A colloquio con il vescovo Czeslaw Stanula, presidente della Conferenza episcopale regionale Nordeste 3 del Brasile

Un crocevia di razze e culture diverse


di Nicola Gori

Una sintesi di tre razze e culture diverse in continuo dialogo e reciproco arricchimento. È l'anima della gente del Brasile e in particolare di quella che vive nella regione del Nordest. Ogni etnia si è portata la sua ricchezza, le sue tradizioni, i suoi costumi. Per questo troviamo abitudini europee, caratteri africani e radici indigene. L'integrazione ha favorito la crescita del Paese, ma ha prodotto anche questioni non facili da risolvere. L'innata religiosità del popolo può facilitare l'incontro con il Vangelo, ma anche l'attecchire di sette. Si apre così un vasto campo di apostolato per la Chiesa, che deve portare l'annuncio anche in mezzo alle situazioni sociali più difficili, a cominciare dai poveri, dagli emarginati delle favelas, agli sfruttati. Ne abbiamo parlato, in questa intervista al nostro giornale, con monsignor Czeslaw Stanula, vescovo di Itabuna e presidente della Conferenza episcopale regionale Nordeste 3 del Brasile, in occasione della visita ad limina Apostolorum.

Tra le sfide principali della Chiesa della regione Nordeste 3 del Brasile, la più problematica sembra essere quella relativa all'integrazione tra la parte di popolazione di origine africana e la popolazione indigena. Dal punto di vista pastorale cosa comporta questo stato di cose?

Il Brasile è composto da una varietà di razze che hanno influito sulla formazione della personalità dei suoi abitanti. Le razze principali originarie sono tre:  l'indigena, l'africana e la portoghese. Nonostante le differenze etniche, le tre culture si sono unite a tal punto che praticamente non si notano grandi differenze, a parte quelle esteriori legate ai tratti somatici e al colore della pelle. Il popolo brasiliano così formato è molto religioso e sensibile alle cose soprannaturali. Per questo si rende necessaria una costante presenza della Chiesa tra la popolazione. La Chiesa non impone niente, ma propone il Vangelo. Rispetta e incentiva anche il mantenimento delle rispettive culture e tradizioni. Il nostro atteggiamento pastorale è di accoglienza e formazione. E questo sta dando dei risultati. Per esperienza notiamo che i gruppi indigeni sono più chiusi, gli africani più aperti.

Nella storia dell'evangelizzazione di questa regione hanno avuto un ruolo particolare le comunità di base. Qual è oggi il loro contributo?

Le comunità ecclesiali di base sono ormai entrate nel cuore e fanno parte della ricchezza della Chiesa cattolica. Esse non sono soltanto dei semplici gruppi, ma sono la nuova modalità, il nuovo modo di vivere la stessa Chiesa di Gesù Cristo. In passato gli obiettivi delle comunità ecclesiali di base si erano un po' allontanati dalla retta via. Esse erano diventate più che altro gruppi politicizzati. Ciò, dal mio punto di vista, ha pregiudicato la loro crescita. È mancata loro la spiritualità, cosa che oggi, specialmente dopo la conferenza di Aparecida, stanno recuperando. Attualmente le autentiche comunità ecclesiali di base, a mio modo di vedere, sono poche. Esse costituiscono tuttavia una nuova via, un modo nuovo di vivere la Chiesa di Cristo. Soprattutto rendono presente la Chiesa in diversi ambienti. Le sette, soprattutto quelle pentecostali, quelle che predicano la cosiddetta teologia della prosperità, si sviluppano di più dove la presenza della Chiesa non è ben radicata. Dove la Chiesa è presente, le sette non penetrano molto. Ma se nell'agire pastorale si pone l'accento soltanto sulla questione sociale, omettendo cioè l'aspetto religioso e spirituale, il popolo, tradizionalmente religioso e molto sensibile al soprannaturale, più facilmente si lascia irretire.

Tra i problemi pastorali più urgenti c'è ancora il dramma dei meninos de rua?

Quella dei meninos de rua è una questione molto complessa e di difficile soluzione. Primo, perché le famiglie sono fragili e costantemente aggredite. Non si sostiene l'unità della famiglia, e questo provoca un aumento del numero di bambini privi della dovuta assistenza familiare. Mancano poi le strutture adeguate per il recupero di questi meninos, spesso già da piccoli coinvolti nella spirale della delinquenza. La proliferazione allarmante della droga porta a una vera e propria strage di giovani e ragazzini di strada. Questa strage avviene per mano dei mafiosi trafficanti, ma anche per mano di chi reprime il traffico di droga. I giovani entrati nel tunnel delle dipendenze hanno vita breve. Chi entra nel mondo della droga normalmente non arriva ai 30 anni di vita. La Conferenza episcopale regionale compie uno sforzo molto grande per recuperare e assistere questi bambini. La Fazenda da esperança a Lagaro (Sergipe) può essere di esempio; ma molte altre sono le iniziative, come il Cempro di Itororò, a Bahia. La questione è urgente, ma non si può risolvere in breve tempo. Stiamo cercando di fare un lavoro a lungo termine che coinvolga tutta la società.

