Cristiani, ebrei e musulmani e la pratica dello Scriptural Reasoning in un colloquio con il teologo anglicano David Ford

La saggezza
della differenza


di MARCO BELLIZI

Il confronto tra le religioni deve puntare a migliorare "la qualità delle differenze" piuttosto che a ottenere accordi su temi specifici se esso vuole giocare ancora un ruolo in un mondo complesso e in continua trasformazione. Questo vale altrettanto per il dialogo fra i cristiani, che oggi non può realizzarsi compiutamente se non attraverso il rapporto con le altre fedi. David F. Ford, dal 1991 Regius Professor of Divinity presso la Cambridge University, la facoltà creata da Enrico VIII nel 1540, è un anglicano formatosi in ambienti sensibili alle questioni interreligiose ed ecumeniche. Nato a Dublino, ha vissuto le alterne vicende dei delicati rapporti fra i cristiani e ha imparato che "il rispetto e l'amicizia nascono più facilmente nelle differenze". Dagli ebrei in particolare ha preso in prestito un metodo, quello del ragionamento sulle sacre scritture, il Textual Reasoning e l'ha applicato al dialogo fra i cristiani e fra questi e i credenti delle altre fedi. Ne è nato lo Scriptural Reasoning, una pratica di confronto sui testi sacri che, partita dagli Stati Uniti, ha avuto un immediato successo in tutto il mondo, suscitando l'interesse tanto del mondo accademico quanto di semplici comunità di fedeli. Ford il prossimo 5 aprile, alle 16, sarà alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino per tenere la tradizionale lecture organizzata ogni anno in collaborazione con il "Centro Giovanni Paolo II per il dialogo interreligioso" e la Russell Berrie Foundation. In quella sede illustrerà come ebrei, cristiani e musulmani possono incontrarsi e parlare insieme di Sacre Scritture, senza l'obbligo di ottenere alcun risultato. In questa intervista a "L'Osservatore Romano" Ford anticipa alcuni dei temi che tratterà.

Professore Ford, potrebbe spiegare in che consiste questo nuovo metodo di dialogo?

Lo Scriptural Reasoning riunisce i membri di differenti religioni e confessioni religiose in piccoli gruppi all'interno dei quali si leggono e si discutono insieme estratti dei rispettivi testi sacri. È una sorta di mutua ospitalità, attraverso la quale ognuno in un certo senso "ospita" gli altri nelle proprie scritture e viene a sua volta ospitato nelle scritture altrui.

Che cosa l'ha spinta a sviluppare questa pratica?

Non è stato il risultato di un percorso coscientemente progettato: è scaturito casualmente da esperienze di amicizia. Il teologo anglicano Dan Hardy e io fummo invitati a prendere parte alla sessione annuale di un gruppo di Textual Reasoning che si riuniva presso l'American Academy of Religion. Si trattava di filosofi e studiosi dei testi ebraici (Tanakh e Talmud) che alimentavano discussioni straordinariamente vivaci riguardo appunto ai testi ebraici classici e alle opere di moderni filosofi ebrei. Alcuni di loro si unirono a noi, dando vita allo Scriptural Reasoning, e poco dopo fummo raggiunti anche da alcuni musulmani. Col senno di poi posso dire che si trattava di riempire una lacuna di cui avevo avvertito l'esistenza durante i quindici anni che avevo trascorso nella città di Birmingham, una città che pure era multietnica e multiconfessionale.

Ma cosa rende lo Scriptural Reasoning diverso dalle forme di dialogo che più o meno assiduamente hanno luogo?

Penso che il suo carattere distintivo si trova in una combinazione di diverse cose. Anzitutto permette che la fede dei partecipanti alla discussione rimanga un elemento centrale. Lo Scriptural Reasoning poi ha a che fare più con la comprensione profonda dell'altro che con la ricerca di qualcosa su cui concordare. Inoltre è un processo a lungo termine, perché la ricchezza dei testi è inesauribile: attorno a questo processo possono così crearsi relazioni e spesso importanti amicizie. Infine non è un mezzo per arrivare a un obiettivo: la lettura delle scritture è una lettura fatta per amore di Dio. In questo modo lo Scriptural Reasoning può generare una sorta di "partenariati tra le differenze" nei quali la comprensione della materia della fede può essere approfondita, per il bene di Dio e dei suoi scopi. Si potrebbe riassumere affermando che esso soddisfa meglio di qualsiasi altra pratica i criteri principali di un buon impegno nel campo del confronto interreligioso: permette ai partecipanti di andare più in profondità nelle fedi altrui e allo stesso tempo consente di approfondire la comprensione della propria fede e di collaborare allo scopo di servire il bene comune.

Per quale livello di dialogo è concepito lo Scriptural Reasoning?

È cominciato come una pratica accademica tra alcuni studiosi; si è diffusa rapidamente ai dottorandi e poi agli altri studenti. Ora è praticato a tutti i livelli: ci sono diverse forme di questa pratica che sono rivolte ai bambini nelle scuole, a gruppi di cittadini, a cappellani, ai leader religiosi. E naturalmente continua a essere usata anche a livello accademico.

Nei rapporti tra i diversi credenti le rivendicazioni economiche e politiche hanno fatalmente una grande importanza. Accade anche nello Scriptural Reasoning?

