Intervista a Carlo Cardia sulla decisione della Corte di Strasburgo

Il crocifisso tra identità e sussidiarietà


di Giuseppe Fiorentino

Identità religiosa e culturale d'Europa. La questione del crocifisso è il titolo del saggio presentato martedì 4 maggio a Palazzo Giustiniani dal presidente del Senato italiano, Renato Schifani. Ne è autore Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico e Diritto delle istituzioni religiose all'Università di Roma Tre, che in quest'intervista a "L'Osservatore Romano" spiega l'infondatezza e la pericolosità della sentenza con cui, il 3 novembre scorso, la Corte di Strasburgo ha proibito l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

La decisione della Corte è stata molto criticata in quanto contrasterebbe con la giurisprudenza della Corte stessa e con il principio di sussidiarietà rispetto ai singoli Stati. Può spiegare perché?

La Corte ha costantemente affermato che le autorità statali sono meglio situate rispetto al giudice internazionale per valutare le situazioni specifiche, e ha aggiunto che occorre tener conto dell'appartenenza religiosa della popolazione di un territorio e dei sentimenti religiosi popolari. Su questa base ha legittimato la tassa ecclesiastica obbligatoria presente in alcuni Paesi del nord Europa, ha accettato la proibizione del velo islamico, in quanto coerente con la laicità rigorosa propria di Paesi come la Francia e la Turchia. Invece, sulla questione del crocifisso ha dimenticato un po' tutti questi principi, e non ha tenuto conto della laicità positiva e accogliente della nostra Costituzione. Si è verificata, così, una scossa sismica, una grande contraddizione, rispetto alla giurisprudenza consolidata della stessa Corte.

La sentenza sembra trascurare il ruolo centrale del cristianesimo nella formazione della identità religiosa e culturale italiana. Non c'è il rischio d'imporre una sorta di centralismo che non rispetta i principi dei popoli e degli Stati membri del Consiglio d'Europa?

Si è trascurato non solo il ruolo del cristianesimo nella formazione dell'identità religiosa e culturale italiana, ma anche per tutto il resto d'Europa. Le radici cristiane sono scritte nelle costituzioni, nelle leggi fondamentali sulla libertà religiosa, e nei concordati della stragrande maggioranza dei Paesi d'Europa. L'ortodossia è riconosciuta e valorizzata da leggi russe, dalla Costituzione bulgara, dalla legislazione romena, e naturalmente dalla Costituzione greca. Nel nord protestante (che tra l'altro esibisce la croce nelle bandiere nazionali) leggi vecchie e nuove affidano un ruolo centrale alle confessioni anglicana o evangelica luterana. Nei Paesi cattolici, i concordati esprimono con forza la riconoscenza per l'impegno della Chiesa nella resistenza al totalitarismo (a est) e riconoscono ampiamente le radici culturali cattoliche in Spagna, Portogallo, Italia e via di seguito. La sentenza sul crocifisso non dice nulla su una tematica che è decisiva per comprendere il perché della presenza dei simboli religiosi negli spazi pubblici.

C'è chi vede un principio confessionalista alla base della disciplina che regola l'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici italiani, mentre essa nasce da una storia avviata già nel Risorgimento e proseguita negli anni della Repubblica. Come stanno le cose?

Questo è uno degli errori più seri della sentenza. Il crocifisso è previsto da un decreto del 1860, in attuazione della legge Casati del 1859 (che, tra l'altro, laicizzava la scuola italiana). Ma il regno sardo-piemontese era già diventato separatista e laico dal giugno 1848, con la legge Sineo che equiparava la condizione dei culti, le leggi Siccardi che abolivano il foro ecclesiastico nel 1850, e con la legge del 1855 che sopprimeva gli ordini religiosi contemplativi. E per queste leggi il re, Cavour e i ministri responsabili erano stati censurati e scomunicati dalla Chiesa. Altro che Stato confessionale. Inoltre, il crocifisso è stato confermato da un decreto del 1908 quando ormai il separatismo era diventato l'abito giuridico dell'Italia unita. La verità è che i liberali prima, e poi tutti i governanti dell'Italia, nel periodo autoritario, e nell'epoca repubblicana, hanno sempre fondato la presenza del crocifisso sulla tradizione religiosa e sui sentimenti della popolazione, non sul confessionalismo dello Stato. Al punto che di esso non si parla né nel Concordato del 1929, né nell'accordo di revisione del 1984.

Nella sentenza si sottolinea che il crocifisso è un simbolo cattolico, mentre in esso si riconoscono anche le Chiese ortodosse e molte confessioni protestanti. Come spiega questo evidente errore di prospettiva?

