Intervista all'arcivescovo Fisichella, presidente del dicastero per la Nuova Evangelizzazione

A compimento un cammino
iniziato con il concilio Vaticano II


di Mario Ponzi

La diffusione del Vangelo nel segno della continuità del magistero. Anche per rispondere alla crescente cristianofobia che si manifesta in diverse parti del mondo, persino in Paesi di antica tradizione cristiana. È questo uno dei principali obiettivi della missione del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione - istituito da Benedetto XVI con il motu proprio Ubicumque et semper del 21 settembre 2010 - che proprio qualche giorno fa ha ricevuto un'iniezione di energie nuove con la nomina di numerosi membri e consultori. Della missione specifica del dicastero parla in questa intervista al nostro giornale il presidente, l'arcivescovo Rino Fisichella.

Quale messaggio ha voluto dare il Papa istituendo un dicastero per promuovere la nuova evangelizzazione?

È necessaria una premessa. La fondazione del dicastero si pone come ideale conclusione di un cammino che è iniziato con il Vaticano II. Nella mente di Giovanni xxiii doveva essere un concilio in grado di parlare di Dio al mondo contemporaneo. Nel discorso di inaugurazione non a caso Papa Roncalli ricordò che i contenuti del messaggio cristiano non cambiano mai; a cambiare semmai è il modo di trasmetterli, perché il mondo contemporaneo possa comprenderli senza fraintendimenti. È un cammino che parte dalla Dei verbum e continua poi con la Lumen gentium. La Chiesa, custode della Parola di Dio, la trasforma in luce delle genti, come ha ricordato Benedetto XVI nella messa per l'Epifania. E non dimentica di essere ad gentes, cioè in missione continua. Anche oggi essa si pone in dialogo col mondo contemporaneo. Ed è consapevole di dover trovare forme nuove per questo dialogo, in modo da essere più comprensibile all'uomo d'oggi. Dunque, quello della nuova evangelizzazione è un cammino segnato dal Vaticano II che giunge a compimento - come il Papa ha voluto farci capire - ma per ripartire verso nuovi orizzonti.

Dopo l'assise conciliare, nel 1973 Paolo vi convocò il Sinodo dei vescovi sull'evangelizzazione e nel 1974 pubblicò l'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Si trattava già di indicazioni precise sulla rotta da seguire?

L'Evangelii nuntiandi è un documento fondamentale nella vita della Chiesa. Conserva anche ai nostri giorni tutta la sua attualità. Del resto, Benedetto XVI cita più volte questo documento nella lettera con la quale ha istituito il nostro dicastero. Dunque deve essere considerato senza dubbio una tappa importante nel cammino verso la creazione del nuovo pontificio consiglio.

Poi è venuto Giovanni Paolo ii, che con il suo intuito profetico ha coniato l'espressione "nuova evangelizzazione".

Non solo. In tutto l'arco del suo pontificato Papa Wojtyla ha continuato a puntare sulla nuova evangelizzazione, che in qualche contesto è stata ampiamente avviata. Tutto ciò, nella continuità del magistero pontificio, conduce come conseguenza diretta al nostro dicastero. Benedetto XVI lo ha istituito con il compito peculiare di ripensare e attuare la nuova evangelizzazione, coinvolgendo tutto l'episcopato mondiale.

Cosa significa questo?

Si tratta del compito principale di questo pontificio consiglio. Ed è particolarmente importante perché significa la costante ricerca del confronto con le conferenze episcopali. Anch'esse infatti sono chiamate a costituire all'interno delle loro strutture un ufficio simile al nostro. Un lavoro che assumerà tutta la sua rilevanza nella preparazione e nello svolgimento del Sinodo dei vescovi del 2012, dedicato proprio al tema della nuova evangelizzazione.

In questo coinvolgimento sono compresi anche gli altri dicasteri della Curia romana?

Certo. L'evangelizzazione percorre trasversalmente tutto il servizio che la Curia svolge per il Papa e per la Chiesa. E non potrebbe essere altrimenti, visto che si tratta del cuore stesso della missione della Chiesa. Il Papa è il primo ad annunciare il Vangelo. Poi ci sono i vescovi, con il proprio presbiterio, con i religiosi, le religiose, i laici. Dunque è inevitabile che, nel servizio che la Curia rende al Papa, l'evangelizzazione sia al primo posto. È evidente che ci sono alcuni dicasteri con i quali noi saremo chiamati a collaborare più strettamente in uno spirito di complementarità. Penso, per esempio, al Pontificio Consiglio della Cultura, che ha aperto uno spazio, il "cortile dei gentili", per consentire di porre la questione di Dio a chi è lontano. Il nostro dicastero però si deve muovere su un altro fronte. Noi siamo chiamati ad annunciare nuovamente Cristo, a riproporre il Vangelo a chi ha già la fede. Siamo chiamati a rinvigorire lo spirito missionario:  lo spirito che porta verso i tanti cristiani diventati purtroppo indifferenti, verso i tanti battezzati che oggi hanno perso la fede.

Ma come muoversi in un mondo come quello attuale, caratterizzato da situazioni sociali e religiose così diversificate?

Certo, in una fase di globalizzazione come quella che stiamo vivendo è difficile pensare che i grandi problemi delle metropoli del mondo non siano uguali. Parlo di tutti i problemi:  dunque anche di quello della fede da rinvigorire o da ricostruire. Cercheremo innanzitutto di parlare ai cristiani delle Chiese di più antica origine. Ecco perché l'Occidente viene più facilmente identificato come obiettivo principale della nostra missione. Parliamo di cristiani e di Chiese che vivono in territori plasmati dal cristianesimo.

Sta qui la differenza con il dicastero missionario di Propaganda fide?

