Intervista al docente ebreo Joseph Weiler che ha deciso di difendere il ricorso a Strasburgo

Il crocifisso nelle scuole
e l'identità culturale


di Elisabetta Galeffi

Il professor Joseph Weiler, in Egitto per partecipare all'incontro multiconfessionale Meeting Cairo, il sabato sera, finita la shabbat, è felice di tuffarsi nell'immensa confusione di gente e di rumori della capitale del Paese nordafricano. Avvocato e docente ordinario alla New York University, Weiler ha lasciato la ben più prestigiosa Law School di Harvard solo per il piacere di abitare nella multiforme realtà della Grande Mela. Una passione per la vita e le differenze che spiega la sua decisione di difendere di fronte alla Corte di Strasburgo il ricorso dei Paesi terzi a favore della libertà di affiggere il crocifisso nelle scuole italiane. Si è presentato per l'arringa, di fronte ai quattordici giudici della Grande camera, indossando la kippah, così che, anche visivamente, si sapesse che era lì per il pluralismo di mondi e pensieri; lo stesso che pare attrarlo così tanto anche in Egitto.
"Non ho chiesto soldi per la difesa - confessa - non volevo che si pensasse che c'erano ragioni di denaro. Se si disconosce l'identità religiosa di qualcuno, si disconosce anche l'identità di ogni altra confessione. Anche della mia". Nel libro Un'Europa cristiana. Un saggio esplorativo, del 2003, Weiler scrive:  "È un'Europa che nel discorso pubblico recupera tutta la ricchezza che può venire dal confronto con una delle sue principali tradizioni intellettuali e spirituali:  la sua eredità cristiana". Era proprio necessario che lo dicesse un non cristiano, quanto la cristianità è stata rilevante per le conquiste civili degli europei? "Le giuro - sorride il professore - non ho alcuna intenzione di convertirmi".

Il cristianesimo fa paura?

Tengo a dire che io non parlo mai di "cristianofobia" nei miei libri, bensì di "Cristofobia", giusto per chiarire che non ce la si può cavare con frasi del tipo "ce l'ho con la Chiesa e la sua storia e magari con i suoi simpatizzanti ma riconosco l'esempio e la grandezza della figura di Gesù Cristo". Non volere il crocifisso nelle scuole italiane, è prendersela con Gesù. Essere dei laici come si vorrebbe far credere o degli agnostici significa non preoccuparsi della sfera religiosa di chi laico non è.

Si  parla  tanto di rispetto delle differenze.

La grande lezione della Comunità europea è il principio di tolleranza che è scritto nella Convenzione costitutiva della Ue. Un gruppo di Stati hanno accettato le loro differenze e si sono uniti. C'è una pubblica morale che accetta i musulmani, i buddisti, anche noi ebrei, ma i cristiani non godono di grande simpatia.

Perché siamo così negletti?

Lo spiego nel mio libro Un'Europa cristiana nel paragrafo sulla "Cristofobia". Otto motivazioni per questa avversione per Cristo e la sua Chiesa:  motivi di tipo sociologico, psicologico, emotivo. Per esempio c'è chi attacca Cristo senza alcuna conoscenza degli insegnamenti della Chiesa o basandosi solo su ricordi del catechismo nelle scuole. Poi ci sono casi di invidia:  il Papa ha delle folle ad ascoltarlo, folle che non se le sogna neppure una rock star.

Nella sua memoria difensiva davanti alla Corte di Strasburgo lei fa l'esempio di due bambini:  uno nato da famiglia non credente, l'altro da famiglia cristiana. Se c'è il crocifisso in classe è discriminato il primo, se non c'è è discriminato il secondo.

La Convezione europea ha il grande pregio di difendere il pluralismo delle identità statali all'interno della comunità e di prevedere che i suoi membri abbiano libertà di religione e libertà dalla religione all'interno dei singoli Paesi. Date queste premesse, è giusto che il non credente si astenga dall'ora di religione, ma è anche giusto che uno Stato mantenga la sua identità se lo vuole. La ricorrente, signora Lautsi, vuole imporre il dovere della laicità all'Italia. Ciò è contrario alla Convenzione che parla di diritto alla laicità ma anche di diritto alla pluralità di culture. I bambini non saranno discriminati se la scuola è capace di insegnare loro la lezione di tolleranza e pluralismo, come la costituzione dell'Europa dovrebbe averla insegnata a tutti.

La prima corte, all'interno del tribunale di Strasburgo, ha stabilito che gli Stati sovrani hanno un dovere di neutralità e imparzialità; quindi non possono valutare la legittimità e l'espressione delle convenzioni religiose. La Corte, secondo lei, ne dedurrebbe che appendere il crocifisso in classe è valutare legittimo un convincimento religioso. In Italia quello dei cattolici.

È così. Però questo concetto di neutralità è basato su due errori concettuali. Ripeto:  la Convenzione assicura la libertà, di e dalla religione, ma la controbilancia con un'altra grande libertà per i singoli Stati, quella di decidere autonomamente, quando si tratta dell'eredità religiosa quale identità collettiva della nazione e riguardo ai simboli che sono testimoni di questa identità. In Europa ci sono Paesi dichiaratamente laici come la Francia e Paesi come la Germania, l'Irlanda, la Grecia che nella loro stessa Costituzione fanno riferimento a Dio. La regina Elisabetta è anche capo della Chiesa d'Inghilterra:  vogliamo arrivare a dire che non si può mettere l'immagine della regina nelle scuole inglesi perché è anche un'immagine religiosa? Uno Stato non può spogliarsi della sua eredità culturale perché proviene da un'identità religiosa. È la Convenzione europea che lo stabilisce.

Nella sua sentenza, la prima Camera sarebbe in contrasto con il principio di tolleranza e pluralismo sancito dalla Comunità europea al suo nascere.

Sì, la Camera ha deciso adottando solamente i valori dello Stato laico. Questa decisione americanizza l'Europa, ordinando una rigida separazione tra Chiesa e Stato e imponendo una singola regola valida per tutti i Paesi dell'Unione.

Cos'è dunque la laicità?

Viste le premesse, la prima Corte non l'ha intesa come una categoria vuota. Vuota per assenza di fede, la Corte considera la laicità la controparte della principale divisione sociale che riguarda la religione; da una parte i credenti dall'altra i laici. La laicità non è dunque un elemento di neutralità come sostiene la prima Corte nella sua sentenza.

Come andrà a finire?

Difficile dirlo. Il presidente dell'alta Corte rimane lo stesso della prima Corte e anche il giudice italiano, in questo caso. Perdere comunque sarebbe sempre meglio che vincere con una motivazione ambigua, senza riconoscere del tutto, per esempio, l'importanza della storia cristiana come vera costruttrice dell'Europa che noi abitiamo.



(©L'Osservatore Romano 6-7 dicembre 2010)
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