Intervista al cardinale presidente del Ccee Péter Erdó

I valori che identificano l'Europa


di VIKTORIA SOMOGYI

Al Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee) appartengono quali membri le attuali trentatré conferenze episcopali presenti nel continente, rappresentate di diritto dai loro presidenti, oltre agli arcivescovi del Lussemburgo e del Principato di Monaco e al vescovo di Chi?in?u, in Moldova. Presidente del Ccee è l'arcivescovo di Esztergom-Budapest, cardinale Péter Erdó, al quale abbiamo rivolto alcune domande sull'attività dell'organismo.

Quali sono i compiti del Ccee?

Tutti quelli che riguardano la vita pastorale della Chiesa, cioè tutti quelli che interessano le conferenze episcopali. Il Ccce non è un organo decisionale, ma consultivo e di aiuto reciproco. Abbiamo un programma, un metodo operativo: ogni anno organizziamo una sessione plenaria con l'indicazione di un tema centrale che rappresenta il risultato dei lavori svolti l'anno precedente. Realizziamo indagini continentali su temi quali l'insegnamento della religione, la libertà religiosa, le condizioni della Chiesa nei diversi Paesi, o, come quest'anno, la situazione demografica, argomento assai complesso. Esiste inoltre una serie di commissioni composte normalmente dai responsabili delle singole conferenze episcopali, incaricati di uno specifico settore (scuola, università, insegnamento, vocazioni sacerdotali). La commissione Caritas in veritate approfondisce le questioni della giustizia e della pace, della migrazione e dell'ambiente, aspetti intimamente legati fra loro. Ci sono poi commissioni che organizzano una volta all'anno, o ogni due anni, i loro convegni e programmi secondo un piano concordato con la nostra assemblea plenaria. Non mancano le collaborazioni istituzionali con altre organizzazioni, in particolare con il Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar; annualmente è indetto un incontro tematico, una volta in Europa, una volta in Africa. Abbiamo rapporti ecumenici con la Conferenza delle Chiese europee, organizzazione che raccoglie tutte le Chiese e comunità cristiane non cattoliche d'Europa. Esiste poi un forum cattolico-ortodosso che regolarmente organizza riunioni su argomenti riguardanti questioni non tanto dogmatiche quanto etiche e sociali; un'iniziativa che risulta molto utile negli aspetti della vita quotidiana. Manteniamo rapporti costanti con la Commissione degli episcopati della Comunità europea, che ha come vocazione quella di coltivare i rapporti con gli organi dell'Unione europea; informa per questo la nostra segreteria sugli sviluppi in corso presso le singole strutture dell'Ue e a volte aiuta a costituire una posizione cattolica sulle questioni trattate. Per quanto riguarda il Consiglio d'Europa a Strasburgo è la nostra organizzazione che mantiene i rapporti con l'aiuto della rappresentanza della Santa Sede perché il Consiglio d'Europa comprende un territorio più esteso, oltre l'Unione europea. Così anche la Russia, la Turchia e altri Paesi membri vengono coinvolti nelle riunioni; occorre dunque lavorare con i responsabili di queste nazioni quando si tratta di prendere posizione riguardo a questioni sensibili per la Dottrina della Chiesa.

All'assemblea plenaria del Ccee tenutasi a Zagabria dal 30 settembre al 3 ottobre 2010 il tema al centro del dibattito è stato demografia e famiglia in Europa. In che modo la Chiesa può stimolare il confronto per trovare una soluzione adeguata a questo problema, sempre più preoccupante nella società contemporanea?

