Il cardinale Jozef Tomko ricorda Giovanni Paolo II

"Voglio andare sui monti Tatra"
mi confidò Wojtyla


di Nicola Gori

Ha trascorso giornate intense di lavoro insieme con Giovanni Paolo II, notti insonni per raggiungere i Paesi più lontani, accompagnandolo nei numerosi viaggi. Ha condiviso la stessa passione per la montagna e l'anelito alla libertà dei popoli, ha partecipato alla sua sollecitudine missionaria, come stretto collaboratore prima al Sinodo dei vescovi, poi, come prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli. È il cardinale Jozef Tomko, prezioso e lucido testimone del pontificato di Karol Wojtyla, che ripercorre in questa intervista al nostro giornale le principali tappe della sua amicizia con il Pontefice polacco.

A che anno risale il suo primo incontro con Karol Wojtyla?

Ho incontrato il giovane arcivescovo di Cracovia nell'ottobre 1969. Allora ero capo dell'ufficio dottrinale della rinnovata Congregazione per la Dottrina della Fede. Verso la fine del concilio Vaticano ii venne ristrutturato il dicastero mediante commissioni da istituire in seno alle Conferenze episcopali. Per spiegare e discutere le finalità delle commissioni, la Congregazione - sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale Franjo Seper - riunì il 3 e 4 novembre 1969 a Roma i rappresentanti delle Conferenze episcopali dell'Europa, delle Americhe e dell'Africa. Ogni episcopato era rappresentato da un vescovo e un teologo. Per la Polonia venne a Roma il cardinale Wojtyla, che era accompagnato dal padre Rozycki.

Che cosa ricorda in particolare di quell'incontro?

Il cardinale Wojtyla invitò a cena, per il suo onomastico, il 4 novembre 1969, il cardinale Seper e anche me nel convitto della chiesa di San Stanislao alle Botteghe Oscure. Ricordo ancora l'atmosfera fraterna che egli seppe creare tra i numerosi ospiti, coinvolgendo nei canti anche il cardinale Seper. La semplice, serena familiarità era accompagnata nel cardinale Wojtyla da un profondo senso dell'umiltà personale e dell'unità episcopale, come ebbi a rilevare più tardi durante una sua visita al Pontificio Collegio Slovacco dei Santi Cirillo e Metodio, sulla via Cassia. Egli accompagnava il cardinale Wyszynski, rimanendo sempre nell'ombra del grande primate. I due cardinali avevano compreso l'importanza dell'Istituto per la Chiesa in Slovacchia nel periodo della persecuzione, durante il quale l'arcivescovo di Cracovia ordinava segretamente i seminaristi che non potevano diventare sacerdoti nella nostra patria.

E dopo l'elezione alla cattedra di Pietro, il 16 ottobre 1978?

Il giovane Pontefice cominciò subito a visitare i suoi collaboratori nei singoli dicasteri della Curia romana. Allora ero sotto-segretario della Congregazione per i Vescovi, di cui era prefetto il cardinale Sebastiano Baggio. Il Papa iniziò la sua visita al nostro dicastero con il colloquio nella stanza del prefetto, poi passò dal segretario, l'arcivescovo Civardi, e in seguito arrivò nella mia stanza. Tenevo aperto sul tavolo un libro sui Monti Tatra, con bellissime fotografie delle nostre comuni montagne riprese da ambedue le parti, quella polacca e quella slovacca. Giovanni Paolo II cominciò a sfogliare il libro, commentando nella sua lingua con vivacità ogni immagine di Babia Góra, Rysy, Gerlach, mentre io gli rispondevo nel mio dialetto slovacco orientale, che è molto simile al polacco. Il cardinale Baggio e gli altri che assistevano alla scena si meravigliarono, chiedendosi che cosa questi due slavi avessero da raccontarsi! Intuirono, però, che non era soltanto l'amore per le comuni montagne che ci univa.

Fu poi Giovanni Paolo II a conferirle l'ordinazione episcopale nel 1979.

Nel mese di luglio di quell'anno mi chiamò a sostituire come segretario generale del Sinodo dei vescovi monsignor Wladyslaw Rubin, creato cardinale, e mi nominò arcivescovo. Il Papa stesso volle impormi le mani. E fu ancora lui che risolse le mie difficoltà di invitare un buon numero di persone alla cerimonia. Il governo cecoslovacco, infatti, aveva concesso soltanto a quattro fedeli di lasciare il Paese per partecipare alla consacrazione.

