A colloquio con Cees Nooteboom

Tutti i mondi dell'olandese viaggiante


di Silvia Guidi

Il paradiso deve pur esistere da qualche parte, pensa il giovane Philippe, non avrebbe senso, altrimenti, la molteplicità dei desideri che affollano il cuore, il confuso germogliare di aspirazioni, progetti e aspettative che rende nitido, denso e vibrante il presente, la tensione verso la vita, l'energia tesa a un compimento che muove tutti gli uomini:  ha tanti nomi, ma si tratta certamente della stessa cosa, pensa il protagonista dell'opera d'esordio di Cees Nooteboom, Philippe e gli altri, sono i Campi Elisi di cui gli ha parlato il monaco Maventer, l'amore per la musica a cui l'ha introdotto il suo bizzarro zio melomane Antonin Alexander, che vive in una casa immensa, piena di grammofoni, finestre e divani e adora le pietre preziose (vere o false che siano) e soprattutto fare e ricevere regali, o l'ostinazione con cui cerca una ragazza che non ha mai visto, ma di cui sa di essere innamorato da sempre. Philippe cresce, matura e accumula esperienza e disincanto insieme alle opere e all'età anagrafica del suo creatore; con il tempo la passione con cui cerca "il paradiso qui accanto" (il titolo originale del romanzo scritto nel 1955 a soli 22 anni) si trasforma nella meticolosa architettura di gesti e pensieri prevedibili con cui cerca di rimuovere o mettere a tacere questo desiderio, nascondendolo sotto strati di abitudini, riti sociali, traguardi da raggiungere o frammenti di passato da dimenticare, come polvere sotto un tappeto. Il metodo narrativo di Nooteboom è antico e moderno al tempo stesso, unisce giochi di specchi meta-letterari alla Borges alla pre-letteraria arte dei simboli e dei significati multistrato, dà vita ad allegorie con nomi, cognomi, abitudini fastidiose, un particolare modo di ridere, paesaggi precisi da abitare; la ragazza francese con i lineamenti orientali che Philippe - un "giovane Holden" più metafisico e lirico dell'adolescente svagato di Salinger, senza leziosità e ammiccamenti al lettore in "giovanilese" - insegue attraverso l'Italia e la Francia, fino in Lapponia viaggiando in autostop è il simbolo di una felicità impossibile da conquistare ma anche una reale ragazza indocinese  che  porta  semplici  giacche di velluto nero e sandali leggeri quando la primavera è ancora troppo fredda.
Il difetto che più spesso i critici imputano a Nooteboom - cercando di spiegare il mancato arrivo di un Nobel più volte annunciato - è in realtà una qualità rara negli scrittori contemporanei:  scrivere libri molto diversi uno dall'altro, usare un vasto arsenale di ombre cinesi per dare vita a una sorta di teatro filosofico, una sequenza di comtes philosophiques tanto ironici quanto profondi.
Nooteboom si lascia interpellare dalle cose, e, per fortuna, non resta fedele a se stesso e neanche alle proprie tecniche compositive. Scrittore nomade, perennemente in viaggio, poeta, saggista, critico d'arte, il mondo non si accontenta di pensarlo solamente; vuole prima guardarlo, sperimentarlo in presa diretta per poi immaginarlo meglio, cogliere immagini e dialoghi di prima mano, non filtrati e ridotti da uno sguardo prosaico da cronaca giornalistica, per avere a disposizione più materia prima e strumenti più raffinati. Con l'ultimo libro, Le volpi vengono di notte (Iperborea, 2010) esplora un nuovo genere, la "fotografia animata"; descrive delle immagini e la storia prende forma, senza necessariamente appoggiarsi alla struttura di una trama. I particolari iniziano a parlare, "come in un Verméer in cui qualcuno ha spento la luce", scrive con affettuosa ironia un lettore nel forum di commento sugli ultimi libri Iperborea; nella prosa c'è lo stesso amore per i dettagli, trasparenti e misteriosi, iperrealisti e magici ma non più soffusi di luminosa positività, come nel caso del celeberrimo pittore fiammingo, piuttosto deformati dalla lente dello smarrimento novecentesco. Lo scandaglio della scrittura di Nooteboom esplora il mistero delle cose cercando di rintracciare il disegno o la logica nascosta che sfugge a un primo sguardo, senza imboccare scorciatoie o accontentarsi di risposte facilmente consolatorie. Ama troppo la realtà, l'"olandese viaggiante" - così l'hanno ribattezzato i critici letterari - e proprio grazie a questa sua curiosità indagatrice ne esplora la dimensione alta senza rischiare gli effetti collaterali dell'ipertrofia dell'io che affligge tanti scrittori; socraticamente sa di non sapere, avverte tutta l'inafferrabilità del mistero in cui siamo immersi. Forse per questo è considerato un "moderno" atipico; abbiamo chiesto direttamente all'autore, prima di una visita ufficiale all'ambasciata tedesca di Roma, quanto resta del Philippe degli esordi nelle sue ultime opere. "Adesso sono troppo vecchio per fare l'autostop - risponde Nooteboom, classe 1933, pantaloni di un velluto rosso cupo che sarebbe piaciuto a Rembrandt e camicia bianca - Philippe e gli altri risente molto del viaggio in Provenza e in Italia. Soprattutto ricordo lo stupendo scenario della Roma  barocca,  i  palazzi, la luce, ogni cosa era come incastonata dentro uno spettacolo teatrale permanente, per  la  ricchezza  dei colori e dei costumi".

