A colloquio con Flaminia Giovannelli, sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

Per un riconoscimento del ruolo della donna


di Nicola Gori

Non vi è emergenza, diseguaglianza e crisi economica e sociale che non desti l'attenzione di Flaminia Giovannelli, prima donna laica nominata sotto-segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Sensibilizzare l'opinione pubblica, promuovere dibattiti e riflessioni, sollecitare interventi a ogni livello, sia governativo, sia individuale, per sostenere i soggetti più deboli della società, affinché la solidarietà non rimanga solo un valore decantato negli atti ufficiali, sono i compiti che quotidianamente la impegnano. È lei stessa a raccontare in questa intervista al nostro giornale le sfide che è chiamata ad affrontare ogni giorno, alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

Lei è la prima donna laica nominata sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e la seconda dal lontano 1966 quando l'australiana Rosemary Goldie venne chiamata a ricoprire lo stesso incarico in un altro dicastero. Crede che ciò sia un segno di fiducia del Papa per la promozione del ruolo delle donne nella Chiesa?

Sono contenta di ricordare Rosemary Goldie, che ho conosciuto molto bene, perché questo mi offre l'occasione di citare anche altre donne che hanno avuto un ruolo di primo piano in seno al Consiglio Giustizia e Pace, e non solo:  Marie-Ange Besson, che aveva anche collaborato con la delegazione dei Padri conciliari francesi durante i lavori del Vaticano ii; suor Marjorie Keenan, esperta in questioni di disarmo e di ambiente, che ha servito a lungo anche presso l'ufficio dell'osservatore permanente della Santa Sede all'Onu di New York; e suor Maryvonne Duclaux, abile redattrice del nostro bollettino e guida spirituale per tanti di noi.

La sua ricca esperienza al Pontificio Consiglio, iniziata nel 1974, le ha permesso di venire a contatto con molte realtà. Quali sono i problemi cruciali che il mondo del lavoro dovrà affrontare per uscire dalla crisi economica?

Il mondo del lavoro è la principale vittima della crisi finanziaria ed economica, la cui onda lunga si ripercuote sui lavoratori in modo persistente. Infatti, come è stato già sperimentato nelle crisi precedenti che, pure, erano ben diverse dall'attuale, la ripresa dell'occupazione è molto più lenta di quella economica e finanziaria. E ciò che è più grave nel caso della crisi esplosa nel 2008, è che, originatasi nei Paesi sviluppati, oltre ad avere pesanti conseguenze sul mondo del lavoro, ha conseguenze ancora peggiori sui lavoratori dei Paesi più poveri, le cui economie e le cui istituzioni sono più fragili e meno in grado di farvi fronte. Per questo, accanto ai provvedimenti presi dai singoli governi per rilanciare l'occupazione, come possono essere, a titolo di esempio, l'intraprendere opere pubbliche con largo impiego di mano d'opera, migliorare i servizi o favorire la riqualificazione professionale dei lavoratori, anche la comunità internazionale, date le ripercussioni mondiali della crisi, ha preso alcune importanti iniziative. Oltre a quelle studiate in seno ai summit dei ministri del Lavoro e del Welfare che hanno preceduto - era la prima volta che accadeva - i vertici del g8 dell'Aquila e del g20 di Pittsburgh, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) ha dato una serie di indicazioni concrete adottando il Patto globale per l'occupazione nella prospettiva del lavoro decente. I suggerimenti del Patto e, sempre a titolo esemplificativo, sono:  sostenere in particolare l'accesso al credito delle piccole e medie imprese, ma anche delle microimprese di cui viene riconosciuto il contributo alla creazione di posti di lavoro; dare sostegno alle cooperative; aumentare gli investimenti oltre che in infrastrutture, ricerca e sviluppo, anche in produzione verde in quanto strumenti importanti per creare posti di lavoro. Accanto a tutto questo non si deve però trascurare l'esigenza, specie nei Paesi poveri, di costruire un sistema di protezione sociale effettivamente in grado di assistere i più deboli.

Quali sono i principali ostacoli alle politiche di sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo? Cosa possono fare i Paesi più industrializzati e cosa non fanno?

