A colloquio con il direttore dell'Accademia Tedesca di Villa Massimo a Roma fondata nel 1910

Mettiamo gli artisti sul ring


di Marcello Filotei

Se c'è stato un secolo di rapidi cambiamenti è quello che si è concluso da un decennio, e l'Accademia Tedesca di Villa Massimo di Roma l'ha vissuto tutto, attraversando periodi di ferrea alleanza e momenti di forte contrapposizione. A cento anni dalla fondazione, che risale al 1910, il direttore Joachim Blüher quasi si rifiuta di fare un bilancio, "perché ogni anno cambia quasi tutto, in base agli artisti che arrivano".

E chi è venuto in questo secolo?

Tra gli oltre ottocento borsisti che si sono avvicendati nella sede ci sono quasi tutti gli scrittori, i musicisti, gli architetti e gli artisti di rilievo in ogni ambito.

Non sono e non erano però tutti giovanissimi, hanno infatti di media circa quaranta anni.

Nella vita di un essere umano ci sono delle cesure. A sei anni si va a scuola, a diciotto si vota, a trenta si fanno altre cose, i quaranta anni sicuramente sono un momento importante nella vita di una persona:  la formazione accademica è finita e comincia un altro momento della vita mentre la mente è ancora aperta. Noi vogliamo cogliere questo momento.

Che tipo di rapporto avete stabilito con la cultura italiana?

L'accademia cerca di mettere in evidenza non solo l'attività dei borsisti ma anche quella degli artisti più importanti della cultura tedesca. Per esempio c'è una serie di mostre che si chiama "Soltanto un quadro al Massimo", che è giunta alla quattordicesima edizione, dove si incontrano un'opera d'arte italiana con una tedesca. Abbiamo cominciato con nomi famosi, poi siamo passati agli emergenti, anche perché il nostro pubblico diventa sempre più giovane.

Coppie  di  opere, un tedesco e un italiano?

Sì, ma non è uno scambio culturale. Un artista vuole sempre essere il migliore, vuole vincere. Più che di uno confronto si tratta di un incontro di boxe. Gli artisti hanno molto da dire, ma non in una conversazione, piuttosto in uno confronto duro e chiaro, poi alla fine forse nasce qualcosa. Non voglio un tedesco che pensa all'italiana o un italiano che modifica il suo linguaggio perché espone da noi:  voglio linguaggi originali uno contro l'altro.

E i borsisti?

Chiediamo loro di dare un contributo alla cultura italiana. Alcuni architetti, per esempio, lavoreranno a opere che poi verranno utilizzate nei luoghi del terremoto in Abruzzo. Cose concrete per evitare quelle mostre inutili del tipo "sette tedeschi espongono in Italia" o cose del genere.

E i rapporti con le istituzioni?

In Italia si riescono a fare le cose molto più velocemente che in Germania?

Come?

Quando c'è la volontà i tempi sono molto brevi. Per esempio noi stiamo cercando di costruire una chiesa a Olevano Romano e i tempi di progettazione sono stati molto più veloci di quello che ci aspettavamo. Si tratta di una struttura lunga trentacinque metri e alta tredici, non una piccola chiesetta. Abbiamo inoltre contribuito alla realizzazione di una sala da conferenze alla Fao:  cose concrete.

Questa è una notizia:  in Italia c'è meno burocrazia che in Germania.

Non si può dire questo, ma le cose, quando c'è la volontà, si possono risolvere senza passare per la burocrazia. In Germania le cose funzionano, tutto è molto ordinato, ed è una cosa rassicurante per chi lavora nell'organizzazione. In Italia è spesso più difficile, ma quando ci sono le emergenze gli italiani sono capaci di realizzare delle meraviglie che in altri posti sarebbe difficile anche solo da pensare. Quello che è stato fatto in pochi giorni, per esempio, per accogliere milioni di persone dopo la morte di Giovanni Paolo ii è un risultato impressionante.

Per i cento anni avete organizzato molte cose, peraltro la vostra attività è intensa in ogni stagione. Qual è stato il momento più importante delle celebrazioni?

Una giornata con pochi discorsi, molto precisi e senza retorica. E alla fine un concerto molto particolare con in programma l'ultima sonata di Schubert. Un lavoro eterogeneo, molto poco organico. Così come è la vita dell'accademia e come è stata la sua storia. Un'istituzione di questo genere infatti ha al suo interno dei rapporti molto strani:  da una parte l'artista, che pensa principalmente a se stesso, vive sulla lama del rasoio dove non c'è spazio per due; dall'altra l'accademia, che rappresenta lo Stato e la coesione sociale. È il massimo del contrasto possibile, causa enormi problemi, ma può dare molti risultati. In fondo è come lavorare in una serra, le cose crescono più velocemente che altrove, ma ogni tanto il tappo esplode e salta tutto in aria.



(©L'Osservatore Romano 19-20 luglio 2010)
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