Incontro immaginario con Vincent van Gogh

Giallo arancio, verde assenzio
e rosso sangue


L'autunno del 1888 nella Casa Gialla di Arles alla luce dell'epistolario dell'artista olandese

di Sandro Barbagallo

È innegabile che Vincent van Gogh sia stato una delle figure più altamente simboliche della storia dell'arte contemporanea. Purtroppo, però, è anche la più contaminata dalla propria leggenda negativa.
Pazzo o alcolizzato? Aveva o non aveva un legame morboso con il fratello Theo? Se, come si dice, è morto povero e sconosciuto, com'è giustificabile il suo successo alle aste internazionali? Come mai il grande pubblico collega il pittore olandese solo all'immagine dei girasoli diffusi con i poster e perché di tutto quello che si potrebbe dire dell'artista si parla solo dell'automutilazione di un orecchio? Perché non si parla mai della sua pittura rivoluzionaria?
La verità di van Gogh, il suo genio e il suo dolore di vivere, ma anche la sua capacità di gioire, sono rimasti tra le righe delle migliaia di lettere che egli ha scritto al fratello Theo e agli amici pittori Émile Bernard e Paul Gauguin, tutti i giorni della sua vita. Scriveva in inglese e francese, aveva una vasta cultura e un acuto senso critico. Giovanissimo aveva lavorato in una galleria d'arte a Londra e il fratello era di professione mercante e come tale si comportava. Infatti gli mandava denaro per i colori e le tele e ne riceveva quadri in cambio.
L'idea di ascoltare direttamente Vincent van Gogh su un periodo particolare della sua vita, quando coabitò nell'autunno del 1888 con Gauguin nella Casa Gialla di Arles, dove dipinse i suoi quadri più celebri e geniali, ci è venuta per smitizzare almeno in parte i luoghi comuni che hanno banalizzato la memoria di questo grande artista.
Le risposte e la scelta dei termini provengono testualmente dalle sue lettere. Perché forse non bisognerebbe mai dimenticare la mole immensa, costituita da questo epistolario, pubblicata dalla cognata Johanna, che dimostra quanto l'artista, oltre che un grande pittore, fosse un poeta, un filosofo e uno scrittore. Non a caso questo epistolario ha costruito il suo successo planetario, una parola dopo l'altra.

Quando si parla di Vincent van Gogh, sia dell'uomo che dell'artista, lo si immagina sempre malinconico, invece?

È sbagliato. Mi piace ridere con gli amici e soprattutto leggere libri umoristici, come Tartarin di Tarascona.

Che cosa in particolare le è piaciuto di quel libro?

Mi ha invogliato a trasferirmi in Provenza. Infatti vi si raccontava che gli uomini di Tarascona, avendo ormai sparato a tutta la selvaggina disponibile, decisero di mirare ai loro cappelli lanciati in aria. Per far questo usavano pallottole numero cinque, sei e due.

Se non sbaglio ad Arles lei è stato qualche mese da solo e poi con il suo amico Paul Gauguin.

È vero. Dopo avergli scritto molte lettere sono riuscito a convincerlo a raggiungermi. Abbiamo avuto un comodo studio abitazione in una casa dipinta di giallo con le persiane verdi. Paul arrivò dopo sei mesi che avevo firmato il contratto d'affitto.

Cosa ricorda di quel giorno?

Fu un momento straordinario. Era l'alba quando sentii bussare alla porta e mi trovai davanti Paul come lo ricordavo nel ritratto che gli avevo fatto mesi prima. Il poveretto aveva trascorso tutta la notte al Café de La Gare per non disturbarmi. Vederlo pesto e sgualcito mi commosse.

In che modo due artisti, così diversi per formazione e storia personale, possono riuscire a convivere senza incomprensioni?

All'inizio tutto andava per il meglio, tanto che mi azzardai a sperare che in sei mesi con Gauguin avremmo potuto fondare un piccolo atelier che avrebbe dovuto durare negli anni. Ingenuamente pensavo ne avremmo avuto entrambi un vantaggio economico, anche perché in due si spendeva come ognuno avrebbe fatto da solo.

Gauguin aderì a questo suo programma?

Nell'entusiasmo iniziale lui tirò fuori il suo grande senso pratico. Comprò persino una partita di tela di iuta all'ingrosso. Era un materiale che non si era mai usato al posto del cotone e del lino. Per noi si rivelò non solo economico, ma anche interessante per poter sperimentare un nuovo spessore del colore.

