
Contro "la tendenza a relegare Dio nella sfera privata, a considerarlo come irrilevante e superfluo, o a rifiutarlo esplicitamente", il Papa auspica che il Convegno in corso a Roma dal 10 al 12 dicembre su iniziativa del Comitato per il progetto culturale della Cei "possa contribuire $\a diradare quella penombra che rende precaria e timorosa per l'uomo del nostro tempo l'apertura verso Dio". Lo ha scritto nel messaggio al presidente della Conferenza episcopale italiana, che viene letto giovedì pomeriggio, all'apertura dei lavori. Ecco il testo del messaggio di Benedetto XVI.Al Venerato Fratello
il Signor Cardinale
Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana
In occasione del Convegno "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto", che si svolge a Roma dal 10 al 12 dicembre, desidero manifestare a Lei, venerato Fratello, alla Conferenza Episcopale Italiana e, in particolare, al Comitato per il Progetto Culturale, vivo apprezzamento per tale importante iniziativa, che affronta uno dei grandi temi che da sempre affascinano ed interrogano lo spirito umano. La questione di Dio è centrale anche per la nostra epoca, nella quale spesso si tende a ridurre l'uomo ad una sola dimensione, quella "orizzontale", ritenendo irrilevante per la sua vita l'apertura al Trascendente. La relazione con Dio, invece, è essenziale per il cammino dell'umanità e, come ho avuto modo di affermare più volte, la Chiesa e ogni cristiano hanno proprio il compito di rendere Dio presente in questo mondo, di cercare di aprire agli uomini l'accesso a Dio.
In questa prospettiva si pone l'evento internazionale di questi giorni. L'ampiezza di approccio alla importante tematica, che caratterizza l'incontro, permetterà di tracciare un quadro ricco e articolato della questione di Dio, ma soprattutto sarà di stimolo per una più profonda riflessione sul posto che occupa Dio nella cultura e nella vita del nostro tempo. Da una parte, infatti, si intende mostrare le varie strade che conducono ad affermare la verità circa l'esistenza di Dio, quel Dio che l'umanità ha da sempre in qualche modo conosciuto, pur nei chiaroscuri della sua storia, e che si è rivelato con lo splendore del suo volto nell'alleanza con il popolo di Israele e, al di là di ogni misura e attesa, in modo pieno e definitivo, in Gesù Cristo. Questi è il Figlio di Dio, il Vivente che entra nella vita e nella storia dell'uomo per illuminarle con la sua grazia, con la sua presenza. Dall'altra parte, si vuole mettere proprio in luce l'importanza essenziale che Dio ha per noi, per la nostra vita personale e sociale, per la comprensione di noi stessi e del mondo, per la speranza che illumina il nostro cammino, per la salvezza che ci attende oltre la morte.
Verso questi obiettivi sono indirizzati i numerosi interventi, secondo le molteplici prospettive che saranno oggetto di studio e di confronto: dalla riflessione filosofica e teologica alla testimonianza delle grandi religioni; dallo slancio verso Dio, che trova espressione nella musica, nelle lettere, nelle arti figurative, nel cinema e nella televisione agli sviluppi delle scienze, che cercano di leggere in profondità i meccanismi della natura, frutto dell'opera intelligente di Dio Creatore; dall'analisi dell'esperienza personale di Dio alla considerazione delle dinamiche sociali e politiche di un mondo ormai globalizzato.
In una situazione culturale e spirituale come quella che stiamo vivendo, dove cresce la tendenza a relegare Dio nella sfera privata, a considerarlo come irrilevante e superfluo, o a rifiutarlo esplicitamente, auspico di cuore che questo evento possa contribuire almeno a diradare quella penombra che rende precaria e timorosa per l'uomo del nostro tempo l'apertura verso Dio, sebbene Egli non cessi mai di bussare alla nostra porta. Le esperienze del passato, anche non lontano da noi, insegnano che quando Dio sparisce dall'orizzonte dell'uomo, l'umanità perde l'orientamento e rischia di compiere passi verso la distruzione di se stessa. La fede in Dio apre all'uomo l'orizzonte di una speranza certa, che non delude; indica un solido fondamento su cui poter poggiare senza timore la vita; chiede di abbandonarsi con fiducia nelle mani dell'Amore che sostiene il mondo.
A Lei, Signor Cardinale, a quanti hanno contribuito a preparare il Convegno, ai Relatori e a tutti i partecipanti va il mio cordiale saluto con l'augurio di un pieno successo dell'iniziativa. Accompagno i lavori con la preghiera e con la mia Benedizione Apostolica, propiziatrice di quella luce dall'alto, che rende capaci di trovare in Dio il nostro tesoro e la nostra speranza.
Dal Vaticano, 7 Dicembre 2009
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Benedetto XVI ha ricevuto in udienza nella mattinata di oggi, giovedì 10 dicembre, il presidente della Repubblica del Gabon, Ali Bongo Ondimba, il quale ha successivamente incontrato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, accompagnato dall'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati. Durante i cordiali colloqui è stato ricordato il presidente El Hadj Omar Bongo Ondimba, recentemente scomparso. È stato inoltre espresso compiacimento per le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e il Gabon, in virtù dell'accordo-quadro stipulato nel 1997 e dei suoi sviluppi, e ci si è soffermati sul contributo dei cattolici allo sviluppo del Paese e al progresso integrale del popolo gabonese, in particolare nel campo educativo.
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Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di venerdì 10 dicembre, alle ore 11.30, in solenne udienza, Sua Eccellenza il Signor Eduardo Delgado Bermúdez, nuovo Ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio. L'Ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, è giunto alle 11.15 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori. Al ripiano degli ascensori, era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera e i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove il rappresentante diplomatico veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata. Dopo la presentazione $\delle Credenziali da parte dell'Ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato. Successivamente, nella Sala Clementina l'Ambasciatore prendeva congedo dal prefetto della Casa Pontificia e si recava a far visita al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato. Al termine del colloquio l'Ambasciatore discendeva nel Cortile di San Damaso, dove si congedava dai dignitari che lo avevano accompagnato e faceva ritorno alla sua residenza. Questo è il testo del discorso del Papa.
