A colloquio con James H. Billington, direttore della Library of Congress di Washington

Benvenuto ebook ma lunga vita al libro


Le pubblicazioni digitali indurranno forse la gente a leggere di più anche se sono molto più deperibili della carta

di Giulia Galeotti

Washington. Ultimo piano del James Madison Building. Un lungo corridoio conduce all'anticamera della Room 608. Dopo una breve attesa, veniamo introdotti nello studio del direttore, una grande stanza circondata da ampie vetrate:  tra il verde, ci si affaccia su un pezzo di storia americana - il Thomas Jefferson Building, la Corte Suprema, il Campidoglio, la spianata del Mall, Lincoln seduto visibile, lontano, sullo sfondo. Con il sorriso e qualche battuta, James H. Billington ci mette subito a nostro agio.

La Library of Congress non è solo una biblioteca, è un'istituzione culturale (premi, borse di studio, concerti, rappresentazioni, conferenze):  quando nacque l'idea di andare oltre i libri?

A parte le mappe (presenti sin dall'inizio), l'idea di includere materiale non cartaceo come fotografie, musica, suoni e film, si ebbe nel 1871 quando si decise di depositare il copyright degli Stati Uniti presso il ramo legislativo (il che di solito non avviene). Fu una svolta cruciale:  qualsiasi cosa sia espressione della creatività intellettuale e culturale giunge qui. Tutto è riassunto nelle tre funzioni che una biblioteca deve svolgere. La prima è quella di acquisire il materiale, qualsiasi materiale che sia espressione di sapere e creatività. La seconda è quella di preservarlo, il che costituisce una parte molto importante di ciò che una biblioteca fa, specie nelle società moderne che sono società del buttar via e che, per la gran parte, si affidano a materiale deperibile (tutto ciò che è stato pubblicato dal 1830 in poi, compresi film e registrazioni, lo è). La terza funzione, infine, è di rendere accessibile il materiale conservato. Alla Biblioteca, inoltre, si tengono lezioni, conferenze, spettacoli, ospitiamo pensatori da tutto il mondo. Abbiamo creato la Kluge Fellowship Competition (tentando di coprire le scienze umane e sociali che, invece, sono escluse dal Nobel), un premio possibile grazie a John Kluge (che, tra l'altro, sponsorizzò la mostra vaticana del 1993 "Rome Reborn:  The Vatican Library & Renaissance Culture", una delle maggiori mostre che abbiamo mai organizzato - la prima internazionale - riscuotendo un successo enorme). Abbiamo ospitato alcuni dei maggiori studiosi del mondo, come l'ex presidente del Brasile e sua moglie (una grandissima antropologa), Havel dalla Repubblica Ceca, il filosofo francese Paul Ricoeur, il grande biografo di sant'Agostino, Peter Brown (forse il maggior medievalista esistente), e ancora ministri e sacerdoti. Recentemente è stato aperto un centro per i membri del Congresso, creando un passaggio sotterraneo grazie al quale essi possono giungere qui direttamente dal Campidoglio, trovando un'atmosfera del tutto diversa, più serena e senza la stampa, in cui poter incontrare menti illustri. È un sogno:  i grandi politici che incontrano i grandi pensatori!

È sorprendente che la Biblioteca del Congresso sia aperta al pubblico.

È vero:  l'idea è quella di un sapere basato sulla democrazia. I nostri tre edifici, le 21 sale di lettura sono aperte a chiunque (basta un documento d'identità per avere la tessera). Il materiale, inoltre, è sempre più disponibile on line, consultabile gratuitamente, come tutti i servizi in loco.

Tra tutto ciò che viene pubblicato nel mondo, come fate a scegliere il materiale da acquisire? Avete vostro personale nei diversi Paesi?

