A colloquio con Stas' Gawronski

La sfida del libro alla televisione


"Cultbook" è una trasmissione televisiva di Rai Educational dedicata ai libri, in particolare alla narrativa. Il suo conduttore e autore, Stas' Gawronski, è un giovane critico letterario, collaboratore anche de "La Stampa" e de "L'Osservatore Romano" che tiene corsi e laboratori di scrittura creativa e, per la natura stessa del suo mestiere, ha con i libri un rapporto al tempo stesso personale e professionale.

Com'è nata l'idea di "Cultbook"?

Dal fatto che i libri, in televisione, venivano usati quasi esclusivamente come spunto per talk-show tra intellettuali e che era giunto il momento di valorizzare le storie, i personaggi, le tensioni profonde che attraversano la letteratura.

Libri e televisione possono andare d'accordo?

Sì, certamente. A patto che la televisione accetti la sfida lanciata dalla buona letteratura a ogni lettore:  l'invito a mettersi in gioco con la propria capacità di immaginare e interpretare.

Come sei diventato critico letterario?

Non con un percorso accademico, ma attraverso una ricerca personale, fatta di letture, scrittura, riflessione critica e confronto con alcuni lettori d'eccezione. Soprattutto nell'ambito della comunità reale e virtuale "Bombacarta", associazione culturale di Roma.

Cosa non può assolutamente mancare nella tua biblioteca, e cosa invece non deve starci?

Un titolo che non può mancare è certamente Vita e destino di Vasilj Grossman. Posso fare a meno di tanta letteratura ideologica pubblicata (e dimenticata) negli anni Sessanta e Settanta.

Il tempo per leggere è sempre troppo poco. Meglio tenersi aggiornati o allargare il più possibile il parco classici?

Un libro va scelto come si sceglie un amico ed è bene cominciare dai grandi libri del passato.

Tu quando leggi?

Al mattino presto o la sera.

Che libro c'è adesso sul tuo comodino?

Scene dalla vita di un villaggio, di Amos Oz.

I libri vanno trattati bene o vissuti?

Alcuni vanno riletti fino allo sfinimento (del libro).

Cosa pensi dell'I-book?

Non so, stiamo a vedere.

A che serve una scuola di scrittura? Thomas Mann o Dostoevskij non ci sono mai andati.

Non serve a diventare uno scrittore, ma a vivere più intensamente l'esperienza dell'espressione creativa attraverso la parola scritta.

Come spieghi il grande successo degli scrittori israeliani? È una moda?

La letteratura israeliana vive da diversi anni un periodo di incredibile fioritura e non si tratta certo di una moda. È il giusto riconoscimento di una narrativa coraggiosa, potente e, allo stesso tempo, fresca e vitale.

Ti sei spesso occupato del mondo ebraico. In questa tradizione culturale e religiosa ebraica c'è un particolare rapporto con i libri?

La cultura ebraica nasce dalla Torah orale e scritta, dal Libro per eccellenza. Ogni espressione artistica, culturale, spirituale degli ebrei di ogni tempo viene da questa sorgente primaria e ne è alimentata.

Un tema molto discusso è quale sia il ruolo della letteratura, e in particolare della narrativa, nel mantenimento della memoria della Shoah. Qual è la tua opinione?

Che la letteratura sia fondamentale. E non solo per la memoria, ma anche per la riflessione sull'uomo e il suo destino. Penso, ad  esempio,  alla letteratura di Aharon Appelfeld che solo recentemente è stata scoperta dal grande pubblico italiano. (manuel disegni)



(©L'Osservatore Romano 24 aprile 2010)
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