A colloquio con l'arcivescovo João Braz de Aviz,
nuovo prefetto della Congregazione per i religiosi

Come parole del Vangelo lungo la storia


NICOLA GORI

È un arcivescovo brasiliano, che fin da seminarista ha scoperto e abbracciato il carisma del movimento dei Focolari. Confessa candidamente di non avere molta esperienza nell'ambito della vita consacrata, ma ha idee molto chiare su come rinnovarla. Pensa che occorra riscoprire la dimensione trinitaria a tutti i livelli, come modello di comunione e di apertura agli altri, per impedire che la vita comune diventi una penitenza e non un'occasione per vivere l'amore evangelico.Dal 4 gennaio scorso prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, monsignor João Braz de Aviz si racconta in questa intervista al nostro giornale.

Lei non appartiene a una congregazione religiosa. Pensa che questo sia un limite per il nuovo servizio che l'attende?

È la stessa osservazione che ho fatto al cardinale Tarcisio Bertone il 14 dicembre scorso, quando mi ha chiamato a nome del Papa. Il segretario di Stato mi ha risposto dicendo che ciò non creava alcun problema. Di fatto io non appartengo a nessun istituto religioso, anche se ho studiato sette anni nel seminario minore del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) ad Assis, nello Stato di San Paolo, dal 1958 al 1964. Da allora lo stretto contatto con il movimento dei Focolari mi ha avvicinato agli ordini e alle congregazioni i cui membri s'ispirano alla spiritualità dell'unità.

Ha avuto contatti o esperienze con altri movimenti ecclesiali e laicali?

Il movimento dei Focolari è la mia famiglia da quando avevo diciassette anni. Attraverso la sua spiritualità, in tutte le diocesi dove sono stato - Vitória, Ponta Grossa, Maringá e Brasília - ho sempre lavorato per l'unità dei carismi, delle comunità e delle associazioni, come risposta ai preziosi orientamenti dati da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte.

Negli ultimi anni, in particolare dopo il concilio Vaticano II, alcuni hanno sottolineato la crisi della vita consacrata. Di quale genere di crisi si tratta?

Il concilio Vaticano II ha chiesto agli ordini e alle congregazioni religiose un "aggiornamento" che ha comportato una revisione delle regole e delle costituzioni, di fronte alle nuove circostanze culturali e storiche dello scorso secolo. Il ritorno alle fonti, ossia al cuore del carisma dato alla Chiesa dal fondatore, e l'attenzione per le nuove circostanze, che comportavano diverse sensibilità, ha offerto a molte famiglie religiose l'opportunità di rinnovarsi e di acquisire ulteriore vigore, con abbondanti frutti. Oggi vari ordini e congregazioni stanno assistendo a una diminuzione delle vocazioni, all'invecchiamento dei loro membri e in molti casi a una diversità di orientamento all'interno della propria famiglia religiosa. D'altro canto, l'influenza dell'individualismo e del relativismo del nostro tempo ha raggiunto, almeno in parte, anche alcuni ambiti della vita consacrata, diminuendone il vigore. Penso sia soprattutto necessario penetrare più a fondo il mistero di Dio, per poter rinnovare i rapporti. In tal senso, la carenza teologica e mistica di un'esperienza della Santissima Trinità come fonte della comunione, ha portato ad affermazioni negative sulla vita comunitaria. È il caso, per esempio, dei consacrati che dicono: "La mia massima penitenza è la vita comune". La scoperta attraverso l'esperienza che Dio è amore e che noi siamo creati a sua immagine, potrà portare anche i consacrati e le comunità ad affermare: "L'altro, l'altra, per me è un'opportunità costante di sperimentare Dio, di sperimentare l'amore".

La riaffermata autonomia delle congregazioni religiose rispetto agli ordinari locali ha spesso portato nel passato a reciproche incomprensioni. Le visite pastorali dei Pontefici negli ultimi trent'anni hanno contribuito in qualche modo a migliorare le relazioni con i vescovi?

Il saggio e attento magistero degli ultimi Pontefici si è rivelato una base sicura di cammino ecclesiale in un momento di nuove scoperte e di nuove esperienze. Autonomia e dipendenza sono valori umani che non possono essere compresi e costruiti solo con criteri sociologici. L'esperienza della fede ci fa capire e vivere questi valori a partire dal criterio della comunione, che ha le proprie radici nel mistero dell'unità e della trinità di Dio. Quando autonomia e dipendenza diventano esperienza di amore, obbedienza e autorità si equilibrano e suscitano grande gioia interiore.

Pensa che il calo delle vocazioni sia espressione di un momento passeggero, anche se difficile, oppure è un segnale serio di allarme per il futuro?

Non sono solo i religiosi e le religiose a sperimentare la diminuzione delle vocazioni. Si tratta di un fenomeno più ampio e che non si manifesta in modo identico nelle diverse parti del mondo. L'Europa sente in maniera particolare questo problema. Man mano che la fedeltà dei battezzati alla loro vocazione di discepoli crescerà e, allo stesso tempo, la loro testimonianza verrà data in comunione con gli altri carismi e realtà della Chiesa, la vitalità riapparirà.

La vita consacrata in Brasile ha avuto un ruolo importante per lo sviluppo e l'evoluzione della teologia della liberazione. Lei come ha vissuto questo tempo lungo di ricerca teologica e pastorale?

L'opzione preferenziale per i poveri è un'opzione evangelica dalla quale dipenderà, prima di tutto, la nostra stessa salvezza. La sua scoperta e la sua costruzione da parte della teologia della liberazione hanno significato uno sguardo sincero e responsabile della Chiesa al vasto fenomeno dell'esclusione sociale. Giovanni Paolo II ha affermato all'epoca - attraverso la lettera inviata alla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile e consegnata dal cardinale Gantin - che la teologia della liberazione non è solo utile ma anche necessaria. A quel tempo le due istruzioni inviate da Roma sul tema correggevano questioni legate all'uso del metodo marxista nell'interpretazione della realtà. Penso che ancora non sia stato sufficientemente completato il lavoro teologico per svincolare l'opzione per i poveri dalla sua dipendenza da una teologia della liberazione ideologica, come ha ammonito ultimamente Benedetto XVI. Uno dei cammini più promettenti penso che consista nell'applicare all'interpretazione della realtà l'antologia e l'antropologia trinitarie. Personalmente ho vissuto gli anni della nascita della teologia della liberazione con molta angoscia. Ero a Roma per studiare teologia. Per poco non ho abbandonato la vocazione sacerdotale e persino la Chiesa. A salvarmi è stato l'impegno sincero con la spiritualità dell'unità nel movimento dei Focolari. I religiosi e le religiose, con la radicalità della loro vocazione evangelica, potranno collaborare molto a questo nuovo percorso.

Cosa possono sperare le suore e i religiosi dalla sua azione di governo e di indirizzo?

La vita consacrata è una perla dall'enorme valore. Gli ordini e le congregazioni religiose sono parole del Vangelo distribuite lungo l'intera storia della Chiesa. Dalle grandi esperienze religiose sono nate famose scuole di spiritualità e da esse importanti scuole di teologia. La fedeltà ai fondatori e la comunione profonda con la Chiesa potranno ridonare alla vita consacrata uno splendore più grande al servizio della Chiesa stessa e dell'umanità.



(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2011)
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