Gestita nel Burkina Faso dalle Figlie di san Camillo

La scuola dei sassi bianchi


di Marta Francesconi

Da trentatré anni suor Bartolomea vive in missione nell'Africa occidentale, in Burkina Faso, e da diciassette si trova nella località di Koupéla. È una delle tante suore Figlie di san Camillo, che in diversi Paesi del continente africano e del mondo si occupano di sanità.
In Burkina Faso - fino al 1984 Repubblica dell'Alto Volta - lavorano dal 1967, quando i padri camilliani di Ouagadougou, la capitale, le inviarono a Koupéla. Sul territorio operano attraverso l'attività di "dispensari", degli ambulatori con diversi reparti:  prevenzione materna e infantile e vaccinazioni, reparto maternità, laboratori di analisi e un reparto nutrizionale in cui vengono seguiti mamme e bambini malnutriti.
Incontriamo a Grottaferrata, presso Roma, suor Bartolomea, da poco rientrata da una missione in Burkina Faso. "A Koupéla - racconta - siamo riusciti ad aprire anche una scuola, intitolata a padre Luigi Tezza, il beato cofondatore della nostra congregazione. L'abbiamo chiamata "Scuola dei Sassi bianchi", perché koupéla significa appunto "sasso bianco":  qui ai bambini alcune maestre insegnano a tenere il gessetto in mano, a scrivere sulla lavagna, a stare seduti composti, a stare insieme giocando e cantando. Inoltre, distribuiamo un pasto giornaliero a questi e molti altri bambini, più di duecento ogni giorno, che ci raggiungono al refettorio del dispensario".

Qual è la principale difficoltà che incontra nel suo lavoro?

"La più grande difficoltà è vedere tanta miseria e non poter sovvenire a tutto. Nonostante gli aiuti che vengono anche da fuori, sembra che non sia mai abbastanza per colmare la miseria e il bisogno di cure e di assistenza di questa gente".

Come giudica i rapporti con le istituzioni?

"Le istituzioni locali ci lasciano piena libertà:  possiamo curare i malati e fare il nostro servizio, loro non ci ostacolano. Ma neanche ci aiutano. Solo qualche ente sociale ci dà qualcosa ogni tanto. Noi lavoriamo nel territorio dell'arcidiocesi di Koupéla e tutte le nostre strutture appartengono alla Chiesa locale, a parte la nostra casa delle Figlie di san Camillo".

E i rapporti con le altre religioni?

"In verità andiamo con tutti molto d'accordo, c'è una grande collaborazione. Quelli che si convertono al cristianesimo provengono o dall'islam o dall'animismo, la religione tradizionale:  perciò quasi tutte le famiglie della nostra zona sono al loro interno in parte cristiane, in parte musulmane o animiste. Così quando è la festa del Natale, fanno tutti festa, cattolici e musulmani insieme. Lo stesso avviene quand'è la festa del Tabaski, festa musulmana. Alla missione facciamo festa tutti insieme, tutti in comunione".

Qual è la realtà dei giovani, bambini e adolescenti, nell'ambito della missione? Come rispondono alle vostre iniziative?

"In realtà quello che facciamo per i bambini, oltre alle cure, è farli stare un po' insieme a scuola:  le maestre - poche, per la folla di bimbi che vengono da noi ogni giorno - li tengono a bada, li fanno giocare e cantare e loro sono felici. È un modo per farli stare insieme e allo stesso tempo toglierli dalle strade. Sono le stesse mamme che vengono da noi e ci pregano di prenderli nelle nostre scuole, ci tengono. La scuola a Koupéla è stata allargata con il permesso dell'arcivescovo grazie anche all'aiuto di alcuni benefattori e famiglie locali che volevano che i propri figli studiassero un po'. Così abbiamo costruito questa scuola dei "Sassi bianchi":  i bambini che la frequentano sono oltre un centinaio, ma entrano a malapena, e altri ancora vogliono venire. Per quanto riguarda gli adolescenti, invece, nei centri di Juvenat e Ouaga, dove sono stata per quindici anni prima di arrivare a Koupéla seguiamo delle ragazze nei loro studi e, per quelle che lo desiderano, anche nella loro vocazione. Dopo le scuole elementari, per queste ragazze che vorrebbero entrare tra le Figlie di san Camillo o nella congregazione delle suore del Sacro Cuore c'è un periodo di formazione nelle parrocchie. Seguiamo queste ragazze negli studi fino al brevet - titolo di studio francese che si consegue a 15 anni:  dopo il brevetto, vengono a Koupéla per vivere un anno di spiritualità, un anno in cui non vanno a scuola, ma meditano e coltivano loro vocazione, aiutandoci nei dispensari. Dopo quest'anno di spiritualità quelle che lo desiderano ritornano agli studi, per tre anni fino alla maturità e dopo il diploma scelgono l'università o Gesù Cristo".

Il programma del fondatore dell'ordine degli infermi, san Camillo De Lellis era "abbiate cura dei poveri come suole un'amorevole madre curare il suo unico figlio infermo". Dove e quando ha sentito la vocazione a entrare nella congregazione delle Figlie di san Camillo?

