Il decano dei vaticanisti Paglialunga si racconta alla vigilia dei suoi novant'anni

Un Arcangelo per sei Papi


Quando il cardinale Montini fece gli auguri a Giovanni XXIII e il Pontefice parlò a lungo delle acque del Gange

di Mario Ponzi

L'Arcangelo di sei Papi. A pensarci bene è proprio questa l'istantanea più immediata per raccontare Arcangelo Paglialunga, novant'anni domani, venerdì 11 giugno, giornalista di lungo corso, memoria storica dei vaticanisti per gli avvenimenti che hanno riguardato gli ultimi sei Pontefici, da Pio XII a Benedetto XVI. Professionista preciso e attendibile, dalla sensibilità maturata nell'amore alla diletta sposa Caterina e grazie soprattutto a una fede genuina che non ha mai conosciuto esitazioni. Arcangelo ogni mattina alle dieci in punto varca la soglia della Sala Stampa della Santa Sede. Si accomoda nel box del "Gazzettino" di Venezia - per il quale ha lavorato negli ultimi trent'anni di vita professionale - e comincia a trafficare tra le sue carte. Prende appunti per i suoi leggendari diari, sui quali sono annotati tutti gli avvenimenti, ordinari e straordinari, passati per le sue mani in questi anni. Non si sa quanti ne conservi. Anche lui ha perso il conto. "Un giorno - ha promesso - raccoglierò tutto in un libro e lo dedicherò a mia moglie". E inizia così a ricordare.

Ha inaugurato lei la Sala Stampa della Santa Sede?

C'ero anch'io con colleghi come Filippo Pucci, Bruno Bartoloni, Maurizio Iorio, Nicola Marinaro, Max Bergerre e tanti altri. Allora la Sala Stampa era dentro il Vaticano, nella palazzina dove erano le edizioni settimanali in lingua de "L'Osservatore Romano". Avevamo a disposizione un tavolone centrale, tutto tarlato, e un banchetto per i più fortunati. Erano privilegiate le agenzie, ma anche io ero riuscito ad avere il mio bel banchetto. C'erano due enormi cabine telefoniche e in una stanzetta semibuia un ciclostile a mano dal quale uscivano faticosamente i comunicati. Poi iniziò il concilio Vaticano ii e la Sala Stampa divenne troppo piccola. Nel 1966 inaugurarono una parte dei nuovi locali, quelli che ospitano oggi la nuova Sala Stampa. Ricordo che dovevamo correre dall'una all'altra per seguire le conferenze che faceva tutti i giorni un brillantissimo gesuita, Roberto Tucci.

Come è nata la sua passione per il giornalismo?

Avevo da poco compiuto ventisette anni. Era appena finita la guerra. Mi sarebbe piaciuto scrivere per raccontare. Così mi rivolsi ai giornali di provincia che accettarono di pubblicare i miei scritti. Ci ho preso gusto e ho cominciato a scrivere per professione. Iniziai il praticantato nel 1956 al "Momento Sera". Divenni professionista nel 1958 e andai alla "Gazzetta del Popolo" di Torino. La morte dell'editore mi portò a dover scegliere altre testate. Cominciai a collaborare con la "Gazzetta" di Bari, con "Il Piccolo" di Trieste, con "Il Mattino" di Firenze al tempo di Giorgio La Pira. Poi ho lavorato per "La Sicilia" e per "Il Mattino" di Napoli, sino a quando ho cominciato a lavorare per il "Gazzettino" di Venezia. Mi trovai subito alle prese con l'elezione di Giovanni XXIII. Mi affidarono l'incarico di seguirlo e per questo dovetti studiare questa figura. E intuii subito che si trattava di un Papa che dava ali alla speranza.

E così veniamo ai sei Pontefici.

Se mi è consentita ancora una digressione, vorrei ricordare un altro uomo di Chiesa al quale sono particolarmente legato. Sono stato un ottimo amico del maestro don Lorenzo Perosi. Ho frequentato a lungo la sua casa, dove ho conosciuto tanti grandi musicisti. Ricordo con particolare piacere Pietro Mascagni. Mi affascinava. Tra l'altro, ricordare Perosi mi avvicina in un certo senso al settimo Pontefice. Le spiego perché. Perosi mi raccontò che nel 1903, in un pomeriggio di agosto, si trovava in piazza San Pietro in mezzo ai tanti che aspettavano la fine del conclave dal quale sarebbe scaturita l'elezione di Pio x. Improvvisamente vide aprirsi una finestra dell'appartamento del Papa, affacciarsi un cameriere pontificio e fare un segno come se stesse cucendo qualcosa. Perosi intuì il significato di quel gesto:  avevano eletto il cardinale Sarto. E così corse a dare la notizia ai suoi.

Ha conosciuto personalmente Pio XII?

Il mio ricordo di questo grande Pontefice purtroppo è legato alla sua morte, avvenuta a Castel Gandolfo. Quando si diffuse la notizia noi fummo costretti a recarci in tutta fretta nel paesino laziale. La cosa curiosa è che i corrispondenti dei giornali americani avevano sequestrato l'unico telefono disponibile sulla piazza dove ci eravamo raccolti. Pensi che si davano il cambio ogni ora, tenendolo sempre in funzione, in attesa di dare per primi la notizia della morte del Papa. Ma Bergerre, corrispondente dell'agenzia France Presse, si accorse, attraverso le finestre, del movimento repentino di un cameriere che correva da una stanza verso un'altra chiamando gente. Scappò di corsa dalla piazza, prese un altro telefono e bruciò sul tempo gli americani. E ne rimasero talmente scottati che quando si ritrovarono in piazza San Pietro per la lunga agonia di Giovanni XXIII - che durò cinque giorni - mentre noi pernottavamo nella Sala Stampa, loro dormivano a turno su una stuoia stesa direttamente sul selciato della piazza.

