Intervista ad Alessandra Ciattini Montanini

Il genio femminile nella Chiesa
è una realtà in crescita


di CLAUDINE GATAYIJA UWIZERA

Al servizio diretto della Santa Sede lavorano da anni molte donne, religiose e laiche, che "con la loro specifica sensibilità e creatività danno un contributo importante al governo della Chiesa". Ma in generale sono migliaia le donne che hanno "responsabilità di direzione nella Chiesa universale". A esprimersi così, su una realtà in progressiva crescita, è Alessandra Ciattini Montanini, di origine toscana ma romana di adozione, che nel 1979 ha iniziato a lavorare all'Associazione dei medici cattolici italiani (Amci) e dal 1985 nel Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute.

La Lumen gentium indica ai laici la vocazione di "cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio". In che modo le donne possono rispondervi?

I laici, in particolare le donne, sono chiamati a svolgere i propri compiti in ambito familiare o lavorativo con dignità, sobrietà, profondo rispetto per gli altri. Oggi è molto difficile dimostrare di essere donna in maniera autentica. Tanto più di fronte all'affermarsi di un'immagine femminile stereotipata così distante dalla visione cristiana. Ma è proprio in situazioni come queste che la donna, riscoprendo la sua innata vocazione, può diventare custode di quei valori umani ed etici testimoniati nel corso dei secoli da tante esemplari figure femminili cristiane.

C'è un contributo peculiare che la donna può offrire alla società?

Sono convinta del valore e della forza della preghiera. Quando una donna riesce a coniugare la dimensione spirituale con l'attività che svolge - in famiglia, nel lavoro o in ambito più strettamente religioso - raggiunge un equilibrio interiore e una serenità d'animo che si avvertono anche dall'esterno. Del resto, la sintesi tra preghiera e azione rappresenta la cifra della santità di molte donne nella storia della Chiesa: tra quelle più vicine a noi, madre Teresa di Calcutta proprio dall'orazione quotidiana traeva la forza per il suo straordinario programma di carità al servizio dei poveri e dei sofferenti.

Lei ha maturato una lunga esperienza nel campo delle istituzioni sanitarie cattoliche prima di arrivare al Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute. Quali sono i suoi compiti specifici in questo dicastero?

Vi lavoro dalla fondazione, avvenuta l'11 febbraio 1985 per iniziativa di Giovanni Paolo II, che ebbe l'intuizione di creare un organismo specifico per gli operatori sanitari cattolici al servizio dei malati in tutto il mondo. Un servizio che è "parte integrante della missione" della Chiesa, come si legge nel motu proprio Dolentium hominum istitutivo del dicastero. Oltre ad assistere il presidente, l'arcivescovo Zygmunt Zimowski, coordino iniziative come la giornata mondiale del malato, l'annuale conferenza internazionale che si tiene in novembre, l'assemblea plenaria, studio dossier provenienti dalle Chiese particolari o da organismi internazionali su questioni attinenti alla salute e alla vita, preparo atti e documenti.

Che ruolo svolge il dicastero nel mondo della sanità?

Il Consiglio ha il compito di diffondere, spiegare e difendere gli insegnamenti della Chiesa in questo ambito, nonché di seguire e studiare gli orientamenti programmatici e le iniziative concrete di politica sanitaria, a livello internazionale e nei diversi Paesi. Sia nell'ambito del nostro ufficio, sia nell'attività di coordinamento e collaborazione con i presuli incaricati della pastorale sanitaria, i presidenti delle conferenze episcopali e i rappresentanti pontifici nel mondo. Attraverso la cooperazione con organizzazioni e associazioni che impegnano i laici cattolici nel campo della sanità, possiamo conoscere i problemi emergenti, cercando di venire incontro alle diverse necessità. In questo senso la Chiesa, grazie a numerosi volontari e operatori sanitari, consacrati e laici - tra i quali moltissime donne - manifesta la sua sollecitudine per i malati e i bisognosi. Per esempio, attraverso la fondazione Il Buon Samaritano, braccio operativo del Consiglio al servizio dei sofferenti, in particolare quelli del continente africano.

Qual è la sua esperienza di donna che lavora nella Curia romana?

Ho collaborato con monsignor Fiorenzo Angelini quando era assistente nazionale dell'Amci e poi dopo la sua nomina a primo presidente del dicastero per gli operatori sanitari e la creazione cardinalizia. Contemporaneamente ho concluso gli studi universitari in scienze politiche, mi sono sposata e ho avuto tre figli, due maschi e una femmina. E i superiori del Consiglio sono stati sempre molto attenti alle mie necessità di moglie e madre, sostenendomi e condividendo il mio percorso di vita, al punto che mai mi sono sentita discriminata rispetto agli altri colleghi.