Señor Embajador:
1. Con sumo gusto le recibo en este solemne acto en el que presenta las Cartas que lo acreditan como Embajador Extraordinario y Plenipotenciario de la República de Cuba ante la Santa Sede, iniciando así la importante misión que su Gobierno le ha confiado. Le agradezco sus atentas palabras y el saludo que me ha transmitido de parte del Excelentísimo Señor Raúl Castro Ruz, Presidente de los Consejos de Estado y de Ministros, al que correspondo con mis mejores deseos para su alta responsabilidad.2. Entre ilusiones y dificultades, Cuba ha logrado un decidido protagonismo, principalmente en el contexto económico y político del Caribe y América Latina. Por otra parte, algunos signos de distensión en sus relaciones con el vecino Estados Unidos dejarían presagiar nuevas oportunidades para un acercamiento mutuamente beneficioso, en el pleno respeto de la soberanía y el derecho de los Estados y de sus ciudadanos. Cuba, que sigue ofreciendo a numerosos países su colaboración en áreas vitales como la alfabetización y la salud, favorece así la cooperación y solidaridad internacionales, sin que éstas estén supeditadas a más intereses que la ayuda misma a las poblaciones necesitadas. Es de esperar que todo ello pueda contribuir a hacer realidad el llamado que mi venerado Predecesor, el Papa Juan Pablo II, lanzó en su histórico viaje a la Isla: "Que Cuba se abra con todas sus magníficas posibilidades al mundo y que el mundo se abra a Cuba" (Discurso en la ceremonia de llegada a La Habana, 21 enero 1998).
3. Como otros muchos países, su Patria sufre también las consecuencias de la grave crisis mundial que, añadida a los devastadores efectos de los desastres naturales y al embargo económico, golpea de manera especial a las personas y familias más pobres. En esta compleja situación general, se aprecia cada vez más la urgente necesidad de una economía que, edificada sobre sólidas bases éticas, ponga a la persona y sus derechos, su bien material y espiritual, en el centro de sus intereses. En efecto, el primer capital que se ha de salvaguardar y salvar es el hombre, la persona en su integridad (cf. Caritas in veritate, 25).
Es importante que los Gobiernos se esfuercen por remediar los graves efectos de la crisis financiera, sin desatender por ello las necesidades básicas de los ciudadanos. La Iglesia Católica en Cuba, que en estos momentos, y como siempre, se siente cercana a la población, quiere contribuir con su modesta y efectiva ayuda. Deseo destacar asimismo cómo la mayor cooperación alcanzada con las Autoridades de su País ha permitido la realización de importantes proyectos de asistencia y reconstrucción, especialmente con ocasión de las catástrofes naturales.
4. Espero que se sigan multiplicando los signos concretos de apertura al ejercicio de la libertad religiosa, tal como se ha venido haciendo en los últimos años, como por ejemplo la oportunidad de celebrar la Santa Misa en algunas cárceles, la realización de procesiones religiosas, la reparación y devolución de algunos templos y la construcción de algunas casas religiosas, o la posibilidad de contar con seguridad social para los sacerdotes y religiosos. Así la comunidad católica ejercerá con más soltura su específica tarea pastoral.
Con vistas a avanzar en este camino, sobre todo en beneficio de los ciudadanos cubanos, sería también deseable que se pudiera continuar dialogando para fijar conjuntamente, siguiendo formas similares a las que se establecen con otras Naciones y respetando las características propias de su País, el marco jurídico que defina convenientemente las relaciones existentes y nunca interrumpidas entre la Santa Sede y Cuba, y que garantice el desarrollo adecuado de la vida y la acción pastoral de la Iglesia en esa Nación.
5. La Iglesia Católica se está preparando en su Patria con toda intensidad para la celebración, en el año 2012, del Cuarto Centenario del hallazgo y presencia de la bendita imagen de la Virgen de la Caridad del Cobre, Madre y Patrona de Cuba. Esta querida advocación mariana es un símbolo luminoso de la religiosidad del pueblo cubano y de las raíces cristianas de su cultura. En efecto, la Iglesia, que no se puede confundir con la comunidad política (cf. Gaudium et spes, 76), es depositaria de un extraordinario patrimonio espiritual y moral que ha contribuido a forjar de manera decisiva el "alma" cubana, dándole carácter y personalidad propia.
A este respecto, todos los hombres y mujeres y, en especial, los jóvenes, necesitan hoy, como en cualquier otra época, redescubrir aquellos valores morales, humanos y espirituales, como por ejemplo el respeto a la vida desde su concepción hasta su ocaso natural, que hacen la existencia del hombre más digna. En este sentido, el principal servicio que la Iglesia presta a los cubanos es el anuncio de Jesucristo y su mensaje de amor, perdón y reconciliación en la verdad. Un pueblo que recorre este camino de concordia es un pueblo con esperanza de un futuro mejor. La Iglesia, además, consciente de que su misión quedaría amputada sin el testimonio de la caridad que brota del Corazón de Cristo, ha puesto en marcha en su Patria numerosas iniciativas de asistencia social que, aunque de reducidas dimensiones, llegan a muchos enfermos, ancianos y desvalidos. Una muestra elocuente de este amor es también la vida y labor de tantas personas que se han dejado iluminar y transformar por el mensaje de Cristo, como el Beato José Olallo Valdés, a cuya beatificación, la primera que se ha realizado en suelo cubano, asistió el Excelentísimo Señor Presidente de los Consejos de Estado y de Ministros.
Confío además en que este clima, que ha posibilitado a la Iglesia dar su modesta contribución caritativa, favorezca también su participación en los medios de comunicación social y en la realización de tareas educativas complementarias, de acuerdo a su específica misión pastoral y espiritual.
6. No quiero concluir mis palabras sin dirigir un último recuerdo al siempre noble, luchador, sufrido y trabajador pueblo cubano, expresándole de corazón mi cercanía y afecto, al mismo tiempo que no dejo de encomendarlo en mi plegaria al Señor, autor de todo don.
Señor Embajador, le ruego que tenga la bondad de reiterar mi saludo deferente a las más Altas Autoridades de la República de Cuba, a la vez que formulo a Vuestra Excelencia mis mejores deseos para que cumpla felizmente y con fruto la alta Misión que hoy comienza ante la Santa Sede, e invoco sobre usted, su familia y colaboradores abundantes dones del Altísimo, por intercesión de Nuestra Señora de la Caridad del Cobre.
Questa è una nostra traduzione italiana del discorso del Pontefice.
Signor Ambasciatore,
1. Con immenso piacere la ricevo in questo solenne atto in cui presenta le Lettere che l'accreditano come Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Cuba presso la Santa Sede, dando così avvio all'importante missione che il suo Governo le ha affidato. La ringrazio per le sue attente parole e per il saluto che mi ha trasmesso da parte dell'Eccellentissimo signor Raúl Castro Ruz, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, che contraccambio con i miei migliori auguri per la sua alta responsabilità.