Che cosa ricorda della cerimonia?

Il Papa decise di ordinarmi nella Cappella Sistina, il 15 settembre 1979, festa di Sedembolestnà Panna Mària, la Vergine dei Sette Dolori, patrona della Slovacchia. Tenne la sua omelia in slovacco e dispose che la Radio Vaticana trasmettesse tutta la solenne celebrazione nei Paesi dell'Europa centrale, mentre la televisione austriaca, visibile in Slovacchia, effettuò le riprese e trasmise la celebrazione. La Cappella Sistina era gremita:  più di duecento slovacchi - che avevano lasciato il Paese col pretesto di un viaggio turistico - arrivarono all'ultimo momento, senza aver il permesso del regime, e seguirono la cerimonia sul teleschermo alla porta della Cappella. Non dimenticherò mai quell'imposizione delle mani, con la quale il Pontefice sembrava imprimermi lo Spirito nell'anima. Dopo la consacrazione Giovanni Paolo II salutò i fedeli nella Sala Ducale, passando in mezzo a loro e manifestando il desiderio di recarsi sui nostri Monti Tatra. Per la Slovacchia e per la Chiesa del silenzio fu un'efficace iniezione di speranza che egli, maestro nel leggere i segni di tempi e nell'usare i gesti profetici, seppe infondere anche nei più oscuri momenti di persecuzione.

Qual è stata la sua esperienza al servizio del Sinodo dei vescovi?

Durante i cinque intensi anni al servizio del Sinodo dei vescovi ho avuto la grazia di sperimentare la saggezza di Giovanni Paolo II nel governo della Chiesa universale. Avevo trovato molta luce proprio nell'ampio studio O Synodzie Biskupov che il cardinale Wojtyla aveva pubblicato su "Tygodnik powszechny" il 5 marzo 1972. In ogni caso, il nostro compito era molto difficile:  si trattava infatti di mettere in moto un istituto nuovo, poco sperimentato dai  vescovi e poco conosciuto dalla Curia.

Quali erano in proposito le indicazioni di Papa Wojtyla?

Personalmente sono stato molto avvantaggiato dall'immediato appoggio del Papa, che seguiva personalmente l'attività sinodale nella sua preparazione, nello svolgimento delle assemblee e nel successivo lavoro per portarle a frutto. Grazie a lui il Sinodo dei vescovi era entrato nella considerazione dell'episcopato mondiale e nella stima della Curia romana.

Quale fu il primo Sinodo di cui si occupò personalmente?

Fu quello particolare dei vescovi dei Paesi Bassi, celebrato nel gennaio 1980. La dolorosa situazione di quella Chiesa, una volta molto fiorente, la rottura della comunione tra i vescovi, la polarizzazione dei fedeli, la chiusura dei seminari e dei noviziati, il declino della fede, facevano parte del triste quadro che faceva soffrire il Papa ed anche gli stessi vescovi. Il successore di Pietro sentì il dovere di esercitare il suo compito di conservare l'unità di questa Chiesa e di confermare i fratelli. Furono sedici giorni di laboriose discussioni, durante i quali i vescovi formularono le Conclusioni operative per rinnovare la vita ecclesiale. Con l'approvazione del Papa esse dovevano diventare vincolanti.

A quali altri Sinodi lavorò?

Nel mese di ottobre 1980 si celebrò l'assemblea generale che aveva come tema la famiglia cristiana. La famiglia, specie nella civiltà occidentale, era già in crisi. Il Papa sedeva ogni giorno al tavolo della presidenza e ascoltava tutti gli interventi in aula. Come relatore aveva scelto il giovane arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Joseph Ratzinger. Come lavora la Provvidenza! Il segretario speciale era il messicano Javier Lozano Barragán e tra gli esperti c'erano il sacerdote milanese Dionigi Tettamanzi e il professore della Lateranense Carlo Caffarra, oggi tutti e tre cardinali. Il frutto del Sinodo fu l'esortazione apostolica Familiaris consortio, documento che conserva ancora oggi la sua piena attualità.