In una recente intervista il segretario generale di Caritas Internationalis, Lesley-Anne Knight, è stata presentata come la donna di più alto livello che lavora in Vaticano. Qual è la presenza femminile nella Curia romana?

Al servizio della Santa Sede lavorano da anni molte donne - religiose e laiche - che con la loro specifica sensibilità e creatività danno un contributo importante al governo della Chiesa. Ai livelli più alti ci sono oggi due donne, una religiosa e una laica, con l'incarico di sotto-segretario: suor Enrica Rosanna, nella Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e Flaminia Giovanelli, nel Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Un'altra laica, Jeanne Baptistine Ralamboarison, è segretaria generale della Pontificia Opera Missionaria della Santa Infanzia. Collegati al governo centrale della Chiesa, moltissimi ruoli di alta responsabilità sono affidati a donne: penso, per esempio, a Maria Voce, presidente del movimento dei Focolari, il cui statuto di fondazione prevede espressamente l'attribuzione della presidenza a una donna. Anche altri importanti movimenti e congregazioni religiose - attualmente quelle femminili sono più di mille - sono guidati da donne. E molte di queste realtà associative sono enti canonici pubblici, simili quindi a Caritas Internationalis, che ha personalità giuridica pubblica. Senza negare perciò l'importanza di questo organismo, sarebbe più corretto dire che Knight è una delle migliaia di donne che hanno importanti responsabilità di direzione nella Chiesa universale.

Nella stessa intervista Knight afferma di non essere stata mai invitata a una riunione di lavoro con il cardinale segretario di Stato e di avere incontrato soltanto i sotto-segretari dei dicasteri vaticani. Questo ha a che fare con il fatto di essere donna?

Gli incontri di lavoro con il segretario di Stato avvengono di norma con i capi dei dicasteri. Ma proprio per assicurare maggiore attenzione all'immensa galassia delle realtà ecclesiali, femminili e maschili, egli si avvale di un'efficace rete di collaboratori composta dai segretari, dai sotto-segretari e dagli officiali dei dicasteri di Curia. Da parte loro - e ne ho esperienza diretta - si apprezza sempre di più la presenza femminile nella Chiesa e il contributo delle donne viene considerato intuitivo, saggio ed equilibrato. Un contributo considerevole: nel Consiglio dove lavoro, per esempio, tra officiali e collaboratori ci sono ben otto donne. E il nostro dicastero ha organizzato nel 1998 un simposio internazionale sulla donna consacrata nel mondo della salute, dove i relatori erano solo donne.

Le congregazioni femminili che si occupano di poveri, malati o persone anziane sono più numerose di quelle maschili. È una prova della peculiarità del contributo delle donne nel campo della carità?

Senza dubbio la donna, per sua natura, è più portata all'assistenza caritativa delle persone malate e bisognose. Una maggiore sensibilità e un'attenzione delicata, spesso sostenute da una scelta di vita vocazionale, rendono efficace e prezioso il servizio svolto dalle donne in questo campo. Lo conferma il fatto che abbiamo molte richieste di personale religioso femminile nelle strutture sanitarie, anche pubbliche. E sono convinta che i malati e lo stesso personale sanitario ne traggono un indubbio beneficio.

Nella lettera indirizzata alle donne il 29 giugno 1995 Giovanni Paolo II ha affermato che "il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà di vedere la nascita di nuove e mirabili manifestazioni del "genio femminile"". Come si esprime questo "genio"?

La grandezza femminile non consiste in gratificazioni di tipo materiale o in inutili manifestazioni di visibilità. Credo che il modello di donna autentica sia la Vergine Maria, che si è espressa nella semplicità e nel silenzio. Ascolto, preghiera e discrezione fanno risplendere la figura femminile molto più di altri aspetti esteriori e appariscenti. E in ogni caso la testimonianza e la forza morale di tante donne possono incidere sulla vita della Chiesa anche nelle forme più umili e meno visibili.

Di recente, in una serie di udienze generali, Benedetto XVI ha sottolineato l'importanza della santità femminile nella Chiesa. Quale santa potrebbe essere un modello per la nostra epoca?

Personalmente ho una grande ammirazione per Monica, la madre di Agostino, forse perché sono anch'io una mamma. È stata una donna esemplare, che con la forza della preghiera e una fede grandissima ha saputo riportare a Dio il figlio così amato. Ricordo poi che proprio il 7 marzo la Chiesa celebra la memoria liturgica di due donne martiri, Perpetua e Felicita, anch'esse africane. Quest'ultima, con la sua scelta di fedeltà totale a Dio, è riuscita a far nascere il proprio bambino prima di essere trucidata nell'arena di Cartagine. Un esempio antico, ma sempre attuale, del nesso inscindibile che esiste fra testimonianza cristiana e rispetto per la vita nascente.



(©L'Osservatore Romano 9 marzo 2011)
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