A colloquio con padre Gioele Schiavella

Il carisma di Agostino in Vaticano


di Nicola Gori

Nel loro saio nero, con il lungo cappuccio e la cintura di cuoio in vita che quasi tocca terra, i religiosi agostiniani percorrono ogni giorno le strade del Vaticano con una familiarità radicata in quasi otto secoli di storia. Tanti ne sono passati da quando nel 1352 vennero chiamati da Clemente vi a prestare servizio nella sagrestia pontificia. La loro presenza nella parrocchia di Sant'Anna è invece relativamente più recente. Risale al 1929. Pio XI, infatti, affidò loro la cura pastorale della comunità vaticana. Da quell'anno cinque parroci si sono succeduti alla guida della parrocchia:  padre Agostino Ruelli (1929-1931), a cui seguì padre Nicola Fattorini (1931-1961), quindi padre Davide Falcioni (1961-1991). Penultimo in ordine di tempo è stato padre Gioele Schiavella, entrato tra gli agostiniani nel 1933, ordinato sacerdote nel 1940, per trent'anni docente di teologia morale all'Agostinianum e al Marianum e già vicario generale dell'ordine. È stato parroco dal 1991 al 2006, anno in cui gli è succeduto padre Bruno Silvestrini. In occasione della memoria liturgica di sant'Agostino, padre Schiavella ripercorre la storia della presenza dell'ordine in Vaticano e rilancia l'attualità del messaggio del vescovo di Ippona.

Da quando gli agostiniani sono presenti nella parrocchia di Sant'Anna in Vaticano?

La loro presenza risale al 30 maggio 1929, quando Pio xi, con la Costituzione apostolica Ex Lateranensi pacto, istituì la pontificia parrocchia e l'affidò alle loro cure pastorali. Il 7 giugno successivo venne nominato il primo parroco, padre Ruelli. Il servizio pastorale iniziò il 18 agosto, in quella che fino ad allora era la chiesa appartenente alla confraternita dei Palafrenieri. Dato che a quel tempo gli agostiniani officiavano anche la parrocchia di San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo, Pio XI decise di affidare quest'ultima ai salesiani. Sempre per volere di Papa Ratti, il sacrista pontificio - che fino al 1929 era anche parroco dei Sacri Palazzi - venne nominato vicario generale del Papa per la Città del Vaticano "con le necessarie facoltà, anche per il tempo della Sede vacante", come recitava la Ex Lateranensi pacto.

Che compiti svolgeva il sacrista pontificio?

Per comprendere l'importanza del suo ruolo occorre risalire al 1352, quando Clemente VI ne determinò le funzioni, decidendo di sceglierlo tra gli agostiniani. Egli era custode del sacrario, bibliotecario e confessore del Papa. L'incarico di bibliotecario, durante il pontificato di Sisto IV, venne affidato a una persona distinta dal sacrista. Alessandro VI, con una bolla del 15 ottobre 1497, confermò che l'ufficio di sacrista in perpetuo dovesse essere assegnato a un agostiniano. Molti furono i sacristi che si distinsero per santità e dottrina, tra i quali Angelo Rocca, che sotto il pontificato di Paolo V istituì la prima biblioteca pubblica di Roma, l'Angelica, con sede nel convento di Sant'Agostino.

Fino a quando fu in vigore questa carica?

Il sacrista pontificio mantenne questi incarichi fino al 1968, quando Paolo VI abolì il titolo di prefetto del sacrario apostolico e lo cambiò in vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano. Il sacrista pontificio conservò questo incarico fino al 1991. L'ultimo agostiniano a ricoprirlo fu il vescovo Pietro Canisio van Lierde. Nel 1991, infatti, Giovanni Paolo II decise di affidare la cura pastorale della Città del Vaticano, in qualità di vicario generale, al cardinale arciprete pro tempore della basilica Vaticana. Papa Wojtyla confermò che gli agostiniani rimanessero presenti in Vaticano nella parrocchia di Sant'Anna e nella sagrestia pontificia, con il compito anche di custodi del sacrario.

In che modo vivete oggi il carisma di sant'Agostino nella vita comunitaria e nel servizio pastorale in Vaticano?