Il relativo equilibrio del saldo demografico del nostro continente è dovuto al fatto che l'immigrazione supera quasi tre volte il numero delle nascite. Questo vuol dire che per via naturale l'Europa non è oggi capace di assicurare un saldo demografico positivo. Tale realtà ha varie conseguenze, come la crescita delle minoranze religiose, linguistiche, etniche, e degli immigrati che a volte presentano problemi pastorali come cattolici, o come cristiani non cattolici, con la richiesta di una cura pastorale particolare o dell'uso delle nostre strutture. Del resto, le persone provenienti da un'altra cultura, che seguono altre religioni, devono avere la possibilità di convivere non soltanto pacificamente ma in modo costruttivo con la popolazione del continente. In questo contesto la Chiesa tiene presente due valori fondamentali: una è la libertà religiosa, che proviene dalla dignità della persona, come insegna il concilio Vaticano II. Ciò significa che anche le minoranze e gli immigrati hanno la loro dignità e devono essere rispettati per quanto riguarda la libertà religiosa. Esiste poi il valore dell'identità storica, culturale e religiosa dei popoli europei. Questo aspetto viene sempre maggiormente tenuto in considerazione anche dai movimenti politici e dai governi europei. Bisogna però trovare le forme legittime che rispecchino, da una parte, il riconoscimento di tutti questi valori e, dall'altra, il rispetto incondizionato della dignità personale di tutti. Eppure quello che prima veniva chiamata multiculturalità sembra essere stata semplicemente una categoria politica. Anche il rifiuto della multiculturalità appare piuttosto un termine più politico che teologico. Noi dobbiamo guardare l'uomo con gli occhi della fede, cioè nel rispetto della sua dignità. Anche le comunità che formano una nazione, le culture nazionali, sono delle cose preziose agli occhi del Creatore. Se apprezziamo i diversi generi di animali, piante, ancora di più dobbiamo rispettare quella creatura meravigliosa che è una società, una cultura, una lingua umana. In Europa dobbiamo difendere questi valori. Per quanto riguarda la situazione delle persone, degli immigrati, che abitano già in un Paese o che arrivano adesso, siamo irrevocabilmente impegnati per il riconoscimento della loro dignità. Allo stesso tempo, riconosciamo la competenza degli Stati e il valore dell'ordinamento giuridico delle nazioni. L'Europa attrae i migranti provenienti dal resto del mondo proprio perché in essa esistono gli strumenti che garantiscono una tutela giuridica degli individui e dell'ordine pubblico, purtroppo non garantite in alcune regioni, come quelle colpite da sommovimenti politici violenti (terrorismo, guerra civile) o da estrema povertà, corruzione, disordine. Dobbiamo dunque apprezzare la legalità e l'ordine garantito dalle società europee.

Nella missione del Ccee un compito molto importante è rappresentato dai rapporti ecumenici. Nell'ambito della famiglia, per esempio, c'è concreta collaborazione con le Chiese ortodosse.

Due anni fa, a Trento, si è tenuto un forum comune e abbiamo pubblicato un volume con gli interventi e la dichiarazione finale sulla famiglia. I valori concernenti la famiglia difesi dalla Chiesa cattolica sono gli stessi riconoscuiti dal mondo ortodosso. Promuoverli nelle legislazioni nazionali o attraverso l'impegno sociale delle diverse Chiese risulta quindi un compito comune. Forme di collaborazione tra cattolici e ortodossi esistono in molti Stati, compresi i Paesi baltici, ed è da sottolineare la convergenza su temi di grande attualità come il diritto all'obiezione di coscienza dei medici e degli infermieri nel caso di interventi contrari alla dignità della vita umana (recentemente affrontato al Consiglio d'Europa).

È possibile una manifestazione europea per la famiglia, promossa dal Ccee, da svolgere contemporaneamente in ogni nazione?

Il Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa non si occupa di organizzare manifestazioni di piazza. Grandi manifestazioni, che hanno visto in prima fila i cattolici, sono state fatte, a esempio in Spagna, per difendere valori cristiani messi in pericolo. Il nostro compito è trasmettere in modo autentico la Dottrina sociale della Chiesa e rendere testimonianza davanti al mondo.

Il mondo industrializzato cerca di risolvere il problema demografico, almeno in parte, agevolando l'immigrazione, che sembra offrire una soluzione immediata. Tuttavia, almeno in Europa, ciò causa tensioni tra cittadini e immigrati, in particolare i non cristiani. Come vede il futuro dell'Europa in questo senso?