Credo che la sentenza sia stata elaborata senza tener conto dell'importanza dell'argomento, della sua centralità europea, diciamo pure con qualche superficialità. Teniamo presente che alcune delle proteste più forti sono giunte proprio dai Paesi ortodossi, preoccupati per il carattere laicista e potenzialmente espansivo della sentenza. Ma il punto vero è un altro, la croce è il simbolo e il cuore della fede cristiana per eccellenza e, se posso dire così, appartiene alla cristianità intera, da quando fu diffuso il Vangelo e da quando Paolo ne sottolineò la centralità nell'opera di redenzione di Gesù per tutti gli uomini. Il grande teologo protestante Karl Barth ha fatto della theologia crucis il cuore della riflessione nel suo celebre commento alla lettera ai Romani di Paolo, testimoniando come essa sia presente in ogni comunità cristiana nel mondo.

La sentenza pare essere frutto di un malinteso senso della laicità dello Stato secondo il quale per non offendere le sensibilità altrui si rifiuta qualsiasi riferimento religioso o culturale. Quali rischi si nascondono dietro questo atteggiamento?

Qui si annida un rischio vero, il rischio che la laicità sia intesa come preclusione verso ciò che è religioso, e tenda per così dire a ricacciare la religione nel privato negandole quella visibilità sociale e pubblica che ha in quasi tutti i Paesi del mondo. Il simbolo religioso non può essere interpretato come elemento di divisione, altrimenti i giovani saranno educati in uno spirito di diffidenza e di conflitto con chi è di idee diverse. La laicità vera, quella che viene dagli Stati Uniti, ma che ormai è prevalente in quasi tutta Europa, è una laicità positiva e inclusiva. Con il criterio laicista, per fare un esempio fuori dell'Europa, gli Stati Uniti dovrebbero abolire tutte le forme di presenza pubblica della religione che riguardano la Casa Bianca, l'insediamento del Presidente, l'apertura delle sessioni parlamentari, eventi tutti segnati da una forte simbologia religiosa.

È solo l'Italia a essere colpita da questa sentenza o essa coinvolge di fatto anche gli altri Stati membri del Consiglio d'Europa?

Questo è l'aspetto più delicato della questione, perché se passasse il criterio della sentenza del 2009, esso avrebbe una capacità espansiva quasi in ogni parte d'Europa. Basterebbe che una persona, o una associazione, avviasse una controversia fino ad arrivare a Strasburgo e dopo un po' di tempo dovrebbero scomparire i crocifissi, e altri simboli religiosi (comprese le croci dalle bandiere nazionali), un po' dovunque. Sarebbe un terremoto che colpirebbe sentimenti popolari profondi che vivono in ogni parte d'Europa, e offuscherebbe una caratteristica dei Paesi europei che chiunque viene da altre parti del mondo conosce e apprezza. Sarebbe come se si chiedesse di togliere le statue di Buddha il compassionevole dall'Asia. Un oscuramento incomprensibile, al limite dell'autolesionismo.

Nel 1988, Natalia Ginzburg su "l'Unità" - allora organo del più grande partito comunista d'occidente - scriveva che il crocifisso non genera discriminazione, perché è l'immagine della rivoluzione cristiana che ha diffuso l'idea dell'eguaglianza tra tutti gli uomini. Non si corre il rischio, con la sentenza, di andare in direzione opposta, discriminando i cristiani?

Non solo Natalia Ginzburg, ma tanti intellettuali laici, come Claudio Magris e Massimo Cacciari, hanno reagito negativamente nei confronti della sentenza di Strasburgo del 2009, e già nel xx secolo grandi personalità come Gandhi hanno sottolineato il significato universale che la croce ha per tutti gli uomini di buona volontà. Ma in Italia abbiamo una grande tradizione laica di rispetto e di riconoscimento per il ruolo di civilizzazione svolto dal cristianesimo, una tradizione che va da Aristide Gabelli a Ruggero Bonghi, da Gentile a Croce, a Luigi Einaudi che usa parole bellissime verso la trasmissione del credo cristiano. Il problema della discriminazione verso i cristiani esiste anche per un'altra ragione. Nel momento in cui, attraverso il fenomeno della multiculturalità, la scuola italiana (e di altri Paesi) si apre alla presenza e ai simboli di altre religioni, sarebbe veramente incomprensibile, quasi surreale, che si togliesse proprio il crocifisso che riflette il nucleo più intimo della nostra identità storica e religiosa.

Quali sono le prospettive davanti alla Grande Chambre, che si riunirà alla fine del prossimo giugno per riesaminare la sentenza?

Sono convinto che le ragioni a favore della presenza dei simboli religiosi negli spazi pubblici siano così tante che la Grande Chambre - che già ha compreso la delicatezza della questione dichiarando "ricevibile" il ricorso dell'Italia - potrà rivederla in modo saggio e lungimirante. Sanando una contraddizione nei confronti della propria stessa giurisprudenza trentennale, e tenendo conto che la sua decisione investe i sentimenti spirituali e morali della gran parte delle popolazioni degli Stati europei. Occorre, a questo scopo, che gli Stati e le grandi confessioni religiose facciano sentire la propria voce, con misura ma anche con fermezza, sottolineando la centralità di una decisione che deve rassicurare tutti circa una Europa rispettosa delle tradizioni e delle identità di ciascun popolo e ciascuna Nazione.



(©L'Osservatore Romano 6 maggio 2010)
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