Il cardinale Robert Sarah, presidente di Cor Unum, parla della situazione nei Paesi del Maghreb

Egoismo e ingiustizie
alimentano la spirale della violenza

di MARIO PONZI

Gli africani non ce la fanno più a sopportare di essere sottomessi. Sottomessi da dittatori senza scrupoli, sottomessi dai Paesi ricchi, sottomessi dall'egoismo del mondo, sottomessi dai fondamentalismi religiosi. Sono capaci di amare ma hanno bisogno di amore, di essere amati e non sfruttati, messi alla fame, colonizzati. Per questo si ribellano. Parla a voce bassa ma ferma il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, analizzando la situazione esplosiva che in questi giorni sconvolge alcuni Paesi della "sua" Africa. In questa intervista al nostro giornale il porporato - di ritorno da Haiti, dove ha portato la solidarietà di Benedetto XVI alle popolazioni colpite dal terremoto - rilancia l'appello del Papa a porre fine alla spirale di violenze causate dall'egoismo e dalle ingiustizie. "La violenza - afferma il cardinale - non è mai accettabile, in nessuna condizione. Tanto meno quando per salvare un solo uomo se ne uccidono così tanti, come sta accadendo in questi giorni in Libia". E ricorda ai capi delle nazioni che l'autorità e l'esercizio del potere devono essere un servizio al bene comune.

Cosa sta accadendo nel Maghreb?

Per me è un fatto sorprendente. Non mi sarei mai aspettato che in Paesi in cui la religione maggioritaria è l'islam e la gente è abituata alla sottomissione, si verificassero rivolte di una tale gravità. Evidentemente la pressione è stata forte, forse troppo. L'uomo sopporta, ma ci sono limiti anche alla sopportazione. Soprattutto quando ci si trova davanti a situazioni di ingiustizia come quelle che si sono rivelate nei Paesi del Maghreb. Non so naturalmente quale sia l'origine vera dei fatti che stanno accadendo oggi. Voglio sperare che finiscano presto le violenze. La violenza non è mai accettabile, in nessuna condizione. Tanto meno quando per salvare un solo uomo se ne uccidono così tanti, come sta accadendo in questi giorni in Libia. Vorrei rilanciare l'appello del Papa affinchè finisca in ogni parte del mondo la logica dell'egoismo che genera tanto male. Questo è anche il mio appello.

L'effetto domino di questa crisi può essere favorito dalle rivelazioni degli ingenti tesori che alcuni capi di Stato africani hanno accumulato all'estero mentre i loro popoli soffrono la fame?

È chiaro che il popolo africano si ribella proprio nel vedere che i suoi capi si arricchiscono mentre loro sentono i morsi della fame e sono costretti a sopportare sempre maggiori sacrifici.

Di chi è la responsabilità?

Certamente i Paesi ricchi sfruttano la loro capacità economico-finanziaria per comprare favori. Dunque sbarcano nei Paesi africani, riempiono d'oro i capi di Stato che accettano di farsi corrompere e poi sfruttano le enormi ricchezze della terra. Perché l'Africa è un continente ricco. Non ha i mezzi per sfruttare la sua ricchezza e dunque non può farlo. Chi detiene le leve del potere cede alle lusinghe dei nuovi colonizzatori e svende il suo popolo. Le banche estere, i cosiddetti paradisi fiscali, sono ricolmi di ricchezze di africani senza scrupoli. Dunque, forse tutta questa ribellione che sta esplodendo è dovuta a questo contrasto tra la ricchezza portata fuori dell'Africa e la povertà e la fame distribuite in Africa.

Sarebbe proprio impossibile che l'Africa sfruttasse per sé le proprie ricchezze?

Assolutamente no. Anzi, se l'Africa imparasse a scoprirsi continente, a capire l'importanza dello stare insieme, dell'essere uniti, farebbe la sua fortuna. L'Europa questo lo ha capito e si è unita: cerca di collaborare per raggiungere scopi comuni. Senza organizzazione non c'è futuro.

Ma esiste l'Unione africana.

Solo sulla carta. In realtà ogni Paese segue le indicazione che gli vengono dall'estero, dai Paesi che occultamente o meno li controllano.

