Giovanni Paolo II raccontato da Renato Buzzonetti

Papa Wojtyla e il suo medico


di WLodzimierz REdzioch

Quando Karol Wojtyla fu eletto Papa il 16 ottobre 1978 sembrava che quest'uomo vigoroso e infaticabile - nato il 18 maggio 1920, novant'anni fa - non avrebbe mai avuto bisogno dei medici. Tutto cambiò il 13 maggio 1981:  i proiettili non lo uccisero ma minarono gravemente la sua salute di ferro. Da allora Giovanni Paolo II divenne anche un "uomo dei dolori":  pian piano il parkinson e i problemi osteoarticolari lo immobilizzarono e lo resero prigioniero del suo corpo. Tuttavia il Papa continuò la sua missione e non volle nascondere i suoi mali:  non per esibizionismo, ma per rivendicare il valore e il ruolo nella società di ogni persona, anche malata o minorata. Le ultime settimane di vita terrena furono i giorni del suo calvario, e il Pontefice che ci aveva insegnato come vivere, in quel periodo ci aiutò a capire come affrontare la morte. Al suo fianco si trovava il medico personale, Renato Buzzonetti, che ha rilasciato questa intervista al nostro giornale.

Lei è stato medico di tre Papi. Con quali funzioni?

Il medico personale del Santo Padre ha il compito fiduciario di vegliare sullo stato di salute del Pontefice, assistendolo nella prevenzione e nella cura delle malattie e, per quanto possibile, deve seguirlo nelle varie fasi della sua attività. In questo delicato servizio il medico si avvale della struttura operativa della Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e - fuori della città di Roma - della collaborazione delle autorità sanitarie locali.

Quando incontrò per la prima volta Giovanni Paolo II?

Fu nella Sala Regia, pochi minuti dopo la sua prima benedizione dalla loggia centrale di San Pietro. Io ero il medico del conclave e dirigevo l'équipe addetta all'assistenza sanitaria dei conclavisti. Il Papa usciva dalla cappella Sistina e il suo nuovissimo zucchetto bianco sembrava galleggiare tra quelli dei porporati e dei prelati che festosamente lo circondavano. Sostò nella Sala Regia qualche minuto per salutare i conclavisti. Qualcuno sicuramente lo informò della mia lunga amicizia con l'allora monsignor Deskur, ricoverato al policlinico Gemelli in gravissime condizioni. Giunto dinanzi a me, Giovanni Paolo II mi pose una mano sulla spalla e mi chiese notizie del suo grande amico, mi pregò d'informarmi sugli ultimi sviluppi della malattia, ma gli dissi che c'era il blocco dei telefoni essendo ancora chiuso il conclave. Lui insistette:  "S'informi lo stesso". Quel giorno non potevo prevedere che alcune settimane dopo sarei stato convocato dal Santo Padre e invitato a diventare il suo medico personale. Dal 1965 facevo parte del corpo sanitario del Governatorato con un impegno professionale a tempo parziale, essendo nel contempo medico ospedaliero in una delle più grandi e efficienti strutture sanitarie pubbliche italiane. Ma non conoscevo, nemmeno di vista, Karol Wojtyla.

Come è diventato medico personale del nuovo Pontefice?

Nel pomeriggio del 29 dicembre 1978, mentre ero nell'ospedale San Camillo a lavorare, mi arrivò a sorpresa una telefonata da monsignor John Magee, della segreteria particolare del Santo Padre, che mi chiedeva di passare da lui. In serata arrivai nell'appartamento papale ritenendo che il prelato avesse un po' d'influenza. Fui introdotto in un salottino e di lì a poco, con mia grande sorpresa, arrivò Giovanni Paolo II accompagnato da due medici polacchi. Mi fece sedere attorno a un tavolo e mi disse che voleva nominarmi suo medico personale. Quindi cominciò a descrivermi la sua anamnesi con molta esattezza di dati e numeri, benché allora fosse in buona salute. Quella sera m'invitò a cena. All'indomani scrissi al segretario particolare, monsignor Stanislaw Dziwisz, che accettavo e che ero pronto a dimettermi quando il Papa avesse voluto.

Da allora è stato al fianco di Giovanni Paolo II, seguendolo anche nei suoi viaggi:  come erano i rapporti?

I nostri rapporti erano improntati a grande semplicità. Da parte mia, ci fu sempre una filiale e rispettosa sincerità e da parte del Papa un'affettuosa fiducia, che si manifestava con grande sobrietà, di gesti e parole, e una trasparente benevolenza.

