A colloquio con il fisico e filosofo della scienza Bernard d'Espagnat

Cerchiamo il reale che si nasconde
dietro le "tubature" dell'universo


di Silvia Guidi

Lo scopo della sua ricerca è rispondere a una domanda tanto semplice quanto vertiginosa - "che cos'è la realtà?" - indagando con gli strumenti del pensiero scientifico e filosofico le condizioni che rendono possibile all'uomo l'accesso al reale. Ma l'obiettivo di Bernard d'Espagnat, premio Templeton 2009 per la sua teoria nota come "il reale velato", è soprattutto non smettere di porre domande considerate troppo ambiziose, "ardue ma al tempo stesso irrinunciabili", non potendo rassegnarsi al "vuoto di comprensione insopportabile" che deriva dall'ignorare le questioni essenziali che spesso vengono censurate dalla scienza contemporanea. Domande nate durante l'infanzia e maturate a contatto con la grande letteratura e i tesori della cultura classica, come spiega d'Espagnat a "L'Osservatore Romano".

Come è nato il suo amore per le discipline scientifiche?

Al liceo ero più portato per la letteratura e la filosofia che per le scienze; fisica e chimica mi attiravano poco, e la matematica mi interessava fondamentalmente in quanto esercizio della mente. Non attribuivo a queste discipline un significato profondo. Ciò che ha veramente suscitato la mia vocazione di fisico è stata la lettura di due opere. La prima fu quella che feci all'età di 17-18 anni del libro Materia e luce del fisico Louis de Broglie (premio Nobel nel 1929). Fino ad allora la fisica mi era sembrata un sapere certamente utile ma noioso. In un certo senso una descrizione dettagliata delle "tubature" dell'universo. Ma grazie a quel libro provai la felice sensazione di scoprire che l'universo, nei suoi fondamenti, anche "fisici", non si può affatto descrivere in simili termini, voglio dire solo attraverso le banali nozioni che tutti hanno, eventualmente completate facendo ricorso alla matematica; che la realtà poneva veramente degli enigmi, forse non risolvibili attraverso il calcolo, e che comportavano dunque la necessità di dare alla fisica un prolungamento filosofico. In seguito, la lettura dell'opera Scienza e ipotesi del matematico Henri Poincaré confermò questa mia sensazione. Oggi, visti gli ulteriori sviluppi che ha avuto la fisica quantistica - sviluppi a cui ho partecipato anch'io - credo di poter dire che quell'intuizione era giusta.

Quanto deve ai suoi maestri?

Praticamente tutto. I miei rapporti con questi giganti della ricerca sono stati, non arrossisco a dirlo, essenzialmente passivi. Ho imparato moltissimo da loro. Da Enrico Fermi - allo stesso tempo sperimentatore e teorico, geniale in entrambi i campi - ho imparato a essere pragmatico quando è necessario; e che essere pragmatico non impedisce di avere idee. Del mio rapporto con Niels Bohr e della lettura dei suoi libri ho conservato da un lato il suo straordinario potere di attrazione - sorprendente combinazione di profondità e di gentilezza pura e semplice - potere che tutti quelli che l'hanno frequentato sanno quanto l'abbia aiutato a formare il piccolo nucleo di collaboratori che, negli anni Venti, rivoluzionò la fisica. Dall'altro lato, l'audacia con la quale seppe rompere con un certo materialismo scientista, secondo cui il fine ultimo della fisica è e deve necessariamente essere la conoscenza piena e totale della realtà in sé. In lui sussisteva l'idea che il vero fine della fisica, il solo veramente accessibile a essa, fosse la crescita e la messa in ordine razionale dell'esperienza umana comunicabile. Bohr ha liberato la fisica da una costrizione intellettuale che, di fatto, ne inibiva lo sviluppo.

C'è chi sostiene che lo studio del latino educhi al pensiero logico, e sia propedeutico al lavoro di ricerca scientifica e chi ritiene che si tratti di un mito pedagogico; l'"allenamento a pensare" si otterrebbe anche con l'apprendimento di qualsiasi altra lingua. Lei che ne pensa?

Non posso, a tale riguardo, che dirle la mia impressione. Mi ricordo in effetti il bisogno che provavo, nel tradurre dal latino al francese, di ricostituire completamente la frase del testo che avevo davanti, determinando quale parola era il soggetto, quale il complemento oggetto e così via, il che mi obbligava a utilizzare da un lato le mie conoscenze, quelle delle diverse regole delle declinazioni e della grammatica, e dall'altro il mio giudizio:  bisognava che il risultato avesse un senso e che superasse, se possibile, il livello "lapalissiano" del significato, l'ovvietà pura e semplice. E mi sembra naturale supporre che questo genere di esercizio abbia contribuito positivamente al mio allenamento alla ricerca scientifica.

