Sergio Donadoni e l'Egitto

Un gentiluomo
nella terra dei faraoni


di Alessia Amenta

"Ogni anno siamo lieti di celebrare il World Heritage Day Award, per ricordare gli sforzi in Egitto di tutto il mondo per salvaguardare i monumenti faraonici, greci, romani, ebraici, copti e islamici", così Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio superiore delle antichità egiziane, ha recentemente aperto a Giza la cerimonia durante la quale per la prima volta sono state premiate anche personalità non egiziane, per aver dato un fondamentale contributo all'archeologia e alla salvaguardia del patrimonio archeologico. "Siamo felici di rendere onore a sette grandi egittologi che hanno dedicato la loro vita allo studio della cultura egizia. Cominciamo con Sergio Donadoni, che ho incontrato per la prima volta 42 anni fa a Sheikh Abada (Antinoe) nel Medio Egitto", ha continuato Hawass. La candidatura di Sergio Donadoni era stata proposta dall'egittologa Rosanna Pirelli, direttrice del Centro archeologico italiano in Egitto, in accordo con Claudio Pacifico, ambasciatore d'Italia al Cairo e Patrizia Raveggi, direttore dell'Istituto italiano di cultura al Cairo. Abbiamo incontrato a tale proposito Rosanna Pirelli, che è anche docente di Egittologia all'università di Napoli, l'Orientale, per meglio comprendere il valore di questo riconoscimento.

Perché proprio il Centro archeologico italiano in Egitto è stato coinvolto per indicare il candidato italiano?

Il Centro rappresenta una realtà importante per la ricerca sul campo in Egitto. Inaugurato il 26 ottobre 2008 in occasione della visita del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, sostituisce la storica "sezione archeologica" dell'Istituto italiano di cultura del Cairo, creata da Carla Maria Burri. Una donna forte e decisa, addetto culturale dell'Istituto dal 1964 al 1981, e poi suo direttore dal 1991 al 1998, che appena insediata diede vita a questo ufficio, riservato esclusivamente alle attività archeologiche. La funzione del Centro archeologico ancora oggi è quella di fornire un sostegno a tutti gli studiosi italiani impegnati in ricerche e missioni di scavo in Egitto e di svolgere attività di rappresentanza presso il Consiglio superiore delle antichità e gli altri enti e istituzioni egiziane del settore di competenza.

Chi è Sergio Donadoni?

Un gentiluomo, garbato e ironico, grande appassionato, con una cultura d'altri tempi, in grado di scrivere di filologia, arte, religione, storia, archeologia. Alcuni dei suoi scritti sono ancora oggi dei capisaldi, a distanza di qualche decennio.

Qual è il suo contributo nella tradizione degli studi egittologici?

Donadoni ha dato nuovo impulso a una via tracciata molto tempo prima in Italia dai grandi Ippolito Rosellini, il discepolo dello Champollion, da Ernesto Schiaparelli e da Giulio Farina, dando vita a una scuola, i cui migliori allievi sono oggi personalità di spicco nel panorama egittologico internazionale.

Potremmo brevemente sintetizzare il suo pensiero?

Credo di poter dire che, secondo Donadoni, la ricerca sul campo è uno degli strumenti per giungere a una visione storica, alla quale devono concorrere parimenti l'interpretazione dei testi e l'analisi artistica, sempre combinati con un forte interesse per gli uomini e per i loro sentimenti. Ma la ricerca archeologica ha anche una funzione formativa:  le esperienze che da essa derivano devono rendere più completa la propria missione di docente.

Quali sono i siti archeologici più direttamente legati a lui?

Al suo tempo giovanile si lega lo scavo ad Antinoe, in Medio Egitto, negli anni Trenta, sotto la direzione di Evaristo Breccia, suo professore alla Scuola Normale di Pisa. Donadoni ne erediterà la direzione dopo la fine della seconda guerra mondiale fino al 1968. Dal 1938 al 1940 lavorerà anche nel Fayum, a Medinet Madi, con Achille Vogliano, che divenne suo grande amico e che lo chiamò a Milano per insegnare papirologia. Per circa un ventennio, negli anni Settanta e Ottanta, Donadoni ha diretto due importanti missioni archeologiche dell'università di Roma La Sapienza, la prima a Luxor, presso la tomba del dignitario Sheshonq nell'Assasif, e l'altra in Nubia, a Napata, presso il tempio di Amon. Solo per ricordare i principali. Ma, durante la campagna nubiana, egli diresse anche scavi in centri cristiani della Nubia, come Maharraqa, Ikhmindi, Quban, Tamit, Sabagura, Sonqi Tino. Il suo entusiasmo e i suoi interessi abbracciano veramente ogni diverso aspetto dell'antico Egitto.

Il salvataggio della Nubia in che modo lo coinvolse e lo vide protagonista?

Fu certo un grande onore per l'Italia la sua convocazione a far parte del gruppo di esperti nominati dall'Unesco nel 1960, per stabilire gli interventi e le modalità di recupero di più di una decina di templi nubiani. Donadoni seppe mettere a disposizione di quel progetto grandioso la sua profonda conoscenza di luoghi e dei suoi monumenti, garantendo all'Italia una presenza di primo piano.

Un riconoscimento, quello del World Heritage Day, che va ancora una volta a consacrare la sua carriera.

Vorrei chiudere questa intervista con alcune parole dello stesso Donadoni, pronunciate nel ricordo di quei lunghi quarant'anni trascorsi insieme all'amico Sergio Bosticco che per quasi mezzo secolo ha diviso con lui avventure sulle sponde del Nilo. Sono parole di riflessione, espresse in un tempo di bilanci, in cui si avverte ancora intenso quel sentimento forte che lo animava e che lo ha accompagnato dai suoi primi passi, unito a un entusiasmo sempre giovanile, che era in grado di trasmettere e che amava condividere:  "Se ripenso agli sbagli, alle approssimazioni, in una parola alla inesperienza dei nostri primi contatti con le antichità nubiane, e al successivo arricchirsi di impostazioni e di organizzazione  in  Egitto  e  Sudan, mi  dico che il nostro comune lavoro non è stato inutile:  abbiamo avviato un processo di attività archeologica per l'Egitto che oggi è ricca di aspetti, di interessi, di  metodi  e  di  tecniche  diversi, ma che deriva dalla nostra antica decisione di lavorare insieme sul terreno, di chiamare altri a condividere quel gusto dell'immergersi in Egitto e in Sudan che non sono fantasia mitologica di dotti, ma che, anche nella loro veste archeologica, sono realtà palpitanti".



(©L'Osservatore Romano 2 giugno 2010)
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