Abbiamo uno staff ampio e specializzato nelle diverse aree, discipline accademiche e zone del mondo:  raccogliamo materiale in 470 lingue! Ovviamente, non riusciamo a coprirle tutte in maniera uniforme, ma abbiamo sei uffici sparsi sul globo (Giacarta, Nuova Delhi, Islamabad, Il Cairo, Nairobi e Rio de Janeiro), in Paesi nei quali l'industria del libro non è molto sviluppata, per cui, non esistendo una lista sistematica di pubblicazioni, è indispensabile essere sul territorio.

La sua biografia è molto interessante:  ha insegnato Storia mondiale e Storia dell'est ad Harvard e Princeton, ha scritto molti libri, continuando a farlo anche dopo la nomina a Librarian of Congress.

Sì, però sono libri brevi! Prima scrivevo libri molto più voluminosi! (Ride)

Come è avvenuto il passaggio dall'università alla Biblioteca del Congresso?

Ho insegnato per 18 anni. Il primo contatto con la Biblioteca avvenne con la mia nomina a membro del board del programma Fulbright, di cui fui nominato presidente all'inizio degli anni Settanta. Poi mi fu chiesto di assumere la direzione di una nuova istituzione, il Woodrow Wilson International Center for Scholars (di cui mi occupai per 13 anni), e così lasciai Princeton per trasferirmi qui (ho anche fondato il Wilson Quarterly, una sorta di Digest intellettuale). È stato un passaggio graduale, finché, quando il ruolo divenne disponibile, ebbi la fortuna di essere scelto.

Da chi viene nominato il Librarian of Congress?


Dal presidente (il Senato conferma). È un incarico senza termine prestabilito. Tranne che agli esordi, è sempre stata una nomina non politica. Avendo a che fare con il Congresso, se il direttore fosse espressione di una parte politica, non potrebbe certo rimanere a lavorare negli anni.

Qual è la formula del giuramento, che lei pronunciò il 14 settembre 1987?

Si giura fedeltà alla Costituzione. È esattamente lo stesso giuramento che fa il postino di un paese di duemila abitanti, come chiunque svolga una pubblica funzione. Certo, il mio è stato un po' più formale:  ho giurato nelle mani del presidente della Corte Suprema, con il presidente e lo speaker della Camera che mi hanno dato il benvenuto.

Lei è in carica da quasi 23 anni:  in che modo la Biblioteca è cambiata dal 1987 a oggi?

La nostra, che è la più antica istituzione culturale del Paese, ha sviluppato le sue funzioni negli anni. Se, infatti, non è mutata la missione di fondo (che è, come ho detto, quella di acquisire, preservare e rendere accessibile le collezioni universali del sapere), v'è stato però un enorme cambiamento nel modo in cui la creatività umana viene conservata e resa fruibile. Penso soprattutto alla grande rivoluzione digitale. Prima non c'era la rete, la tecnologia digitale era limitata ai soli cataloghi (quelli on line esistevano già al mio arrivo), ma mancava l'idea di avere materiale in rete. In questo, davvero credo che la Biblioteca abbia avuto un ruolo primario. Pensando sia ai giovani delle scuole che agli specialisti, abbiamo messo gratuitamente on line 16 milioni di file digitali che vanno dalle dimenticate canzoni americane a libri, foto, pamphlets, manoscritti e film. Abbiamo la gran parte delle carte dei presidenti, da George Washington a Coleridge, e se quelli più recenti hanno le loro biblioteche presidenziali separate, ne possediamo comunque le carte principali. Il secondo grande cambiamento è quello legato ai finanziamenti. V'è stato il concorso di fondi privati, prima quasi inesistenti. Poi v'era la necessità di aprirsi ulteriormente al pubblico:  ricevendo un supporto sostanziale dai contribuenti, abbiamo una precisa responsabilità verso il popolo americano e verso il Congresso. In questo senso, l'arrivo della rivoluzione digitale è stata davvero una manna dal cielo! Un altro obiettivo era quello di andare più in profondità, incoraggiando un uso e una consapevolezza più seria di quello che già avevamo. Riceviamo ogni anno due milioni e mezzo di elementi analogici, ventiduemila al giorno da tutto il mondo (ne teniamo la metà):  il punto però non è tanto accumulare numeri, quanto riuscire a conoscere meglio ciò che già c'è.

