A colloquio con l'arcivescovo Léonard, presidente della Conferenza episcopale del Belgio

La rinascita di una comunità
radicata in una fede antica


di Mario Ponzi

È una Chiesa in sofferenza quella che è in Belgio. Soffre perché nonostante il cristianesimo sia profondamente radicato nella storia del Paese - un tempo la parte fiamminga, in particolare, era considerata una fortezza del cattolicesimo in Europa - il processo di secolarizzazione, iniziatosi ormai da alcuni decenni, si sta inesorabilmente accentuando. Al punto che recenti statistiche indicano un calo del 30 per cento tra i cattolici in tutta la nazione. Ma soffre anche per la deriva bioetica che consegue alla perdita di riferimenti morali certi. Non a caso il Belgio è il secondo Paese europeo ad aver approvato una legge per l'eutanasia. E soffre per lo scandalo degli abusi sessuali, che ha portato alle recenti dimissioni del vescovo di Bruges, sfiorando indebitamente lo stesso presidente della Conferenza episcopale. Proprio con lui, con monsignor André-Mutien Joseph Léonard, arcivescovo di Mechelen-Brussel e primate del Belgio - a Roma in questi giorni alla guida dei presuli in visita ad limina Apostolorum - abbiamo parlato del momento particolarmente difficile nella vita di questa Chiesa. Monsignor Léonard, nell'intervista rilasciata al nostro giornale, parla soprattutto della volontà di riscatto che anima i cattolici del suo Paese. Una volontà fortemente alimentata e sostenuta dai vescovi e dai loro sacerdoti, concretizzatasi in un impegno tale da produrre frutti tangibili. Sono segnali, assicura l'arcivescovo, di un rinnovamento dello spirito che nasce dal seno stesso della comunità ecclesiale.

È  dunque  l'immagine  di  una  Chiesa in  difficoltà  quella  che  presenterete  al Papa?

Non direi che si tratta di un'immagine tanto diversa da quella delle realtà cattoliche in altri Paesi d'Europa - penso a quelle in Germania, Francia, Paesi Bassi - che devono confrontarsi con sfide simili. Forse è più forte il contrasto con il passato che, nel nostro Paese, è caratterizzato da una forte presenza e da un'altrettanto forte influenza cristiana. Indubbiamente soffriamo per un processo di secolarizzazione molto duro da arginare. Tuttavia esistono segnali di speranza molto chiari e anche più forti e incisivi che nel passato. Per esempio è vero che si registra un calo sensibile, non tanto nel numero dei cattolici - perché siamo sempre intorno al 73 per cento della popolazione - quanto piuttosto di quelli che si impegnano a vivere realmente una vita da credenti. Di contro però l'opera di chi lavora nella vigna del Signore è molto più determinata e significativa di prima.

Restano comunque evidenti difficoltà nel far accettare principi etici, soprattutto in tema di aborto, eutanasia e più in generale su questioni bioetiche.

Sono difficoltà di oggi che nascono nel passato. Tanti anni fa tra i partiti di maggioranza al Governo quasi sempre ne figurava uno di forte ispirazione cristiana, in grado di orientare le scelte. Poi si sono succeduti Governi sostenuti da maggioranze di cui non facevano parte forze politiche cattoliche. È così da diversi anni. Dunque si è approfittato di queste circostanze per riproporre e far accettare tutte quelle leggi che, proprio perché contrarie alla morale cristiana, oltreché alla legge naturale, erano state sempre respinte. Così è stato per l'aborto e così è stato, in tempi più recenti, per l'eutanasia. Lo stesso è avvenuto per legalizzare l'unione tra coppie omosessuali e l'adozione di bambini da parte di omosessuali.

Per restare sulle questioni legate ad aborto ed eutanasia, quali sono gli spazi in cui possono muoversi le strutture sanitarie gestite da cattolici - oltre il 65 per cento del totale di quelle nazionali - davanti a richieste di simili pratiche?

Non è questione di numeri. È questione di mentalità della gente che gestisce. È così in tutti i campi. La Chiesa cattolica in Belgio ha promosso la nascita di tante istituzioni. Soprattutto nel campo dell'istruzione. A livello elementare la percentuale è prevalente rispetto agli altri. Ma anche a tutti gli altri livelli di scolarizzazione le istituzioni della Chiesa sono tantissime e ben frequentate. Il problema però è in quale misura rispondono all'identità che deriva dal loro essere istituzioni cattoliche. Una questione che si fa delicata proprio quando si tratta di un'istituzione sanitaria, perché c'è da chiedersi fino a che punto restano fedeli all'etica cristiana. Le istituzioni cattoliche hanno oggi un grande e riconosciuto valore; ma bisogna verificare il loro impegno di testimonianza cristiana, perché tutto dipende dalla coscienza di chi le gestisce e da chi ci lavora. È chiaro che non possiamo obbligare nessuno, con misure disciplinari, perché otterremmo il risultato di peggiorare la situazione. Nostro compito è quello di tentare di convincere del valore della morale cattolica. Per il resto dobbiamo affidarci alla coscienza delle persone, alla possibilità che hanno i medici di esercitare il diritto all'obiezione di coscienza. Più difficile da esercitare per gli infermieri, impossibile al momento per i farmacisti.

