Intervista con il vescovo Brian Farrell segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani

Il Papa ci spinge sulla strada della comunione


"Uniti nell'insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera" (Atti degli apostoli, 2, 42) è il tema dell'annuale Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani (18-25 gennaio). Per fare il punto sull'impegno della Chiesa cattolica per l'unità dei battezzati abbiamo interpellato il vescovo segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, Brian Farrell.

Il Pontificio Consiglio ha recentemente celebrato il cinquantesimo di fondazione. Si mantiene nella Chiesa cattolica lo spirito che animò la sua nascita sotto Papa Giovanni XXIII?

Effettivamente, il 17 novembre scorso è stato commemorato con un solenne atto pubblico il 50° anniversario della creazione del Segretariato per la promozione dell'unità dei cristiani, che Giovanni XXIII volle fortemente e istituì insieme alle altre commissioni incaricate di preparare il concilio Vaticano ii. Convinto che tutto il lavoro del Concilio dovesse essere impregnato dal desiderio del ristabilimento dell'unità, egli volle, come chiaro segno di tale desiderio, la presenza di osservatori di altre Chiese e Comunità ecclesiali al Concilio stesso. Mi sembra quasi un miracolo della Provvidenza il fatto che gli oltre duemila vescovi venuti a Roma per dare inizio al Concilio nel 1962, molti dei quali formati a una teologia dell'"esclusione", secondo la quale ortodossi e protestanti - scismatici ed eretici, nella terminologia in uso allora - erano semplicemente fuori dalla Chiesa, tre anni dopo produssero il decreto Unitatis redintegratio, che riconosce una reale anche se incompleta comunione ecclesiale tra tutti i battezzati e tra le loro Chiese e Comunità ecclesiali. Questa rinnovata prospettiva, in perfetta armonia con l'antica ecclesiologia dei Padri, ebbe enormi conseguenze per il nuovo modo dei cattolici di rapportarsi agli altri cristiani e alle loro comunità e per l'irrevocabile adesione della Chiesa cattolica al movimento ecumenico. Giovanni XXIII parlò di un "balzo innanzi", un vedere la tradizione di sempre in una nuova visuale, aprendo così strade nuove per la Chiesa verso quell'unità visibile che le è propria. Oltre, naturalmente, alla grazia dello Spirito Santo, questa trasformazione è dovuta in gran parte all'intenso lavoro del primo presidente del Segretariato per la promozione dell'unità, il cardinale Agostino Bea, e dei suoi collaboratori.

Quanto è rimasto del lavoro dei primi anni del Pontificio Consiglio?

È rimasto tutto, per quanto riguarda l'insegnamento del Concilio sui principi che governano la ricerca dell'unità. I cinquant'anni che sono passati da allora testimoniano quanto sia stato fecondo quell'insegnamento nella vita concreta della Chiesa e per il mondo cristiano nella sua totalità. Nell'atto commemorativo summenzionato, oltre all'importante messaggio di Papa Benedetto XVI portato dal segretario di Stato, il cardinale Bertone, tre grandi figure del mondo ecumenico - il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del nostro Pontificio Consiglio, l'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e il metropolita Ioannes di Pergamo, esimio teologo del Patriarcato ecumenico - hanno sottolineato quanto sia fondamentale e urgente per lo sviluppo storico attuale che i cristiani possano parlare e lavorare insieme, non solo in difesa della libertà, e della libertà religiosa in primo luogo, ma per affrontare con qualche speranza di successo le enormi sfide che si presentano all'umanità.

Ma alcuni si dicono oggi delusi dei risultati di tanto sforzo.

Chi la pensa così non guarda la realtà. Papa Giovanni Paolo II, nella sua magnifica enciclica Ut unum sint, ha scritto che probabilmente il frutto più prezioso dell'ecumenismo è la "fraternità riscoperta" tra i cristiani. Le giovani generazioni stentano a comprendere quanto siano cambiate in meglio le cose. Nel passato i cristiani divisi si evitavano, non si parlavano; le Chiese erano in un atteggiamento di vicendevole conflitto e rivalità, spesso accondiscendenti ad azioni veramente scandalose, che minavano la stessa missione evangelizzatrice. Ci sono ancora, qua e là, segni di questo tipo, ma è sempre più assodato che tale modo di fare non è accettabile:  non è di Dio. Se consideriamo "il dialogo della vita", cioè il vasto mondo di contatti, di collaborazione, di solidarietà tra i cristiani, non si può essere delusi. Se pensiamo "al dialogo della verità", cioè alla ricerca del superamento degli elementi teologici di divergenza, anche qui moltissimo è stato raggiunto, inclusa la risoluzione di antiche controversie cristologiche, ed è stato sostanzialmente superato persino l'aspetto più profondo del divario tra cattolici e riformati sulla giustificazione, cioè su come opera in noi la salvezza. Tuttavia, va tenuto presente che nelle questioni dottrinali sarà sempre necessario procedere cautamente e lentamente, perché dobbiamo essere sicuri di avanzare nella fedeltà al deposito della fede, di giungere a un accordo sulla base della vera Tradizione.

Però, nel dialogo teologico sono sorte nuove difficoltà con gli ortodossi?