"Sono nata in una terra per molti versi simile all'Africa, la Sardegna. Quando sono arrivata in Africa ripetevo sempre alla gente che io la loro vita l'avevo già fatta durante la guerra, quando da Alghero ci hanno sfollato a Monteleone, in montagna; e allora, da ragazzina, dovevo andare a prendere l'acqua portandola nei vasi sulla testa, come fanno le donne africane, portavo il grano al mulino. Per quanto riguarda la vocazione, all'epoca si pensava che per fare la suora ci volesse una gran dote, tanti soldi, e pensavo che per me sarebbe stato impossibile ... poi alla fine, ho scoperto che non era così impossibile! Avevo una zia suora figlia della carità e attraverso di lei e la sua congregazione ho cominciato a sperimentare una vocazione:  ho fatto un anno di aspirantato presso le Figlie della Carità, aiutandole negli ospedali, e poi ho scoperto che c'erano le Figlie di san Camillo, grazie a un sacerdote di Cagliari che me ne ha parlato. Ciò che a me veramente stava a cuore era accudire i malati. Ascoltarli, curarli, fasciarli era per me qualcosa di grande. E quando ho sentito che le Figlie di san Camillo si occupavano proprio della cura e dell'assistenza sanitaria ai malati mi sono detta:  "Va bene, è questo che fa per me!". La madre superiora mi invitò subito agli esercizi del settembre successivo e così mi sono imbarcata e sono partita per Roma. Quando sono arrivata in comunità - avevo 20 anni - è stata una grande gioia, era come se fossi sempre stata lì con le altre sorelle e con le persone che accudivamo. Ho preso i voti due anni dopo:  la gente mi diceva:  "Aspetta ancora un po', sei giovane!". Ma io non avevo nulla da offrire al Signore, nessuna dote, nessuna ricchezza, avevo solo la mia giovinezza e gliel'ho donata".

C'è qualche episodio in particolare che ricorda e conserva nel cuore della sua vita in missione o in comunità?

"Fra i tanti episodi ricordo quando sono arrivata per la prima volta in Africa:  guardandomi attorno mi sono chiesta "Ma dove sono le case?". Questo era trentatré anni fa, ora è cambiato parecchio, ma prima non c'erano strade, né case in muratura, solo capanne. Entrando nella chiesa del paese più vicino, mi sono stupita di vedere un tabernacolo così spoglio, misero. Sono rimasta a pregare e a guardarlo per un po', poi mi sono sentita una voce interiore che diceva "Io sono qui da prima di te!". Da quel momento qualsiasi problema mi si presenti, mi rivolgo sempre a Lui dicendo "Va bene, tu sei qui da prima di me, si risolverà tutto". E poi ricordo lo spettacolo dei battesimi nella notte di Pasqua e delle file di bambini vestiti di bianco pronti a ricevere Cristo nella prima comunione che all'assenso del vescovo gridano all'unisono "Baaarka" che vuol dire "grazie", in morè, il dialetto locale - la lingua ufficiale è il francese. Quest'anno fra comunione e cresima, abbiamo avuto più di 1.400 bambini. Tutti gli anni, poi, si presenta qualche cosa di nuovo in missione. Tre o quattro anni fa, per esempio, sono tornata in reparto dopo qualche giorno di vacanza e mi hanno subito detto che c'era lì un bambino di sette anni molto grave, da mandare subito all'ospedale più vicino. L'ho trovato lì, con il volto coperto da uno straccio sporco a dir poco, con le mosche che gli ronzavano attorno al viso; era tutto sfigurato in volto dal "noma", un morbo dovuto alla malnutrizione. Prendendo in braccio Madì - si chiamava così - l'ho portato dentro in sala medicazioni e ho capito che non dovevamo mandarlo in ospedale, perché non avrebbero potuto curarlo:  giù in Africa l'ospedale ha bisogno di tutto, se vuoi essere curato devi portare tutto, tutta l'attrezzatura, i medicinali. Così l'abbiamo tenuto in cura al dispensario per più di tre mesi:  eravamo tutti intorno a lui. Cresceva e diventava un bel bambino vivace, veramente straordinario. A sette anni sembrava un ometto, perché la sofferenza l'aveva fatto crescere. Intanto, sentivo sempre più il desiderio che Madì fosse battezzato, ma la mattina in cui decisi di parlarne al padre, lui stesso venne da me, mentre medicavo il bambino e mi chiese:  "Perché non lo battezzi?". Mi venne la pelle d'oca. Vestito come un principino, lo portammo nella cappella più vicina:  io avevo proposto per il battesimo il nome Camillo, ma i parenti l'hanno voluto battezzare col nome Emmanuele".

Cosa si sente di dire a chi, consacrato o laico, decide di vivere una vita missionaria al servizio dell'altro in Africa?

"Tutti gli aiuti che arrivano in Africa sono tante gocce che, anche se piccole, piano piano aiutano a colmare un oceano. Tanta gente che viene al dispensario non ha nulla, tanti bambini non hanno neanche i genitori e vengono da noi al dispensario dicendoci:  "La mamma è morta". C'è bisogno veramente di tutto e tutti possono portare un loro aiuto".



(©L'Osservatore Romano 13 agosto 2010)
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