Anche la Chiesa cattolica siro-malankarese in India guarda con speranza alla prossima assemblea sinodale

Questioni comuni a tutto l'Oriente cristiano


di Nicola Gori

Emigrati nei Paesi arabi soprattutto per motivi di lavoro, i cattolici indiani sono non soltanto testimoni della fede ma anche protagonisti del dialogo islamico-cristiano nel mondo musulmano. Mentre in India la comunità cattolica deve confrontarsi con le non poche sfide poste dalle correnti fondamentalistiche di diverse matrici religiose. Dunque è comprensibile l'attenzione con la quale i cattolici indiani, emigranti o no, guardino con interesse alla celebrazione della prossima assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi. I problemi che vivono in casa loro infatti non sono molto dissimili da quelli delle Chiese sorelle mediorientali. Tra le Chiese cattoliche più rappresentative dell'India occupa un posto di rilievo quella siro-malankarese, radicata nel Kerala dai tempi della predicazione di san Tommaso, del quale si è celebrata nei giorni scorsi la festa liturgica. Dell'attività di questa Chiesa - tanto incisiva in ambito caritativo, educativo e sanitario da essersi conquistata grande stima da parte della popolazione nonostante sia una minoranza - abbiamo parlato con sua beatitudine Baselios Cleemis Thottunkal, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei siro-malankaresi, nell'intervista rilasciata al nostro giornale.

A quando risale la presenza della Chiesa cattolica siro-malankarese in India?

Alla predicazione dell'apostolo Tommaso. La comunità dei cristiani discepoli del santo seguiva la tradizione siriana orientale, la tradizione liturgica caldea. Nel 1653 questa comunità si suddivise in Chiesa malankarese e Chiesa malabarese. Fu una questione di patrimonio liturgico e autonomia. Un gruppo, quello malankarese, lottò per l'autonomia e per la tutela autentica della sua tradizione liturgica. Purtroppo, nel corso di tale processo, perse la comunione con la Chiesa cattolica. L'altro, quello malabarese, mantenne la comunione cattolica, ma perse molto della propria identità orientale. Col tempo la Chiesa malankarese ha tentato di riguadagnare la comunione cattolica. È stato il grande sogno dei fedeli e dei prelati di questa Chiesa.

In questo processo una figura importante è quella dell'arcivescovo Mar Ivanios. Quale è stato il suo ruolo?

Proprio a lui si deve la realizzazione del sogno della Chiesa malankarese. Era il 1930. Egli era delegato della Chiesa ortodossa malankarese per dialogare con la Santa Sede in vista della possibile riunione. Nel corso dei lunghi colloqui, l'arcivescovo ha sempre insistito sul bisogno di preservare le nostre tradizioni e il nostro patrimonio, sulla necessità di essere governati da nostri vescovi e sulla disponibilità ad accettare il Pontefice - il patriarca Reesh, ossia il grande patriarca di Roma - quale capo della Chiesa universale e successore di san Pietro apostolo. Il primo passo è stato il ritorno nella comunione con Roma di cinque vescovi malankaresi, fra i quali lo stesso Mar Ivanios e Mar Teophilos. Il 20 settembre 1930 Pio xi li accolse tramite il vescovo Aloysius Maria Benzinger. La cerimonia avvenne a Kollam, nella cappella episcopale. L'11 giugno 1932, Papa Ratti stabilì la gerarchia cattolica siro-malankarese in India attraverso il decreto Christo Pastorum Principi. Riconoscendo poi la maturità raggiunta dalla comunità malankarese, Giovanni Paolo ii, nel 2005 l'ha elevata allo status di Chiesa arcivescovile maggiore, come aveva già fatto con la Chiesa cattolica ucraina e la Chiesa siro-malabarese,  e  come  poi  ha  fatto Benedetto XVI con la Chiesa romena.

Quali cambiamenti si sono verificati dopo l'elevazione?