Stiamo esaminando il punto cruciale delle nostre differenze circa la struttura e il modo di essere e di operare della Chiesa:  la questione del ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, quando la Chiesa in Occidente e in Oriente era ancora unita. Dopo approfonditi studi e discussioni, i membri della Commissione teologica si sono resi conto dell'enorme divario tra l'esperienza storica vissuta, assimilata e narrata nella cultura occidentale e l'esperienza storica percepita nella visione orientale delle cose. Ogni evento storico è aperto a diverse interpretazioni. La discussione non è sfociata in una reale convergenza. Ma è anche vero che, per trovare un consenso, ciò che conta è dapprima svelare i principi dottrinali e teologici che erano in atto in quegli eventi e che sono determinanti per rimanere fedeli alla volontà di Cristo per la sua Chiesa. Così si è deciso di preparare un nuovo documento di base in chiave teologica. Sono convinto che sia la strada giusta.
Pertanto, quando si parla di nuove difficoltà, non si tratta di difficoltà insormontabili, ma di una vera opportunità. È chiaro che la discussione non sarà né facile né breve. Mi sembra però che si stia ampliando la convinzione che l'unità è possibile; le circostanze del mondo di oggi spingono le Chiese in questa direzione. A mio parere è urgente che la teologia cattolica elabori una visione più concreta, un modello di ciò che ci si aspetta nel momento della piena comunione visibile. In questo modo i fratelli ortodossi potranno avere fiducia, superando le ataviche paure della presunzione di superiorità tipica dell'Occidente. Dovremmo sicuramente riaffermare quanto ha detto il Concilio sull'uguale dignità di tutti i riti, del rispetto dovuto alle istituzioni, tradizioni e discipline delle Chiese d'Oriente e tante altre cose.

E con i protestanti?

Nel 2009 il cardinale Kasper ha pubblicato un importante studio intitolato Harvesting the Fruits, che esamina in profondità più di quarant'anni di dialoghi ecumenici tra il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e le principali comunità ecclesiali mondiali.
Permangono divergenze significative e talvolta ne insorgono di nuove; ma è sorprendente scoprire come le controversie del sedicesimo secolo siano ora percepite in una nuova luce che smorza l'enfasi delle posizioni prese; capiamo così di essere meno distanti su molti punti essenziali. Certo, la principale difficoltà risiede nella diversa concezione di ciò che è la Chiesa stessa voluta da Cristo. La domanda non è solo in astratto:  cos'è la Chiesa? Ma anche nel concreto:  dov'è la Chiesa e dove viene realizzata nella sua pienezza? Su questo c'è ancora molto da fare.

Questo è il lavoro degli esperti; ma l'ecumenismo dovrebbe coinvolgere tutti!

Certamente. I dialoghi continueranno, perché sono la strada maestra dell'ubbidienza alla volontà del Signore per l'unità dei suoi discepoli nella verità. Ma hanno senso e saranno fruttuosi solo se sostenuti da tutto il corpo vivente della Chiesa. Sono le Chiese, le comunità dei credenti, che dovranno convergere nell'unità. Oggi dobbiamo ritornare alle origini del movimento ecumenico e riscoprire ciò che viene chiamato "l'ecumenismo spirituale". La preghiera, la conversione del cuore, il digiuno e la penitenza, la purificazione della memoria, la purificazione del nostro modo di parlare degli altri:  questa sensibilità spirituale era presente all'inizio del movimento ecumenico, è il centro dell'ecumenismo ed è dovere di tutti. L'ecumenismo spirituale non è monopolio degli esperti; tutti i cristiani possono essere protagonisti di questo movimento. Un aspetto particolare alla portata di tutti è stato sottolineato nel Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, ripreso nell'esortazione apostolica Verbum Domini di Benedetto XVI:  ascoltare, pregare e riflettere insieme sulla Scrittura "costituisce un cammino da percorrere per raggiungere l'unità della fede, come risposta all'ascolto della Parola". A proposito della Scrittura ci siamo divisi, intorno alla Scrittura dobbiamo ritrovarci. Facciamo dunque della sacra Scrittura il cuore dell'ecumenismo! In quel documento il Santo Padre ha ricordato anche l'importanza ecumenica delle traduzioni comuni della Bibbia. Lontano da ogni chiusura, il Santo Padre ci spinge in avanti sulla strada della ricerca dell'unità!

Auspici per la Settimana di preghiera per l'unità?

La Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani che stiamo celebrando quest'anno trae ispirazione dalla frase degli Atti degli apostoli che descrive la prima comunità di Gerusalemme:  erano "uniti nell'insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera". Così ci confrontiamo con ciò che significa essere Chiesa come comunione, nella verità, nell'amore, nei fatti. I testi per quest'anno sono stati preparati a Gerusalemme; i cristiani della città santa esortano tutti noi a riscoprire i valori che tennero uniti i primi discepoli e ci invitano a un rinnovato impegno a favore di un ecumenismo genuino fondato sul modello di vita della prima comunità cristiana. Sulla base della loro esperienza in Terra Santa, in Medio Oriente, i cristiani di Gerusalemme ci dicono che l'unità per cui preghiamo è condizione necessaria per conseguire la giustizia, la pace e la prosperità di tutti i popoli. Auspico che questa Settimana ci faccia capire seriamente, anche a noi cattolici, che la ricerca dell'unità non può essere posticipata al momento in cui tutti gli altri problemi religiosi e pastorali saranno risolti:  essa è condizione essenziale per il superamento di tutti gli altri problemi. Il Signore ha detto una cosa meravigliosa e tremenda allo stesso tempo:  che siamo una sola cosa "perché il mondo creda". La Chiesa esiste per evangelizzare, ma non potrà offrire il Vangelo in modo convincente mentre i cristiani persistono nelle loro divisioni. La ricerca dell'unità non è un lusso; è un dovere perentorio della fede.



(©L'Osservatore Romano 19 gennaio 2011)
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