È un problema che riguarda anche le università cattoliche?

Le università cattoliche mi stanno molto a cuore. Innanzitutto credo che la Chiesa debba riconoscere, e dimostrare di riconoscerlo, il grande valore che hanno le nostre università cattoliche; ma poi è altrettanto necessario fare ricorso con più grande fiducia alle loro competenze in diversi campi. Lavorerò in questo senso proprio per la mia qualifica di Gran Cancelliere delle università di Lovanio (Leuven) e di Louvain-La-Neuve, in quanto arcivescovo di Mechelen-Brussel. Credo che nei loro confronti ci si debba porre in maniera positiva, dobbiamo dare il segnale di quanto abbiamo bisogno di loro se vogliamo poter dare risposte all'uomo di oggi. In un clima positivo potremo discutere di ogni singolo problema che riguarda il rapporto scienza e fede, fede e ragione, o argomenti di bioetica e trovare con loro idee e soluzioni. Del resto nelle nostre università c'è gente competente professionalmente e forte di convinzioni etiche ben radicate. Possono reggere il confronto con qualsiasi altra istituzione universitaria. E vorrei anche sfatare la convinzione che parlare delle nostre università significa solo parlare di questioni di bioetica. Esistono, ma fanno parte di un insieme del quale forse la Chiesa non si è avvalsa pienamente sino a oggi. Dobbiamo cominciare a farlo con maggiore frequenza e impegno.

In quale modo si potrà riversare questo clima positivo sulle altre componenti della comunità ecclesiale, per esempio nelle parrocchie alle prese con problemi spinosi quali la presenza di diversi gruppi linguistici e l'introduzione di prassi liturgiche definite devianti?

Quello del bilinguismo, o addirittura delle tre lingue - al fiammingo e al francese bisogna aggiungere in alcune zone il tedesco - è un problema ininfluente nella vita delle parrocchie. Semmai è limitato alle sole comunità delle grandi città dove è più facile la convivenza di diversi ceppi linguistici. Generalmente però è accettato l'uso della lingua prevalente nella regione. Più delicato è invece il problema dell'introduzione di riti a volte rischiosi, che possono fuorviare dal significato della liturgia. A volte, in certe parrocchie soprattutto, si tratta di elementi gravemente devianti. Certo dovremo occuparcene più attentamente. È un problema da risolvere a monte, perché questi comportamenti derivano da una mancata conoscenza o quanto meno da un'incompleta conoscenza della liturgia. Per questo ritengo necessario agire molto sulla formazione dei sacerdoti, permanente e continua. Così il sacerdote saprà come aiutare la gente a partecipare alla liturgia, a farle gustare la liturgia senza accettare pratiche devianti.

Lei ha parlato di formazione dei sacerdoti. La crisi che ha investito la Chiesa a proposito di abusi sessuali su minori - ha pesantemente toccato anche la Chiesa che è in Belgio e continua in questi giorni a trovare spazio sui media - pensa sia conseguenza di qualche mancanza nella formazione del sacerdote o c'è dell'altro?

Gli episodi cui si riferisce sono stati per noi motivo di una grande sofferenza, soprattutto pensando alle vittime, alle quali va e deve andare sempre la nostra solidarietà. Certo, quando un vescovo si ritira e rinuncia alla sua missione per fatti gravissimi, anche se avvenuti in un passato più o meno lontano, è e rimane, per noi ma anche per tutti i fedeli, un motivo di inquietudine. Ricercare le cause è sempre difficile. Sono convinto però che non sia corretto ricondurre certi atteggiamenti devianti al celibato dei sacerdoti. Intanto perché ognuno di noi sa bene che gli abusi sessuali sui minori avvengono principalmente tra le mura domestiche, in famiglia. Credo che a nessuno venga mai in mente di accusare il matrimonio come fonte di squilibrio mentale per questi atti. Il problema è semmai lo sviluppo personale dell'individuo. Ed è una ragione in più per concentrarci proprio sulla formazione del sacerdote. Bisogna essere molto attenti all'equilibrio affettivo del candidato al sacerdozio.

In che modo intendete agire per evitare il ripetersi di simili tragedie?

Ci concentreremo ancora di più su questo aspetto specifico della formazione sacerdotale, a cominciare dal discernimento. Intendiamo rafforzare le équipe di accompagnamento che, soprattutto nei primi anni, affiancano gli aspiranti sacerdoti, cercano di capire più a fondo la loro indole, le loro personalità, il loro equilibrio. Ma, ripeto, il celibato non è fonte di squilibrio per il sacerdote; è piuttosto fonte di grazia.

E per le vittime degli abusi?