Sta dicendo che l'Africa è ancora oggi colonizzata?

Di fatto credo di sì. Purtroppo è un continente con un'economia molto debole e dipendente dall'estero, manca di tecnologie adeguate e di strutture di supporto. Non voglio assolvere gli africani dalle loro responsabilità; ma resta il fatto che tante nazioni potenti poggiano la loro mano pesante sull'Africa e la schiacciano. Si pensi per esempio a quanto è capitato in Angola. Anni e anni di guerre fratricide, tanta miseria. Poi è affiorato il petrolio, si sono scoperte miniere di diamanti. Ma la ricchezza che ne è derivata non è stata per il popolo angolano, che ha continuato e continua a soffrire la fame. Altri hanno sfruttato e sfruttano la loro ricchezza. Lo stesso nella Repubblica Democratica del Congo. Questo è il dramma. E tutto a causa dell'egoismo di pochi.

Come fare per fermare questo circolo di egoismo per cui chi non ha nulla avrà sempre meno e chi possiede potere e ricchezze avrà sempre di più?

Forse può sembrare scontato che un cardinale risponda dicendo: bisogna dare maggiore diffusione al messaggio evangelico. Oltre alla Parola del Signore porto con me una grande esperienza maturata in quella terra meravigliosa che è appunto l'Africa. La gente africana ha bisogno di conoscere il Vangelo dell'amore. Il Vangelo è amore. Amore di Dio verso l'uomo. Il Vangelo è la vicinanza di Dio nei confronti dell'uomo; è la misericordia di Dio verso l'uomo. È la fonte della fratellanza umana. Senza la presenza di Dio nel mondo ci sarà sempre uno spazio crescente per l'egoismo. La Chiesa ha un ruolo molto importante da svolgere. Anche se il suo messaggio è rifiutato, essa deve continuare con coraggio e con pazienza a evangelizzare. Solo il Vangelo potrà cambiare il cuore dell'uomo e dunque la società.

Per questo nel presentare alla stampa il messaggio del Papa per la Quaresima ha rivolto un appello ai media affinchè facciano conoscere la missione della Chiesa nel mondo?

Non credo di essere molto lontano dal vero se affermo che accendendo radio e televisori o sfogliando giornali si sentono o si leggono solo brutte notizie: catastrofi, uccisioni, violenze. Perché le cose buone non fanno mai notizia? Forse perché potrebbero contribuire realmente a far crescere umanamente e spiritualmente l'uomo e la società. Dobbiamo far conoscere che esistono nel mondo suore che sacrificano la loro vita per aiutare i più poveri, i derelitti, i moribondi; missionari che vanno nei luoghi più sperduti della terra, ovunque ci sia un uomo da aiutare, da soccorrere, da difendere con le armi del Vangelo. Vivono con i poveri per dare loro più dignità. Questo volevo dire ai giornalisti. C'è del bene nel mondo. C'è tanto bene all'interno della Chiesa. Ci sono tanti uomini di Chiesa che fanno veramente tanto del bene. Però si parla solo degli sbagli di alcuni di loro, di ciò che fa scandalo. È giusto che si sappia, anche per poter riparare. Ma non è giusto che passi solo questa immagine falsa della Chiesa.

Ha rivolto anche una sorta di appello alla responsabilità della comunità internazionale nella lotta alla corruzione e all'ingiustizia nei singoli Paesi e nel mondo. A cosa si riferiva?

Mi sembra che sia importante sottolineare con insistenza che l'autorità, il potere, sono un servizio per promuovere il bene comune. E su questa strada principalmente si deve muovere ogni buona azione di governo. Le istituzioni internazionali dovrebbero appoggiare la promulgazione di leggi economiche e commerciali che non favoriscano solo la politica dei più ricchi, dei più potenti. Così facendo si creano più povertà, più instabilità sociale, più violenza, più guerre. L'interdipendenza di oggi richiede la collaborazione di tutti per porre fine a queste strutture di ingiustizia Quello che sta accadendo oggi in tante parti del mondo è proprio il frutto dell'ingiustizia che regna. La povera gente comincia a ribellarsi a questi sistemi economici, finanziari e commerciali che alimentano i ricchi e affamano i poveri.