2. Fra speranze e difficoltà, Cuba ha raggiunto un deciso protagonismo, principalmente nel contesto economico e politico dei Caraibi e dell'America Latina. D'altro canto, alcuni segni di distensione nelle sue relazioni con i vicini Stati Uniti lascerebbero presagire nuove opportunità per un avvicinamento reciprocamente proficuo, nel pieno rispetto della sovranità e del diritto degli Stati e dei suoi cittadini. Cuba, che continua a offrire a numerosi paesi la sua collaborazione in aree vitali come l'alfabetizzazione e la salute, favorisce così la cooperazione e la solidarietà internazionali, senza che queste siano subordinate ad altri interessi se non l'aiuto alle popolazioni bisognose. È auspicabile che tutto ciò possa contribuire a trasformare in realtà l'appello che il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, lanciò nel suo storico viaggio nell'isola: "Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba" (Discorso nella cerimonia di benvenuto a La Habana, 21 gennaio 1998).
3. Come molti altri paesi, anche la sua Patria subisce le conseguenze della grave crisi mondiale che, in aggiunta ai devastanti effetti dei disastri naturali e all'embargo economico, colpisce in modo particolare le persone e le famiglie più povere. In questa complessa situazione generale, si sente sempre più l'urgente bisogno di un'economia che, edificata su solide basi etiche, ponga la persona e i suoi diritti, il suo bene materiale e spirituale, al centro dei propri interessi. In effetti, il primo capitale che si deve salvaguardare e salvare è l'uomo, la persona nella sua integrità (cfr. Caritas in veritate, n. 25).
È importante che i Governi si sforzino per porre rimedio ai gravi effetti della crisi finanziaria, senza trascurare per questo i bisogni primari dei cittadini. La Chiesa cattolica a Cuba, che in questo momento, e come sempre, si sente vicina alla popolazione, vuole contribuire con il suo modesto ed effettivo aiuto. Desidero altresì sottolineare come la maggiore cooperazione raggiunta con le Autorità del suo Paese abbia permesso la realizzazione di importanti progetti di assistenza e di ricostruzione, specialmente in occasione delle catastrofi naturali.
4. Spero che continuino a moltiplicarsi i segni concreti di apertura all'esercizio della libertà religiosa, così come è accaduto negli ultimi anni, ad esempio, la possibilità di celebrare la Santa Messa in alcune carceri, lo svolgimento di processioni religiose, il restauro e la restituzione di alcuni templi e la costruzione di case religiose, o il poter contare sulla sicurezza sociale da parte dei sacerdoti e dei religiosi. Così la comunità cattolica svolgerà più agilmente il suo specifico compito pastorale.
Al fine di avanzare lungo questo cammino, soprattutto a beneficio dei cittadini cubani, sarebbe anche auspicabile che si potesse continuare a dialogare per fissare insieme, seguendo forme simili a quelle che si stabiliscono con altre Nazioni e rispettando le caratteristiche proprie del suo Paese, un quadro giuridico che definisca convenientemente le relazioni esistenti e mai interrotte fra la Santa Sede e Cuba, e che garantisca un adeguato sviluppo della vita e dell'azione pastorale della Chiesa in questa Nazione.
5. La Chiesa cattolica si sta preparando con grande ardore, nella sua Patria, alla celebrazione, nell'anno 2012, del Quarto Centenario del ritrovamento e della presenza della benedetta immagine della Virgen de la Caridad del Cobre, Madre e Patrona di Cuba. Questo amato titolo mariano è un simbolo luminoso della religiosità del popolo cubano e delle radici cristiane della sua cultura. In effetti, la Chiesa, che non si può confondere con la comunità politica (cfr. Gaudium et spes, n. 76), è depositaria di uno straordinario patrimonio spirituale e morale che ha contribuito a forgiare in modo decisivo l'"anima" cubana, dandole un carattere e una personalità propri.
A tale proposito, tutti gli uomini e le donne, e soprattutto i giovani, hanno bisogno oggi, come in qualsiasi altra epoca, di riscoprire quei valori morali, umani e spirituali, come ad esempio il rispetto per la vita dal suo concepimento fino al suo termine naturale, che rendono l'esistenza dell'uomo più degna. In tal senso, il principale servizio che la Chiesa presta ai cubani è l'annuncio di Gesù Cristo e del suo messaggio di amore, di perdono e di riconciliazione nella verità. Un popolo che percorre questo cammino di concordia è un popolo con una speranza di un futuro migliore. La Chiesa, inoltre, consapevole del fatto che la sua missione sarebbe incompleta senza la testimonianza della carità che nasce dal Cuore di Cristo, ha messo in atto nella sua Patria numerose iniziative di assistenza sociale che, sebbene di dimensioni ridotte, hanno raggiunto molti malati, anziani e disabili. Una dimostrazione evidente di questo amore è anche la vita e il lavoro di tante persone che si sono lasciate illuminare e trasformare dal messaggio di Cristo, come il Beato José Olallo Valdés, alla cui beatificazione, la prima celebrata in terra cubana, ha assistito l'Eccellentissimo signor Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri.
Confido inoltre che questo clima, che ha permesso alla Chiesa di dare il suo modesto contributo caritativo, favorisca anche la sua partecipazione ai mezzi di comunicazione sociale e alla realizzazione di compiti educativi complementari, conformemente alla sua specifica missione pastorale e spirituale.
6. Non voglio concludere il mio discorso senza rivolgere un ultimo pensiero al sempre nobile, lottatore, sofferente e lavoratore popolo cubano, esprimendogli di cuore la mia vicinanza e il mio affetto, mentre non smetto di affidarlo nella mia preghiera al Signore, autore di ogni dono.
Signor Ambasciatore, la prego di voler trasmettere il mio deferente saluto alle più Alte Autorità della Repubblica di Cuba, mentre le formulo, Eccellenza, i miei migliori auspici affinché compia felicemente e proficuamente l'alta Missione che oggi inizia presso la Santa Sede, e invoco su di lei, sulla sua famiglia e sui suoi collaboratori, abbondanti doni dell'Altissimo, per intercessione di Nuestra Señora de la Caridad del Cobre.
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Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Robert Sarah, Arcivescovo emerito di Conakry (Guinea), Segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.
*** Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza il Signor Carl A. Anderson, Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo, con Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor William Edward Lori, Vescovo di Bridgeport (Stati Uniti d'America).
*** Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Ali Bongo Ondimba, Presidente della Repubblica del Gabon, e Seguito.
*** Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Canada Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Pedro López Quintana, Arcivescovo titolare di Agropoli, finora Nunzio Apostolico in India e in Nepal.
*** Il Santo Padre ha accettato la rinuncia all'ufficio di Ausiliare della Diocesi di Legazpi (Filippine), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Lucilo B. Quiambao, Vescovo titolare di Nabala, in conformità ai canoni 411 e 401 1 del Codice di Diritto Canonico.
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di Lucetta Scaraffia Quando ho assistito in televisione all'arrivo del grande abete che troneggerà, carico di addobbi natalizi, al centro di piazza San Pietro nei giorni di Natale, mi sono domandata se, nel suo grande tronco, c'è qualche tana dove dorme - o meglio dormiva - uno scoiattolo. Perché questa è la trama della storia per ragazzi e adulti che, con profondità e ironia, ha raccontato Susanna Tamaro nel suo ultimo libro, Il grande albero (Salani), illustrato da Giulia Orecchia.
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Anche se parla di alberi e di animali, e il mondo è raccontato dal loro punto di vista, immaginando una loro coscienza e una capacità di comunicazione, non è un libro di facile propaganda ecologica, ma un artificio letterario poetico per farci riflettere sul rapporto freddo e irresponsabile, da padroni lontani, che intratteniamo con la natura. In un intreccio di tempi che si intersecano pur nella loro grande diversità - quello secolare della vita degli alberi, il tempo breve della vita degli animali selvatici e quello della vita umana - la personalità dell'abete, che con i secoli acquista conoscenza e saggezza, si dipana con tempi quasi musicali.
Siamo pronti quindi anche noi lettori a vivere come dramma l'evento che ne segna il destino: arrivano esseri umani armati di motoseghe che lo tagliano e lo trasportano fino a piazza San Pietro. Ma il piccolo scoiattolo Crik, inconsapevole testimone del dramma, non si arrende, combatte per la vita dell'albero e in questa battaglia per ottenere un miracolo salverà anche la sua vita.
Con un piccione come aiutante, riesce ad arrivare davanti al Papa proprio mentre questi celebra la messa di Natale, sfuggendo al servizio di sicurezza, pronto ad abbatterlo perché sospetta che anche questo piccolo animale possa essere un messaggero dei terroristi. Ci riesce perché il Papa lancia un segnale di sospensione e, nello stupore generale, si accinge ad ascoltare quello che gli vuole comunicare lo scoiattolo: naturalmente, tutto succede in diretta televisiva, fra commenti cattivi e increduli di chi pensa sia un segno di pazzia del vecchio Papa, ed è pronto a indignarsi: "Qualcuno lo deve fermare, ne va del nostro prestigio. Siamo in mondovisione!".
Ma il Papa non demorde, e anzi parla di alberi e di scoiattoli nella sua omelia, in cui propone i grandi alberi, le cattedrali verdi, come esempio: "E se non affondiamo le radici nella terra, come facciamo ad alzare lo sguardo verso il cielo?". Fra il giubilo dei presenti, che inneggiano "Viva il Papa, viva lo scoiattolo!" si avvicina all'albero, e lo abbraccia: "La corteccia era ruvida contro la sua guancia. Il profumo della resina era il profumo della sua giovinezza. Quante volte, passeggiando sui monti Tatra, l'Altissimo gli aveva parlato con il mormorio delle fronde, in quegli istanti sembrava che il tempo abbracciasse già l'eternità". E poi benedice Crik, "umile creatura infiammata dall'amore". Il giorno successivo, un enorme camion riporterà il grande abete e lo scoiattolo alla foresta dove, ricongiunto alle sue radici, l'albero riprenderà a vivere.
Non sappiamo se nel gigantesco abete portato per questo Natale c'è uno scoiattolo, sappiamo però che, se ci fosse, anche Benedetto XVI, come il Giovanni Paolo II immaginato dalla Tamaro, saprebbe ascoltarlo. Papa Ratzinger, infatti, è ben noto per l'attenzione che sa prodigare al creato e alle sue creature, e per di più ha sempre confessato uno speciale amore verso i gatti, come racconta un altro grazioso libretto, uscito qualche tempo fa con prefazione di Georg Gänswein, Joseph e Chico (Edizioni Messaggero). Qui è un gatto, Chico, che racconta la sua lunga amicizia con il Papa, che gli ha detto molte cose di sé, e quindi sa comunicare nello speciale linguaggio dei gatti.
È anche con libri come questi che si può sensibilizzare i lettori sui temi ambientali, e si può far capire come la Chiesa abbia a cuore il benessere non solo degli esseri umani, ma anche del mondo, animale e vegetale, che Dio ci ha affidato.
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Oslo, 10. Continuare a fare degli Stati Uniti una forza del bene nel mondo. Questo l'obiettivo del presidente americano, Barack Obama, a Oslo dove ha ricevuto oggi la medaglia e il diploma del premio Nobel per la pace, accompagnato da un lungo applauso. Nel suo discorso Obama ha detto: "Non siamo prigionieri del destino. Le nostre azioni contano e possono indirizzare la storia verso la giustizia. Gli strumenti di guerra giocano un ruolo per preservare la pace. L'America non ha mai combattuto una guerra contro una democrazia e i nostri amici più vicini sono i Governi che proteggono i diritti dei loro cittadini. Nel rispetto delle culture e tradizioni dei diversi Paesi, l'America sarà sempre voce per quelle aspirazioni universali". Inoltre, il presidente statunitense ha sottolineato: "Non ho con me oggi una soluzione definitiva ai problemi della guerra, che non è mai gloriosa, ma è una premessa di tragedia umana. Ma - ha aggiunto il presidente statunitense - un movimento non violento non avrebbe fermato i soldati di Hitler. Negoziati non convinceranno i leader di Al Qaeda a cedere le armi". Obama ha individuato le priorità su cui si concentrerà il suo impegno, dalla lotta alle armi nucleari, al problema dei cambiamenti climatici, alla stabilizzazione di Paesi quali l'Afghanistan - nonostante la decisione di inviare altri 30.000 soldati in guerra ha ribadito che non c'è "nessuna ambiguità" nell'indicazione del luglio 2011 come data di inizio del ritiro americano - alle questioni legate allo sviluppo.
