Intervista a Patrizio Polisca

Lei diventerà medico del Papa


di Mario Ponzi

"Ma io, che non ho per bene l'abbracciar nebbia, non ho voluto narrar niuna di queste e di somiglianti novelle, ed indovinazioni, e sonomi anzi studiato di dir sempre cose o vere, o sommamente probabili, producendo per tutto Uomini, che sicuramente furono nella dignità, della qual ragiono". Così il celebre archivista vaticano Gaetano Marini rivendicava la novità della sua opera Degli archiatri Pontificj, pubblicata a Roma nel 1784, rispetto al precedente Thèatron in quo maximorum Christiani orbis pontificum archiatros Prosper Mandosius nobilis Romanus ordinis Sancti Stephani eques spectandos exhibet stampato, sempre a Roma, nel 1696.Il termine "archiatra" è all'origine piuttosto generico - così notava anche monsignor Marini, scrivendo che in età tardoantica "la voce Archiater fu adoperata" per "tutti i Professori di Medicina in Roma ed in Costantinopoli, le due gran Capitali dell'Universo" - ma progressivamente è venuto a indicare il medico del Papa, da tempo non più in modo ufficiale benché l'uso non sia del tutto abbandonato. Dal 15 giugno 2009, succedendo a Renato Buzzonetti nominato quel giorno "archiatra emerito", ricopre l'incarico Patrizio Polisca, che il 5 luglio scorso è divenuto anche direttore dei Servizi di Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano. In questo colloquio con chi scrive e con il direttore del nostro giornale l'archiatra, riservato e cordiale al tempo stesso, si racconta. Ed è una storia tanto semplice quanto provvidenzialmente tracciata. Che emerge dalle sue stesse parole, evitando quel rischio di "abbracciar nebbia" paventato più di due secoli fa da monsignor Marini.

Quando pensò di diventare medico?

La mia vita è segnata da tante scelte che possono sembrare, a me per primo, illogiche, cioè senza un'apparente ragionevolezza. Sono nato a Petriano nel 1953, un paese in provincia di Pesaro, da una famiglia modesta e senza molti mezzi economici. A diciott'anni, fresco di liceo, cominciai a guardarmi intorno. La realtà dove ero cresciuto avrebbe dovuto inclinarmi verso scelte più alla portata della mia famiglia. Invece sentii nascere in me una forte spinta a diventare medico, appassionandomi l'idea di chi può fare e fa qualcosa per gli altri. I miei genitori, nonostante tutte le loro perplessità e preoccupazioni, mi sostennero, e insieme cogliemmo l'occasione di un concorso a Roma. Lo vinsi e il Pio Sodalizio dei Piceni mi assegnò una borsa di studio, da utilizzare in un collegio a mia discrezione. Scelsi allora la Residenza universitaria internazionale dell'Opus Dei a Roma. Era l'anno accademico 1972-1973. Vi rimasi sei anni. Non appartengo alla prelatura, ma devo dire di avere ricevuto in quell'ambiente un avvio di formazione significativo, che ha lasciato in me un segno molto importante. Appena laureato sono tornato nelle Marche, perché avrei voluto svolgere lì la mia attività professionale. Ma non c'erano possibilità. A darmi un po' di respiro giunse il servizio militare. Che svolsi come sottotenente medico negli alpini per quindici mesi. Poi decisi di tornare a Roma.

In che modo?

Seguendo un'altra delle mie scelte in apparenza illogiche. Medico alle prime armi, senza appartenere ad alcuna scuola accademica, avrei dovuto tornarmene a casa, per occuparmi dei pazienti che il servizio sanitario nazionale mi avrebbe assegnato, sposarmi e vivere tranquillamente. Invece - e davvero non so perché - decisi di tentare la via dell'università. Scelta illogica perché, soprattutto in quegli anni, era impensabile la carriera universitaria senza avere qualcuno alle spalle. Mi specializzai in malattie infettive, poi in cardiologia, quindi in anestesia e rianimazione. E decisi di metter su famiglia:  mia moglie e io abbiamo tre figli.

Come si mantenne?