Come descriverebbe il suo lavoro?

Non mi soffermerò sugli aspetti noiosi, nel corso dei miei anni di attività; nessuna occupazione ne è priva. La mia più grande soddisfazione è stata aver fatto parte del piccolo novero di fisici che, verso l'inizio degli anni Sessanta, riscoprì l'importanza di una nozione che, stranamente, dopo essere stata messa in luce dal fisico austriaco Erwin Schrödinger, era praticamente caduta nell'oblio, al punto che il suo nome non appariva neanche nei manuali di fisica quantistica. Si tratta di una nozione che, in inglese, viene chiamata entanglement e in francese imbrication o enchêvetrement, intreccio, o meglio, "intreccio a distanza". Fa sì che, in modo molto misterioso e nascosto, quando due particelle quantiche hanno interagito, continuino a formare un solo sistema qualunque sia la distanza che le separa. Per lungo tempo questa particolarità del formalismo è stata interpretata come mera imperfezione residua, ma analisi teorico-sperimentali condotte dagli anni Sessanta agli anni Ottanta hanno mostrato che ha effetti osservabili e, soprattutto, che questi effetti vengono effettivamente osservati. Oggi tali effetti d'intreccio sono anche alla base delle tecnologie in pieno sviluppo, conosciute con il nome di informatica quantistica.

Quali sono le piste più interessanti dell'attuale ricerca nella fisica teorica?

Attualmente si può dire che la corrente principale è ancora imperniata su temi come l'unificazione delle forze "forti", "deboli", e così via, sui gruppi di simmetria delle particelle elementari, sulle ricerche cosmologiche e sui tentativi di "quantificazione" della relatività generale. Questi temi sono molto importanti - in particolare l'ultimo - ma non bisogna dimenticare che le teorie che li affrontano sono tutte fondate sui principi fondamentali della meccanica quantistica. Il che fa sì che l'esame insieme scientifico e filosofico della natura profonda di questi principi - esame al quale i fisici come me si dedicano - sebbene per i suoi metodi si discosti nettamente dalla corrente principale in questione, non è tuttavia, in linea di principio, separato da essa.

Cosa pensa della querelle darwiniana che da qualche tempo occupa gran parte del dibattito scientifico contemporaneo?

Si tratta essenzialmente di definire una posizione mediana fra due estremi minacciosi e ingiustificabili:  da una parte quello, attualmente temibile soprattutto negli Stati Uniti d'America, che consiste nell'interpretare quasi alla lettera i passaggi descrittivi delle Scritture, anche nei casi in cui una simile interpretazione viene contraddetta in pieno dai dati scientifici di cui disponiamo attulmente; e dall'altra parte quello, sviluppato soprattutto nell'Europa continentale, in particolare da alcuni biologi, che pretende che tutto, comprese la vita e la coscienza, sia a buon diritto riducibile a effetti puramente fisici, di modo che la nozione di spirito si annulla a favore di quella di materia. La nostra tesi è che la seconda posizione non è più difendibile scientificamente della prima.

Su quale dato scientifico si basa la sua apertura a una visione "religiosa" della vita?

La nozione di reale, o di "ciò che è". A tale proposito, in opposizione all'idealismo filosofico, prendo come unico postulato fondamentale quello, veramente molto semplice, secondo il quale vi è "qualcosa" la cui esistenza non deriva dalla nostra. In linea di principio, la natura di questo "qualcosa" è completamente aperta. Forse è l'insieme degli oggetti, forse quello degli atomi, o ancora quello delle idee platoniche. Forse è Dio. Non lo so a priori, ma interrogo la fisica contemporanea, e poco a poco il ventaglio si restringe. Alla fine la fisica m'insegna che questo reale ultimo non è certamente descrivibile per mezzo delle sole nozioni intuitive che tutti noi abbiamo:  quelle di spazio, di tempo, di movimento, di forma e così via. E che, molto probabilmente, non lo è neppure attraverso nozioni prese a prestito dalla matematica, ad esempio quella della curva spazio-tempo. In poche parole, ci è nascosto. Profondamente nascosto. La fisica non ci può insegnare di più. Ma lo spazio libero così aperto permette alla nostra riflessione filosofica - ed eventualmente religiosa - di spiccare il volo.

Cos'è la scienza per lei?

Press'a poco quello che Niels Bohr e Immanuel Kant ritenevano che fosse, e cioè lo sviluppo ininterrotto e la messa in ordine razionale dell'esperienza umana comunicabile.



(©L'Osservatore Romano 8 maggio 2010)
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