Questa domanda investe una problematica complessa, per cui potrò solo richiamare - non da specialista, ma da persona attenta a questi temi - alcuni punti. E ciò tenendo conto del fatto che la situazione è molto variegata, poiché non pochi di quei Paesi considerati facenti parte del cosiddetto Terzo Mondo solo un paio di decenni fa, sono oggi emergenti, anche se, purtroppo, la loro crescita produce disuguaglianza. Per tornare alla domanda:  gli ostacoli che nei Paesi poveri rendono difficile alle popolazioni di essere protagoniste del loro sviluppo sono:  la scarsa educazione, la difficoltà di accedere ad alcuni beni senza i quali la salute degenera, per esempio all'acqua salubre, alle medicine. Ma possono costituire un impedimento anche i sistemi sanitari inadeguati, l'ingiusta distribuzione delle terre, come pure le carenti infrastrutture, i trasporti, le reti elettriche o telefoniche quasi del tutto insufficienti specie nelle campagne, o la pubblica amministrazione il più delle volte a uno stadio ancora iniziale. Un altro ordine di problemi, poi, è legato alle scelte di politica economica, a volte imposte dall'esterno e non rispondenti alle reali esigenze oppure alla loro non corretta applicazione, senza dire che non pochi Paesi poveri non hanno ancora alcun sistema di protezione sociale. Infine ostacoli gravi alle normali attività economiche e sociali sono le situazioni di conflitto e di guerre e la corruzione dei responsabili a vari livelli. Per combattere questo ultimo fenomeno si è cominciato a fare un controllo dei mercati offshore. Tuttavia, accanto agli ostacoli, vanno tenute presenti le possibilità straordinarie che il nostro tempo offre. Una per tutte, quella delle nuove tecnologie che potranno far fare passi da gigante in vari settori. I giovani, di cui i Paesi poveri sono fortunatamente ricchi, sono particolarmente rapidi nell'assumerle. Di qui l'importanza della formazione come via strategica. Quanto alla seconda parte della domanda relativa alla cooperazione allo sviluppo da parte dei Paesi industrializzati, non si può dire che questi non si rendano conto di quale problema presenti l'arretratezza di tanta parte di Paesi poveri. Comunque, anche qui il problema è molto complesso, per cui vorrei solo accennare a una questione:  quella, annosa, degli Aiuti pubblici allo sviluppo (Aps). Nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso i Paesi sviluppati presero la risoluzione di devolvere lo 0,7 per cento del loro Prodotto interno lordo agli Aps, percentuale che è stata raggiunta da pochissimi Paesi. Si contano sulle dita di una mano... Se è indubbio che i Paesi ricchi devono trovare il modo di destinare quote maggiori del loro prodotto interno lordo agli aiuti allo sviluppo - suggerimenti alla creatività in questo ambito vengono anche dalla Caritas in veritate, al numero 60 - a me sembra più efficace, perché più umano, e capace di creare a volte anche relazioni fraterne, il contare e potenziare la cosiddetta sussidiarietà fiscale incentivando forme di solidarietà sociale dal basso, sempre come suggerisce l'enciclica sociale di Benedetto XVI. Quanti di noi, infatti, adottano dei bambini a distanza oppure sono soci di Onlus per lo sviluppo godendo delle relative detrazioni fiscali o indicando allo Stato a quali organizzazioni devolvere il 5 per mille di quanto versato a titolo di imposta.

Con la sua sensibilità femminile in che modo agirà per denunciare la violazione dei diritti umani?