Non ho il dono della profezia. È certo che il comportamento di tanti Paesi dell'occidente europeo è duplice. Da una parte, desiderano o necessitano dell'immigrazione perché costa meno ricevere forza di lavoro adulta invece di educare e formare in Europa i giovani che nascono qui. Questo è un calcolo puramente economico, finanziario, che non tiene presente la dignità umana. Questo modo di ragionare considera l'essere umano uno strumento, non un fine. Dall'altra parte, ci sono tendenze nella politica dei Paesi occidentali che frenano l'immigrazione; rifiutano i nuovi arrivati o perché non riescono a integrarsi nella società o perché vogliono continuare a vivere in un modo che, secondo il Paese d'accoglienza, crea disturbo alla cittadinanza. In questo senso, noi abbiamo affrontato la questione dei rom, soprattutto all'interno dell'Unione europea. Non parlo dei migranti provenienti dall'esterno dell'Ue ma dall'interno: per esempio tra Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia orientale ci sono masse di popolazione zingara o rom che, spesso, cercano di andare nei Paesi occidentali, in Canada, Francia, Scandinavia, Germania, eccetera. Però anche qui esiste una questione di comprensione. In Occidente la società vede il problema ma non tutti vedono le cause di questa immigrazione o migrazione interna nell'Ue. È da ribadire che nei Paesi sopracitati, nuovi membri dell'Unione europea, fino alla fine dell'epoca socialista tutti avevano un posto di lavoro, non ben pagato, forse nemmeno economicamente giustificabile, ma ne avevano uno, e il mondo del lavoro era un settore di integrazione nella società anche per questi gruppi di persone. Dopo il crollo del sistema, l'industria edilizia che assumeva tutta questa forza lavoro, è stata privatizzata. Molte aziende sono state chiuse, altre modernizzate e, a causa della tecnologia, non hanno più avuto bisogno della manodopera. Per questo motivo, masse di gente sono rimaste senza lavoro e tale situazione dura ormai da una generazione. Queste persone non sono nomadi, in nessuna delle nazioni citate. Hanno un'abitazione fissa, anche se i problemi non mancano. Quindi, possiamo indicare con sicurezza dove abitano, quante sono, qual è la loro età media, che tipo di formazione hanno, o non hanno, giacché la maggioranza non è qualificata. Bisogna tenere in considerazione anche tale circostanza. Parlando con colleghi di questi Paesi dell'Est europeo, si ha la convinzione che per un salario molto modesto, per esempio 1,80 euro all'ora, tutti rimangono a casa. Non si tratta di gente che non vuole lavorare. Ognuno in questo mondo vuole restare dove è nato e vuol vivere in modo dignitoso, vuol poter lavorare e guadagnare per il suo sostentamento. Ciò vale anche per questi popoli. Quindi, una collaborazione più concreta per quanto riguarda l'appoggio alla creazione di posti di lavoro in queste zone dell'Est europeo potrebbe contribuire alla soluzione della tensione sociale in alcuni Paesi occidentali. È una questione che noi, in base ai nostri dati, alle nostre esperienze pastorali, possiamo almeno rilanciare, contribuendo all'organizzazione di convegni e chiedendo agli organismi dell'Unione europea di partecipare a incontri tematici su questo grave problema.

Per quanto riguarda l'immigrazione, il Ccee ha stretti rapporti con i vescovi africani. Principalmente in quali campi si manifesta la collaborazione?