Ve ne sono stati nello status, nei diritti e nei doveri della Chiesa. Siamo una vera e propria Ecclesia sui iuris, una Chiesa autonoma nella comunione cattolica, sempre sotto la tutela, la sollecitudine e la supremazia del romano Pontefice. La libertà di cui godiamo implica il diritto all'autonomia nell'amministrazione, nella nomina dei vescovi e nell'attuazione delle previste disposizioni ecclesiastiche, sempre in consultazione e con il consenso della Santa Sede. Sono trascorsi quattro anni dall'elevazione e ora abbiamo il nostro sinodo e una struttura che garantisce il sostegno di tutte le persone nella nostra missione per la Chiesa e per il mondo. In particolare il nuovo status ha dato un rinnovato impulso al nostro impegno missionario e ha intensificato la nostra attività caritativa e umanitaria.

Quali sono oggi i rapporti fra il Governo del Kerala e la Chiesa?

Dal tempo di Mar Ivanios il Governo ci rispetta e anche ora cerchiamo di intrattenere rapporti improntati alla cordialità. Certo non mancano gli ostacoli, soprattutto nel campo dell'apostolato pedagogico e formativo. Bisogna ricordare che in Kerala la maggior parte delle attività educative e caritative sono portate avanti dalla Chiesa cattolica. Cerchiamo di impartire un'istruzione qualitativamente elevata a tutti. Siamo impegnati in numerose attività caritative volte a sostenere gli emarginati e i più poveri. Gestiamo ospedali per i malati di aids, lebbrosari, sanatori per malati di tubercolosi, centinaia di orfanotrofi, case per indigenti e per quanti hanno disabilità mentali e fisiche. E chi si occuperebbe di tutta questa gente se la Chiesa non ci fosse? Comunque, nonostante le difficoltà occasionali, siamo ottimisti sulla possibilità di soluzioni amichevoli ai nostri problemi grazie al dialogo costruttivo con i rappresentanti del Governo. Sono orgoglioso di essere indiano. Sono orgoglioso del sistema di valori dell'India, della sua profonda religiosità e della sua costituzione estremamente democratica. Tuttavia il nostro Paese ha bisogno del Vangelo.
E il dialogo con le altre religioni?
Esiste un reale scambio di esperienze di vita fra persone di varie religioni che vivono a contatto di gomito nei villaggi o nei paesi. E poi ci sono dialoghi ufficiali con i rappresentanti di varie religioni. Sono condotti regolarmente e in modi diversi, anche quando situazioni speciali lo richiedono. Per esempio, lo scorso anno abbiamo dovuto affrontare una situazione critica nello Stato di Orissa, dove l'antagonismo contro i cristiani, soprattutto da parte di alcuni gruppi fondamentalisti, si stava diffondendo rapidamente rischiando di estendersi anche al Kerala e ad altri Stati. Immediatamente è stato organizzato un incontro di tutti i responsabili cristiani e indù in Kerala per un dialogo aperto. Erano rappresentati persino i gruppi indù più intransigenti. Abbiamo tenuto una sessione a porte chiuse, parlando per tre ore dei problemi e cercando modalità per ripristinare la pace e promuovere una migliore comprensione reciproca. È stato un dialogo fecondo. L'ulteriore diffusione della violenza è stata efficacemente tenuta sotto controllo anche grazie a questo dialogo. Il Kerala è ben noto per la sua tolleranza religiosa, per la pace e per l'armonia. I responsabili dei vari gruppi religiosi hanno riflettuto sinceramente su alcuni aspetti negativi della situazione. È stato un dialogo aperto, anche se vi sono state questioni che non ci hanno trovato tutti perfettamente d'accordo, per esempio quella della conversione. Dopo questo incontro, il rapporto interreligioso nello Stato è migliorato. La Chiesa nel Kerala cerca di diffondere tolleranza, armonia e reciproco apprezzamento.

Le violenze hanno compromesso il dialogo con gli indù?