Tra i suoi 12 predecessori (il primo fu nominato nel 1802), chi ha lasciato maggiormente il segno?

Molti di loro. Innanzitutto Ainsworth Rand Spofford (1864-1897), un giornalista molto giovane (27 anni) proveniente da Cincinnati e nominato da Lincoln. Internazionalizzò la Biblioteca, e assunse il primo afro-americano, Daniel A.P. Murray, che silenziosamente iniziò a raccogliere tutta l'eredità afro-americana; nonostante Lincoln avesse liberato gli schiavi, si ignorava l'esistenza di una specifica cultura afro-americana. Molto importante fu poi Herbert Putman, bibliotecario professionista che dirigeva la Boston Public Library, allora senz'altro una delle Biblioteche più grandi, dopo la nostra. Anche lui rimase in carica a lungo, dal 1889 al 1939, ordinando il sistema di catalogazione della Biblioteca, che fu poi ceduto gratuitamente a tutti. Prima davvero regnava il caos, anche perché il sistema Dewley non era incrementabile all'infinito:  l'ordine espandibile si deve proprio a Putnam. Passando a tempi più recenti, citerei Archibald MacLeish (1939-1944), un uomo di idee, nonché poeta e autore di opere teatrali che promosse la poesia alla Biblioteca. Fu grazie a lui che la Library assunse funzioni che vanno al di là di quelle tradizionalmente intese. Non rimase in carica molto, ma nei cinque anni in cui fu qui fece tantissimo. Fu lui a parlare della interrelazione tra biblioteche e libertà, definendo i bibliotecari come le sentinelle, i guardiani della libertà. La centralità del sapere per menti libere fu un aspetto portante anche nel lavoro del mio predecessore, Daniel J. Boorstin (1975-1987), a cui si deve uno degli aforismi più belli in materia di libri:  puoi ottenere tutte le informazioni che vuoi dal computer, ma solo dai libri sei in grado di disegnare domande inimmaginate e di accettare risposte non volute. È una breve descrizione del processo intellettuale nella sua forma migliore!

Crede che gli ebook impoveriranno la cultura o invece rappresenteranno un'opportunità?

Occorre distinguere due cose. Innanzitutto:  accadrà. Ne sentiremo ancora molto parlare, cresceranno, diverranno sempre più sofisticati, avremo libri tridimensionali con odori, sapori, musica e chissà cosa altro:  non c'è limite a quello che si può chiedere! Del resto, nella misura in cui indurranno la gente a leggere di più, svolgeranno un ruolo sociale costruttivo. Il vero pericolo, però, sta nel vederli come sostituti dei libri tradizionali, perché, come tutto ciò che è digitale, sono estremamente deperibili. È un aspetto che la gente non comprende perché crede che saranno sempre lì, da qualche parte, mentre sono tutt'altro che permanenti. La tecnologia per decodificare questo materiale, cambia in continuazione:  già oggi non puoi più leggere dati digitalizzati l'altro ieri. Vi sono cose dell'antica Cina o della civiltà sumera che rimarranno per sempre:  il papiro dura più della carta moderna! La carta prodotta prima del 1850 è molto più resistente di tutto ciò che è venuto dopo. E il materiale digitale è più precario ancora! Quando digitalizziamo un documento, non stiamo facendo una preservazione, perciò, a eccezione dei giornali - stampati su carta di qualità pessima destinata a deperire rapidamente - teniamo l'originale:  è una politica assicurativa di lungo periodo contro il rischio di distruzione. Trattandosi di un ambito in cui giocano un ruolo centrale l'innovazione e il profitto, non v'è alcun interesse a rendere duraturi questi materiali. Siccome la tecnologia inevitabilmente cambierà, prima o poi tutto questo andrà perso. Ho provato a stare senza libri:  è durata due settimane. Lei ha mai provato a leggere un e-book a letto oppure sulla spiaggia? (Ride). Comunque, il punto non è questo. Il punto è che, specie per gli Usa - la sola civiltà mondiale la cui intera struttura istituzionale è stata creata nell'età della stampa - occorre ricordare che tramite gli ebook non si preserva il materiale. In secondo luogo, v'è un problema di controllo sociale, un problema di accesso. I libri cartacei puoi anche bruciarli, ma essendovi migliaia di copie sparse nel mondo, qualcuno di sicuro sopravviverà, e comunque sono testi accessibili in modo diretto.