Quali furono i primi quadri "importanti" prodotti da quello che venne chiamato lo Studio del Sud nella Casa Gialla?

Tra la fine di ottobre e i primi di novembre il tempo cambiò e ci costrinse a dipingere in casa. Per fortuna ero stato previdente e avevo fatto installare la luce a gas. En plein air avevo impostato alcune tele dedicate agli Alyscamps [ndr. contrazione del dialetto arlesiano di Campi Elisi] e così riuscii a terminarle con tranquillità.

Ne rimase soddisfatto?

Credo fossero le tele migliori che avessi dipinto al Sud. Per impostarle mi ero piazzato sulla sommità dell'argine del fiume, guardando giù attraverso i pioppi allineati lungo il sentiero verso il cimitero. Usai una variazione di colori sul tema autunnale. Foglie gialle, arancio, rosse, a contrasto con alberi blu-violetto.

Quando dedicò questi quadri a Émile Bernard e vi scrisse "per collaborazione", cosa intendeva dire?

Desideravo ringraziare gli amici Bernard e Gauguin con cui per mesi avevo avuto un continuo scambio di idee. Questo ci permise di far maturare un lavoro che, pur differente l'uno dall'altro, si completava reciprocamente. Per esempio il motivo del paesaggio visto attraverso i tronchi d'albero era stato già usato da Bernard.

Qualcuno sostiene che nei suoi quadri c'è sempre il "tocco del lettore", è d'accordo?

Ho sempre amato leggere. Soprattutto Émile Zola che aveva un gran successo, così mentre dipingevo inserivo qualche immagine ispirata da una delle mie ultime letture.

Mi chiedo dove trovasse il tempo di leggere, abituato com'era a dipingere tutto il giorno senza interruzione.

Ho sempre letto qualche ora ogni sera. Mi sentivo trascinato da una sorta di voracità mentale. Ho sempre letto con furore persino i quotidiani. Ad Arles compravo i giornali locali con i loro titoli bizzarri, come "L'Homme de bronze", ma a volte mi spingevo fino alla stazione per comprare anche i giornali parigini, come "Le Figaro" e "L'Intransigeant", mentre l'amico Gauguin preferiva "L'Événement".

Leggendo i quotidiani avrà seguito gli efferati delitti di quel periodo.

Confesso di provare per il delitto una curiosità morbosa. Forse la cosa nasce dall'idea di scoprire il lato oscuro che c'è in ognuno di noi. Uno dei miei scrittori preferiti, Guy de Maupassant, ha pubblicato un racconto ispirato a Jack lo Squartatore. Ma ciò che più mi ha sconvolto è stata una lettera pubblicata su "Le Figaro" a firma dello Squartatore che, a un certo punto, diceva "al prossimo lavoro strapperò le orecchie delle donne e le spedirò alla polizia. Giusto per divertimento".

Cambiando discorso, anche lei pensa come Mallarmé che "la poesia ci aiuta a stare sulla terra e rappresenta l'unico commino spirituale"?

Posso solo dire che se sono in grado di provare un'estasi spirituale, allora mi sento esaltato davanti alla verità di ciò che è possibile.

Questa ultima dichiarazione ci spinge a farle un'altra domanda. Come molti altri artisti del suo tempo, anche lei beveva assenzio?

Sono troppo irrequieto, impaziente, nevrotico. Il vero bevitore d'assenzio ha tempi lunghi, gesti misurati. Versa il liquore goccia a goccia su un'apposita zolletta di zucchero che poi ricopre lentamente di acqua. L'assenzio mescolato all'acqua diventa di un bellissimo verde opalescente. Ecco cosa mi piace dell'assenzio:  il colore.

Le abbiamo rivolto questa domanda perché si è sempre detto che l'assenzio contiene un allucinogeno che permetterebbe agli artisti l'esaltazione della propria visione.

A me basta il vino. E poi per quanto mi riguarda vorrei riuscire a dipingere ritratti che dopo un secolo sembrino, alle persone che vivranno all'epoca, come apparizioni. Non vorrei dire con questo che debbano avere una somiglianza fotografica, ma che possano esprimere l'anima del soggetto rappresentato. Ho detto "mi piacerebbe", ma non sono sicuro di esserne capace.

Il suo amico Gauguin una volta ha dichiarato che lei sarebbe diventato sicuramente uno dei grandi santoni dell'arte universale ma, purtroppo, anche uno dei suoi martiri. Mi dispiace di doverglielo chiedere, ma cosa la spinse a mutilarsi, tagliandosi un orecchio?

