Il Patriarca di Antiochia dei greco-melkiti

I vescovi del Medio Oriente
siano testimoni di coraggio e di ottimismo


di Mario Ponzi

"Non bisogna perdere di vista il fatto che noi siamo la Chiesa dei martiri e della risurrezione. Tutti gli apostoli sono stati martiri. Gesù ce lo ripete con insistenza:  "Non abbiate paura". Dobbiamo dare al nostro popolo coraggio e ottimismo. A creare questo clima potrà contribuire in modo decisivo il sinodo del prossimo ottobre". Non ha dubbi Sua Beatitudine Gregorios iii Laham, Patriarca di Antiochia dei greco-melkiti, nel fotografare la situazione delle Chiese particolari del Medio Oriente:  sono comunità che devono confrontarsi con gli stessi ostacoli posti ai primi evangelizzatori, martirio compreso. "La testimonianza più recente - dice nell'intervista rilasciata al nostro giornale - è il tragico assassinio di monsignor Padovese", il vicario apostolico di Anatolia ucciso il 3 giugno scorso. Per questo chiama a raccolta tutti i fedeli cattolici e tutti i vescovi e ripete che solo l'unità potrà dare a queste comunità la forza per continuare a dare la loro necessaria testimonianza. E confida nella prossima riunione sinodale come "vera occasione di rilancio per il nostro cammino comune". Già da tempo ha cominciato a preparare la Chiesa affidata alla sua cura pastorale a cogliere questa che ritiene una grande opportunità.

Come si prepara la comunità greco-melkita di Antiochia a celebrare l'evento sinodale?

Ho ricevuto l'Instrumentum laboris dalle mani del Papa al termine della messa da lui celebrata a Nicosia il 6 giugno scorso. Appena rientrato l'ho inviato subito a tutti i membri del nostro Santo Sinodo con una lettera per invitarli a leggere il documento con molta attenzione. Successivamente, durante la riunione annuale del nostro Santo Sinodo, al quale hanno partecipato trenta membri della gerarchia, dal 21 al 26 giugno scorso, abbiamo approfondito insieme l'Istrumentum laboris. Già dal giorno successivo alla conclusione della nostra riunione, ogni membro del Santo Sinodo ha iniziato a preparare il proprio intervento per l'assemblea speciale che si terrà a ottobre prossimo. Anch'io sto preparando diversi testi e sto organizzando una riunione di vescovi, sacerdoti e laici per coordinare i media che seguiranno l'evento, nella fase di preparazione e durante il suo svolgimento. C'è una grande attenzione.

Quali sono, secondo lei, le sfide più urgenti da affrontare in Medio Oriente?

Le sfide sono quelle opportunamente indicate nell'Istrumentum laboris, soprattutto l'emigrazione, la continuità della presenza cristiana, la pacifica convivenza con l'islam. Dobbiamo cercare di affrontare tutto ciò insieme, cristiani e musulmani, per preservare e difendere i valori comuni a tutti i credenti. Ma la cosa più urgente è la soluzione del conflitto israelo-palestinese, che è la causa principale dei problemi, delle crisi e dei pericoli che minacciano la presenza cristiana in Medio Oriente.

Lei ritiene che dalla riunione sinodale possano venire indicazioni nuove per affrontare queste sfide?

I temi fondamentali proposti per l'assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente non costituiscono una novità per le nostre Chiese. Del resto a formulare le tematiche da sviluppare sono stati soprattutto i responsabili delle Chiese in Medio Oriente. Si tratta di argomenti dunque che sono stati affrontati nelle lettere del Consiglio dei patriarchi cattolici d'Oriente dagli anni Novanta dello scorso secolo. Sono stati esaminati anche nel primo congresso dei patriarchi e dei vescovi cattolici del Vicino Oriente, i cui 260 membri si sono riuniti in Libano nel maggio 1999. I temi di questa assemblea speciale sono perciò oggetto della nostra costante sollecitudine pastorale. Tuttavia ritengo che questa assemblea possa essere l'occasione per un nuovo esame di coscienza, per un nuovo approfondimento di temi a noi molto familiari, e anche uno strumento per far sì che i nostri fedeli prendano coscienza della loro missione e del loro ruolo nel mondo arabo a maggioranza musulmana, e per esortarli anche a non emigrare. Di fatto abbiamo bisogno di rafforzare considerevolmente la collaborazione fra i cattolici, e poi con tutti i cristiani, soprattutto sul piano della pastorale dei giovani, della famiglia e delle vocazioni. Abbiamo bisogno di celebrare la Pasqua tutti insieme, come si fa già in Egitto (dal 1967, per iniziativa della Chiesa greco-melchita cattolica), in Giordania, nel nord della Cisgiordania, nei Territori palestinesi e in alcuni villaggi in Galilea, Siria e Libano. Personalmente mi sto impegnando molto in tal senso, soprattutto in vista della celebrazione della Pasqua secondo il calendario giuliano in Siria e poi in Libano.

Come è stata interpretata la visita del Papa a Cipro?

Nei nostri Paesi i fedeli greco-melkiti cattolici si sono rallegrati molto per la visita di Benedetto XVI a Cipro. Ora però si aspettano che si rechi anche in Libano.

Cosa l'ha colpita di più dell'esperienza vissuta in quell'occasione accanto al Pontefice?

Mi ha fatto soprattutto piacere vedere che il Papa era felice, vicino ai fedeli, impressionato dal loro entusiasmo e dalla pietà popolare maronita. Era anche contento dell'accoglienza degli ortodossi, soprattutto di Sua Beatitudine l'arcivescovo di Cipro, così disponibile, nonostante l'opposizione di alcuni membri della gerarchia della sua Chiesa alla visita papale. È stata per me una bella esperienza anche se macchiata dalla tragedia dell'omicidio del vescovo Luigi Padovese. Sarebbe dovuto essere con noi a Cipro, poiché era membro del Consiglio pre-sinodale incaricato della preparazione dell'assemblea speciale in quanto rappresentante della Conferenza episcopale di Turchia, di cui era il presidente. Siamo stati tutti colpiti e sconvolti da questa tragedia. L'assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente dovrà operare molto per far sì che certe cose non si ripetano più. Per questo io dico che i pastori devono essere apostoli di ottimismo.



(©L'Osservatore Romano 14 agosto 2010)
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