È probabile che, a causa della logica commerciale, i libri verranno pubblicati solo on line.

È vero. E non possiamo ignorare il fatto che essi verranno scritti in modo diverso. È già evidente il degrado della lingua dovuto al linguaggio delle chat e delle mail. Tutte le istituzioni culturali del mondo si lamentano della loro lingua corrotta dall'inglese:  ma se loro hanno perso la lingua di Racine, noi abbiamo perso quella di Shakespeare! Questo inglese pieno di errori sta distruggendo, sta degradando l'unità di fondo del pensiero umano, che è stato, dal primo millennio avanti Cristo, la base della civiltà. Non ci sono frasi né capitoli, è solo un fluire di emozioni senza organizzazione. Eppure, per avere un'attività umana basata sul pensiero, deve esserci una struttura nel modo di pensare. Non è solo questione di amare le belle frasi arcaiche:  stiamo andando all'indietro, abbandonando una cultura fondata sul linguaggio. Comunque ciò che cerchiamo di fare è promuovere l'interazione, perché ogni libro, anche un ebook, è mille volte meglio della televisione:  stai ancora leggendo, e leggendo puoi immaginare, mentre se guardi la televisione stai guardando una sequenza altrui di immagini senza dare alcun contributo. La lettura è interrelazione, perché se non leggi, se non pensi la parola, lei rimane solo lettera morta. Per di più la lettura forma il modo in cui comunichiamo. Comunità e comunicazione provengono dalla stessa radice latina. Non si diventa una comunità se non si ha una qualche forma di comunicazione, se non si ha un pensiero consequenziale. Il fluire del pensiero è stato sostituito da uno scorrere di emozioni. È un processo che sta distruggendo la nostra memoria.

Nell'enciclica Caritas in veritate, il Papa scrive:  "Oggi le possibilità di interazione tra le culture sono notevolmente aumentate dando spazio a nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per essere efficace, deve avere come punto di partenza l'intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori. Non va tuttavia trascurato il fatto che l'accresciuta mercificazione degli scambi culturali favorisce oggi un duplice pericolo. Si nota, in primo luogo, un eclettismo culturale assunto spesso acriticamente:  le culture vengono semplicemente accostate e considerate come sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili. (...) In secondo luogo, esiste il pericolo opposto, che è costituito dall'appiattimento culturale e dall'omologazione dei comportamenti e degli stili di vita. In questo modo viene perduto il significato profondo della cultura delle varie Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si misura con le domande fondamentali" (n. 26).