Tre anni dopo ci fu il Sinodo dedicato alla riconciliazione e alla penitenza.

Fu quella la seconda assemblea generale che organizzai sotto la guida del Papa. Si celebrò nell'autunno 1983. Giovanni Paolo II scelse come relatore generale il cardinale Carlo Maria Martini e come segretario speciale José Saraiva Martins, rettore dell'Urbaniana, oggi cardinale. Per il Pontefice il Sinodo era "un'espressione particolarmente fruttuosa e lo strumento della collegialità". Tanto che, prima di pubblicare la relativa esortazione apostolica, mi confidò il suo desiderio di manifestare in modo esplicito il fatto che questo documento non era solo suo personale ma era soprattutto frutto del Sinodo. Abbiamo studiato il modo con cui esprimere questa dimensione collegiale. E lo abbiamo individuato nell'aggiunta - approvata dal Papa - della parola "post-sinodale" al titolo dell'esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia pubblicata nel 1984. È quella la prima volta che è stato usato l'aggettivo "post-sinodale" per definire quel tipo di documento. Un ulteriore segno del suo profondo senso collegiale e sinodale era l'insistenza con la quale mi raccomandava di controllare se nelle esortazioni apostoliche tutte le Propositiones dei padri sinodali fossero state veramente tenute in considerazione. Un altro argomento su cui voleva sempre essere aggiornato erano le preghiere che venivano programmate prima e durante le singole assemblee. Avevo appena lanciato i preparativi per altre due assemblee sinodali - quella nel xx anniversario del concilio Vaticano ii e quella sui laici - quando alla fine di aprile del 1985 Giovanni Paolo II mi ha inaspettatamente chiamato a un altro tipo di servizio per la Chiesa universale.

Come prefetto di Propaganda Fide ha avuto modo di lavorare a stretto contatto con Giovanni Paolo II nel campo missionario. Qual aspetto di quel periodo le è rimasto più impresso?

La nomina a prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli mi è stata comunicata alle nove della sera di martedì 23 aprile 1985 e poi annunciata dallo stesso Pontefice - insieme all'elenco dei nuovi cardinali che sarebbero stati creati nel successivo Concistoro del 25 maggio - durante l'udienza generale del mercoledì seguente in piazza San Pietro. Quella notte non ho dormito. Il campo di azione era immenso:  da un lato, l'animazione missionaria nella Chiesa universale; dall'altro, una responsabilità diretta per le missioni, ossia per l'evangelizzazione di due terzi dell'umanità che non crede ancora in Gesù Cristo e per le giovani Chiese. Sono stati sedici anni di feconda collaborazione con il "primo missionario" della Chiesa.

Che cosa ha imparato da lui?

Ho imparato soprattutto a gettare le maggiori preoccupazioni nel Cuore del Salvatore, ad alleviare il peso della mia responsabilità ricordando davanti al Crocifisso che la Chiesa è anzitutto sua. Ogni due o tre settimane avevo udienza con lui, normalmente di sera, e ne uscivo stanco, talmente era intensa, ma anche sereno e incoraggiato. Ricordo che tante volte il segretario, monsignor Stanislaw Dziwisz, apriva discretamente la porta per far capire che la cena era pronta, ma il Papa continuava pazientemente a parlare, poneva domande, dava suggerimenti, offriva indicazioni e decisioni.

Di che cosa parlavate?

Anzitutto della nomina dei vescovi e dell'erezione delle nuove circoscrizioni ecclesiastiche. Durante la mia permanenza al dicastero, ne abbiamo erette circa 180. In totale, all'inizio ne ho trovate 877 e ne ho lasciate 1060. Quando portavo al Papa la proposta di una nuova diocesi da creare mi sentivo come un padrino di battesimo. Ogni tanto Giovanni Paolo II amava invitare alcune persone al tavolo apostolico per il pranzo o per la cena, per discutere qualche problema specifico. Ascoltava molto, ottenendo così vari pareri da diversi punti di vista, che egli talvolta raccoglieva in una sintesi operativa.

Che esperienza ha tratto dai viaggi compiuti insieme a lui?

