Carlo Verdone si racconta nel suo sessantesimo compleanno

Tutti gli azzardi
di un batterista mancato


di Silvia Guidi

Il grande etologo Konrad Lorenz pensava a se stesso come a un filosofo mancato, vedendo L'anello di re Salomone e il Nobel per la medicina come fortunati (molto fortunati) incidenti di percorso; Pupi Avati per anni ha sognato di diventare il Bix Beiderbecke della Bassa padana prima di arrendersi al fatto che passione e talento non sono sinonimi, e il suo amore per il jazz era tragicamente non corrisposto. Appena in tempo per appendere gli spartiti al chiodo e rassegnarsi a sfornare un film di successo dopo l'altro.
I francesi lo chiamano le violon d'Ingres:  succede quando fama, successo, carriera, realizzazione personale arrivano dal lavoro "ufficiale", ma il cuore batte per un hobby segreto. Anche Carlo Verdone ha rischiato di diventare medico (come testimonia la laurea honoris causa in medicina che tre anni fa gli è stata conferita dall'università Federico ii di Napoli) o batterista (ha accompagnato più volte il suo amico Antonello Venditti nei concerti dal vivo e adora suonare i pezzi dei Led Zeppelin) prima di lasciarsi contagiare dall'amore per il cinema, respirato in famiglia.
Alla vigilia del suo sessantesimo compleanno, gli abbiamo chiesto di parlarci dei suoi molteplici violons più che dei progetti in agenda (tra cui spiccano il prossimo film, Posti in piedi in Paradiso, e una sceneggiatura su misura per Meryl Streep:  "Per lei sono disposto a studiare inglese per un anno intero" ha dichiarato all'Adnkronos). "La musica - ci dice - ha proprio scandito il tempo nella nostra casa. Una casa che è appartenuta alla famiglia di mia madre e poi a noi, famiglia Verdone, per circa ottant'anni. Da bambino sentivo mia madre suonare al pianoforte, i miei zii ascoltavano Harry Belafonte o i Platters, mio padre ascoltava le colonne sonore dei film western o di Nino Rota. A 13 anni iniziai anche io, su un vecchio giradischi, a mettere la mia musica:  i primi Beatles e i Rolling Stones. Ma alla sensibilità verso la musica ha sicuramente contribuito il fatto che i miei mi portavano spesso all'Opera o a Santa Cecilia. E la loro frequentazione con i maggiori pianisti e direttori d'orchestra degli anni Sessanta ha fatto scattare in noi fratelli un interesse particolare verso tutto:  classica, rock e blues. Anche se Jimi Hendrix, dalla mia stanza, è stato il più ascoltato a tutto volume. Senza musica non saprei vivere".

Il primo "romanzo di formazione" si scrive in famiglia?

La nostra era una famiglia solida, viva, allegra che sapeva comunicare. Credo che il mio sguardo ironico verso la società provenga dall'acuta osservazione che avevano i miei genitori, fantastici psicologi della realtà romana. Io, Luca e Silvia siamo stati tre fratelli molto diversi come carattere:  io grande osservatore e imitatore di voci, Luca appassionato dell'arte, Silvia ribelle a tutto e tutti. Forse schiacciata dalla ingombrante presenza di noi fratelli maschi. Ma il bello era in questa diversità caratteriale che teneva la famiglia, alla fine, molto viva.

Affetti che "parlano" anche a tanti anni di distanza, in modi imprevedibili.

Per capire meglio mio padre Mario e mia madre Rossana c'è voluto un "miracolo". Mentre stavo guardando una foto di mia madre giovane, ancora non sposata, mi arriva una telefonata da un gentile signore che mi avverte di essere in possesso di un ampio carteggio tra papà e mamma, datato 1943- 1948. Era un collezionista di vecchie lettere che aveva trovato in via Sannio da qualche ambulante. Mi è sembrato incredibile ma è successo:  guardo la foto e mi arriva una notizia che riguarda l'immagine di mia madre proprio relativa a quel periodo. Come se mi volesse mandare un segnale. La lettura di quell'epistolario, che parte dal fidanzamento per arrivare quasi al matrimonio, è stata struggente. Mio padre viveva a Siena e i telefoni in quell'epoca erano molto precari. Mi ha colpito il rispetto, la delicatezza, l'entusiasmo nel costruire un futuro per la loro famiglia, la grande dignità nell'esporre qualsiasi cosa. Leggevo di difficoltà economiche del mio futuro padre, che si era laureato in Lettere e Scienze politiche, e del grande coraggio che mia madre cercava di dargli. Ma da quelle righe ho capito una cosa, che si amavano profondamente. Sembrava un poetico racconto di Guy de Maupassant. Se mia madre era la protezione assoluta, mio padre fu per noi un esempio di rigore, disciplina e grande curiosità per tutto ciò che contenesse talento. Entrambi erano poi molto spiritosi. È il caso di dire che siamo stati molto fortunati. Molto.