Come era Giovanni Paolo II nelle vesti di paziente?

Papa Wojtyla era un paziente docile, attento, desideroso di conoscere la causa dei suoi mali leggeri o gravi, ma senza la curiosità esasperata, seppur comprensibile, di tanti malati. Era molto preciso nella segnalazione dei sintomi di cui soffriva; lo faceva per la determinazione a voler guarire presto e poter tornare al più presto al lavoro e, ancor prima, a pregare nella sua cappella, con un atteggiamento che ha mantenuto fino all'ultimo. Giovanni Paolo II non ha mai mostrato momenti di scoramento davanti alla sofferenza, affrontata con coraggio e consapevole accettazione. Come tutti i malati, non amava le iniezioni, ma le sopportava con l'intento di guarire presto.

Giovanni Paolo II era persona sanissima, spirava energia, sembrava non aver bisogno dei medici, ma tutto cambiò con l'attentato. Cosa può dire di quel terribile fatto?

La cronaca di quel 13 maggio 1981 è stata già raccontata sotto tutte le angolazioni. Posso però ricordare che, risvegliandosi al Gemelli dall'anestesia, dopo l'intervento che durò cinque ore, disse:  "Come Bachelet". Al che replicai:  "No, Santità, perché lei è vivo e vivrà". Credo che citasse quel nome perché fu molto colpito dall'uccisione del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980:  il Papa lo conosceva perché, già presidente generale dell'Azione cattolica italiana, era membro del Pontificio Consiglio per i Laici, di cui il cardinale Wojtyla aveva fatto parte. E per Vittorio Bachelet volle celebrare una solenne messa di suffragio in San Pietro pochi giorni dopo la sua morte.

Poi Giovanni Paolo II si ammalò di parkinson...

Notai i primi sintomi del parkinson attorno al 1991, ma penso che non ci sia stato un momento circoscritto e preciso in cui il Papa scoprì di avere questa malattia. Per tanto tempo ha sottovalutato soggettivamente alcuni disturbi e solo tardi cominciò a chiedere spiegazioni sul tremore. Io gli dicevo che il tremore è il sintomo più evidente di quella patologia neurologica, ma che di per sé il tremore non ha mai ucciso nessuno, benché sia un grave impedimento. Si aggiunse presto l'incertezza dell'equilibrio a rendere precaria la situazione. La vita del Papa fu poi ulteriormente complicata dalla sintomatologia dolorosa osteoarticolare, particolarmente importante al ginocchio destro, che impediva a Giovanni Paolo II di restare in piedi a lungo e di camminare agevolmente. Erano due sintomatologie che, sommandosi e intrecciandosi, resero necessari l'uso del bastone, poi seggiole adattate e pedane mobili.

Come il Papa sopportava i dolori e gli impedimenti che limitavano i suoi movimenti e la sua libertà?

Il dolore fisico, negli ultimi periodi, era intenso, ma per lui c'era soprattutto la sofferenza morale e spirituale di un uomo in croce che accettava tutto con coraggio e pazienza:  non ha mai chiesto sedativi, nemmeno nella fase finale. Era soprattutto il dolore di un uomo bloccato, inchiodato a un letto o a una poltrona, che aveva perso l'autonomia fisica. Non poteva più fare niente da solo e arrivarono per lui i lunghi penosi giorni di totale debolezza fisica:  non poteva camminare, non poteva parlare se non con voce fioca e stentata, il suo respiro era divenuto faticoso e interciso, si nutriva con difficoltà crescente. Quanto erano lontani i giorni dei memorabili raduni internazionali della gioventù, i grandi discorsi alle assemblee mondiali, le scalate delle montagne, le vacanze sulle piste da sci, le faticose visite pastorali alle parrocchie di Cracovia e di Roma. Quando venne l'ora della croce, seppe abbracciarla senza tentennamenti:  Vexilla regis prodeunt.

Si ricorda qualche momento particolarmente drammatico?

Il Papa non si arrendeva al dolore. Voglio sottolineare un momento particolare, di stupore e di angoscia:  subito dopo la tracheotomia degli ultimi giorni, risvegliatosi dall'anestesia, pur avendo dato il suo consenso previo, si rese conto di non potere parlare. All'improvviso si trovò a fronteggiare una nuova pesantissima realtà. Su una lavagnetta scrisse con grafia incerta, in polacco:  "Cosa mi avete fatto. Totus tuus". Era la presa di coscienza di una nuova condizione esistenziale in cui constatava di essere brutalmente precipitato, subito sublimata dall'atto di affidamento a Maria.