L'immagine che nel mondo si ha di Salvador da Bahia, meta di turismo per eccellenza, contrasta con la miseria, la cui espressione più evidente è il popolo degli alagados. Una sfida per la Chiesa?

Non c'è il minimo dubbio che Salvador sia città turistica per la sua collocazione geografica, come anche per la sua storia. Ci sono molte cose, specialmente le sue belle spiagge, che attraggono i turisti. Accanto a questo potenziale e a questa ricchezza, esiste la povertà. La favela degli alagados non è più abbandonata di altre. Le favelas stanno crescendo a causa dell'esodo rurale, provocato dalla crisi dell'agricoltura e dalle epidemie, come il fungo vassoura de bruxa, che hanno decimato le piantagioni di alberi di cacao e rovinato l'economia del sud di Bahia. Ma anche le grandi imprese che aggrediscono la natura e il biosistema tolgono il lavoro a molti agricoltori e pescatori che, abbandonando la propria professione, si trasferiscono nelle favelas delle grandi città per trovare il modo di sopravvivere. Questa è davvero una sfida pastorale per la Chiesa in Brasile e principalmente nel Nordest.

E il turismo sessuale che non risparmia neppure i giovanissimi?

È un altro grave problema che non possiamo dimenticare. È una vile forma di sfruttamento di giovani e bambini. Stiamo portando avanti diverse iniziative di carattere pastorale per rispondere concretamente a questa sfida, ma purtroppo qualsiasi cosa facciamo sembra sempre una goccia nel mare di fronte all'enormità del problema.

L'economia del Brasile sembra andare in controtendenza rispetto alla crisi mondiale, risultando una tra le poche in crescita costante. Ciò significa che migliorano anche le condizioni di vita della popolazione più povera o i benefici sono riservati solo a pochi ricchi?

Per essere obiettivi, dobbiamo riconoscere che il Brasile ha saputo gestire la crisi economica mondiale e questa dunque non ha colpito tanto i più poveri. Il Paese sta crescendo e la disoccupazione sta diminuendo, il che migliora la situazione dei più poveri. Alcuni progetti governativi già iniziati dal governo precedente e oggi ampliati e trasformati nella cosiddetta "borsa della famiglia", hanno migliorato il tenore della vita. L'aumento dei salari poi ha contribuito al miglioramento delle  condizioni  delle  classi  più  disagiate.

Il Papa spesso si è riferito alla necessità della salvaguardia del creato. Cosa fa la Chiesa brasiliana per contrastare il fenomeno del degrado ambientale?

Il problema ambientale non è solo un problema del Brasile. Basti ricordare la marea nera sulle coste del Messico provocata dalla perdita di petrolio da uno dei pozzi petroliferi britannici. Il Brasile, credo, è sensibile alle preoccupazioni del Papa e del mondo per la conservazione dell'ambiente. Come esempio dello sforzo della Chiesa, possiamo citare le nostre campagne di fraternità degli ultimi anni, che miravano alla conservazione della vita e dell'ambiente naturale. L'altra iniziativa che possiamo ricordare sono i cosiddetti pellegrinaggi della terra e delle acque, realizzati principalmente nel Nordest, a Bom Jesus da Lapa, dove oltre ai riti religiosi propri del pellegrinaggio, si spiega al popolo l'importanza della conservazione dell'ambiente naturale per la vita e si insegna come tutelare la natura. Quest'anno - secondo A Tarde, il giornale principale di Bahia - in Brasile il disboscamento dell'Amazzonia è diminuito del 46 per cento rispetto allo scorso anno. In questo campo la Chiesa sta facendo molto, incoraggiata soprattutto dalla conferenza di Aparecida. Ma nonostante gli sforzi, l'economia e la sete di lucro molte volte prevalgono sul buon senso, e questo provoca gli attentati alla natura.

Quanto incide la religiosità popolare sulla formazione dei cristiani in Brasile?

Molto. Basti pensare al fatto che i santuari sono luoghi privilegiati per l'evangelizzazione. Si fa molto leva su tutte le espressioni popolari, inserendo anche alcuni elementi tradizionali nelle celebrazioni paraliturgiche. Ricordo il santuario di Bom Jesus da Lapa, nella campagna di Bahia. Il popolo è molto legato alle devozioni popolari, principalmente alla preghiera del rosario. Avvertiamo un grande rispetto per il sacerdote, specialmente da parte del popolo delle campagne. Ultimamente queste espressioni di devozione popolare tradizionali stanno diminuendo tra i giovani, a causa dell'influenza che esercita su di loro una crescente cultura virtuale derivata dal mondo digitale.



(©L'Osservatore Romano 10 settembre 2010)
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