Intervista a "La Croix" del superiore del seminario di Orléans

La scelta del celibato
è una dimensione della libertà


Pubblichiamo una nostra traduzione dell'intervista rilasciata a Isabelle de Gaulmyn, per il quotidiano francese "La Croix", da padre Luc Crepy, superiore del seminario di Orléans, nella quale si affronta il tema del celibato dei preti. L'intervista è stata raccolta nell'ambito della grande inchiesta, "Vies de prêtres", che "La Croix" sta dedicando alla figura del sacerdote in Francia e nel mondo.
 

di Isabelle de Gaulmyn

Come vengono preparati i futuri sacerdoti a una vita affettiva senza rapporti sessuali?

Innanzitutto bisogna precisare che la sessualità non si limita alla sua dimensione genitale, così come la vita affettiva è più vasta della vita sessuale, anche se questo ambito è evidentemente importante. Inoltre, nel seminario, non ci si interessa solo a questa dimensione particolare del futuro sacerdote, per quanto importante essa sia, ma si cerca anche di promuovere uno sviluppo integrale, tenendo conto dell'insieme della formazione umana. Detto ciò, per rispondere alla sua domanda, i sacerdoti vengono preparati in diversi modi. Prima di tutto, e Giovanni Paolo ii lo ha ben ricordato nella sua lettera post-sinodale Pastores dabo vobis sulla formazione dei sacerdoti, attraverso un'attenzione alla vita in comunità. Per l'equilibrio affettivo, la vita relazionale è un buon ambito di discernimento. Poi, occorre suscitare la riflessione e il dibattito attorno alla sessualità. Fin dai primi anni, proponiamo incontri con psicologi e riflettiamo a partire dai dati delle scienze umane. Terzo elemento, l'ambito pastorale, laddove il futuro sacerdote muove i suoi primi passi, nelle sue esperienze, confrontandosi con ogni sorta di persona. A volte, quello che accade nella pratica rivela fragilità a cui non si era prestata attenzione. Un futuro sacerdote può non vivere molto bene la dimensione comunitaria del suo seminario, e rivelarsi invece un buon pastore sul campo. Infine, l'accompagnamento spirituale è evidentemente essenziale. Si tratta di unificare la propria vita, di integrarvi tutte le sue dimensioni.

C'è comunque una rinuncia da accettare?

Sì, c'è la rinuncia all'espressione genitale della sessualità. Non è facile, tanto più che oggi, vista l'età media di ingresso nel seminario (28 anni), alcuni seminaristi hanno avuto esperienze sessuali, persino una vita di coppia, prima di entrare nel seminario. Dobbiamo riflettere con loro su come gestire tale rinuncia a partire da questa "memoria del corpo". Ma ciò non è proprio solo dei seminaristi, poiché anche nella coppia bisogna esercitarsi a questa rinuncia:  la fedeltà esige infatti di rinunciare ad altre relazioni sessuali. È bene non fare della rinuncia dei futuri sacerdoti qualcosa di marginale, di eccezionale. Ci sono persone celibi, nella nostra società, che non riducono la vita affettiva e sessuale alla sua dimensione genitale e rifiutano una relazione che non si rivelerebbe duratura. La nostra società attribuisce un ruolo preminente alla relazione sessuale. La Chiesa invece inserisce la relazione sessuale in un impegno verso l'altro che necessita una certa maturità affettiva. Perché tutto ciò abbia un senso, è necessario imparare a rinunciare.

Come viene affrontata la questione del celibato nel seminario?

Diciamolo chiaramente, non si entra nel seminario solo per restare celibi! Il celibato ha senso in una prospettiva più vasta, il servizio alla Chiesa, l'amore per Cristo. Come s'inscrive questo celibato in un progetto di vita globale? Se verrà considerato come una palla al piede, non funzionerà. La domanda che bisogna porsi è proprio questa:  nel desiderio di diventare sacerdote, come si integrano e assumono un senso nel progetto del sacerdozio il celibato e la rinuncia che esso implica? Ancora una volta, non è perché si è sacerdoti che non si ha una sessualità! È una scelta di vita e un modo per dare un senso alla propria sessualità in un progetto che la trascende senza negarla. A essere in gioco è il fatto di vivere la propria sessualità in modo liberatorio:  nella scelta del celibato c'è una dimensione di libertà. Ma attenzione, la sessualità, sia per una persona celibe sia per una coppia, è un equilibrio sempre da costruire, nel corso dell'intera vita.

In che senso questo impegno al celibato è oggi più difficile?

Ogni epoca rielabora la questione della sessualità. Essa non è una questione puramente intima e personale, come troppo spesso si crede. È indotta dalla cultura. È vero che in una società molto erotizzata, che valorizza la genitalità a detrimento di una sessualità più vasta, ciò non è evidente. Si cerca soprattutto un'immediatezza che va a scapito dell'armonia sessuale a lungo termine. Credo che la sessualità sia proprio uno degli ambiti più interessanti ma più difficili dove esercitare la propria libertà.

Dopo il seminario, in che modo la Chiesa garantisce un accompagnamento a questa dimensione affettiva?

Non è facile. I primi anni di sacerdozio possono essere duri. La vita nel seminario è, per alcuni, un ambito molto protetto, a volte persino un vivere nella bambagia; e quando un seminarista va in parrocchia, è spesso attorniato da molte persone, poiché tutti si meravigliano del suo impegno. Ma poi bisogna tornare a una realtà più dura, spesso più solitaria. Noi spingiamo molto i giovani sacerdoti a far parte di un gruppo di vita:  un gruppo di sacerdoti della loro generazione che si ritrovano regolarmente per condividere ciò che vivono. Molte diocesi organizzano anche forme di accompagnamento per i giovani sacerdoti. Invito anche i sacerdoti a prevedere sempre un accompagnamento spirituale. Credo pure che nella pratica spetti ai laici, e anche agli altri sacerdoti, vegliare su quelli più giovani, posto che la fraternità sacerdotale non deve essere solo una parola. In generale, è importante permettere ai giovani sacerdoti di avere nella loro diocesi degli interlocutori privilegiati con cui poter fare regolarmente il punto della propria situazione. Un incontro fra il vescovo e ogni giovane sacerdote al termine di un anno di ordinazione può risultare opportuno, come pure un'attenzione costante da parte del vicario episcopale. Tutto ciò è indubbiamente necessario affinché i giovani sacerdoti, di fronte alle difficoltà inerenti ai primi anni del ministero, non restino soli.



(©L'Osservatore Romano 31 maggio - 1 giugno 2010)
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