Ogni tanto si è avuta notizia di "fughe" del Papa dal Vaticano:  il medico vi partecipava?

Sì, ero presente. Nei primi anni si trattava di gite in località montane o marine non lontane da Roma, che comportavano lunghe marce a piedi oppure molte ore di sci. Con l'avanzare dell'età del Santo Padre i percorsi a piedi divennero più brevi e le escursioni, dopo il trasferimento in auto, si concludevano con una lunga sosta all'ombra di una tenda dinanzi a panorami rasserenanti, ai piedi di cime spesso ancora innevate, e con un pranzo al sacco. Verso il tramonto, prima di riprendere la strada di Roma, il Papa amava ascoltare canti di montagna intonati dal suo piccolo seguito, a cui si univano i gendarmi vaticani e i poliziotti italiani della scorta, e toccava a me dirigere l'improvvisato coro sotto lo sguardo divertito di Giovanni Paolo II. Di queste rapide "fughe" ricordo in particolare un'uscita in montagna, vicino ad Arcinazzo, nel maggio 2003. Il Papa aveva forti dolori e problemi funzionali al ginocchio destro e dopo avermi chiesto chiarimenti sul suo stato di salute mi disse che dovevo restare il suo medico "per sempre". Ovviamente non ho dimenticato quel giorno. Né dimentico l'ultimo soggiorno estivo in Valle d'Aosta, nel luglio 2004, quando a Prat Sec, presso Courmayeur, su un prato verde e sotto la canicola, per l'ennesima volta ripetei a monsignor Dziwisz il mio proposito di dimettermi, dopo ventisei anni di servizio. Lui mi rispose che non dovevo e non potevo, perché questa era la volontà del Santo Padre, e mi confidò che il Papa mi ricordava tutti i giorni nella messa. Dovetti arrendermi.

Giovanni Paolo II era suo paziente ma anche il Papa:  come percepiva la sua spiritualità?

Papa Wojtyla viveva un'intima unione con il Signore, fatta di preghiera e contemplazione continue. Aveva una fede d'acciaio e un'anima in cui si mescolavano il romanticismo polacco e il misticismo slavo. Aveva una intelligenza penetrante, una rapida e sintetica capacità di decisione, una sicura memoria e, soprattutto, un'evangelica capacità d'amare, condividere, perdonare.

Lei, insieme con i segretari personali e le suore, è stato uno dei pochissimi ad avere assistito il Papa nei suoi ultimi giorni. Cosa ricorda?

Sono stati giorni che hanno segnato profondamente la mia vita, dominati da un gravissimo impegno professionale, dalla partecipazione dolorosa al dramma umano e religioso che si compiva sotto i miei occhi, da una tensione estrema per le grandi responsabilità che pesavano sulle mie spalle e infine da una preghiera ininterrotta in comunione con il Santo Padre sofferente. Nelle ultime ore io e i miei colleghi medici dovemmo constatare che la malattia si avviava inesorabilmente verso l'ultima fase del suo corso. La nostra battaglia era stata condotta con pazienza, umiltà e prudenza, estremamente difficile perché sapevamo che si sarebbe conclusa con la sconfitta. La razionalità tecnica, la coscienza e la saggezza dei medici, l'illuminato affetto dei familiari furono costantemente orientati dal totale e misericordioso rispetto per l'uomo sofferente, senza alcun accanimento terapeutico. Per il medico cristiano l'agonia di un uomo è immagine di quella del Signore. Ogni uomo ha le sue piaghe, porta la sua corona di spine, balbetta le sue ultime parole, si abbandona nelle mani di qualcuno che inconsapevolmente rinnova il gesto di Maria, delle pie donne, di Giuseppe di Arimatea. La morte di Giovani Paolo II mi ha coinvolto ancora di più. È stata la morte di un uomo spogliato ormai di tutto, che aveva vissuto le ore della battaglia e della gloria e che si presentava nella sua nudità interiore, povero e solo, all'incontro con il suo Signore al quale stava per restituire le chiavi del Regno. In quell'ora di dolore e stupore, ebbi la sensazione di trovarmi sulle sponde del lago di Tiberiade. La storia sembrava azzerata, mentre Cristo stava per chiamare il nuovo Pietro.



(©L'Osservatore Romano 17-18 maggio 2010)
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