L'amore per Agostino è al centro della vita cristiana, come è stato al centro della vita di Cristo, ed è l'essenza del suo messaggio. Non c'è nulla di più importante dell'amore nella vita di una persona, nulla di più gradito che si possa ricevere. Inoltre l'amore è alla base della scelta esistenziale. Per questi motivi, l'idea madre della spiritualità agostiniana è la costruzione della comunità. D'altra parte, la realizzazione di rapporti amichevoli è l'aspirazione di ogni comunità, sia familiare che civile. La peculiarità della comunità religiosa è determinata dal fatto che le persone che la compongono hanno scelto volontariamente di vivere insieme in Deum, nel cammino verso Dio, come sottolinea il primo capitolo della Regola scritta da Agostino:  "Vivete unanimi e concordi e onorate in voi stessi Dio di cui siete fatti tempio".

Che cosa significa in termini pratici?

Quando si dice onorate Dio, viene spontaneo il pensiero a una cerimonia liturgica o alla preghiera personale. Per Agostino significa invece amare il fratello nella vita in comune, e il motivo è chiaro:  l'amore è l'essenza di ogni culto a Dio e l'amore al prossimo dimostra concretamente se amiamo veramente Dio. L'umiltà è la condizione indispensabile per la costruzione della comunità, poiché solo l'umiltà consente di aprirsi agli altri. L'orgoglio, secondo il testo della Regola, è dannoso per due motivi:  perché è un vizio in sé e si insidia nelle opere buone per farle perire.

Nella catechesi dell'udienza generale di mercoledì scorso Benedetto XVI, citando il vescovo di Ippona, ha invitato i cristiani a ricercare la verità e a non temerla. Che cosa ci insegna in proposito sant'Agostino?

Per Agostino la ricerca della verità fu essenziale. Come cercarla? Sotto la guida dell'autorità o sotto la guida della scienza? Questi gli interrogativi che si pose. La scienza gli apparve la via più idonea. "Volevo raggiungere - confidava - la stessa certezza con cui ero certo che 3 più 7 fanno 10. Volevo comprendere allo stesso modo anche le altre verità, sia le corporee non sottoposte ai miei sensi, che le spirituali". La ricerca della verità sostanzialmente era la conoscenza di Dio e di se stesso:  "Che vuoi conoscere?" s'interroga nei Soliloqui, e risponde:  "Desidero avere la scienza di Dio e dell'anima. E nulla più? Proprio nulla". Il problema del dilemma tra autorità e fede lo risolse convincendosi che per conoscere la verità occorrevano la fede e la scienza. La conversione esigeva anche un cambiamento di vita, mediante il rifiuto e il rigetto delle vecchie abitudini. Determinante per la ricerca di Dio e di sé fu la purificazione del cuore con il passaggio dall'amore delle cose vane che rendono vano l'uomo all'amore per i beni eterni. Per molti anni, forse per tutta la vita, rimase nel cuore di Agostino un grande rammarico:  il rimpianto degli anni trascorsi lontano da Dio, che egli ricorda nelle Confessioni con espressioni inimitabili:  "Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova...".

Qual è l'attualità del messaggio del dottore della Chiesa?

Benedetto XVI ha riconosciuto che Agostino ha lasciato un'impronta profondissima nella vita culturale dell'Occidente e di tutto il mondo. Si potrebbe affermare che tutte le strade della cultura latina portano a Ippona, dove egli era vescovo. Di rado una civiltà ha trovato uno spirito così grande che sapesse accoglierne i valori ed esaltarne l'intrinseca ricchezza. Paolo vi giunse ad affermare che tutto il pensiero dell'antichità confluisce nella sua opera e da essa derivano correnti di pensiero che pervadono la tradizione culturale dei secoli successivi. Nessuno come Agostino - scriveva tra l'altro Paolo vi - ha tracciato l'itinerario che dagli infimi livelli della vita giunge alla rinascita nell'innocenza cristiana; nessuno prima di lui ha descritto la storia dell'io in termini più sinceri, più drammatici.



(©L'Osservatore Romano 28 agosto 2010)
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