A colloquio con il compositore tedesco Wolfgang Rihm Leone d'oro alla carriera alla Biennale Musica di Venezia

Il ritmo della mia generazione


di Marcello Filotei

"Mai guardare indietro, io cerco di analizzare il presente e da lì parto per puntare al futuro. La retrospettiva è un compito degli storici". La prima risposta di Wolfgang Rihm non sembra preludere alla possibilità di approfondire alcune scelte che lo hanno guidato nei decenni scorsi lungo un percorso creativo molto ricco. Nemmeno il Leone d'Oro alla carriera che gli viene consegnato quest'anno alla Biennale Musica di Venezia gli sembra un buon motivo per fare un bilancio della sua attività, per ripensare a un catalogo che conta centinaia di opere.
Perché Rihm è un compositore che lavora continuamente, contesissimo da stagioni e festival in tutto il mondo, una specie di imbuto dove confluisce tutta la tradizione europea, si filtra e esce rinnovata.

Non guardiamo al passato, non parliamo delle scelte estetiche del passato, ma delimitiamo il campo del bagaglio culturale dal quale è partito, le radici.

Spesso io parlo di tradizione, ma soprattutto la faccio creando. Ci sono molti compositori o creativi in genere che lavorano come se prima di loro non ci fosse stato assolutamente nulla, come se fossero caduti dal cielo improvvisamente e avessero dovuto inventare tutto. Non è il mio modo di fare. Io mi rifaccio di più a un altro genere di artisti, a Picasso, per esempio, che si è ispirato ai suoi predecessori, ma ha preso una sua originale posizione storica ripensando quello che era accaduto. Credo che tanto più disponiamo di conoscenze, tanto più è importante sapere da dove veniamo. È un lavoro che ognuno deve fare nel proprio luogo di provenienza, senza scadere nel provincialismo, ma semplicemente rendendosi conto di ciò che lo circonda nel suo specifico mondo per proiettare questo in una visione globale. Ad esempio Debussy potè reagire in maniera esatta e precisa alla musica che ascoltò all'esposizione mondiale di Parigi perché sapeva chi era e da dove veniva, non era un global player, come si direbbe oggi, non era un turista in una meta esotica, stava a casa sua e con quel metro misurava ciò che arrivava al suo orecchio.

Ma allora per chi si scrive musica oggi? Il pubblico non sembra moltissimo.

Quando Beethoven ha eseguito la sua terza sinfonia in sala non c'erano più di 200 persone, compresi gli orchestrali. È chiaro che si trattava di una cosa che interessava solo pochi, non era pop, ma aveva diritto di cittadinanza. Nelle arti figurative bastano due o tre collezionisti potenti e ricchi per consentire a un artista di vendere e quindi di essere autonomo nelle scelte e nella produzione. I compositori hanno bisogno di un pubblico più vasto, ma si tratta sempre di una elite. La platea della cultura pop è molto più ampia, non c'è niente di male, ma il problema è che sembra avere il monopolio dei mezzi di comunicazione.

La sua produzione è molto vasta, come è arrivato a un simile catalogo?

Conosco solo lo stato del produrre, fin da bambino. Quando ancora non ero in grado di scrivere dettavo a mia madre delle poesie. Mi sono occupato di letteratura e poi sono passato alla musica, dove ho trovato la mia dimensione. Ho cercato di trovare il ritmo della mia generazione. Non bisogna però forzare la mano, ognuno ha i suoi tempi. Lo sperimento insegnando, lo faccio da più di trent'anni. Non ho mai chiesto a un allievo lento di sbrigarsi o a uno veloce di rallentare. Nella storia c'è chi ha scritto moltissimo come Mozart, o Bach, altri hanno fatto meno, producendo lo stesso dei capolavori. L'importante non è l'artista o il suo metodo, ma il prodotto.

Ma la sua autorevolezza le impone di sostenere anche un ruolo sociale come compositore?

Sì ma non lo svolgo intenzionalmente, o in maniera scientifica. Sono una persona che lavora in maniera intuitiva e forse è questo che mi consente di parlare con la gente. Non ho una risposta su tutto, cerco di capire il mondo come gli altri. Talvolta svolgere un ruolo sociale nella musica è un obiettivo troppo elevato per me. Quando politici e uomini della cultura si rivolgo a me per consigli e consulenze sui giovani artisti, rispondo volentieri. Questo posso fare.



(©L'Osservatore Romano 27-28 settembre 2010)
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