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Roma, 10. I prezzi alimentari tornano a salire sul mercato internazionale. L'apposito indice pubblicato ogni sei mesi dalla Fao, l'agenzia dell'Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, ha registrato aumenti per quattro mesi consecutivi. L'indice - si legge in una nota della Fao - ha registrato in media 168 punti in novembre, la cifra più alta dal settembre 2008, ma comunque più bassa del 21 per cento rispetto al picco del giugno 2008. Prima dell'impennata del 2007-2008, l'indice non aveva mai superato i 120 punti, anzi per lo più si era mantenuto sotto i 100 punti.
Nel suo rapporto semestrale, tuttavia, la Fao indica condizioni del mercato differenti da quelle che hanno scatenato la crisi dei prezzi alimentari innescata due anni fa. Il rapporto afferma che oggi le riserve cerealicole sono a livelli più rassicuranti, sebbene alcuni mercati debbano fare i conti con situazioni non facili.
All'inizio del rialzo dei prezzi, nel 2007, la Fao aveva identificato una serie di possibili cause scatenanti: i livelli bassi delle scorte cerealicole, raccolti scarsi nei maggiori Paesi esportatori, la domanda crescente di prodotti agricoli per il mercato dei biocombustibili, e l'aumento del prezzo del petrolio.
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Giovedì 10 dicembre 2009, nel Palazzo Apostolico Vaticano, si è proceduto allo scambio degli strumenti di ratifica dell'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Federativa del Brasile, firmato il 13 novembre 2008.
Hanno proceduto allo scambio per la Santa Sede l'Ecc.mo Mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, e per la Repubblica Federativa del Brasile Sua Eccellenza l'Ambasciatore Luiz Felipe de Seixas Corrêa, munito dei Pieni Poteri.
Assistevano al solenne atto:
per parte della Santa Sede: i Rev.mi Monsignori Fortunatus Nwachukwu, Capo del Protocollo, Antoine Camilleri e Angelo Accattino;
per parte della Repubblica Federativa del Brasile: la Dr.ssa Silvana Polich, il Dr. Orlando Timponi ed il Dr. Alexandre Campello de Siqueira, Consiglieri dell'Ambasciata presso la Santa Sede.
Hanno presenziato pure gli Em.mi Cardinali Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e Cláudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero, nonché Mons. Lech Piechota e il Rev.do Roberto Lucchini.
L'Accordo, che consolida ulteriormente i tradizionali vincoli di amicizia e di collaborazione esistenti tra le due Parti, si compone di un Preambolo e di venti articoli, che disciplinano vari ambiti, tra i quali: lo statuto giuridico della Chiesa cattolica in Brasile, il riconoscimento dei titoli di studio, l'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, il matrimonio canonico, il regime fiscale.
Con la cerimonia odierna l'Accordo entra in vigore.
Pubblichiamo di seguito i testi dei discorsi tenuti nella circostanza dall'Ecc.mo Mons. Segretario per i Rapporti con gli Stati e da S.E. il Signor Ambasciatore della Repubblica Federativa del Brasile.
Eminenze Reverendissime,
Signor Ambasciatore,
Distinti membri
della Delegazione brasiliana,
Reverendi Monsignori,
A distanza di poco più di un anno dalla firma, avvenuta il 13 novembre 2008, l'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Federativa del Brasile entra in vigore con lo scambio degli Strumenti di Ratifica. Lungo tutta la storia repubblicana del Brasile, ma in modo particolare a partire dalla Costituzione del 1988, la Chiesa non ha mai cessato di esercitare liberamente la propria missione di annuncio del Vangelo, per il bene spirituale e materiale di ogni cittadino, in un quadro di vicendevole rispetto, autonomia e indipendenza tra Stato e Chiesa. La data di oggi è da considerarsi come il culmine di tali buoni rapporti, il raggiungimento di una meta segnata da tempo ed il suggello delle strette relazioni esistenti fra la Chiesa cattolica ed il Brasile. Fra gli elementi di maggior rilievo del presente Accordo, mi piace ricordare il definitivo riconoscimento della personalità giuridica delle istituzioni ecclesiastiche previste dall'ordinamento canonico, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole, contestualmente a quello di altre confessioni religiose, la delibazione delle sentenze ecclesiastiche in materia matrimoniale, l'inserimento di spazi per l'edilizia religiosa nei piani regolatori e il riconoscimento dei titoli accademici ecclesiastici.
L'entrata in vigore dell'Accordo rappresenta, però, anche un punto di partenza. Esso prende le mosse proprio dall'attuale momento di ottimo stato delle relazioni diplomatiche bilaterali. Il consenso raggiunto in materie di mutuo interesse come quelle citate è il più chiaro segnale della volontà di continuare a lavorare insieme, con un nuovo strumento, per il conseguimento della formazione integrale di ogni persona, in quanto credente e in quanto cittadino.
L'Accordo non pregiudica la sussistenza e l'attività di tante Comunità religiose, cristiane e non cristiane, che in Brasile hanno trovato accoglienza, e neppure pone la Chiesa cattolica in una posizione privilegiata, come qualcuno potrebbe essere erroneamente indotto a pensare. Esso, piuttosto, garantisce la libertà che ad essa compete e tiene doverosamente in considerazione il singolare ruolo che la medesima Chiesa cattolica ha avuto nella formazione della coscienza e dell'identità culturale del Paese. Penso, ad esempio, alla figura del Beato José de Anchieta, s.i., esimia figura di religioso, giunto in Brasile dalle Isole Canarie come missionario. Mantenendosi sempre fedele al suo ruolo di annunciatore della Buona Novella, è divenuto figura di riferimento della poesia e della letteratura brasiliana. Il suo processo di canonizzazione, attualmente in corso, non può che essere un ulteriore motivo di sano orgoglio per ogni cittadino brasiliano.
L'auspicio, certamente condiviso, che sorge spontaneo è che le nostre relazioni bilaterali, già molto cordiali, da oggi abbiano un nuovo impulso per progredire ed intensificarsi.
Grazie.
Il 13 novembre del 2008, in questa stessa Sala dei Trattati, Vostra Eccellenza, Monsignor Mamberti, ed il Ministro degli Esteri brasiliano, firmavate, in presenza del Presidente Luís Inácio Lula da Silva, allora in visita a Sua Santità Papa Benedetto XVI, e del Cardinale Tarcisio Bertone, l'Accordo sullo Statuto Giuridico della Chiesa Cattolica in Brasile. Nel discorso pronunciato in quell'occasione, il Ministro Celso Amorim sottolineò che l'Accordo costituiva la cornice giuridica del nostro rapporto, l'impronta delle nostre relazioni, sempre basate sugli ideali di pace, giustizia e solidarietà, che condividiamo, Brasile e Santa Sede.
