Intervista a Mona Siddiqui, musulmana, docente di studi islamici all'università di Glasgow

Dio è misericordioso
Per tutti


di Tania Mann

"Il Corano non afferma mai che le scritture di altre religioni debbano essere abrogate, anzi indica che il nucleo essenziale comune a tutti gli uomini è costituito da due elementi:  la fede in Dio e la sua misericordia":  Mona Siddiqui, pakistana, insegna Studi islamici all'università di Glasgow, dove ha fondato il Centro per gli studi sull'islam, di cui è direttrice. Impegnata nel dialogo con le altre religioni, ha teorizzato una teologia islamica innovativa, che apre alle altre fedi, soprattutto quelle monoteiste. Il 5 maggio prossimo è attesa a Roma, dove terrà una relazione nel corso di un convegno presso la Pontificia Università di san Tommaso d'Aquino dedicato al dialogo interreligioso. In questo colloquio con "L'Osservatore Romano", la studiosa spiega i punti principali della sua prospettiva sul rapporto fra islam, ebraismo e cristianità.

Lei è di origini pakistane. In Pakistan i cristiani accusano le leggi sulla blasfemia, che secondo loro vengono usate per giustificare vere e proprie persecuzioni. Ciò contribuisce a trasmette in Occidente un'immagine particolare dell'islam. Cosa fare di fronte a questo tipo di problemi?

Ciò che la fede rappresenta per una persona può essere molto di verso da quello che rappresenta per un'altra. Così, per alcune persone, le leggi sulla blasfemia in molti Paesi islamici, sono la verità, ossia proprio quello che Dio desidera nel contesto dell'islam. Altre torneranno alle scritture e alla teologia e all'antropologia islamiche. Guarderanno alle questioni interreligiose, al percorso dei diritti umani, della democrazia e diranno che la scrittura è fluida ed elastica abbastanza da darci una varietà di interpretazioni che sono parallele al progresso umano. Secondo me, è veramente importante che persone di diversa formazione, non solo accademica, interessate a come la società civile può essere proiettata verso il futuro invece che reazionaria, si impegnino in questi dibattiti e capiscano che l'oppressione nel nome della fede non può mai essere positiva. Il dibattito deve soprattutto coinvolgere persone di ogni formazione, affinché capiscano che ciò che viene fatto in nome della fede spesso purtroppo si colloca fra l'intolleranza e l'oppresione. E questo non può essere un bene né per le loro fede e la loro comunità né per le altre fedi e le loro rispettive comunità.

Lei ha evidenziato la necessità di una teologia islamica centrata in maniera più spiccata sulla compassione più che sul concetto di salvezza e che quindi sia anche più inclusiva. Come si dovrebbe caratterizzare tale teologia?

Ora le cose stanno cambiando perché molti, anche a livello accademico, stanno operando affinché le persone capiscano che, in molti circoli non possiamo più essere rappresentati dalla fede in maniera esclusiva. Quindi, se una persona rappresenta l'islam e lo fa barricandosi dietro al concetto di essere salvata per la sua fede, e convinta che la sua via di salvezza, per dirla semplicemente, sia l'unica, ciò non le permette di interagire con molte persone. Personalmente non so se la mia verità è l'unica. Non ho modo di saperlo. Non posso ridurre la scrittura e Dio a una sola verità. In particolare, penso al Corano, che ritrae le altre fedi in modo molto vario ma insiste sull'invito fondamentale a credere in Dio. Se credere in Dio è il nucleo essenziale della salvezza, allora certamente i modi espressivi di tale credo devono essere aperti a modalità di pensiero più nuove e che considerino il modo in cui crediamo in Dio e quale bene apportiamo alla società umana con il nostro credo. L'unica cosa che posso fare è prendere in considerazione le altre persone, credenti e non, basandomi su compassione e misericordia. Se non altro, il messaggio coerente del Corano, anche se si toglie tutto il resto, è che Dio è misericordioso. Ora, se Dio è misericordioso, come posso esprimere tale misericordia nella mia vita reale? Di certo, non lo posso fare con la convizione di possedere tutta la verità e avviando un dialogo partendo da questa premessa. Secondo me non è questo il modo per dialogare.

Con la sua opera teologica ha tentato di dimostrare che la prospettiva musulmana tradizionale, secondo la quale le scritture ebraiche e cristiane sono considerate "corrotte", può essere reinterpretata. In che modo?

Una delle cose interessanti riguardo alla teoria dell'abrogazione, che è stata in definitiva sviluppata dall'islam, è l'interrogativo in virtù del quale ci si chiede - oltre se alcuni i versi del Corano si abroghino gli uni con gli altri - anche se il Corano abroghi le scritture predecenti. Questo si basava sul concetto che, forse, le altre scritture erano giuste al tempo della rivelazione, ma poi sono state corrotte dai loro credenti. Tuttavia, in realtà, la cosa veramente interessante è che il Corano non afferma da nessuna parte che le precedenti scritture sono corrotte o devono essere abrogate. Parla di persone che seguono credi errati. Il principale esempio di questi errori è, secondo i musulmani, che i cristiani hanno diviso Dio. Ora, parlando forse crudamente, io credo ci siano più sfumature nel modo in cui il Corano guarda alla Trinità, ma esso non afferma che queste religioni debbano essere abrogate. Secondo me, semplificando si potrebbe dire così:  analizzando i pensieri ebraico e cristiano, ci accorgiamo che anch'essi si sottomettono a Dio a loro modo, e se questo è il nucleo essenziale che ci unisce, allora è un nucleo molto importante. Non è qualcosa che possiamo mettere da parte. Non possiamo dire che, pur credendo in Dio, quello che però conta in realtà è tutto il resto.