La dottrina sociale della Chiesa, il cui approfondimento e la cui diffusione sono l'oggetto principale del mio servizio al Pontificio Consiglio Iustitia et Pax, comporta anche un compito di denuncia, come affermato, del resto, dai Padri conciliari nella Gaudium et Spes. Il mio ruolo in tal senso, esercitato con i mezzi usati da un'istituzione quale è un dicastero vaticano, è quello di richiamare l'attenzione in modo particolare sulle problematiche che mi sembrano più gravi in un dato momento. La mia è una valutazione al femminile, per cui sono particolarmente sensibile, ad esempio, alla violazione dei diritti dei bambini o delle donne. A proposito di questo ultimo tema, l'anno scorso ho provato una grande soddisfazione nell'organizzare una conferenza internazionale sul ruolo della donna nella promozione dei diritti umani. In quella circostanza, fra gli altri contributi ne abbiamo avuto uno interessantissimo da parte di una relatrice impegnata nella difesa dei diritti delle donne Dalit in India, compito che assolve dedicandosi alla loro emancipazione tramite un procedimento di tipo economico, tanto semplice quanto efficace. Ecco, aver avuto modo di far conoscere questa esperienza di denuncia, accompagnata però da un lavoro positivo che supera questa fase per trasformarsi in un progetto concreto di auto-aiuto delle donne, con conseguenti effetti benefici per le loro famiglie, mi ha dato la sensazione di aver potuto contribuire, anche se in modo molto indiretto, a sostenere un'azione di giustizia nei confronti di donne la cui dignità è misconosciuta e offesa per il solo fatto di essere nate in un certo ambiente.

In qualità di esperta sulle politiche di sviluppo e del lavoro in alcune organizzazioni internazionali, quali quelle del Consiglio d'Europa, dell'Unione europea, crede che la dottrina sociale della Chiesa possa diventare uno strumento di confronto e di dialogo?

In parte questo strumento è già usato, ma sarebbe auspicabile che il suo raggio di azione venisse ampliato, come sarebbe auspicabile che agli stessi principi fosse attribuito il significato che attribuisce loro la dottrina sociale. Mi spiego. Il concetto di sussidiarietà, ad esempio, è ampiamente usato nelle politiche dell'Unione europea, tanto che il trattato sull'Unione, il trattato di Maastricht, lo adotta come norma generale. Sarebbe bene che questo principio fosse coniugato sempre di più con quello della solidarietà per ricercare il bene comune. Concetto, quest'ultimo, che ha un significato ben preciso nell'insegnamento sociale, mentre spesso viene confuso con il bene totale oppure con il bene collettivo. O ancora, uno degli obiettivi principali del Consiglio d'Europa è la difesa dei diritti umani. Ma l'idea della persona umana di cui questa istituzione difende i diritti non sembra coincidere del tutto con il principio personalista della dottrina sociale.

Crede che attualmente nella Chiesa la donna sia valorizzata adeguatamente? In quali ambiti ecclesiali potrebbe dare un contributo più originale e creativo?

La mia immagine della Chiesa è quella di Giovanni Paolo II e Madre Teresa che si tengono per mano... Quando penso a tante religiose che, nelle loro congregazioni, a vari livelli, svolgono in tutta indipendenza ruoli straordinari non solo nell'esercitare la carità, ma anche nel gestire patrimoni, organizzare scuole od ospedali, e soprattutto nell'accompagnare la vita spirituale delle loro consorelle, godendo del rispetto di tutti per il loro ammirevole lavoro, penso che il loro valore si affermi da sé. Ci sono, poi, alcuni ambiti ecclesiali in cui la donna eccelle, penso specialmente a quello della direzione spirituale. Se ricevere il sacramento della riconciliazione è essenziale per il cristiano perché lo riconcilia con Dio, la direzione spirituale è di importanza fondamentale per la sua vita:  sapere razionalmente che il peccato ci è stato perdonato non equivale sempre a sentirsi perdonati. Quanto è importante l'aiuto di qualcuno per riconoscere e assecondare il piano che il Signore ha per ognuno di noi. E quante volte questo aiuto ci viene da una donna, proprio per la sensibilità e l'affettività che le sono propri. Ecco, penso che attribuire importanza al compito dell'accompagnamento spirituale potrebbe al tempo stesso essere un riconoscimento del ruolo della donna. Se poi si vuole parlare di valorizzazione della donna nei nostri uffici, le dirò che nel mio lavoro ho sempre avuto la sensazione che le mie idee fossero tenute in conto proprio perché idee di una donna, complementari e quindi necessarie per un giudizio obiettivo sulle questioni su cui sono stata interpellata. E questo è l'essenziale. Ciò non toglie che, a seconda degli organismi e della preparazione delle donne, agevolata in tempi più recenti dal loro accesso a studi più propriamente ecclesiastici, esse potrebbero anche assumere dei ruoli di maggiore responsabilità. Ed è molto probabile che ciò accadrà.



(©L'Osservatore Romano 22 luglio 2010)
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