Evidentemente si tratta di compiti diversi. Propaganda fide deve portare il primo annuncio. Così come di primo annuncio si tratta per il dicastero della cultura, attraverso quel particolarissimo mondo espresso attraverso gli strumenti conoscitivi propri della filosofia, dell'arte e così via. Direi che il nostro compito è molto più ad intra:  un impegno capillare che va dalle comunità parrocchiali alle diverse realtà che operano nella Chiesa con il desiderio di dare testimonianza della propria fede.

C'è differenza tra l'approccio con una società secolarista e quello con una società secolarizzata?

Il secolarismo è l'appendice del fenomeno della secolarizzazione, si potrebbe dire la sua estremizzazione. Certo, bisogna distinguere le due dimensioni. La secolarizzazione come tale è un fenomeno molto complesso; il secolarismo invece è quella estremizzazione che ha portato alle forme di relativismo, di autonomia esasperata che l'uomo ritiene di avere e che finisce per alimentare soltanto il diritto individuale, dimenticando la responsabilità sociale. Si reclamano diritti che non esistono in forza della presunta autonomia da tutti e da tutto, in primo luogo da Dio stesso.

Come risponderà il suo dicastero a queste sfide?

Innanzitutto cercheremo di aver un quadro completo delle diverse iniziative - e sono già tante - in atto nella Chiesa nei cinque continenti. Sappiamo che ci sono gruppi e movimenti molto ben organizzati, nati ai tempi di Giovanni Paolo ii con l'intento di promuovere e sostenere la nuova evangelizzazione. Molti di questi, per esempio, già lavorano nelle università, nei campus, soprattutto negli Stati Uniti. Ci sono altre realtà simili, nate in America latina e già diffuse in diversi altri continenti, anche in alcuni Paesi europei. C'è una grande ricchezza di movimenti laicali che hanno come loro scopo specifico la nuova evangelizzazione. Esistono piani pastorali diocesani dedicati a questo scopo. Ma tutto questo è piuttosto frammentario. Primo obiettivo del dicastero, dunque, è conoscere le realtà in campo per armonizzare e sostenere gli sforzi di tutti, superando la frammentarietà e promuovendo una grande unità. L'intento è quello di favorire la complementarità di ogni gruppo. Il mondo di oggi ha bisogno di segni, e di segni unitari:  segno di unità è proprio la testimonianza di una Chiesa che procede nel cammino della nuova evangelizzazione. Dunque lavorare insieme, pur nel rispetto e nella valorizzazione del carisma di ciascuno.

Come farà a realizzare questo lavoro di conoscenza capillare?

Ho intenzione di andare a conoscere questi organismi nella realtà in cui operano. Ho già visitato tantissimi Paesi, ho avuto importanti riunioni con diversi vescovi. Abbiamo cominciato a lavorare quando ancora non avevamo fisicamente una sede. La mia agenda per il 2011 è già piena sino a tutto giugno. Sarò in viaggio continuamente per il mondo, allo scopo di incontrare i protagonisti della nuova evangelizzazione e di affrontare con loro discussioni di lavoro e pubblici dibattiti.

Ha potuto riscontrare interesse e aspettative per i primi passi di questo dicastero?

Direi di sì. Ho raccolto molte voci positive intorno a questo avvenimento. C'è molta attesa, non solo nella Chiesa, e tanta curiosità, non solo nel mondo.

C'è un'immagine simbolica che rappresenta l'attività del nuovo organismo?

Ho scelto la Sagrada Familia di Anton Gaudí, rappresentata nel suo raffronto con la metropoli spagnola. Svetta nel cuore della città secolarizzata e vuole rappresentare un messaggio molto concreto. È un invito a usare un linguaggio nuovo per riempire l'enorme spazio che, senza la Chiesa, resterebbe come un vuoto nel cuore stesso della città. Ma deve essere un linguaggio in continuità con tutto quello che ci ha preceduto, con ciò che costituisce il ricco patrimonio della nostra fede. La Sagrada Familia è di fatto una cattedrale moderna. Tutti però la riconoscono come chiesa perché ha conservato in sé le caratteristiche essenziali che da quasi duemila anni trovano espressione nell'arte sacra. Sono convinto che una città senza il segno della presenza di chi annuncia il Vangelo, invitando gli uomini a non fermarsi alla dimensione orizzontale dell'esistenza ma a spingere lo sguardo verso l'alto, sia una città che ha dentro di sé un profondo vuoto. Perché non è aperta alla speranza. Non vogliamo che i nostri contemporanei avvertano questo vuoto. Per questo siamo convinti che non debba mai mancare chi annuncia all'uomo il senso profondo della vita, testimoniando la novità di Gesù Cristo.

È un vuoto che si avverte sempre più distintamente nel vecchio continente.

Nell'era della globalizzazione è difficile parlare di vecchi e nuovi continenti. Certamente il riferimento è all'Europa; ed è evidente che essa avrà da parte nostra un'attenzione particolare, non fosse altro perché anche fisicamente è più vicina. In Europa avvertiamo drammaticamente una crescente cristianofobia che si manifesta anche in Paesi di antica tradizione cristiana. Ci preoccupa molto. Dunque sentiamo maggiormente il bisogno di essere presenti e di far riconoscere la missione della Chiesa per quella che è realmente, non per come viene spesso presentata in maniera distorta.

State pensando anche a modi nuovi di diffondere il Vangelo?

Certo. Ecco qui un altro terreno di collaborazione e di corresponsabilità con i dicasteri della Curia, in questo caso con il Pontificio Consiglio delle Comunicazione Sociali. Dovremo procedere insieme. Ci stiamo lavorando e le idee non mancano.



(©L'Osservatore Romano 12 gennaio 2011)
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