Da circa tredici anni la Conferenza episcopale del Belgio ha istituito una commissione alla quale rivolgersi quando si vuole denunciare un comportamento illecito o un abuso subito. Agisce autonomamente, nel senso che una volta raccolta la denuncia, lavora indipendentemente dall'episcopato stesso. È formata da personale altamente specializzato e qualificato che si muove e  opera  senza  alcuna  interferenza. Anche quando si tratta di fatti prescritti accoglie e ascolta quanti sono rimasti vittima di abusi. Li consiglia sul cosa fare e offre, dove possibile, il suo aiuto.

Com'è cambiato - se è cambiato - il lavoro di questa commissione dopo le dimissioni del vescovo di Bruges?

Intanto è aumentato. Molti denunciano anche soltanto un sopruso o comunque protestano contro sacerdoti o raccontano fatti accaduti addirittura trenta, quaranta o anche cinquant'anni fa. Ma, seguendo anche il modo di agire della stessa Conferenza episcopale e raccomandato da tutti i vescovi del Paese, invita le vittime, vere o presunte tali, a rivolgersi direttamente e immediatamente all'autorità giudiziaria per denunciare il fatto. Il nostro aiuto può essere solo morale e di sostegno per loro. È molto importante che le vittime siano ascoltate. Ma devono denunciare il fatto alla magistratura. Lo consigliamo a chiunque venga a lamentarsi o anche soltanto a confessare di aver subito un abuso. È una condizione che abbiamo sempre favorito, ma che oggi riteniamo imprescindibile.

Perché?

Intanto perché l'autorità giudiziaria ha i mezzi per fare indagini e per accertare la verità dei fatti. E poi perché vogliamo evitare che ci accusino di coprire i colpevoli o tentare aggiustamenti.

Quale ruolo hanno avuto in queste vicende i media?

Devo dire che non godiamo, come Chiesa in generale, di buona stampa. Ma - è ovvio - nemmeno posso dire che siamo perseguitati. Per esempio, la nostra decisione di spingere le vittime a denunciare gli abusi alla magistratura è stata molto bene accolta. Come è stato molto apprezzato l'avere convocato, dopo i fatti di Bruges, una conferenza stampa per chiarire bene i fatti senza reticenze e annunciando la nostra politica di trasparenza assoluta.

Anche per la vicenda che l'ha recentemente sfiorata?

Si tratta di una vicenda che si è smontata subito e da sola, una vicenda, peraltro già avviata a soluzione, tirata fuori da alcuni giornali fiamminghi che non conoscevano bene i fatti. Significativo è che i media dell'area francofona non l'abbiano né ripresa né rilanciata perché erano a conoscenza della verità e di come sia stato già tutto definito e spiegato. Ma ci può stare anche questo in un clima così.

Questa vicenda potrà influire anche sul già scarso numero di vocazioni. Come intendete affrontare il problema?

Lo condividiamo con gran parte delle comunità cattoliche in Europa, alle prese con la scarsità delle vocazioni sacerdotali. Da noi molto preoccupante è anche quello delle vocazioni alla vita religiosa. Certo il riflesso si farà sentire ma non più di tanto. Dal nostro canto stiamo concentrando gli sforzi sui seminari, cerchiamo di rispondere alle richieste di quanti sono convinti realmente di rispondere a una chiamata. Abbiamo dato nuovo vigore alla catechesi. Per esempio non distinguiamo più catechesi per gli adulti, per i bambini, per i cresimandi o per gli sposi novelli. È una catechesi valida per tutti.

Cosa cambia?

In realtà cambia poco. Ma la riteniamo una cosa molto positiva, soprattutto in questa grave situazione di scarsità di vocazioni. Abbiamo coscienza di questo problema e già stiamo per adottare misure adeguate che vedranno riunite insieme tutte le forze attive della comunità ecclesiale per un concreto irradiamento della fede, soprattutto tra i giovani. Si sta sviluppando in modo eccezionale proprio la pastorale della gioventù. Si vede un dinamismo tra i giovani che ci dà tanta speranza. Credo che la prossima giornata mondiale a Madrid sarà l'occasione giusta per mostrare quanto sia splendente il volto giovane di questa Chiesa. Ci saranno tanti giovani belgi, ma la cosa che più mi riempie di gioia è che, accanto ai tanti giovani della zona francofona, ve ne saranno altrettanti della zona fiamminga.

Un segnale anche per la comunità civile in questo momento di profonda crisi per il modello federale belga?

Per il momento c'è un Governo dimissionario e presto ci saranno nuove elezioni politiche. Noi abbiamo sempre avuto buoni rapporti con le autorità civili. Abbiamo delegato a un vescovo l'incarico di tenere rapporti con loro ma devo dire che tutto si svolge secondo sentimenti di profondo e reciproco rispetto. Tanti sono pronti a collaborare con la Chiesa. Soprattutto in campo accademico. Si aspettano però che siamo noi a muoverci. Forse abbiamo fatto troppo poco, soprattutto proprio nell'ambito accademico. Dobbiamo migliorare e siamo pronti a farlo.



(©L'Osservatore Romano 7 maggio 2010)
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