Difficile ambientarsi in Italia?

"Al contrario, molto facile; conoscevo il sacrista del Papa, agostiniano come i monaci da cui avevo studiato in Olanda; da loro ho ricevuto l'educazione classica di cui avevo bisogno. Mi ha ricevuto nella sua cella e mi ha ascoltato. Ricordo ancora la telefonata, il suo "sì eminenza, sì eminenza" ripetuto più volte. Dieci minuti dopo avevo in tasca mille lire (non era poco negli anni Cinquanta); un modo piuttosto concreto di darmi il benvenuto a Roma. Quello stesso giorno ho incontrato un ragazzo che mi ha detto:  "Io lavoro al ministero delle finanze, se vuoi mangiare vieni con me". "Ma non so una parola di italiano!". E lui:  "Non importa, stai accanto a me, ripeti quello che dico e ti riempiono il vassoio". L'ho rivisto a Milano dopo cinquant'anni, durante un incontro in cui presentavo un mio libro. Era in prima fila e l'ho riconosciuto subito. E lui aveva riconosciuto me".

Quindi partecipare all'incontro del Papa con gli artisti nel novembre scorso è stato un po' come tornare a casa?

"Diciamo che ho avuto una settimana molto strana:  prima un invito a Berlino, ospite della Linke, l'estrema sinistra tedesca, chiamato a parlare davanti a seicento persone, poi l'incontro a Roma sotto la Cappella Sistina. Era difficile non essere distratti dalla bellezza dell'affresco sotto cui eravamo seduti; accanto a me c'era un collega di origine iraniana (anche lui pubblica i suoi libri in Italia con Iperborea) a cui ho cercato di spiegare la differenza tra un cardinale e un vescovo. Sarebbe stato bello avere più tempo per discutere insieme di arte e letteratura, ma mi rendo conto che non è facile organizzare un evento simile. E comunque la relazione di un artista con un'istituzione non è mai facile, di qualsiasi tipo di istituzione si tratti".

Il quadro di Paul Gauguin sulla copertina del suo ultimo libro, Le volpi vengono di notte, raffigura una zampa di animale sul cuore di una ragazza addormentata:  un'immagine di una brutalità silenziosa, senza grido. La citazione della parabola evangelica dei seminatori di zizzania contenuta nel titolo è voluta o casuale?

"Effettivamente c'è una sorta di cupio dissolvi che descrive una progressiva perdita del gusto del vivere. Ad esempio Heinz, il viceconsole onorario, uno dei protagonisti dei racconti, nasconde una ferita segreta, che non rivela neanche a se stesso, ma che lo ucciderà lentamente".