Oggi, poco più di un anno da quell'atto che può essere considerato storico nelle nostre relazioni, ho l'onore, a nome del Governo brasiliano, di procedere allo scambio degli strumenti di ratifica dell'Accordo.
Lunga è la storia dei nostri rapporti bilaterali. La Santa Sede riconobbe l'indipendenza del Brasile nel 1826, quattro anni dopo la proclamazione di Don Pietro I. Fino al 1889, il Brasile conservò il regime di patronato, così come ereditato dal Portogallo. Con la Proclamazione della Repubblica, si è prodotta la laicizzazione dello Stato. Da allora, si sono modernizzate le relazioni tra Stato e Chiesa, sempre mantenendo le sfumature positive che le caratterizzano.
Il Brasile è il paese con il maggior numero di cattolici al mondo, il maggior numero di vescovi e di diocesi. Un paese, un popolo e un governo che riconoscono e valorizzano il rilevante contributo della Chiesa Cattolica nel corso della nostra storia e dell'impegno quotidiano per la formazione di valori, per l'educazione a tutti i livelli, per il conforto spirituale, per la costituzione di reti di solidarietà sociale e per la costruzione del patrimonio culturale e artistico nazionale.
Mancava un accordo bilaterale che regolasse i vari aspetti dei nostri rapporti. Questa lacuna non esiste più. Firmato e approvato dalle due Camere del Congresso brasiliano e scambiati, oggi, gli strumenti di ratifica, null'altro manca per la sua entrata in vigore, dopo la promulgazione da parte del Presidente Lula da Silva, affinché si trasformi nell'elemento giuridico principale per la disciplina dei rapporti tra la Santa Sede ed il Brasile.
Il presente Accordo rappresenta il momento culminante di un negoziato iniziato nel settembre 2006, quando il Nunzio Apostolico a Brasilia, l'allora Cardinale Arcivescovo di São Paulo, Cláudio Hummes e l'alta direzione della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (Cnbb), presentarono formalmente al Presidente Lula una proposta di Accordo. I negoziati, svoltisi in uno spirito di elevata concordia, hanno tardato circa due anni, essendo stati oggetto di sollecita attenzione da parte dei segmenti pertinenti del Governo brasiliano.
L'Accordo sullo Statuto della Chiesa Cattolica in Brasile riafferma, al tempo stesso, il concetto di laicità dello Stato ed il ruolo specifico della Chiesa nella società e nell'ordinamento giuridico brasiliani. Indubbiamente, trattasi di uno strumento rilevante per il Brasile, così come per la Santa Sede. Con l'Accordo, guadagna la Chiesa Cattolica una maggior sicurezza giuridica per la sua attività in Brasile e guadagna lo Stato brasiliano che stabilisce in uno strumento a carattere vincolante, un quadro chiaro e preciso per le sue relazioni con la Chiesa Cattolica, contrassegnato dall'assoluto rispetto dei canoni legali brasiliani.
Nel ribadire la soddisfazione del Governo brasiliano con la prossima entrata in vigore del nostro Accordo bilaterale, porgo voti affinché la sua implementazione contribuisca a rafforzare ancor di più i nostri reciprocamente vantaggiosi rapporti in tutti i settori di attività.
Molte grazie.
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Bruxelles, 10. L'Unione europea definisce oggi e domani la propria posizione ai negoziati della Conferenza mondiale di Copenaghen sul clima. Soprattutto a tale questione è infatti dedicato il Consiglio europeo a Bruxelles, l'ultimo della presidenza di turno semestrale svedese e, soprattutto, l'ultimo prima dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
L'Unione europea è compatta nel chiedere che da Copenaghen escano impegni vincolanti: "L'accordo - si legge nella bozza di conclusioni del vertice a Bruxelles - deve condurre alla messa a punto di uno strumento legalmente vincolante, preferibilmente entro sei mesi dopo la Conferenza di Copenaghen, per il periodo che inizia il primo gennaio 2013", e cioè allo scadere del Protocollo di Kyoto. I leader europei dovranno però prendere anzitutto una decisione sulla questione del contributo europeo alla cosiddetta partenza veloce, quelle misure cioè che dovranno iniziare già nel 2010 e proseguire fino al 2012 per consentire ai Paesi in via di sviluppo di affrontare i costi della riconversione delle economie necessaria per combattere il riscaldamento globale.
A Copenaghen, intanto, l'attenzione si è concentrata ieri sulla posizione della Cina. Il capo negoziatore cinese, Xie Zhenhua, ha chiesto al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di aumentare l'offerta di taglio di emissioni inquinanti, indicando allo stesso tempo una disponibilità al negoziato perché la conferenza arrivi a risultati concreti. Xie Zhenhua ha assicurato che Pechino vuole giocare un ruolo costruttivo nel summit, il cui successo dipende in larga parte dall'accordo con Washington, considerato che i due Paesi emettono insieme il 40 per cento dei gas responsabili del cosiddetto effetto serra.
"Spero davvero che il presidente Obama possa portare un contributo concreto a Copenaghen", ha detto Xie, secondo il quale i Paesi ricchi devono tagliare i gas serra entro il 2020 di almeno il 25-40 per cento rispetto ai livelli del 1990 (l'impegno finora dichiarato da Obama è del 17 per cento rispetto ai livelli del 2005). Da parte sua, il Governo di Pechino "valuterà" l'obiettivo globale di dimezzare le emissioni entro il 2050, richiesto soprattutto proprio alla Cina. "Noi non neghiamo - ha detto Xie - l'importanza di un obiettivo a lungo termine, ma penso che un obiettivo di medio termine sia più importante: dobbiamo risolvere il problema immediato". Il negoziatore cinese, inoltre, ha anche espresso disponibilità ad aiutare finanziariamente i Paesi in via di sviluppo più poveri perché possano contribuire con tecnologie pulite a frenare il surriscaldamento climatico. Quanto al contributo da destinare ai Paesi più poveri per aggiornare le proprie tecnologie, secondo Xie non bastano 10 miliardi all'anno per il triennio fino al 2012.
