Il postulatore dell'ordine maronita sul nuovo beato

Stefano Nehmé monaco e contadino


di Nicola Gori

La Chiesa maronita annovera tra i suoi figli un nuovo beato:  Stefano Nehmé, un monaco converso vissuto tra la fine del xix e la prima metà del xx secolo. Questa beatificazione è un'occasione per riscoprire anche la realtà della Chiesa fondata da san Marone, di cui si sta celebrando il sedicesimo anniversario della morte. Ne abbiamo parlato con padre Paolo Azzi, postulatore generale dell'ordine religioso libanese.

Domenica 27 giugno viene beatificato a Kfifane, in Libano, Stefano Nehmé appartenente all'ordine maronita. Quali sono gli aspetti peculiari della sua vita e della sua spiritualità?

Stefano Nehmé era un monaco converso, umile, riservato, intento a compiere la volontà di Dio attraverso l'osservanza della regola, pieno di spirito di abnegazione. Era sempre disponibile, caritatevole e pacificatore. Fu capace di intessere un buon rapporto con gli operai alle sue dipendenze, godendo allo stesso tempo della fiducia illimitata dei suoi superiori. Nacque a Lehfed, nella regione di Jbeil in Libano, nel marzo 1889. Due anni dopo la morte del padre, avvenuta nel 1903, chiese di entrare nell'ordine libanese maronita. Venne accolto nel noviziato nel convento dei santi Cipriano e Giustino a Kfifane, nonostante avesse solo 16 anni. Emise la professione solenne il 23 agosto 1907. Svolse mansioni di falegname, muratore e si occupò del lavoro nei campi. Venne trasferito in vari conventi dell'ordine, lasciando ovunque una testimonianza di fedeltà alla chiamata di Dio, di impegno ascetico, di preghiera continua. Sua caratteristica era di fare ogni cosa alla presenza di Dio. A questo proposito, ripeteva spesso:  "Dio mi vede". Morì il 30 agosto 1938 al termine di una giornata di intenso lavoro nei campi.

La Chiesa maronita sta celebrando quest'anno il sedicesimo centenario della morte di san Marone (350-410). Con quale scopo?

Le celebrazioni centenarie - iniziate il 9 febbraio scorso per concludersi il 2 marzo 2011 - hanno come intento quello di riscoprire la figura, il carisma e l'eredità del santo. Dopo la conversione al cristianesimo delle popolazioni dell'impero romano, sorsero al suo interno delle persone carismatiche, tra le quali sant'Antonio abate e san Marone, fondatore di una forma di vita eremitico-ascetica. La sua particolarità era di condurre vita ascetica all'aperto, senza ripari. Trascorse la sua esistenza a 30 chilometri da Antiochia, nel nord della Siria, e ben presto la sua testimonianza evangelica attirò dei seguaci, che vennero chiamati maroniti. Anche la sua fama di taumaturgo si diffuse rapidamente tra i fedeli, tanto che venne costruito un convento che prese il nome di beth Maroun, cioè "casa di Marone". La sua presenza è importante anche a livello di comunione tra Chiese. San Giovanni Crisostomo nel 407 si trovava in esilio, quando venne a conoscenza della santità di Marone. Gli scrisse, perciò, una lettera per chiedergli sostegno e preghiere per farlo rientrare dall'esilio. Questo legame tra Bisanzio e Antiochia si compì proprio tramite Marone. Il culto verso il santo si diffuse rapidamente alla sua morte, e anche quando si consumò lo scisma tra Chiesa di Occidente e Chiesa d'Oriente, la sua memoria rimase condivisa.

Qual è la specificità della Chiesa maronita?