Mi piace moltissimo questo richiamo del Pontefice alle possibilità d'interazione tra le culture, un'interazione che è notevolmente aumentata permettendo la nascita di nuove aperture per il dialogo. È esattamente ciò che stiamo facendo con la World Digital Library, progetto partito dalla volontà di mettere il nostro materiale a disposizione di un pubblico più ampio. Come ho ricordato, abbiamo sedici milioni di file digitali che contengono i documenti originali della storia degli Stati Uniti:  ebbene, dopo che siamo rientrati nell'Unesco (in particolare grazie all'impegno di Laura Bush), abbiamo pensato che se lo avevamo fatto per il nostro Paese, potevamo farlo anche per altri. L'idea di rimpatriare virtualmente le grandi biblioteche europee ed americane deriva dalla consapevolezza che noi abbiamo conservato cose di altri Paesi come loro stessi non hanno fatto. Lavoriamo con altre grandi strutture:  la Biblioteca Nazionale del Brasile, la Biblioteca Nazionale d'Egitto e due Biblioteche Nazionali russe. Così abbiamo messo su una Biblioteca Mondiale Digitale, non sterminata per dimensioni, ma che include tesori culturali senza prezzo. Il progetto, in sette lingue, è stato messo in rete nell'aprile 2009:  a fine anno abbiamo avuto quasi otto milioni di visitatori (e più di cinquantotto milioni di pagine create)! I Paesi che la utilizzano maggiormente sono (in ordine) Spagna, Stati Uniti, Francia, Cina, Brasile, Russia e Messico. Quasi quaranta Stati non hanno gli strumenti e la capacità di digitalizzare:  ne stiamo aiutando alcuni, ma non abbiamo i fondi per provvedere a tutti. Sia chiaro, non vogliamo che diventino come noi:  vogliamo restituire loro la loro storia! Non li bombardiamo di messaggi sui jeans o la Coca-Cola, ma tentiamo di restituire loro la creatività e l'immaginazione che gli appartengono! Attraverso un buon uso di internet, restituisci ai giovani il loro passato, sconfiggendo il mondo artificiale della televisione. Sarebbe fantastico avere anche la Biblioteca Vaticana, con il suo preziosissimo materiale, coinvolta nel progetto:  il suo apporto per il dialogo e la comprensione interculturale sarebbe davvero decisivo. Ovviamente nessuno cede i propri tesori, semplicemente li restituisce in forma virtuale ai Paesi di origine. È importante ricordare che non si tratta di un progetto americano, ma di un programma internazionale, scaricabile gratuitamente, che compie un processo che non porta all'eclettismo e al relativismo culturale che, giustamente, preoccupa il Pontefice. Avendo studiato a lungo la Russia, l'ho imparato direttamente:  ho compreso quella cultura perché provenivo dalla mia. Il punto è che le storie uniscono le persone, mentre le teorie tendono a dividerle. Se sento una teoria su una certa cosa, sono portato a dire:  no, a me questa teoria non si applica. Migliaia di grandi teorie hanno condotto a storie terrorizzanti quando sono state messe in pratica. Il nostro sistema non è un granché a livello teorico, ma è riuscito a tessere le diverse storie di tantissime persone, conducendo in finale a una storia buona. E le storie delle persone possono condurre - il Papa parla di "possibilità esistente" - a una migliore comprensione interculturale, senza portare all'auto-indulgenza relativista, molto presente nel mondo moderno, e che ha a che fare più con l'auto-assoluzione che con la comprensione dell'altro. Del resto, occorre anche essere critici verso la propria cultura! Andando in profondità, troviamo un denominatore comune. Solo penetrando nelle radici, scoveremo una sorta di solidarietà gli uni per gli altri. Credo sia ciò che dice il Papa. Occorre pensare alla grande occasione che dà la possibilità di studiare le altre culture, occorre superare l'egoismo di superficie e staccarsi dai bisogni più immediati, facendo lo sforzo di pensare in termini più profondi e arricchenti. Mi piacciono molto le parole di Benedetto XVI:  il dialogo interculturale è fondamentale. Ed è ciò che stiamo cercando di fare. Anche perché, guardi, le persone adorano ascoltare le storie:  se noi li aiutiamo ad ascoltare la storia altrui, davvero li aiuteremo a comprendere la ricchezza delle culture. Io ho dodici nipoti e le storie che leggo loro, per la gran parte non sono storie americane, sono la storia di Ali Babàe le favole di Grimm e di Andersen!



(©L'Osservatore Romano 8 agosto 2010)
[Index] [Top][Home]