Alla fine di quel dicembre avevo lavorato duramente. Avevo dipinto venticinque tele solo a novembre e mi rendevo conto che alcune erano certamente capolavori. Quello sforzo fisico e mentale mi spinse a cercare sollievo nell'alcool, anche perché temevo di restare solo. Sapevo infatti che Gauguin doveva partire, anche perché la nostra convivenza si era fatta troppo penosa per lui e lo stava soffocando.

C'è una lettera di Gauguin a Emile Bernard in cui questa sua paura è raccontata molto bene:  "Vincent mi chiese, stai per andartene? Quando risposi affermativamente strappò un pezzo di giornale in cui un titolo diceva "L'assassino si è dato alla fuga"".

Lo ricordo benissimo. Era il resoconto di un delitto che corrispondeva alla mia voce interiore. Mi sentivo disperato perché il mio amico mi guardava con diffidenza, pronto ad abbandonarmi e a partire per la sua Martinica. Sentivo che dovevo fare qualcosa... come un gesto clamoroso che cambiasse le nostre vite e ci permettesse di ricominciare da capo. Quella sera Paul era uscito sbattendo la porta. Lo rincorsi nel buio della notte. Si fermò e mi fissò in modo strano. Aveva uno sguardo violento, paralizzante, come di sfida. Sentii la mano che mi tremava. Solo allora mi accorsi che stringevo ancora un rasoio aperto che scintillava nel buio.

E allora cosa accadde?

Per fortuna niente. Lo sguardo di Paul fu come una doccia fredda. Mi vergognai moltissimo e fuggii di corsa. Tornai a casa dove cercai di calmarmi ed ebbi ancora la forza di scrivere una lettera da spedire a Theo. Quindi riuscii e mi fermai alla trattoria per bere un goccio e farmi coraggio.

Quando tornò alla casa gialla cosa fece?

Saranno state le undici di sera. Sapevo di aver bevuto troppo. Ritrovai il rasoio posato in un angolo che brillava con aria invitante al lume di una candela. Era posato vicino al catino in cui mi lavavo ogni mattina. Quell'attrezzo mi chiamava. Mi sentivo in colpa. Chissà cosa aveva pensato il mio amico, magari che volessi fargli del male. Non era giusto, avevo sbagliato, dovevo punirmi... Afferrai il rasoio e mi diedi un colpo all'orecchio sinistro. Evidentemente toccai l'arteria auricolare, perché il sangue cominciò a sgorgare in modo così violento che mi spaventò. Feci di tutto per fermare l'emorragia con qualsiasi cosa mi capitasse fra le mani. Usai tutto il corredo teli e lenzuola che avevo comprato per la casa mesi prima. Quando il sangue sembrò fermarsi, lavai con cura l'orecchio tagliato e lo incartai con cura in un vecchio giornale...
Il seguito di quell'infausta sera è descritto sul "Forum Républica" con queste parole:  "Domenica scorsa alle 23.30 un pittore di origine olandese, tale Vincent van Gogh si presentò alla Maison de Tolerance n 1, chiese di vedere una tale Rachel e le consegnò un pacchetto dicendole "in verità le dico che lei si ricorderà di me". Quando Rachel aprì il pacco e ne vide il macabro contenuto, svenne".

Ricorda cosa accadde dopo questa sua prodezza?

Ben poco. Sicuramente tornai a casa e mi buttai sul letto. Mi addormentai profondamente. La mattina dopo non ricordavo niente di quanto era successo. So che mi portarono all'ospedale, dove però mi trovai a disagio. Avrei voluto dormire con gli altri pazienti e farmi accudire dalle infermiere, ma pare che mi fosse stato proibito.

Ancora una domanda. Sappiamo che Gauguin era convinto della sua superiorità su molti artisti a voi contemporanei, ma di questo lei, van Gogh, ne è mai stato consapevole?

Posso solo dire che ho avuto la precisa sensazione che la Cosa fosse più grande di noi e che, per diventare un anello della catena degli artisti, avremmo dovuto pagare un alto prezzo di salute, di giovinezza, di libertà.
 
Come sappiamo nel luglio del 1890 ad  Auvers-sur-Oise,  van  Gogh  fu  ferito mentre dipingeva nei campi di grano. Morì qualche giorno dopo a trentasei anni. L'arma non fu mai trovata e la morte è stata archiviata come suicidio.



(©L'Osservatore Romano 24 ottobre 2010)
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