A colloquio con la regista danese

Dubbi e incertezze
che fanno l'uomo


di Luca Pellegrini

Vendetta e perdono, perdono e vendetta:  l'Africa e l'Occidente coltivano le stesse pericolose inclinazioni e danno poco spazio, pur se in contesti diversissimi, alle virtù morali. Instillare una medicina per curare ferite dell'animo e del corpo diventa una priorità umana e sociale, altrimenti si apre il caos del cuore e della vita. In un mondo migliore è un titolo che rispecchia una speranza e una volontà. Un film sorretto da forti ideali che è nato, semplicemente, osservando la realtà delle cose, come racconta la regista danese Susanne Bier.
"Anders Thomas Jensen, coautore della sceneggiatura, ha cominciato a discutere con me riconoscendo quanto fragili e vulnerabili siano le società occidentali in cui viviamo. Contemporaneamente si è messo a scrivere alcune scene in cui dei ragazzini danesi venivano interrogati dalla polizia. Quando abbiamo unito le due esperienze, il film ha cominciato a prendere forma".

Con durezza, ma anche molta comprensione, abbatte un luogo comune:  l'innocenza dell'infanzia.

I bambini sono innocenti finché non succede qualcosa, un dolore o una violenza, che provoca la perdita di quella condizione e li spinge a compiere atti che di per sé non sono espressione diretta del male, ma possono provocare gravi effetti sugli altri. È ciò che accade a Christian, un dodicenne diventato cattivo, malvagio, a causa di un fatto straziante e luttuoso.

Non crede che la sua visione, una sorta di utopia morale, sia poco radicata nella realtà?

Nessuna "visione" può essere radicata, legata alla realtà. La correttezza di una visione o di un'utopia, però, non sparisce soltanto perché è difficile realizzarla. Basta crederci.

I Paesi occidentali e quelli in via di sviluppo sembrano avere gli stessi problemi.

Ovviamente l'Africa è diversa dall'Europa occidentale. Ciò che può spaventare in Africa è decisamente più duro e terribile di ciò che spaventa in Danimarca, spesso percepita come una società armoniosa, ideale, mentre nella realtà nulla è perfetto. Siamo tutti esseri umani. Ci sono analogie, similitudini, tra i due contesti in cui si sviluppa la mia storia, perché in fondo trovi il male dovunque, lo trovi nel comportamento umano in tutte le latitudini. Diciamo che è diversa soltanto la scena del male, non il male in sé.

Sovrapponendo due scenari così diversi, quale domanda pone il suo film allo spettatore occidentale?

Se la nostra cultura "avanzata" sia il modello per un mondo migliore o se piuttosto il caos sia in agguato sotto la superficie della civilizzazione. Siamo immuni da questo caos o viviamo nel rischio perenne di precipitarvi?

Anche in questo film si mantiene fedele all'ispirazione che ha da sempre contrassegnato il suo cinema, ossia raccontare i risultati di scelte e comportamenti in contesti apparentemente divergenti, da cui dipendono il bene o il male per molti. Il medico Anton sceglie di combattere la violenza e l'odio con la sola forza della ragione e del cuore:  è un eroe del nostro tempo?

Per me è veramente un eroe del nostro tempo, perché è una persona che vuole fare semplicemente la cosa giusta. È un personaggio che affronta le proprie ferite, ma sogna un mondo migliore. Mi piace raccontare persone romantiche, idealiste ma di certo non perfette. Voglio parlare di esseri umani con le loro fragilità, i loro dubbi e le loro incertezze. Anton non retrocede davanti alla violenza, l'affronta ragionando, con la forza della speranza, per costruire un mondo migliore.

Non le piace che si dica:  finale consolatorio.

Il film dimostra che ci conosciamo molto poco, crediamo di capire gli altri e, invece, non è così ed è difficilissimo costruire dei ponti che uniscano due esseri umani. Spero che In un mondo migliore diventi un tributo alla responsabilità dell'uomo per rendere migliore la società e l'ambiente in cui viviamo. Il mio finale è senza equivoci, è necessario, come il perdono.



(©L'Osservatore Romano 13-14 dicembre 2010)
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