Gli indù sono essenzialmente tolleranti e amanti della pace. Noi cristiani siamo un piccola minoranza in India:  meno del 3 per cento della popolazione. La stragrande maggioranza della popolazione è indù. In che modo siamo riusciti a sopravvivere e a crescere in questo Paese per duemila anni? Non con l'aiuto delle forze di polizia o militari, ma affidandoci al gran cuore e all'amore dei fratelli indù. Essi sono per natura profondamente religiosi e nutrono un rispetto autentico per tutte le altre tradizioni. I nostri avi erano indù. Quando san Tommaso venne in India, predicò agli indù il Vangelo. La cultura indiana promuove l'unità nella diversità. Occasionali atrocità commesse contro i cristiani o i musulmani non si dovrebbero interpretare e generalizzare come violenza indù. Potrebbero, invece, scaturire da alcuni gruppi fondamentalisti o da singoli individui. Tuttavia questo non ha nulla a che fare con la maggioranza della popolazione. Quindi, le comunità indù amano la pace e sono molto ospitali oltre ad avere una religiosità radicata.

E per quanto riguarda il rapporto con l'islam?

La comunità musulmana deve essere considerata alla luce della fede che i suoi membri professano e sulla base dell'ambiente in cui la vivono. Noi cristiani abbiamo rapporti molto stretti con i fratelli musulmani, perché qui siamo entrambe comunità minoritarie. D'altra parte, motivi non solo religiosi ma anche sociali entrano in gioco allorché si parla di fanatismo e di terrorismo in riferimento a una particolare comunità. Il mio incontro personale con i musulmani in India mi ha permesso di conoscere persone molto rispettabili e timorate di Dio.

Qual è l'impegno della Chiesa nella lotta alla povertà?

La Chiesa cattolica è di fatto il primo agente di cambiamento sociale nel Kerala. Essa anima vari progetti volti a sradicare la povertà e a migliorare la vita del popolo. Quanto alla Chiesa siro-malankarese, in tutte le nostre sei diocesi esiste una sezione che si occupa dell'apostolato sociale. Ciascuna di queste sezioni attua vari progetti volti allo sviluppo integrale delle persone che vivono nel territorio della diocesi, indipendentemente dalle loro appartenenze. Il nucleo principale delle nostre attività sociali è l'educazione dei bambini poveri, l'assistenza sanitaria, l'emancipazione delle donne.

Cosa fate per la dignità della donna?

Oltre a organizzare vari corsi e seminari per sensibilizzare le donne sull'importanza del loro ruolo e della loro responsabilità nella famiglia e nella società, queste sessioni di servizio sociale offrono loro opportunità di lavoro, occupazioni che possono essere svolte contemporaneamente alle attività domestiche. In tal modo, possono guadagnare un po' di denaro per la famiglia e anche divenire relativamente indipendenti. Cerchiamo di portare le donne al centro della vita sociale. Nella nostra arcidiocesi maggiore, la sezione caritativa ha contatti diretti con più di centomila famiglie di tutte le religioni e denominazioni.

Quali risposte offrite alle emergenze sociali più urgenti?

La caritas ha in cantiere progetti, come il piano abitativo, che permetterà ai poveri di avere una casa propria, quello per l'erogazione dell'acqua potabile, quello per l'assistenza tribale, quello per l'animazione giovanile. Vi sono anche progetti umanitari che la sezione attua in collaborazione con il Governo dell'India e con il suo sostegno. Inoltre, l'arcidiocesi maggiore gestisce direttamente varie strutture caritative e umanitarie e sostiene i matrimoni di ragazze povere. Secondo la costituzione indiana, persone che appartengono alla classe sociale più bassa hanno il diritto ad alcuni "privilegi" da parte del Governo, come posti nelle istituzioni educative, opportunità di lavoro e altri aiuti finanziari. Purtroppo chi diventa cristiano perde tali privilegi. Nella nostra arcidiocesi maggiore ci sono duecento stazioni missionarie parrocchiali in cui la maggior parte dei fedeli appartiene a questi gruppi. È enorme responsabilità della Chiesa aiutare tali persone a vivere. Investiamo in questo molte delle nostre energie.



(©L'Osservatore Romano 28 luglio 2010)
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