Allora in quali termini si deve porre il dialogo fra le tre religioni monoteiste?

In termini di opera umanitaria accadono alcune cose. So per esempio che organizzazioni cristiane e musulmane si sono riunite per alcune iniziative. Esistono anche gruppi che cooperano indipendentemente dalla fede e dalla formazione dei loro membri. Penso che esistano reali progressi perché le persone sanno che con gli effetti della globalizzazione, le culture, le civiltà si scontrano e lo spazio diviene sempre più piccolo. In particolare negli ultimi 50 anni, con le migrazioni, è molto difficile individuare un'area che sia in predominanza cristiana o musulmana o ebrea. Così le persone stanno già vivendo in queste società miste ed è inevitabile trovarsi insieme allo stesso livello. Che questo livello sia personale, professionale o sociale è comunque fonte di arricchimento. Non penso che dovremmo sottovalutare il livello sociale perché è qui che si verificano veramente cambiamenti nella mente umana.

E a livello spirituale?

È di certo importante considerare e ascoltare che cosa dicono i responsabili religiosi. La guida religiosa seguita dai membri di una comunità è riconosciuta anche da quelli di altre. Quando i responsabili di due fedi dicono qualcosa, indipendentemente da ciò in cui crediamo, sappiamo che questo avrà una portata planetaria. Così, penso che sia molto importante che le persone capiscano che essere religiosi oggi significa essere interreligiosi. Non si può più parlare per una sola comunità. Bisogna riconoscere che anche altre comunità vengono influenzate da ciò che si dice. A volte le persone si sentono distanti, ma altre volte reagiscono.

Che cosa può dire riguardo ai temi etici, per esempio a proposito della morale sessuale?

Per me la questione del genere sessuale ha attinenza con il modo in cui la società opera, con il rapporto fra uomo e donna. La questione del modo in cui le donne hanno voce nella vita privata, pubblica e, fino a un certo punto, religiosa è ovviamente molto importante nelle tradizioni di fede. Tuttavia, credo che nell'islam guardiamo a come le donne, in particolare le musulmane in Occidente, cercano di trovare spazi alternativi per discorsi religiosi in cui la loro voce abbia un peso e sia considerata pari a quella degli uomini, perché la società è fatta da entrambi i sessi. Privarle della libertà di espressione in questioni di religione o di sensibilità religiosa non è un modo per far prosperare la società.

Qual è la cosa che l'Occidente deve soprattutto tenere a mente per non avere una visione distorta dell'islam?

A vari livelli, l'islam è stato al centro dell'attenzione negli ultimi anni, in parte per l'11 settembre, in parte per la tendenza a far coincidere l'islam se non con il fondamentalismo, almeno con una fondalismo militante che ha oscurato molto del pensiero tradizionale sull'islam. Dall'essere la religione degli altri, che non riguardava l'Occidente, l'islam è diventato improvvisamente l'interesse dominante di circoli politici e civili. Le persone hanno dovuto ripensare il significato di democrazia e dei diritti a essa collegati. Penso che i musulmani, per lo più, vivano bene in Occidente e non si sognerebbero mai di di ritornare da alcuna altra parte. Penso inoltre che molti musulmani si mettano in posizioni difensive perché appurano che qualsiasi discorso sull'islam militante o sul fondamentalismo ha delle ripercussioni su di loro. D'altra parte ci sono musulmani che pensano:  "Non possiamo veramente parlare dell'islam in modo negativo perché questo potrebbe urtare la suscettibilità della gente". Quindi, c'è una sorta di polarizzazione nel dialogo fra le persone. Come ho detto anche in passato, il modo in cui i media parlano delle religioni monoteiste si riduce al fatto per esempio che la Chiesa cattolica ha a che fare con gli abusi sessuali, l'islam con il terrorismo e la Chiesa anglicana con l'omosessualità e la crisi che ne consegue. Ogni argomento affrontato diventa così materiale inffiammabile. Non voglio dire che non siano argomenti da affrontare, ma penso che siano stati così amplificati che non si può parlare d'altro. Non mi riferisco necessariamente ad altro di buono. Mi riferisco al pensiero critico, che deve proseguire, sulla nostra convivenza, sul modo di parlare dell'etica sociale ed economica, sull'educazione. Per alcuni versi, il dibattito religioso va mantenuto vivo nella psiche collettiva, ma con più sfumature, in modo da non ridurre la religione a qualcosa di negativo per la società globale.

Il suo impegno con i mezzi di comunicazione sociale ha influenzato la sua opera accademica?

In un certo qual modo il mio impegno con i mezzi di comunicazione sociale è stato un modo per ampliare il mio modo di pensare. Perché pongono domande così dirette che non si può rispondere in maniera sfumata, lunga o sconclusionata. Quindi sei costretto a pensare:  "Che sto dicendo?". I mezzi di comunicazione sociale per molte persone sono l'unico canale per imparare qualcosa nella vita. Quando pronuncio lezioni pubbliche, sento che le persone sono affamate di una teologia accessibile, che vogliono andare oltre le modalità di comunicazione dei media e che proprio a causa di queste modalità sono interessate a sapere quali sono gli altri pensieri sulla religione. Anche se le persone pensano che la religione sia completamente sulla rotta sbagliata, che non esista un posto per la religione o per Dio nella vita, sanno anche che gli uomini sono naturalmente attratti da ciò che è oltre loro stessi.



(©L'Osservatore Romano 21 aprile 2010)
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