Intervista al cardinale Tauran al rientro dalla Thailandia

Solidarietà tra le religioni in Oriente


di Mario Ponzi

In Oriente c'è bisogno di respirare un clima di maggiore libertà e soprattutto c'è bisogno di solidarietà tra le diverse religioni, affinché tutti gli uomini "possano vivere gli uni accanto agli altri" in una società "pacificata e pacifica". A questo devono puntare i capi religiosi, superando le sfide poste dal relativismo e dal fondamentalismo, e rendendo evidente che dietro la violenza non può esserci ispirazione religiosa. Ma "ogni volta che un credente viene ucciso è come se si dovesse ricominciare tutto daccapo". Della delicatezza della situazione della Chiesa nel continente asiatico abbiamo parlato con il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, dopo il suo rientro dalla Thailandia dove, a Sampran, ha presieduto una sessione di lavoro del Pontificio Consiglio, prima di incontrare alcuni responsabili di altre religioni.

Come mai avete scelto la Thailandia?

Siccome l'Asia è una realtà non molto conosciuta, abbiamo pensato di recarci sul posto per avere una visione più completa. Così a me si sono uniti l'arcivescovo segretario Pier Luigi Celata, il sotto-segretario monsignor Andrew Vissanu Thania-anan e due minutanti. A Sampran abbiamo incontrato altri membri e consultori del dicastero, più alcuni rappresentanti degli episcopati provenienti dall'Asia del sud e dall'estremo oriente, incaricati di seguire il dialogo con le altre religioni. È stata una sessione di lavoro interno con lo scopo di prendere direttamente coscienza di quale fosse lo stato dei rapporti con le altre religioni in questa parte di mondo. Ma anche di farci più vicini alla Chiesa locale. Ascoltare, capire e condividere.

Cosa l'ha colpita in particolare?

Innanzitutto la serietà dell'impegno con il quale tutti i partecipanti hanno preparato i loro interventi. Poi la libertà con la quale ognuno si è espresso e la grande fiducia che tutti hanno mostrato nei confronti del nostro dicastero. Potremo di sicuro trovare idee per il futuro in incontri di questo tipo.

Hanno partecipato anche rappresentanti di altre religioni?

All'incontro no, perché la nostra era una riunione interna. Abbiamo però avuto contatti con alcuni responsabili religiosi. Abbiamo visitato il tempio indù Tep-Montian di Bangkok, la moschea di Haroon, e, nel pomeriggio di sabato 17 luglio, il tempio buddista Wat Yannawa-Royal Monastery. Domenica  18  abbiamo  celebrato  la messa in cattedrale per la comunità cattolica.

Cosa possono imparare i cristiani dalle altre religioni e cosa le altre religioni possono apprendere dai cristiani?

È importante ovviamente che ognuno mantenga la propria identità spirituale. Non si può dire che tutte le religioni siano più o meno uguali. Noi cattolici abbiamo Gesù, salvatore del mondo e non possiamo tacere questa verità. Però ci sono valori che possiamo condividere con gli altri:  dai musulmani possiamo imparare come pregare, come digiunare e come fare la carità; dagli indù la meditazione e la contemplazione; dai buddhisti il distacco dai beni materiali, il senso profondo del rispetto della vita; dal confucianesimo la pietà e il rispetto per gli anziani; dal taoismo la semplicità e l'umiltà. Da noi possono apprendere molte cose, soprattutto la ricchezza di un Dio che ha un volto umano, come ha scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est, un Dio che è amore e che si preoccupa della vita dell'uomo in tutte le circostanze.

Qual è il ruolo delle religioni nel mondo?

Prima di tutto esse ricordano che l'uomo non vive di solo pane. Ciò significa che ha una dimensione spirituale, religiosa. Ed è quasi una necessità per l'uomo che, seppure super informato, troppo spesso non pensa. Dunque la religione può indurre la gente a pensare. Pascal, per esempio, diceva che il grande dramma dell'uomo è che non sa stare in pace nella sua stanza. Tutte le religioni predicano la fraternità; crediamo tutti che ogni persona ha ricevuto dal suo Creatore un'unica dignità e che ognuno è soggetto di libertà e di diritti inalienabili; tutti crediamo che servire il prossimo significa crescere in umanità. Dunque si può facilmente capire quale capitale rappresentino le comunità dei credenti per un mondo pacificato e pacifico.

In tanti Paesi del mondo però ancora oggi ci sono minoranze religiose che vengono perseguitate e schiacciate da maggioranze religiose.

Questo capita perché le religioni, o meglio i loro adepti, sono capaci del meglio e del peggio. È importante che i capi si facciano promotori di una pedagogia dell'incontro, in modo tale da far prevalere la compassione e la comprensione, per passare poco a poco, dalla paura dell'altro alla paura per l'altro.

Eppure non mancano capi religiosi che sembrano giustificare, se non fomentare, l'odio.

È proprio parlando con loro che cerco di far capire che dobbiamo dare più spazio a un Dio che accomuna gli uomini e non li divide. Questo perché si possa poi mostrare agli altri l'unità, pure nella diversità, delle religioni. Ma ci sono due scogli da evitare:  il relativismo e l'intolleranza. Ogni progresso viene indebolito ogni volta che dei credenti sono uccisi per motivi religiosi. Penso in questo momento a quanto è accaduto in Pakistan, ai religiosi uccisi proprio mentre noi stavamo celebrando la nostra riunione.

Quanto c'è, secondo lei, di politico in questi atti?

In molti, se non in tutti questi casi di violenza, ci sono sotto disegni politici. C'è in gioco anche una dimensione religiosa, ma non è quella che determina le cause della violenza.

Quali sono le sfide da raccogliere oggi nel portare avanti il dialogo?

Si possono riassumere in tre concetti. Innanzitutto quello dell'identità:  chi sono io? qual è la mia religione? quale il suo contenuto? Poi il concetto della diversità, o della differenza:  chi crede in un'altra divinità, chi segue un altro dio, chi ha una cultura diversa dalla mia non è aprioristicamente un mio nemico. Infine il concetto della pluralità:  Dio è misteriosamente all'opera in ogni creatura.

Queste sfide avranno dei riflessi anche sulla prossima assemblea sinodale per il Medio Oriente?

Il dialogo tra le religioni fa parte della realtà quotidiana della Chiesa cattolica nel Medio Oriente. C'è poi da tenere presente che l'appuntamento sinodale di ottobre costituisce un momento esclusivamente pastorale il cui scopo è quello di dare ai nostri fratelli, che vivono in questa martoriata regione del mondo, la speranza. Loro sono stati piantati in quella terra da Dio e in quella terra devono fiorire. Nel Medio Oriente i cristiani sono a casa loro. Non chiedono asilo. Quando si parla di luogo santo, occorre capire che si parla non solo del tempio ma anche di tutta la realtà che vive attorno:  la comunità, le scuole, gli ospedali, le case sono tutte pietre vive. La Terra Santa, proprio per la presenza delle tre religioni monoteiste, dovrebbe essere un vero e proprio laboratorio per il dialogo.



(©L'Osservatore Romano 1 agosto 2010)
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