Abbiamo visto questa pratica fiorire in ambienti molto diversi, dal Regno Unito agli Stati Uniti; inoltre sta avendo buoni risultati in Israele e nei territori palestinesi (soprattutto nell'ambito del personale ospedaliero). Tuttavia, in Medio Oriente e in Asia finora è apparsa nell'ambito di alcune conferenze o come evento estemporaneo. Quest'anno però avremo la prima scuola estiva in Medio Oriente, a Dubai, con studenti provenienti da diversi Paesi arabi, e avremo anche a Cambridge un gruppo di studenti dell'Oman. È un metodo che richiede l'alfabetizzazione ma non che i partecipanti abbiano una preparazione universitaria. Soprattutto, si basa sull'amore e l'interesse per le Scritture, che si trova in tutti i diversi contesti sociali ed economici.

Ma come è stato accolto questo metodo nel mondo musulmano?

Ci sono molti partecipanti musulmani, di vari tipi e nazionalità, e diversi leader musulmani hanno dato la loro benedizione. Ci sono, naturalmente, vari modi di interpretare il Corano, e non c'è un solo approccio islamico o un solo rapporto con le scritture. Per alcuni, il Corano si esaurisce in sé, analogamente a quanto accade, forse, per alcuni protestanti. Per altri, la ricezione del Corano è sempre mediata da un'autorevole tradizione di commento, analogamente, forse, ad alcuni cattolici. Le differenze tra gli esponenti di una tradizione religiosa sono spesso in profondità ed è come se parlassimo di differenze tra diverse tradizioni.

Potrebbe illustrare alcuni risultati che ritiene si siano già ottenuti?

Ci sono state molte conversazioni tra ebrei, cristiani e musulmani; la nascita di molte amicizie; corsi accademici; il contributo al processo che ha portato nel 2007 alla lettera degli studiosi musulmani ai cristiani ("A Common Word Between Us and You"); sessioni di studio presso le Conferenze interreligiose internazionali. Il Cambridge Inter-faith Programme, che dirigo, non sarebbe esistito senza questa pratica.

A suo parere, quali sono i punti più critici, quando si affronta la questione del confronto interreligioso?

Nel complesso la questione centrale è se possiamo andare più in profondità nella nostra e nell'altrui fede e anche nella ricerca del bene comune. Problemi specifici variano da contesto a contesto. Si tratta, in effetti, di uno strumento diagnostico volto a esplorare le questioni sulle quali si manifestano differenze.

Anche le differenze su alcuni temi etici? Secondo alcune analisi questo tipo di differenze è quello potenzialmente più pericoloso riguardo al rapporto tra le fedi.

Questo è un metodo finalizzato a consentire il disaccordo. In effetti si potrebbe dire che uno dei suoi compiti principali è migliorare la qualità dei nostri disaccordi. È spesso illuminante discutere le questioni pratiche attraverso la lente delle Scritture: una delle serie di sessioni più feconde cui ho preso parte era incentrata sul benessere, sulla povertà e sul debito. Ovviamente, le cose su cui c'è accordo o convergenza sono le benvenute, ma ho imparato a diffidare delle aspettative di trovare una grande quantità di terreno comune. Spesso questo terreno frana quando è sotto pressione. Ho imparato il valore dello Scriptural Reasoning ragionando come se fosse un modo di esplorare le differenze senza alcuna pressione per risolverle. È strano dirlo, ma rispetto e amicizia possono arrivare senza che ci sia un accordo. Così preferisco parlare di "reciproco" o "condiviso" piuttosto che di "comune" terreno. Sui rapporti ecumenici: nel corso della prossima Settimana Santa centinaia di ex anglicani entreranno nella

Chiesa cattolica romana. Come è vissuto questo avvenimento all'interno della Comunione anglicana e come lo vive lei personalmente?

Si tratta di un altro avvenimento nella lunga storia di passaggi dalla Comunione anglicana alla Chiesa cattolica romana e viceversa. Affrontare la questione dell'ordinazione sacerdotale ed episcopale delle donne nella Chiesa anglicana è stata una buona cosa. Per quanto riguarda le relazioni fra anglicani e cattolici, non credo che questi ultimi avvenimenti possano avere effetti negativi sui rapporti generalmente buoni in tutto il mondo. Ho cercato a lungo più contesti in cui come anglicano potessi andare più in profondità in materia di fede con i cattolici, e ora trovo che questo più frequentemente accade in contesti interreligiosi. Può sembrare strano, ma studiare la Bibbia con i musulmani e gli ebrei può essere di grande aiuto per le relazioni tra i cristiani. Di recente, un'iniziativa stimolante è quella di alcune suore benedettine che stanno esplorando il potenziale della lectio divina nello Scriptural Reasoning.

Come vede il futuro della Comunione anglicana, considerando le differenti posizioni fra anglicani tradizionalisti e liberali?

Non penso che i problemi così controversi nella Comunione anglicana dovrebbero dividerci, e conosco molti luoghi dove in effetti ciò non accade. Oltretutto, ci sono molti anglicani, come me, che non si identificano né con l'etichetta di "tradizionalista" né con l'etichetta di "liberale". Per quanto mi riguarda mi piace la definizione usata dal mio maestro "postliberale", Hans Frei, che parlava di "ortodossia generosa". Spero che in futuro si possa essere in grado di applicare la "saggezza della differenza" alla nostra tradizione, così come lo Scriptural Reasoning, nei suoi migliori risultati, consente "una saggezza della differenza" fra ebrei, cristiani e musulmani.



(©L'Osservatore Romano 25 marzo 2011)
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