A colloquio con l'arcivescovo maggiore dei siro-malankaresi in visita "ad limina"

Ponte ecumenico
tra India e occidente


di NICOLA GORI

La loro presenza in India risale ai tempi della predicazione dell'apostolo san Tommaso. Sono perfettamente inseriti nella società, anche se non mancano situazioni di conflitto. Sono una sorta di ponte tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali non cattoliche, oltre a essere un laboratorio quotidiano di dialogo interreligioso. Sono i cattolici di rito siro-malankarese, i cui vescovi sono in questi giorni a Roma per la visita ad limina. Li guida l'arcivescovo maggiore Baselios Cleemis Thottunkal, cui abbiamo posto alcune domande.

Qual è la peculiarità spirituale e liturgica della vostra Chiesa?

La nostra è una Chiesa maggiore arcivescovile in comunione con il Papa. È una Chiesa apostolica fondata da san Tommaso. Nel 1653 questa comunità si suddivise in due: malankarese e malabarese. Fu una questione di patrimonio liturgico e di autonomia. Un gruppo, quello malankarese, lottò per l'autonomia e per la tutela autentica della sua tradizione liturgica. Purtroppo, nel corso di tale processo, perse la comunione con la Chiesa cattolica. Tuttavia, negli anni Trenta del secolo scorso, sotto l'egida dell'arcivescovo Mar Ivanios, venne di nuovo unito alla Sede di Roma. L'11 giugno 1932, Papa Ratti stabilì la gerarchia cattolica siro-malankarese in India attraverso il decreto Christo Pastorum Principi. Riconoscendo poi la maturità raggiunta dalla comunità malankarese, Giovanni Paolo II, nel 2005 l'ha elevata allo status di Chiesa arcivescovile maggiore. La nostra liturgia risale a quella di san Giacomo di Gerusalemme. Abbiamo un approccio molto speciale per via del modo di pensare orientale e in particolare indiano, secondo cui Dio è un essere supremo e nella sua misericordia ci ha creati a sua immagine e somiglianza come suo popolo. E quell'approccio spirituale, liturgico, ecclesiale e tutta la nostra tradizione liturgica insistono sul fatto che bisogna essere in comunione con tutte le Chiese.

I fondamentalisti indù accusano la Chiesa di conversioni forzate. Cosa fare per cambiare questa impressione?

La Chiesa in India si trova nel contesto di una società pluralista dal punto di vista, culturale, linguistico ed economico. Dobbiamo considerare il pluralismo come realtà seria che si rispecchia nella vita quotidiana. Gli induisti sono i più generosi e ospitali. Non è una mia idea personale. È proprio la tradizione, la storia dell'India. Gli induisti apprezzano sempre la bontà degli altri. I primi cristiani in India erano induisti e hanno apprezzato molto il Vangelo. Hanno tratto insegnamento da san Tommaso apostolo. Partecipo personalmente ad alcune delle più importanti cerimonie induiste. Come in tutte le comunità religiose anche in quella induista ci sono diverse opinioni e qualche piccolo gruppo fondamentalista. Senza l'ospitalità e senza la comprensione della stragrande maggioranza degli induisti come avrebbe potuto sopravvivere la comunità cristiana in India, dato che rappresenta solo il 2,5 per cento della popolazione? Questi gruppi fondamentalisti pensano che noi vogliamo allontanare gli induisti dalla loro religione e ritengono che la conversione non sia possibile. La conversione, invece, è possibile ovunque perché scegliere è un diritto fondamentale di ogni persona umana. Gesù Cristo è la nostra guida. Non costringiamo nessuno. Stiamo soltanto diffondendo la buona novella. Se qualcuno ne viene attratto, nessuno può fermarlo. È un diritto fondamentale dell'uomo. Non c'è spazio per conversioni forzate, che attraggono le persone con il denaro o con la promessa di opportunità di vita. Queste sono tutte modalità umane di invito, ma non sono in linea con il Vangelo. Gesù ci dice: andate e annunciate. E noi non smetteremo mai di farlo in modo evangelico, con preghiere e apostolato, istituzioni educative e servizi sanitari. Quindi la questione delle conversioni forzate è fuori luogo.

Sono improntate alla cordialità o a una certa tensione le relazioni con gli indù e i musulmani?

Nel Kerala, abbiamo un buon rapporto con gli indù e con i musulmani. Abbiamo avuto molti incontri. Vengo invitato come ospite ufficiale anche alle celebrazioni più importanti di entrambi. A nostra volta, noi li invitiamo durante le solennità pasquali. Trovandomi nella capitale del Kerala, a volte organizzo incontri interreligiosi. So che esistono tensioni, ma questi incontri sono di grande aiuto. Molti indiani considerano il cristianesimo una religione straniera. Come risponde a questa affermazione? Penso che ciò sia dovuto all'ignoranza. Non siamo stranieri, siamo indiani. Siamo nati in India, lavoriamo e moriamo come indiani, esattamente come i nostri predecessori. Inoltre, il cristianesimo in India è tanto antico quanto il cristianesimo stesso. Anche prima che il Vangelo fosse predicato in alcuni Paesi europei, l'India aveva già ricevuto il vangelo da san Tommaso. Questo è un fatto storico.

Qual è l'impegno della Chiesa nei confronti dei dalit, cioè i senza casta convertiti al cristianesimo?

La Chiesa in India ha molte responsabilità non solo per la vita ecclesiale e spirituale, ma anche per le esigenze dei fedeli nelle loro varie dimensioni. Ci sono persone con difficoltà economiche che bisogna inserire nella società, dando loro delle opportunità. Però abbiamo persone che non vedono rispettati i loro diritti proprio perché si sono convertite al cristianesimo. È un atteggiamento discriminante. Se una persona gode della libertà di scegliere la propria religione, essendo l'India un Paese laico, come si può poi negare che queste persone convertite siano trattate come i connazionali di altre religioni? Se un induista diventa cristiano non gli viene più garantita alcuna promozione sociale. La Chiesa sta cercando, per quanto possibile, di far ottenere ai cristiani lo stesso rango degli altri. È un compito difficile. Per inserire queste persone nella società dobbiamo emanciparle attraverso l'istruzione e con altri mezzi, affinché possano raggiungere un livello minimo di dignità e partecipare alla vita politica e sociale del Paese. Stiamo cercando di spingere il Governo a garantire loro giustizia.

I rapporti ecumenici e l'anelito all'unità della Chiesa è la missione specifica delle comunità orientali cattoliche?

Le nostre Chiese sono considerate costruttrici di ponti fra la Chiesa di Roma e le chiese non cattoliche. La Chiesa siro-malankarese è nota in particolare come ponte fra le Chiese ortodosse e la Chiesa cattolica. Per questo il nostro apostolato è stato recepito sia dai cattolici sia dai non cattolici. Questo siamo chiamati a vivere, manifestare e testimoniare.



(©L'Osservatore Romano 25 marzo 2011)
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