L'avvio della Conferenza, oltre ai contrasti tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo, sta mostrando divergenze profonde anche tra questi ultimi. I piccoli Stati insulari, la cui stessa esistenza è minacciata dall'innalzamento del mare dovuto al riscaldamento globale, e i Paesi africani poveri chiedono che dal summit esca un accordo vincolante più incisivo del protocollo di Kyoto. Cina e India sembrano invece più preoccupate dell'impatto che una riduzione delle emissioni può avere sulle loro crescite economiche.
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Kabul, 10. La violenza in Afghanistan aumenterà nel breve periodo, così come la situazione all'interno del Governo: lo ha affermato ieri il generale David Petraeus, responsabile del comando centrale statunitense. Nel corso di un'audizione al Congresso, il generale ha sollecitato i parlamentari a esprimere con cautela il proprio giudizio sulla nuova strategia americana, almeno fino alla fine del prossimo anno.
"Come in Iraq, la situazione in Afghanistan vivrà un momento di maggiore difficoltà per poi diventare più facile" ha dichiarato Petraeus. Secondo il generale, in questo momento "avere risultati in Afghanistan sarà difficile e i progressi potrebbero essere più lenti di quelli che abbiamo ottenuto in Iraq". "Tuttavia, come per l'Iraq, difficile non vuol dire impossibile" ha detto il generale statunitense, mentre le violenze talebane, in varie parti del territorio, non danno tregua.
Nello stesso tempo è da rilevare che in occasione della visita a Kabul il segretario alla Difesa statunitense, Robert Gates, si è detto ottimista sul felice esito della missione in Afghanistan. "Il successo finale è a portata di mano" ha dichiarato il capo del Pentagono che ha incontrato il presidente afghano Hamid Karzai.
Robert Gates ha quindi elogiato la migliorata collaborazione tra i Paesi alleati. "Tutti i pezzi si stanno mettendo insieme per portarci al successo" ha dichiarato il capo del Pentagono.
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di Carlo Carletti È ormai un dato storiografico acquisito che con Damaso si avvia un'epoca nuova nella storia della Chiesa di Roma. Non sempre indifferente alla lusinga dell'ambizione, dell'autoritarismo, dello sfarzo, ma anche dotato di indiscutibili capacità progettuali e realizzative, Damaso fin dall'inizio del suo episcopato, destinato a estendersi per quasi un ventennio (366-384), impresse alla sua azione uno stile e un ritmo certamente nuovi, che gli consentirono, anche in virtù del suo pragmatismo "tutto romano", di concentrare la sua attenzione e le sue - peraltro notevolissime - capacità organizzative e gestionali verso molteplici obiettivi, alcuni dei quali di rilevante incidenza per la fisionomia e il ruolo della sede romana.
Le informazioni antecedenti il suo mandato episcopale sono episodiche, scarsamente documentate, talvolta oscure e contraddittorie. Allo stato attuale, una lettura critica coordinata delle testimonianze disponibili consente di concludere con sufficiente attendibilità che Damaso nacque a Roma (e non in Spagna come dalla biografia del Liber Pontificalis I, pp. 212-213, redatta nella metà del VI secolo) intorno al 305-306 da una famiglia di ecclesiastici (il padre Antonius percorse i vari gradi della gerarchia fino all'episcopato) e che morì a Roma l'11 dicembre del 384, come ricorda Girolamo, che del Pontefice fu segretario nel triennio 382-384: Damasus romanae urbis episcopus prope octogenarius sub Theodosio mortuus est (De viris illustribus, 103).Per seguire e comprendere l'accidentato percorso che condusse Damaso alla cattedra romana è necessario partire dalla profonda crisi che contrassegnò il pontificato del suo predecessore, Papa Liberio (352-366). I disagi sofferti dalla Chiesa di Roma in questo periodo - ivi compresi l'umiliante destituzione di Liberio e il susseguente esilio a Beroea, in Tracia - furono in gran parte determinati dalle pesanti ingerenze del filoariano Costanzo II (337-361) nelle questioni ecclesiastiche.
È in questo frangente che Damaso, componente del collegio diaconale, si affaccia per la prima volta sulla scena della politica ecclesiastica romana, mostrando immediatamente un deciso pragmatismo e una straordinaria capacità - si direbbe oggi - di "leggere il territorio". Alla morte di Papa Liberio si accende immediatamente la lotta per la successione che, attraverso momenti di grave tensione e di scontri cruenti, si protrasse per oltre un anno: dal 24 settembre 366 al 16 novembre 367, cioè dalla elezione al definitivo esilio del suo antagonista Ursino.
Con il sostegno delle autorità laiche - dissimulato sotto forma di una benevola non-ingerenza - Damaso raggiunse il suo obiettivo, anche perché era abilmente riuscito a intessere rapporti di "civile convivenza" con la ancora maggioritaria componente pagana della società e soprattutto con le sue rappresentanze più altolocate. Ciò naturalmente non impedì che contro la sua persona si intentasse un'azione giudiziaria da parte di Isacco - un ebreo convertito - partigiano di Ursino, il quale lo accusava de vi, cioè della responsabilità diretta delle violenze subite dagli ursiniani negli anni 366-368. L'imperatore, Valentiniano I (364-375), avocò a sé il processo e salvò Damaso dalla condanna: nel rescritto imperiale Ordinariorum (Collectio Avellana 13, 4-5, 9, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 35, 1, pp. 55-57) emanato da Graziano (367-383), le accuse rivolte al Pontefice vengono sanzionate come turpissimae calumniae e Isacco viene relegato in Spagna.
Alla liberazione da questa grave accusa Damaso fa implicito riferimento nell'epigramma votivo dedicato a san Felice di Nola: "Poiché sotto la tua protezione ho scampato un pericolo mortale, sconfitti i nemici che avevano affermato il falso, Damaso supplice con questi versi a te scioglie i voti" (Epigrammata Damasiana, recensuit et adnotavit Antonius Ferrua, Città del Vaticano 1942, n. 59, 3-5).
Damaso non fu certo un teologo, né si cimentò direttamente nelle complesse problematiche dottrinali che pure si dibattevano ai suoi tempi: era d'altra parte un pragmatico, tutto teso al consolidamento del primato di Roma, probabilmente impreparato, oltre che per natura alieno a comprendere e ad affrontare - soprattutto in relazione alle complesse questioni che emergevano nella riflessione dottrinale delle Chiese di Oriente - quegli aspetti dialettici del dibattito teologico che andassero al di là della semplicistica dicotomia niceni-antiniceni.