Ho lavorato in alcune cliniche romane, e soprattutto in una gestita da una congregazione di religiose. Anzi a queste suore è legato un episodio che ha poi finito per incidere veramente nella mia vita. La superiora - una spagnola, madre Caridad - continuava a ripetermi che avrei dovuto andare a lavorare in Vaticano. E quando obiettavo che, non essendoci un ospedale, il luogo non rientrava nella mia logica professionale, lei mi rispondeva tranquillamente:  "No, lei deve andare perché diventerà medico del Papa". E non me lo disse una volta sola; continuava a ripetermelo con un'insistenza impressionante. Era, se ricordo bene, il 1986 quando il medico di Giovanni Paolo II, il dottor Renato Buzzonetti - che era anche direttore dei Servizi di sanità del Vaticano e al quale resto legato da profonda gratitudine e amicizia - mi chiamò per un colloquio. Ricordo l'emozione di quando varcai la soglia dello Stato:  provai una sensazione stranissima, ma non capivo cosa fosse. E non lo compresi neppure quando avvertii di nuovo quella sensazione nell'ascoltare la sua proposta:  fare qualche guardia medica a Castel Gandolfo nel periodo estivo. Lo capii invece poco più tardi, quando, proprio a Castello incontrai quasi per caso Papa Wojtyla. Era l'estate del 1987. Giovanni Paolo II aveva appena celebrato la messa e lo vidi nel cortile del palazzo. Il suo segretario particolare, don Stanislao, mi presentò dicendo:  "È il medico di guardia oggi". Ricordo che il Pontefice mi guardò un po' sorpreso e disse:  "Così giovane?". In quel momento mi resi conto di quanto mi stava capitando. Mi trovavo davanti al Papa. Ed ero lì per lui, se mai avesse avuto bisogno di un medico. Forse ero davvero troppo giovane per una responsabilità così grande. Ma il volto di Karol Wojtyla, che sorrise subito dopo quelle parole, mi sollevò. E fu proprio allora che mi tornarono in mente le parole di madre Caridad:  una sensazione indimenticabile, che ancora oggi mi fa venire i brividi. Non ci pensai più di tanto, però. Le sentii piuttosto come un'occasione di crescita professionale, maturata in un senso a me più congeniale, o almeno più vicino alla mia sensibilità cristiana:  la mia vita professionale ha sempre ruotato intorno al lavoro interpretato in senso cristiano. Ho cercato persino di approfondire un po' di teologia, sostenendo anche un paio di esami, ma poi non ho avuto più il tempo per proseguire.

Quanto tempo è durato questo servizio estivo a Castel Gandolfo?

Sino al 1994, quando Buzzonetti mi propose di divenire ufficiale sanitario, inserito nel corpo medico del Vaticano. Ero naturalmente molto contento, ma non immaginavo quello che mi sarebbe toccato in sorte. Non che mi ponessi il problema:  non avevo mire specifiche di carriera, e quanto mi capitava sembrava seguire un disegno preciso. Certamente non il mio, anche se era bellissimo e mi riempiva di gioia e di nuovo entusiasmo. Lo stesso accadde quando verso la fine del 1997, mentre si preparava nel riserbo il viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba, il suo medico mi chiamò, legandomi al segreto, e mi chiese di accompagnarlo per aiutarlo durante il viaggio, in programma nel gennaio dell'anno successivo. Naturalmente accettai con entusiasmo ma - devo confessarlo - con altrettanto timore. Di quel primo viaggio invece oggi ricordo con piacere ogni momento, quasi ogni volto incrociato, gli occhi rossi e penetranti di Fidel Castro, lo sguardo deciso e sereno di Giovanni Paolo II e il magnetismo da lui esercitato sulle folle, che mi impressionò tantissimo. Più tardi, vivendo le stesse emozioni con il suo successore, ho capito che erano proprio queste esperienze accanto al Papa a catturarmi.

Vi furono altri viaggi con Giovanni Paolo II?

Sì, Buzzonetti mi chiamò altre volte, soprattutto quando c'erano viaggi lunghi da affrontare; per quelli più brevi il medico del Pontefice andava da solo. Dal 2003 cominciai a seguire anch'io tutti i viaggi papali. Conservo tantissimi ricordi, ma indimenticabile resta per me la messa celebrata nel Cenacolo, durante il viaggio del 2000 in Terra Santa.

Le è mai capitato di dovere intervenire durante uno dei viaggi con Papa Wojtyla?

A Bratislava il Pontefice ebbe un piccolo ma dolorosissimo incidente rientrando in nunziatura. Il dolore che dovette provare fu talmente acuto da innescare una crisi respiratoria. Fui assalito dal terrore, una sensazione mai vissuta prima. Ma la questione si risolse bene in una manciata di minuti.

Lei ha assistito Giovanni Paolo II anche negli ultimi istanti della sua vita?

Sono rimasto accanto a lui dal giovedì pomeriggio sino al mattino di sabato. Poi gli ho baciato la fronte e sono andato via. Non credo che mi abbia riconosciuto. Non ero con lui quando è spirato.

Come è cambiata la sua vita professionale in Vaticano?

Come sempre, ha guidato le cose la Provvidenza. Buzzonetti mi chiese di assicurare, con due infermieri, l'assistenza ai cardinali in conclave. Un'esperienza personale molto importante per la mia vita. Soprattutto quella interiore:  compresi il senso del mio appartenere alla Chiesa di Cristo; presi coscienza di cosa significasse servire il Papa e, attraverso lui, la Chiesa.  Poi  arrivò  l'elezione  del  cardinale Joseph Ratzinger.

