La scommessa Cherubini alla Sagra Musicale Umbra

Se non c'è posto
per le "signorine grandi firme"


Si è conclusa domenica 19 settembre a Perugia la sessantacinquesima edizione della Sagra Musicale Umbra. Il direttore artistico, Alberto Batisti, ne tratteggia un bilancio in questa intervista.
 

di Marcello Filotei

Mentre a Luigi XVI tagliavano la testa Franca Valeri dormiva. Meglio, sognava di essere nella stessa piazza, ma forse era un altro giorno, a lei però la testa non volevano tagliarla perché non era né contessa, né marchesa, né tantomeno baronessa e poi era così ordinaria:  "Peggio che malvestita, in moderno". Il sovrano e l'attrice brillano entrambi nella programmazione della Sagra Musicale Umbra, il primo perché è l'incubo nascosto del Cherubini maturo, al quale è stata dedicata gran parte della programmazione, la seconda perché non c'era e non ci poteva essere. Alla Sagra non è mancata tanto l'attrice - peraltro adorata dal direttore artistico Alberto Batisti - quanto le "signorine grandi firme" che lei mette alla berlina. Pensiamo in particolare a quelle della musica, che suonano solo quello che decidono loro, che devi intercettare mentre passano per l'Italia e che eseguono quasi sempre la stessa cosa in tutte le sale. Ma allora a che servono i festival? A che serve programmare la Quarta Sinfonia di Brahms o il Requiem di Mozart? Cosa c'è che non va?
"C'è che quelle cose - risponde Batisti - si programmano in continuazione in tutte le stagioni, non ha senso che i festival si confrontino su questo terreno".

E qual è la differenza tra una stagione e un festival?

Non si deve puntare sui nomi e basta, sulle "signorine grandi firme", perché così le musiche in programma diventano quasi un optional. Se si tratta solo di comprare concerti, non serve un direttore artistico, basta un manager, si risparmierebbero anche dei soldi. Un festival deve avere un progetto, è la stessa differenza che c'è tra una mostra e la collezione permanente di una galleria. La mostra, come il festival, deve rivelare delle cose, gettare nuova luce su un periodo, su un autore, su qualcosa, altrimenti non serve a niente. Ci deve essere un percorso che punta l'attenzione su alcuni aspetti o si finisce sempre ad ascoltare le stesse cose:  "Ti piace vincere facile, metti due Caravaggio in mostra".

E quali sono i festival dove mettono in programma l'equivalente del Caravaggio?

La prossima domanda?

Diplomatico. Ma quali rischi vi siete presi voi, per evitare i Caravaggio?

Il rischio maggiore è Cherubini, un compositore difficilissimo da fare amare al pubblico. Un gigante, uno snodo fondamentale tra Settecento e Ottocento, ma le folle non lo amano, sembra quasi che sia lui stesso a tirarsi indietro qualche volta. Ma bisogna insistere e noi insistiamo da diversi decenni. La linea è stata tracciata molto tempo fa da Francesco Siciliani, che il programma della serata finale coglie in una foto ingiallita con un partitura di Cherubini sotto braccio quando era direttore artistico della Sagra. Uno capace quasi di obbligare i grandi interpreti a cimentarsi con questo compositore. Lo fece anche con Riccardo Muti, giovanissimo, al quale chiese di studiare la partitura del Requiem in re minore.

Oggi sarebbe possibile, non dico con Muti, ma con giovani promettenti?

È una delle difficoltà maggiori, bisogna trovare artisti che credano al progetto e siano in grado di realizzarlo, anche se non sono famosissimi. L'importante è seguire la linea che ci si è data all'inizio, quest'anno è l'omaggio a Cherubini.

Cosa avete messo in programma?

Un ritratto il più possibile completo, partito da una sonatina delle 6 scritte nel 1780, ancora di maniera, di consumo, per arrivare allo sconvolgente Capriccio per pianoforte, del 1789, oltre 40 minuti di musica ininterrotta, una sorta di Zibaldone di Cherubini, che parte da un omaggio alla grande tradizione del contrappunto severo e lo espande gradualmente, con improvvisi squarci di vera e propria profezia musicale:  c'è un andantino con un'ambiguità tonale pari a quella di Schubert, che ancora doveva nascere.

Avventato. Schubert è un po' lontano?

Non lo dico io, ma uno dei massimi studiosi dell'autore, Giovanni Carli Ballola, che però su questo ha avuto un'accesa discussione con un suo illustre collega, Mario Bortolotto, il quale sosteneva dopo il concerto che non fosse possibile e contestava la datazione del lavoro, spostandola al 1840, a quel tempo Cherubini aveva già ascoltato Chopin, però stava per morire.

Siamo alla querelle?

Anche a questo servono i festival. Tutti d'accordo, invece, sulla grandezza assoluta del Credo a otto voci, sempre di Cherubini, eseguito dai Philippine Madrigal Singers a San Gemini. Contrappunto supremo, un monstrum che si è rivelato in tutta la sua grandezza, suscitando il pianto di qualcuno, 25 minuti di polifonia con una fuga finale di 244 battute, su tre soggetti. Un lavoro che l'autore si è portato dietro dai 18 anni fino al 1806 quando finalmente decise di pubblicarlo.

Insomma è andato tutto benissimo, nessun rischio è stato fatale?

Fatale no, ma un'iniziativa coraggiosa l'abbiamo pagata con qualche assenza in sala, in particolare quando abbiamo puntato su David Afkham, direttore di 28 anni, un genio che alla guida della Gustav Mahler Jugendorchester ha sconvolto il pubblico con la Nona sinfonia di Bruckner. Qualunque direttore della sua età, e anche qualcuno più maturo, sarebbe stato schiacciato dalla mole di quella musica, che richiede innanzi tutto la consapevolezza di una concezione del tempo completamente diversa da quella della sinfonica ordinaria, il senso della pausa del respiro, dell'ampiezza del crescendo. Un ragazzo che ha il carisma del grande interprete, mi ha impressionato, ma siccome non è una "signorina grandi firme" il pubblico perugino è venuto alla spicciolata e non ha riempito il Morlacchi. Questo mi addolora perché avevamo un'orchestra di 110 elementi con "la meglio gioventù d'Europa", dall'Islanda agli Urali, un'energia esplosiva, nelle mani di un direttore speciale, che ha creato un corto circuito con i ragazzi dietro i leggii:  gli hanno dato l'anima, perché era uno di loro. Ho venduto qualche biglietto in meno, mi dispiace per l'organizzazione, ma sono felice per gli annali:  come oggi si dice "guarda nel 1968 c'era Muti ragazzo che debuttava qui", tra qualche decennio si dirà che nel 2010 Afkham, sconosciuto al mondo, ha diretto la Nona di Bruckner a Perugia. Come fece nel 1952 un certo Herbert von Karajan, quando ancora non era una leggenda.
La Valeri salvò la testa perché non era abbastanza elegante per essere ghigliottinata. Batisti è molto raffinato, speriamo che a qualcuno non venga in mente...



(©L'Osservatore Romano 22 settembre 2010)
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