Anche i suoi figli hanno respirato "curiosità per il talento" a casa?

Siamo molto orgogliosi di loro sia io che Gianna, mia moglie. Sono ragazzi che hanno studiato all'università, che sanno che il futuro è fatto da una dura gavetta. E che spesso il cognome che portano può essere anche un boomerang. Li vediamo molto decisi e con un bel senso etico. Insomma, sono il più bel film della mia vita! Loro per me vengono assolutamente prima di tutto. Il fatto che hanno frequentato la Scuola Germanica li ha subito posti su un'ottica europea, cercando di viaggiare e fare master per il mondo. Se mettiamo pure che sono biondi mi sembrano nati a Berlino e non a Roma! Ma il fatto che lui è romanista e lei laziale me li riporta su un terreno casalingo.

Come descriverebbe la "sua" Roma, la Roma del secolo scorso?

La Roma della mia infanzia era una città in bianco e nero. Una grande immensa foto degli Alinari. I miei ricordi, come ho già detto, sono rimasti nella mia mente con quei due colori. I quartieri di Trastevere dove la gente si parlava in vestaglia e in canottiera da finestra a finestra; la stazione Termini (dove andavo spesso perché amavo i locomotori) marmorea, con quell'odore di carbone, di motori di ghisa roventi, con quella voce perfetta ed educata dagli altoparlanti, con i venditori di cuscini per le lunghe tratte. Poi il Circo Massimo per giocare a pallone, il Teatro di Marcello dagli archi oscuri che mi facevano paura. I tram rumorosi ma poetici che si chiamavano Circolare rossa e Circolare nera. Ecco se penso a questo mi sembra di esser vissuto nell'Ottocento! Ma quello che era confortante riguardava la dignità delle persone. Anche quelle povere. Insomma un'altra Italia rispetto a quella odierna. Per questo sono fiero di esser nato nel 1950.

Come si studiava cinema in quegli anni?

Entrare al Centro Sperimentale non era facile. E quando Rossellini mi comunicò che ero stato ammesso fu per me una gioia immensa. Quelli però furono anni pieni di tensione, c'era la lotta armata. E ricordo che nella nostra aula di Regia cinematografica si erano stabiliti due gruppi:  uno legato a Potere Operaio e Lotta Continua, l'altro al Pci. Mi sedetti tra quelli del Pci che mi sembravano più "moderati". Ma un giorno mentre Rossellini spiegava la tecnologia avanzata americana nella costruzione degli obiettivi per la macchina da presa, uno studente di Potere Operaio, come protesta, si alzò e gli fece un peto. Fu un'immagine miserabile:  il creatore del Neorealismo che lasciava l'aula ferito a morte da quell'umiliazione. Non sapevamo se ridere o nascondere la faccia. Fatto sta che non lo rivedemmo più a farci lezione. Questo episodio descrive molto bene quegli anni. Ma dopo il diploma in regia forse fu proprio il mio primo produttore, Sergio Leone, a insegnarmi a fondo cosa fosse nella pratica la regia cinematografica. Fu un enorme privilegio avere Leone al mio fianco.

I maestri che ama ricordare, e quelli che ama un po' meno.

Ricordo con rabbia solo il mio professore di matematica. Era burbero, terrorista e austero. Ce l'ha messa tutta per farmi odiare a morte quella materia. Ma gli altri, quelli dello spettacolo, li ricordo non solo per le qualità artistiche ma anche umane:  Federico Fellini, Sergio Leone, Vittorio De Sica, Pier Paolo Pasolini, Franco Zeffirelli. Tutte persone che frequentavano il nostro salotto. Erano prodighi di consigli e molto affettuosi. Li ho sempre visti come persone "superiori". Fellini in testa a tutti. Il regista più sensibile e poetico di tutti i tempi.