In Africa, è difficile la vita degli stessi vescovi. Molti non riescono a pagare nemmeno i costi di viaggio degli incontri annuali. Bisogna trovare i modi di offrire loro un contributo affinché i nostri confratelli possano avere i mezzi per mantenere contatti regolari con l'esterno. Esiste naturalmente l'immigrazione africana, spesso clandestina o forzata o costretta da incertezze e persecuzioni politiche. Ci sono molti cattolici che emigrano dall'Africa verso l'area del Golfo arabico oppure in Europa. Nel nostro continente è importante non costringere questi individui a integrarsi il più presto possibile nelle parrocchie, ma lasciare che vengano accompagnati dal sacerdote del loro proprio Paese, poiché lo stile di vita religioso è naturalmente diverso nelle nazioni di provenienza. L'accompagnamento da parte della loro Chiesa di origine può aiutarli anche nella conservazione della propria identità e nel reciproco aiuto tra gli immigrati, così come nella creazione del rapporto, via via sempre più stretto, con la Chiesa locale del Paese dove arrivano. Penso che tale accompagnamento ecclesiastico possa contribuire inoltre a una buona integrazione di queste persone nelle società europee, senza la loro assimilazione forzata.

In quest'ottica, diventa sempre più decisivo il rapporto tra Stato e Chiesa. Al Forum cattolico-ortodosso tenutosi a Rodi nell'ottobre 2010, è stato trattato tale argomento. Date le diverse sfide poste dalla secolarizzazione e da una cultura a volte anticristiana, quali sono i punti focali di questa relazione, determinanti per il futuro?

Da una parte la libertà religiosa e la difesa della dignità umana, dall'altra il riconoscimento dell'identità culturale dei popoli, che concerne molto spesso anche le tradizioni religiose. Inoltre, abbiamo la comune convinzione che le Chiese debbano avere la possibilità di partecipare all'educazione delle giovani generazioni secondo le intenzioni dei genitori. L'esistenza delle scuole gestite dalle Chiese o di altre istituzioni culturali e sociali sono manifestazioni della nostra vocazione, così come la libertà di mantenere queste istituzioni fa parte della nostra vita, della nostra identità europea.

A Rodi si è parlato anche della difesa del crocifisso nei luoghi pubblici, o più genericamente della questione dei simboli religiosi.

Di certo, anche se lo Stato in Europa generalmente non è confessionale, la presenza dei simboli religiosi nei luoghi pubblici non è una cosa che viola la separazione tra Stato e Chiesa, ma una manifestazione importante dell'identità culturale dei popoli europei. Sia lo Stato che la Chiesa lavorano per gli uomini. La gente, secondo la propria cultura, le proprie convinzioni e tradizioni, può utilizzare i simboli religiosi che le sono cari. La "facciata urbanistica" presente nelle città del nostro continente, la presenza delle chiese, delle statue o delle immagini (per esempio a Roma le edicole mariane lungo le strade), appartengono all'identità, alla fisionomia di queste città, a questi popoli. Non è che qualcuno possiede una ragione sufficiente per far scomparire tutto questo. Penso che la sana collaborazione con uno Stato correttamente separato dalla Chiesa - cioè tra uno Stato, come dicono alcuni, caratterizzato da una laicità positiva e una Chiesa tradizionalmente presente nel Paese - possa essere anche nel futuro molto regolare, molto utile per il benessere fisico, psichico e spirituale di intere popolazioni.

Anche dalla Chiesa ortodossa ci sono appelli per difendere le radici cristiane dell'Europa. Nel contesto generale di oggi, dove quasi tutto ciò che viene proposto dalle Chiese viene guardato con pregiudizio e sospetto, quali possibilità di intervento rimangono per realizzare questo obiettivo e in quali campi?

Penso che nelle società europee non è la preoccupazione principale la presenza della fede cristiana o delle radici cristiane dell'Europa. Anzi, ci sono preoccupazioni come il crollo finanziario o altre cose che sono, propriamente per il mondo secolare, sfide molto più forti e radicali. La presenza delle Chiese non è per niente una cosa negativa, ma una risorsa che giova persino all'ordine pubblico. Una convinzione morale che sia largamente diffusa, basata sulla realtà dell'essere umano, del mondo, sulla capacità umana di conoscere la realtà del mondo e i criteri di comportamento umano, è una risorsa che può dare stabilità alla società, proteggendola dall'anarchia e dalla criminalità. Per questo è comprensibile che non pochi politici del mondo ex comunista appoggino proprio le Chiese tradizionali nei loro Paesi, vedendo la necessità di riguadagnare una dignità, un'identità del proprio popolo, per evitare il crollo e il conseguente vuoto culturale che si trova in seno alle società secolarizzate di certe nazioni, dove la caduta del comunismo ha lasciato terra bruciata.