Ma è vero che un giorno Giovanni XXIII evocò in un discorso l'immagine delle acque del Gange, tra lo stupore dei presenti?

È un particolare il cui ricordo condivido con l'amico e collega Bartoloni. Fu durante l'udienza concessa a un pellegrinaggio delle diocesi lombarde guidato dall'arcivescovo Montini, giunto a Roma per fare gli auguri al Papa in occasione del suo ottantesimo compleanno. Era il 4 novembre del 1961 ed eravamo tutti nell'Aula della Benedizione. Montini rivolse al Pontefice un bel discorso, osservando tra l'altro che il mondo, dopo aver conquistato tanti traguardi di civiltà, vedeva ora la pace minacciata dai suoi stessi progressi. Era infatti il periodo degli esperimenti nucleari russi e la comunità internazionale era in apprensione. Giovanni XXIII cominciò a rispondergli improvvisando un lungo discorso sul ruolo delle religioni. Non ricordo perché, ma si mise a parlare degli indiani e del loro originale modo di purificarsi nelle acque del Gange. Improvvisò tutto, tanto che il mitico Cesidio Lolli, il giornalista de "L'Osservatore Romano" (e suo vicedirettore) incaricato di trascrivere tutto quello che il Papa diceva a braccio, si dovette sobbarcare ore di lavoro straordinario per cercare di venirne a capo. Evidentemente non gli riuscì perché il discorso che il quotidiano della Santa Sede pubblicò, ben cinque giorni dopo l'avvenimento, non conteneva gli immaginifici riferimenti alle acque del Gange che pure avevamo sentito. Con Giovanni XXIII era tutto un'improvvisazione:  usciva dal Vaticano quando voleva e senza avvertire nessuno. E diceva quello che voleva. Una volta mentre era in visita alla parrocchia romana di San Tarcisio redarguì scherzosamente un gruppo di donne che mormoravano mentre lui stava parlando. "Eh - disse additandole - queste figlie di Eva non riescono proprio a tenere a freno la lingua"!

Di Papa Montini cosa ricorda?

Quando l'ho conosciuto da vicino, ho realmente capito quanto abbia sofferto per la Chiesa. Aveva una grande spiritualità. Ma la gente lo ha conosciuto forse troppo poco e male. Per esempio, mi ricordo di una lontana mattina di Natale quando egli si recò, come era solito fare, in una parrocchia romana a celebrare la messa. La città era deserta:  solo la macchina del Papa e quella dei giornalisti al seguito giravano per le strade. Era molto presto. Dopo la messa Paolo vi chiamò accanto a sé monsignor Macchi, il suo segretario, e gli disse che aveva il desiderio di andare a trovare una famiglia della parrocchia per portargli i suoi auguri. Fu scelta la casa di una parrocchiana ignara di quanto stava per accadere. Quando il Papa entrò in quella casa gli dissero che la padrona di casa era a letto malata e quindi non poteva riceverlo degnamente. La volle vedere lo stesso, proprio "perché è malata" disse. E prima di andare via le lasciò un dono.

Di Giovanni Paolo I lei scrisse che impressionava la sua genuinità.

Ed è così. Mi ricordo gli incontri informali ai quali ho assistito. Ricordo le battute che faceva con le suore, con i bambini. Quando è morto, non credetti subito alla notizia che mi dette in piazza San Pietro quella stessa mattina il collega dell'Ansa, Remo Bezmalinovich. La scambiai per una barzelletta e anzi lo presi a male parole, perché era solo un mese che il Papa era stato eletto. Poi guardai verso il Portone di bronzo. Vidi che era chiuso per metà. Dunque era vero. Fu sconvolgente. Per tutti.

E cosa c'è nei suoi appunti su Giovanni Paolo II?

Appunti? Sono ben 42 i miei diari dedicati a Giovanni Paolo ii! L'ho incontrato tante volte. Conservo qui tutte le foto che mi hanno scattato con lui. Per me, per la mia fede, è stato sempre un punto di forza.

E i suoi incontri mattutini con il cardinale Ratzinger?

Era molto facile incontrarlo. Bastava passare alle nove precise dalle parti del colonnato e lo si incrociava di sicuro. Lo incontravo molte volte casualmente perché anch'io ero abbastanza abitudinario e arrivavo in Sala Stampa alla stessa ora. I nostri erano sempre incontri molto cordiali. Lui si aspettava da me notizie fresche e io ero lieto di dargliele. A volte mi faceva un cenno, voleva che mi avvicinassi. Altre volte un gesto di saluto e via.

E il suo articolo sul "Gazzettino" del 16 aprile 2005 è stato titolato "È Ratzinger il vero favorito alla successione"?

Quando ci fu la fumata bianca io stavo scrivendo già la sua biografia. I colleghi, dopo aver visto la fumata, mi consigliarono di fermarmi perché di lì a poco si sarebbe conosciuto il nome del nuovo Papa. Io continuai imperterrito:  sentivo che sarebbe stato lui. Mi davano del matto. Ma non lo ero affatto. Ne ho parlato anche con lui quando ho avuto modo di avvicinarlo durante un'udienza. Lui mi ha riconosciuto ed è stato contento. Io lo sento amico e per questo continuo a venire in Sala Stampa, nonostante sia ormai in pensione. Mi fa sentire più vicino a lui.



(©L'Osservatore Romano 11 giugno 2010)
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