Qualche volta è tentato di mollare tutto e tornare a fare il batterista? Quali sono gli aspetti del suo lavoro che le pesano di più?

La totale assenza di vita privata, le ansie da prestazione per l'incasso del film che riguarda, alla fine, molto il produttore. Le decine e decine di inviti per qualsiasi cosa che ogni settimana mi arrivano nella posta elettronica. Fanno da una parte piacere, ma dall'altra ti chiedi se stai vivendo una vita normale o no. La risposta è no. Ma essendo tutto ciò scatenato da un successo che dura da tanti anni cerco di esser calmo, paziente e di fare il possibile per tutti. Ma intendiamoci, è un privilegio aver un bel rapporto comunicativo con la gente. Peccato che tra questi si mischino mitomani e spesso dei pazzi veri. Tutto procede, nel lavoro, come deve procedere; non procedono invece bene alcuni momenti di riposo nella mia vita privata. Salta sempre qualcosa all'ultimo minuto, e sempre per colpa del lavoro.

"Gli attori sono troppo individualisti, poco disponibili a imparare, poco allenati ad ascoltare, osservare la realtà e descriverla" ha dichiarato recentemente alla stampa un giovane regista. Gli attori sono davvero così difficili da dirigere?

Ma per carità... non è affatto vero! Un buon attore, quando trova un regista con le idee chiare e autorevolezza, diventa un ottimo attore. Gli attori indisciplinati sono quelli che "non trovano" il regista sul set, ma solo uno mascherato da regista. Esser registi significa essere soprattutto psicologi. E il buon regista non urla ma accarezza tutti i suoi attori. E li sceglie bene prima. Ho il sospetto che il collega abbia paura spesso di non essere all'altezza.

Quindi dirigere gli attori è meno difficile che scrivere la sceneggiatura di un film?

Non si scrive un film se prima non si ha una conoscenza buona dei grandi scrittori nella letteratura e dei grandi film del passato. La memoria storica del cinema è il primo passo per raggiungere una personale identificazione di linguaggio. Non puoi capire l'arte astratta se prima non hai conosciuto gli impressionisti. Non puoi scrivere una commedia per il cinema o il teatro se non hai letto un po' di Cechov o Gogol o non hai visto Frank Capra o Billy  Wilder.  Li  puoi anche non conoscere,  ma  scriverai  con poco spessore.

Un consiglio che potrebbe migliorare la qualità dei programmi della "deficiente", come la signora Franca Ciampi chiamava la televisione?

Per migliorarla ci sarebbe da fare solo una cosa:  non accenderla. Il calo di share è il terrore di qualsiasi televisione o programma.

Meglio la polvere del palcoscenico?

Nel mio caso no. C'è un problema di fondo:  non riesco a ripetere tutte le sere la stessa cosa. In poche parole non ho una mentalità teatrale. Ricordo che quando ero sotto contratto col teatro Eliseo e dovevo andare avanti per più di un mese ero molto depresso, anche se ebbi un successo spaventoso. Tant'è che anche i politici non trovavano posto nemmeno in piedi. Allora cominciai piano piano ad improvvisare dentro alcune scene. Il risultato fu che il pubblico di gennaio aveva visto uno spettacolo. Quello di febbraio un altro. E da quelle improvvisazioni nacquero spesso spunti che misi in molti dei miei film. L'improvvisazione al momento è per me fondamentale. L'ottanta per cento delle risate che vi fate in un mio film nasce sempre da un'intuizione fuori copione. Ormai non provo quasi più. Parto con il primo ciak e, con la parte bene a memoria, vedo muoversi corpo ed espressioni per conto loro con grande naturalezza. Ecco, questi azzardi riescono ancora a farmi divertire dopo tanti anni.

L'esperienza della regia d'opera, dopo il Barbiere di Siviglia nel 1992, avrà un seguito?

Mai dire mai. Mi piacerebbe molto. Il problema è che fare un film, visto che sono scrittore, regista ed attore, mi porta via più di un anno di lavoro. Ma tornare su Rossini sarebbe un'eccitante impresa. Rossini è spesso commedia pura in tutto.



(©L'Osservatore Romano 17 novembre 2010)
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