Un omaggio a Montale, visto che Heinz vive lo smarrimento del "Forse un mattino andando in un'aria di vetro, il nulla alle mie spalle, con un terrore da ubriaco"? Tra i poeti che ha tradotto, come Wallace Stevens, Neruda, Pavese, c'è anche l'autore di Ossi di seppia.

"Sì, questi nomi passano da un comunicato stampa all'altro, ma non ho tradotto molto in realtà. Su Montale non consiglierei tanto un mio lavoro quanto la bellissima traduzione di Jonathan Galassi. Quanto al libro, non volevo scrivere l'ennesimo noioso saggio filosofico, quando potevo dire le stesse cose descrivendo persone che vivono quella situazione".

Una sorta di "correlativo oggettivo" alla Eliot?

"Più o meno; spesso i rapporti tra le persone sono il paravento di altro, o rischiano di essere un malinteso permanente, volevo comunicare al lettore questa inquietudine. Uno dei miei personaggi mentre viaggia in Marocco guardando l'immensità del deserto e del cielo senza nubi scopre il terrore di essere "un niente ridicolmente presuntuoso", Paula, la protagonista di un altro racconto, ha il terrore di amare ed essere ferita; Suzy cerca di cancellare ogni traccia del passato lavando e facendo asciugare al vento i vestiti della prima moglie dell'ammiraglio che ha sposato".

In ogni racconto c'è la "presenza di un'assenza". La sua prosa è piena di domande su cosa significa "esistere davvero" quando "ogni cosa cade giù dalla sua parola e non c'è nessuna rete di protezione a trattenerla", su chi ci può insegnare un metodo per non sparire...

"Anni fa un amico mi ha detto:  ti sei accorto che in ogni tuo libro c'è un monaco? Non ci avevo mai pensato ma è così:  non c'è solo Maventer in Philippe e gli altri. Non saprei spiegare il perché. Penso che la fede sia un regalo, che può arrivare o no; amo molto la bellezza della liturgia, la solennità dei riti; ricordo il suono delle preghiere in latino nella chiesa frequentata da mia madre".

Rituali, Il canto dell'essere e dell'apparire, Montagne dei Paesi Bassi, La storia seguente, Perduto il Paradiso, sono solo alcuni dei tanti libri che ha pubblicato. Per lei scrivere è facile o "faticoso come suonare il piano con un peso di piombo per ogni dito", come amava dire Flaubert?

"È uno strano lavoro quello dello scrittore. Interroghi la pagina bianca; poi qualcosa inizia ad accadere, prende vita, nasce un teatro di voci e di facce, di situazioni impreviste. Per Madame Bovary c'è stato sicuramente un lavoro di immedesimazione molto faticoso. Io ho iniziato a vent'anni:  mi sono seduto nella biblioteca della mia città e ho iniziato a scrivere. Mi chiedono spesso consigli per chi sogna di fare lo scrittore. Oltre a quello più ovvio, cioè leggere tantissimo, credo che nessun consiglio possa aiutare davvero. Se senti di dover scrivere lo farai comunque, indipendentemente da qualsiasi scuola di scrittura creativa".

Kai e Lucia, due personaggi di Montagne dei Paesi Bassi, ricordano Kai e Gerda, i protagonisti di La regina della neve. C'è anche Andersen tra i suoi autori più amati?