Cosa ricorda?

Conoscevo il cardinale decano da qualche tempo, e Buzzonetti e io fummo i primi laici a essere salutati dal nuovo Papa, prima lui e poi io. E qui ebbi una gran sorpresa, perché salutandomi riandò al nostro primo incontro. Era avvenuto circa quindici anni prima, intorno al 1990, ma il Pontefice ricordava perfettamente che in quell'occasione avevamo parlato di san Bonaventura. Rimasi stupefatto, incapace di una qualsiasi reazione. Rimasi talmente sorpreso da non riuscire a dire nulla; forse abbozzai uno di quegli strani sorrisi che si accennano quando non sai cosa dire.

Nominando il dottor Buzzonetti archiatra emerito, Benedetto XVI ha scelto lei come suo medico:  in quel momento ha pensato alla suora spagnola e a quello che le ripeteva?

Passata la prima emozione, confesso di averci pensato. Ora madre Caridad è piuttosto anziana e vive in un convento a Barcellona. Vorrei andare a trovarla, ma ormai la mia vita è cambiata e il poco tempo che rimane lo dedico alla mia famiglia.

Cosa fa il medico del Papa durante la giornata?

Proprio per la grande responsabilità affidatagli, ha il dovere di tenersi costantemente aggiornato per non perdere la professionalità acquisita. Ecco perché sono rimasto al Policlinico universitario di Tor Vergata, dove sono impegnato in un reparto di cardiochirurgia, e dunque alle prese con quadri clinici molto complessi. C'è poi la necessità di continuare a studiare, ed è quello che mi occupa principalmente il sabato e la domenica.

E  qual  è  il  rapporto  tra  il  Pontefice  e  il  suo medico?

Le racconto un episodio. Un giorno incrociai un docente universitario mio collega. Con fare grave ed emozionato mi chiese:  "Ma tu il Papa lo visiti?". In quel momento sentii correre un brivido lungo la schiena. Dovevo rispondere a quella domanda, ma mi rendevo conto di essere più sorpreso di lui. E devo anche avere assunto un'espressione piuttosto sbalordita, perché anche il mio collega mi guardò e non insistette. Ora, a mente fredda, tornando alla domanda, posso dire che non riesco a pensare alla mia vita senza la responsabilità nei confronti del Papa e della Chiesa. Ma la vivo come una gioia, che condivido con la mia famiglia. Del resto è un sogno che si avvera:  esercitare la professione medica, e avere la possibilità di farlo in una dimensione che è la mia da sempre:  quella cristiana, al massimo della sua espressione terrena.

Lei presiede anche la commissione medica chiamata a giudicare le guarigioni miracolose all'esame della Congregazione per le Cause dei Santi.

È un'altra meravigliosa esperienza che mi è dato di vivere da quando mi chiamò in congregazione il cardinale Palazzini. Della commissione fanno parte illustri colleghi. Ed essere entrato in questa équipe è un onore per me. Siamo chiamati a dare il nostro parere sulle guarigioni miracolose, quelle cioè che non sono spiegabili con la scienza e sono attribuibili all'intercessione dei santi.

Ricorda un caso particolare?

Mi ha molto impressionato la guarigione istantanea, contemporanea e duratura di due bambini delle Ande peruviane attribuita all'intercessione del vescovo Giuseppe Marello, beatificato nel 1993 e canonizzato nel 2001:  avevano una forma di polmonite gravissima e certamente letale; guarirono all'istante, contemporaneamente e senza alcuna terapia.

Ma quando si affrontano casi lontanissimi nel tempo come si riesce ad accertare le caratteristiche cui faceva cenno?

I medici di un tempo non solo erano bravi, ma anche molto scrupolosi e annotavano minuziosamente tutto. E sulla base dei documenti, soprattutto quelli clinici, e dei convincimenti di quei medici, riusciamo a giungere il più delle volte a conclusione. Attualmente il caso più lontano risale agli ultimi decenni dell'Ottocento.

E per il nuovo incarico di Direttore del Servizio di Sanità ed Igiene del Vaticano?

È di grande responsabilità:  si tratta di assicurare assistenza e cura a tante persone che vivono, lavorano o passano in Vaticano. Proseguirò su una strada ben tracciata, ma mi riservo un po' di tempo per approfondire meglio la conoscenza del sistema e delle persone che lo fanno funzionare. Conosco tutti, e ora si tratta di coordinare e compiere insieme una missione importante. Cercheremo di farlo sempre meglio.



(©L'Osservatore Romano 21 agosto 2010)
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