San Marone non ha fondato una Chiesa, ma ha lasciato un'eredità a tutto il popolo. Questa comunità divenne la culla della Chiesa maronita, una Chiesa nata dal martirio. Trecentocinquanta maroniti, infatti, nel 517 pagarono la loro fedeltà al concilio con il sangue. Dopo la morte del patriarca di Antiochia, Anastasio, nel 609, durante il periodo di sede vacante, venne eletto patriarca il superiore del monastero Giovanni Marone. La comunità sorta intorno al monastero si costituì in una vera e propria nazione, nel senso orientale del termine, cioè di una realtà, al tempo stesso, spirituale e politica. Questa Chiesa-nazione è l'unica Chiesa d'Oriente rimasta sempre fedele alla Sede Apostolica. È questa la sua originalità.

I maroniti vivono da secoli a stretto contatto con i musulmani. Come sono i vostri rapporti?

In Libano ci sono diciotto confessioni religiose. Piccoli popoli, ma la maggioranza è cristiana; almeno lo era fino a poco tempo fa. I maroniti hanno saputo fare del Libano un luogo di rifugio per tutti i perseguitati del Medio Oriente, perché hanno amato la libertà e hanno difeso con il loro sangue la dignità dell'uomo. Infatti, grazie a loro il Libano divenne un rifugio sicuro per quanti erano perseguitati. Per questo, troviamo la presenza di molte confessioni religiose. I maroniti hanno sempre avuto come caratteristica di essere aperti verso gli altri popoli. Noi sappiamo che il nostro compito verso i musulmani è di amarli. Sappiamo anche che il Libano è un messaggio e una testimonianza continua. Il nostro cristianesimo è fatto dalla testimonianza quotidiana con i musulmani. Dopo venti secoli di convivenza, infatti, i musulmani del Libano sono differenti dagli altri, perché c'è stata questa osmosi delle due comunità. Questo modus vivendi è stato messo in crisi durante le guerre svoltesi sul nostro territorio. Non erano nostre, ma guerre straniere, promosse da interessi esterni che volevano distruggere il Paese. Il fanatismo religioso viene da fuori, non appartiene alla tradizione libanese. Siamo una nazione democratica. Abbiamo il compito di essere testimoni della risurrezione di Cristo e di offrire luce a chi non ne ha, in particolare a quanti soffrono a causa delle guerre, del terrorismo, dei conflitti.

Come vi state preparando al prossimo Sinodo speciale per il Medio Oriente?

Ringraziamo il Papa per aver indetto questo Sinodo. Il cristianesimo è nato in Medio Oriente:  Antiochia è la primo località dove i seguaci di Gesù sono stati chiamati cristiani, l'Iraq è stata la culla di tanti padri della Chiesa. Il Sinodo deve far capire che la pace non dipende solo dai cristiani, ma anche da altri popoli. Deve indicare come vivere in pace con ebrei e musulmani. Il Sinodo affermerà che i cristiani sono parte essenziale di questa terra:  egiziani, siriani, libanesi. Purtroppo, la presenza di tanti cristiani è ostacolata dalle persecuzioni e dalle guerre, e molti sono costretti a emigrare.

Come si può arrestare questo esodo?

Bisogna garantire appoggio spirituale e materiale, e soprattutto proteggere i cristiani dalla persecuzione. Sono i Governi che devono agire. I cristiani non portano armi e non le vogliono:  l'unica arma è il rosario, l'attaccamento alla Madonna e ai nostri santi. Non serve negare i visti per arrestare l'emigrazione, ma occorre più tutela a tutti i livelli. Invece, vediamo che si fa di tutto per cacciare via i cristiani dalle loro terre. Per questo il Sinodo ha un grande ruolo di orientamento e può dare un contributo alla discussione e alla presa di coscienza.

Per la sua collocazione geografica la Chiesa maronita porta avanti il dialogo con la Chiesa ortodossa. In che modo?

Tra noi e gli ortodossi c'è un rispetto eterno. Ci conosciamo bene da secoli. Cattolici e ortodossi formano un solo popolo, una sola famiglia. C'è una fratellanza straordinaria. Noi e gli



(©L'Osservatore Romano 27 giugno 2010)
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