"Mi interessa attingere storie, da Andersen come dalla Bibbia; in questo caso c'è una fiaba che parla di cuori paralizzati dal gelo, di un'amicizia spezzata che si ricompone solo al termine di un lungo viaggio, ma la regina della neve non è solo un simbolo del male, è anche un'immagine della bellezza. Anche i viaggi mi servono per scoprire nuove storie. Voglio raccontargliene una. Stavo guidando in Spagna con mia moglie - insieme stavamo lavorando a un libro di testi e fotografie, ci siamo fermati in un monastero di monaci Carthujos. Non era la prima volta che visitavo la Spagna; il mio libro sul pellegrinaggio a Santiago è diventato inaspettatamente un best seller, è stato persino tradotto in cinese, ma con la Spagna non è stato amore a prima vista. Ho avuto un impatto iniziale più difficile rispetto all'Italia:  la lingua dalle sonorità più dure, il paesaggio arido della Castiglia. Quando l'ho vista per la prima volta era un Paese povero e sotto una dittatura. Adesso non so più quale Paese amo di più. Nel monastero sono entrato insieme a un amico tedesco che si è occupato spesso dei miei libri e ha scritto saggi su Schopenhauer e Heidegger. Mia moglie è rimasta ad aspettare fuori perché non era consentito l'ingresso alle donne. Quando l'abate ha sentito citare Heidegger ha detto:  "Lui è l'angoscia, noi siamo la speranza". Ho letto da qualche parte che lo stesso Heidegger, quando entrava in una chiesa non poteva fare a meno di farsi segno della croce. "Cosa sta facendo Mister Heidegger?" gli chiedevano i suoi allievi. "Sono in un posto in cui si è pregato Dio per secoli, è normale rendergli omaggio in questo modo" rispondeva il filosofo. Una candela accesa in una chiesa in penombra, con la sua piccola luce bianca è qualcosa di oggettivamente bello. Recentemente per un amico gravemente malato ne ho accesa una anch'io, nella chiesa dei Frari, a Venezia".

Il suo ultimo libro fotografico, Tumbas, è una sorta di pellegrinaggio laico sulle tombe degli autori che ha amato di più.

"Sì, artisti come Baudelaire, o Proust. So bene che l'autore della Recherche non è lì, è nelle sue opere, ma le sepolture mantengono comunque il loro fascino. E anche qualche sorpresa:  la tomba di Wittgenstein, ad esempio, è coperta di monete e piccoli regali. I giapponesi lo considerano un santo buddista, una delle molteplici manifestazioni del dio della misericordia. Tra gli olandesi e il Paese del Sol Levante c'è sempre stato un feeling particolare, scambi culturali e rapporti commerciali; uno storico sta scrivendo un saggio sui viaggi dei mercanti fiamminghi in Giappone prima dell'apertura forzata del mercato nell'Ottocento. Spero che lo pubblichino presto; sarà certamente una lettura interessante".
Nooteboom, come si può desumere dai suoi libri e dalle sue interviste, è affetto da una curiosità perenne e talvolta, ingombrante; "il problema è che capisco l'italiano, anche se non lo parlo - sorride, raccontando l'ultimo incontro in cui è stato invitato, la prima edizione del festival "Libri come" che si è svolta a Roma nel marzo scorso - non potevo fare a meno di ascoltare anche il mio interlocutore accanto a me, oltre che sentire la voce del traduttore in cuffia".
A Nooteboom la realtà interessa; si capisce dal suo modo di scrivere ma non solo. Anche dal suo modo di stare sul palco e interagire con chi lo presenta o lo intervista durante un convegno o un concorso letterario. Significativa un'immagine, intercettata a Roma proprio durante "Libri come":  Nooteboom che raccoglie con gesto lieve e rapido il bastone caduto a terra di chi gli sta accanto sul palco in mezzo all'intrico dei fili e dei supporti per i microfoni, un Goffredo Fofi un po' intimidito dalla stima e dalla soddisfazione di presentare al pubblico italiano uno dei suoi scrittori preferiti.
Un gesto di "gentilezza preventiva" teso a disinnescare l'imbarazzo altrui prima del suo sorgere, indice di un'attenzione rara tra i tanti scrittori invitati alla rassegna romana, abituati a non staccare mai lo sguardo dal pubblico, impegnati a valutare con rapide occhiate quanta gente c'è in sala, quanti applausi arrivano e quando, attenti solo alle facce delle prime file per collezionare nomi utili al gioco del "c'era questo, c'era quello" tanto diffuso nei periodici di gossip quanto nel piccolo mondo della repubblica delle lettere.



(©L'Osservatore Romano 14 luglio 2010)
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