino di accettazione della nostra impotenza.

Vivere questa accettazione significa dunque fare anche un'esperienza di Resurrezione.

È il nucleo della fede cristiana:  credere che la vita scaturisca dalla peggiore delle impotenze, nella più spaventosa delle crocifissioni che gli umani possono vivere. Il Credo dice così bene "primo nato fra i morti". Personalmente, non sarei mai uscita viva dalla mia storia se altri esseri umani non avessero "vibrato" profondamente con la mia stessa impotenza quando mi trovavo come in una tomba dopo la morte di mio figlio. Il paradiso è relazionale:  è "essere con". Essere "commosso fino alle viscere con" porta verso una gioia più grande.

Quindi riassumendo è un "cammino di carne e di soffio"?

Per gli autori biblici la carne e il soffio sono indissociabili. La compassione mobilita tutto l'essere "commosso fino alle viscere". La compassione è una dinamica, frutto dell'opera incessante del soffio santo nella nostra carne e fra noi.

"La Chair et le Souffle" è anche il bel titolo della rivista di cui lei è la fondatrice e l'attuale direttore.

Mi ci sono voluti quasi cinquant'anni per uscire dalla visione di un Dio onnipotente. Oggi, rileggo i Vangeli come storie di carne e di soffio che ci concernono nel quotidiano. La sfida della rivista è di cercare di aprire le vie di una spiritualità veramente feconda e portatrice di vita.

Quale sguardo su Dio cerca di dare al mondo del XXI secolo?

Non basta sperimentare la presenza di Dio accanto a noi, grazie alla compassione per gli altri, per cominciare ad abbandonare l'idea di un Dio impassibile che toglie qualsiasi senso alla nostra esistenza?



(©L'Osservatore Romano 2 aprile 2010)
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