Rimedi possibili?

Certo, c' è un lavoro molto lungo da fare; ma se mai si comincia, mai se ne viene a capo.

Quale può essere in questo senso il ruolo dell'Onu?

Credo che i potenti siano veramente potenti e tanto più potenti dell'Onu stesso. Cosa può fare l'Onu davanti ai poteri forti, che lo condizionano e lo guidano? Io credo che ci sarebbe bisogno di una rivoluzione - pacifica s'intende - all'interno dell'Onu stesso. I piccoli Paesi, quelli che contano di meno perché più poveri, ma che sono comunque la maggioranza, dovrebbero cercare di farsi rispettare di più, di imporre la propria presenza, di imporre la propria dignità. Dovrebbero far capire che è il momento di mettere la parola fine a tutte le forme di ingiustizia internazionale, che purtroppo, si manifesta anche all'interno dell'Onu.

Come si possono contrastare le strutture d'ingiustizia?

È una cosa molto difficile da realizzare. Io credo che la strada principale da percorrere, se non l'unica, sia quella della formazione dell'uomo, o meglio, della formazione del cuore dell'uomo. Solo con un cuore rinnovato, aperto allo Spirito, si può superare l'ingiustizia del mondo. Se manca la presenza di Dio nel cuore dell'uomo, tutto il male è possibile. Dunque è possibile anche che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Noi puntiamo molto sulla formazione perché quando l'uomo avrà nel suo cuore l'occhio di Dio, riuscirà anche a vedere il bisogno del suo fratello. A Cz?stochowa, con i responsabili diocesani della carità di tutta l'Europa, abbiamo proprio cercato di far capire l'importanza della formazione del cuore, del far riscoprire a tutti la presenza dell'occhio di Dio nel nostro cuore.

Quando portate la solidarietà della Chiesa nei Paesi disastrati, la gente percepisce questa presenza?

Direi proprio di sì. Del resto è questa la nostra missione. Non si può pensare di portare solo cose materiali. Bisogna dare a questa gente la forza di andare avanti. Recentemente ad Haiti ho potuto maturare un'esperienza meravigliosa. Lì c'è gente che non solo ha sofferto per il terremoto, ma continua a soffrire ancora oggi per tante situazioni sociali: non c'è un governo stabile, c'è tanta corruzione, manca assolutamente il concetto della dignità umana perché dove c'è tanta povertà spesso non c'è neppure dignità. Ho visto un popolo che ha confidenza con la sofferenza ma che è aperto alla speranza, perché è un popolo credente e prega molto. Ma ho anche visto tanta, tantissima gente che si è rimboccata le maniche e affianca il popolo haitiano nella difficile opera di ricostruzione, materiale e morale. Sono i volontari delle organizzazioni cattoliche che si sono precipitati lì appena apprese le prime drammatiche notizie. E sono ancora lì. Non li abbandonano. Questa è una bella testimonianza della prossimità di Dio ai poveri. Questo stanno dando i nostri tra le macerie di Haiti.

Ha verificato lo stesso impegno durante la sua recente partecipazione in Africa alla riunione della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel?

Sì, anche se la situazione lì è diversa e non si tratta di interventi momentanei. Ci sarebbe bisogno di spingere gli altri Paesi africani alla solidarietà con le nazioni del Sahel. Sono rimasto molto impressionato dal fatto che tanti Paesi africani, come il Senegal, il Benin e altri, hanno aiutato Haiti. È bello vedere i poveri che aiutano i poveri. È una manifestazione della presenza di Dio che suscita la sua generosità nel cuore dei poveri. L'auspicio è che questa stessa solidarietà si trasmetta a tutta l'Africa.

Un messaggio, questo, che porterà in Burundi nel corso della sua prossima visita?

Certamente. Ma direi di più, perché in Burundi andiamo a inaugurare una scuola dedicata a Benedetto XVI. Questo nostro dono vuole essere il segno di quanto sia importante per noi proprio la formazione dell'uomo. Un uomo nuovo, nuovo nel cuore, può essere un segno di speranza per il futuro dell'Africa.



(©L'Osservatore Romano 26 febbraio 2011)
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