I viaggi con il Papa nei territori di missione erano per me una scuola di zelo apostolico, di dialogo con le religioni, le culture e le popolazioni di vari continenti. A cominciare dall'agosto 1985, ho avuto questo privilegio in tutte le visite missionarie del Pontefice, vivendo con lui impressioni, gioie, rischi e, in parte, fatiche. Il cardinale Casaroli, che era uomo di spirito, scherzava sulla "divisione del lavoro" fra il Papa e noi del suo seguito:  "Il Papa fa fatica e noi siamo affaticati!". Ogni viaggio richiede una lunga preparazione, alla quale partecipa in qualche maniera anche il dicastero competente. Giovanni Paolo II concepiva questi viaggi come "pellegrinaggi al santuario del popolo di Dio". Egli non esitò a visitare più volte ogni continente, ma i viaggi nei Paesi di missione, disseminati sotto ogni latitudine, erano i più difficili. Giovanni Paolo II non badava al clima e alle fatiche, spendendo con generosità le energie, perfino sacrificando il sonno. Mi ricordo in particolare il più lungo viaggio - ben sedici giorni - che ci condusse in Bangladesh, Singapore, Fiji, Nuova Zelanda, Australia e Seychelles. Dopo varie notti, quando una mattina ho incontrato a Canberra il Papa e gli ho chiesto se avesse dormito, mi ha risposto con un sorriso:  "Sì, la prima notte". Ringrazio il Signore che mi ha dato la grazia di collaborare con il grande Pontefice missionario - l'autore dell'enciclica Redemptoris missio - nell'immenso campo dell'evangelizzazione dei popoli.

Tra i numerosi viaggi di Papa Wojtyla ce ne furono anche tre in Slovacchia. Che reazione suscitarono?

Dopo la caduta del comunismo, ci siamo incontrati e salutati con gioia. È singolare che dalle nostre labbra sia uscita la stessa frase:  "Dio è padrone della storia!". Il Papa ha accettato subito, nell'aprile 1990, l'invito a visitare la Cecoslovacchia, con le tappe a Praga, a Velehrad, in Moravia, e a Bratislava, dove lo ha atteso per tutta la notte un milione di fedeli sul prato, bagnato dalla pioggia, del vecchio aeroporto di Vajnory. Il bacio alla terra slovacca ha sigillato una vecchia amicizia ed è rimasto nella memoria degli slovacchi. Nel 1995 è ritornato in Slovacchia. Durante la visita, ha potuto riposarsi sui Monti Tatra, facendo un giro in elicottero sopra quelle vette che in gran parte conosceva. Al ritorno era visibilmente contento. Infine, nel mese di settembre 2003, già sofferente e costretto sulla sedia, è tornato nella nostra terra. A me è toccato di rendergli l'ultimo servizio, cioè di leggere in slovacco le omelie e i discorsi. Commovente è stato il suo addio a Bratislava, dove significativamente stava seduto, quasi identificato, sotto il grande Crocifisso. Gli slovacchi non possono dimenticare questi segni di amicizia.

Come ha vissuto gli ultimi giorni della vita di Giovanni Paolo II?

La sera di sabato 2 aprile 2005, mentre in piazza San Pietro la folla stava cantando il Salve Regina con gli occhi rivolti verso quella finestra, alle 21.37 tutti i media del mondo hanno diffuso la notizia della morte del Papa. Devo confessare che me l'aspettavo, perché la sera precedente avevo potuto vederlo brevemente e lo avevo trovato quasi assopito nella sua ultima battaglia. Appena appresa la notizia, mi sono recato subito a visitare la salma di questo gigante della storia, disteso ancora nel suo letto di dolore, con la maestosa pace della morte sul volto. Mi sono inginocchiato, ho pregato brevemente, ho preso la sua mano, quella mano che sentivo ancora sulla mia testa, e l'ho baciata devotamente. Era la mano del mio padre nello Spirito. Certi legami invisibili non si spezzano mai. E ora ho avuto la gioia di vedere realizzato il desiderio di quella folla oceanica che ai suoi funerali invocava:  "Santo subito". Il vento che ha mirabilmente voltato le pagine del Vangelo sulla bara di Giovanni Paolo II soffia ancora. La sua opera resta e porta i suoi frutti:  Pietro continua a vivere nei suoi successori come Cristo vive nella sua Chiesa.



(©L'Osservatore Romano 19 gennaio 2011)
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