Ma nel mondo occidentale, secondo lei, sta accadendo la stessa cosa?

Nel mondo occidentale questi processi erano più organici, cioè non avvenivano "rotture" come l'introduzione del comunismo con la dittatura; neanche il presentarsi del problema era così rapido e chiaro come da noi nel 1989-90, quando è caduto il Muro e sono cadute le barriere anche ideologiche. Quindi, sia la presa di coscienza dei nostri valori tradizionali che la secolarizzazione antecedente sono stati processi più lenti e organici. Però l'analogia esiste anche in Occidente.

Secondo le statistiche, i fedeli praticanti sono sempre di meno in Europa.

Chi lo dice? Non è così. Che cosa significa la prassi religiosa? Alcuni sociologi qualificano non praticanti i cattolici che non cinquantadue volte (il numero delle settimane in un anno), ma soltanto trenta volte, frequentano la messa domenicale, mentre un protestante che una sola volta all'anno va in chiesa viene considerato praticante perché nella sua communità non è prescritta la messa domenicale. Quindi, i criteri dei sociologi non bastano per misurare l'appartenenza religiosa perché ogni persona ha il sacrosanto diritto di definirsi per esempio cattolico. Uno che è battezzato nella Chiesa cattolica e si professa cattolico, deve essere riconosciuto come tale. Non dobbiamo lasciarci troppo impressionare. Per esempio, a Budapest la proporzione dei cattolici battezzati che frequentavano le messe domenicali negli ultimi anni era la stessa che all'inizio del ventesimo secolo. Nel frattempo, si è verificato un grande miglioramento, poi una nuova discesa, però tutto ciò va guardato anche con criteri storici. Io non penso che vi sia una strada a senso unico. Dobbiamo naturalmente combattere per risvegliare l'identità e il senso religioso e approfondire la missione nelle grandi città, proprio per far vedere alla gente, spesso indifferente, che cosa significa la nostra fede e come può dare nuova luce ed energia all'intera società. Essa può anche umanizzare le società delle grandi città, che sono ormai molto spesso senza personalità, molto fredde, oppure senza volto umano. Dobbiamo quindi risvegliare il nostro bisogno e la nostra capacità di umanizzare il mondo intorno a noi. Gesù Cristo è Redentore di tutta l'umanità. La sua persona è la via per la vera felicità, per la vita della società basata sull'amore.

Dobbiamo difendere le radici cristiane. Ma come dovremmo agire?

In mille forme: sui mass media e attraverso i linguaggi della cultura, della musica, della danza, dello spettacolo, ma anche attraverso la predica diretta, persino per le strade, perché no? Bisogna far vedere alla gente che siamo cattolici, far dire alla gente che la Chiesa è presente, ha qualcosa da dire. Bisogna rafforzare le famiglie, le parrocchie, anche come comunità, come luoghi d'incontro e di aiuto reciproco. Bisogna avere una sensibilità speciale per i più poveri, per quelli che sono fuori dalla rete di protezione sociale e che non hanno più né casa né lavoro, né comunità di riferimento. Bisogna cercarli e stare vicino a loro. Non basta mantenere i sistemi anonimi che funzionano soltanto in termini economici, ma bisogna guardare la persona in una situazione di crisi, la persona disoccupata, senza tetto, malata, anziana. Questo sforzo da parte della Chiesa è largamente possibile perché esiste, grazie a Dio, una grande predisposizione al volontariato. A livello parrocchiale, senza organizzazioni con personalità giuridica, senza strutture di finanziamento pubblico, c'è una prontezza ad aiutare che va riconosciuta e rispettata, e questo costituisce un raggio di speranza, un'autentica testimonianza della nostra appartenenza a Cristo.



(©L'Osservatore Romano 26 febbraio 2011)
[Index] [Top][Home]