L'interesse preminente di Damaso era essenzialmente rivolto al consolidamento e alla legittimazione della primazia della sede romana sulle altre Chiese, non soltanto in termini di "onore e dignità" (come da tradizione), ma anche e soprattutto in termini giurisdizionali.
Con Damaso inizia la tradizione di una assemblea sinodale annuale in occasione del dies natalis pontificale, l'anniversario della consacrazione, e, per la prima volta, la sede romana esprime giudizi e indicazioni disciplinari non più nei termini "ufficiosi" della lettera, ma attraverso la decretale, cioè con un documento formalmente ufficiale della autorità pontificia, modellato sui rescritti della burocrazia amministrativa tardo-imperiale.
Il prototipo è la cosiddetta Epistula ad Gallos, con cui Damaso risponde ai vescovi della Gallia riuniti in concilio a Valence nel 374, che richiedevano di conoscere tradizione e disposizioni circa le condizioni di accesso agli ordini sacri.
Nell'articolata geografia delle Chiese cristiane tardoantiche, emergevano problemi di diversa natura - sia disciplinari, sia dottrinali, sia pastorali - che richiedevano interventi tempestivi da parte di un'autorità riconosciuta. Nell'area occidentale si avviò una decisa attività di contrasto contro le posizioni residuali antinicene e filo ariane che, segnatamente nell'Italia settentrionale, trovavano un importante e influente referente nell'ariano Aussenzio, titolare della sede milanese dal 355, scomunicato dall'episcopato niceno riunito in concilio a Roma nel 372.
Dimensione ben più ampia - quasi ecumenica - assunse invece il concilio romano del 377/378. La motivazione immediata che ne sollecitò la convocazione fu il pressante e accorato appello di Basilio di Cesarea ai fratelli d'Occidente, e personalmente anche a Damaso, perché si pronunciasse sugli errori dottrinali di Eustazio di Sebaste e di Apollinare di Laodicea - limitazione della integrale umanità di Cristo - e indicasse una via di uscita in merito al conflitto che ad Antiochia opponeva Paolino e Melezio, ambedue di fede nicena, per la conquista dell'episcopato. È questa la prima assise conciliare romana che si occupa ex professo di questioni dottrinali e disciplinari relative all'Oriente cristiano.
A poca distanza di tempo - alla fine del 378 - un altro sinodo romano ratifica definitivamente la giurisdizione del presule romano sugli altri vescovi d'Italia e dell'intero Occidente anche in relazione ai conflitti tra un ecclesiastico - ingiustamente accusato o meno - e il proprio vescovo o il proprio metropolita ovvero nei riguardi di un decreto sinodale.
In questa stessa sede fu poi avanzata formale richiesta alla autorità imperiale di consentire all'episcopus urbis di ricorrere in materia penale direttamente al tribunale del principe o al giudizio di un concilio e, dunque, superare la competenza giurisdizionale del praefectus urbi o del vicarius.
Gli imperatori del tempo - Graziano (367-383) e Valentiniano II (375-392) - rifiutarono di sottrarre il vescovo di Roma alla giustizia ordinaria, ma in compenso riconobbero la costituzione di un tribunale ecclesiastico romano - il Pontefice coadiuvato da cinque o sette vescovi - con la facoltà di giudicare i vescovi ordinari e i metropoliti, in teoria, dell'area occidentale, di fatto, della sola Italia.
Due anni dopo (380) la sede romana - e dunque Damaso - raggiunge un altro importante obiettivo che nel futuro segnerà profondamente la storia delle Chiese: il riconoscimento da parte dell'autorità imperiale del suo ruolo di depositaria e garante dell'unica fede ortodossa, quella nicena.
È il celebre editto Cunctos populos promulgato da Teodosio a Tessalonica il 27 febbraio 380, con il quale si impone a tutti i popoli sottoposti l'osservanza della fede cattolica, quella che "il divino apostolo Pietro ha trasmesso ai romani e che seguono il Pontefice Damaso e Pietro vescovo di Alessandria"; quelli che professano tale fede - aggiunge la costituzione imperiale - devono definirsi christiani catholici, tutti gli altri sono eretici e come tali dovranno temere non soltanto il castigo divino ma anche quello imperiale (Codex Theodosianus, 16, 1, 2).
La reazione di una parte almeno delle Chiese orientali a questa costituzione imperiale fu immediata. Il concilio di Costantinopoli del 381, per il quale Damaso delega Acolio di Tessalonica, ha come effetto immediato la ricomposizione di un episcopato ortodosso in Oriente, che rivendica tutti i diritti di una "seconda Roma".
La risposta di Damaso, altrettanto immediata anche perché energicamente sollecitata da Ambrogio di Milano, è nella convocazione a Roma del concilio del 382, dove la pericope di Matteo, 16, 17 (Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam...) è per la prima volta esplicitamente impiegata per la giustificazione teologica del primato romano: si ribadiva, in opposizione alle pretese di Costantinopoli, che nella gerarchia delle Chiese non avevano peso alcuno i deliberati conciliari e meno che mai il ruolo di capitale riconosciuto di fatto alle due città. Primato e autorità della sede di Roma trovavano direttamente il loro fondamento, attraverso l'Annuncio, nella vox Domini: sancta tamen Romana Ecclesia nullis synodicis constitutis ceteris ecclesiis praelata est sed evangelica voce Domini et salvatoris nostri primatum obtinuit: tu es, inquit, Petrus... (Patrologia Latina, 19, col. 793). Sedes apostolica - entrata in uso per la prima volta al tempo di Liberio (352-366) - diviene così vera e propria definizione "tecnica" della Chiesa di Roma, la cui autorità primaziale è riconosciuta non solo dagli occidentali ma anche da quelle Chiese orientali tradizionalmente legate a Roma, come in primo luogo quella di Alessandria di Egitto.
In questo frangente riemerge la figura di san Paolo che, rimasta in ombra soprattutto durante il pontificato di Giulio per valorizzare in termini rigidamente gerarchici il primato petrino e dunque del vescovo romano, viene ora riproposta come societas beatissimi Pauli: un prestigioso "valore aggiunto" alla apostolicità della sede romana, solennemente definita nel concilio del 382 che, subito dopo la menzione del passo di Matteo, 16, 17-19, aggiungeva: addita est societas beatissimi Pauli, vasi electionis, qui non diverso, sicut haeretici garriunt, sed uno tempore, uno eodemque die gloriosa morte cum Petro in urbe Roma sub Caesare Nerone agonizans coronatus est... (Patrologia Latina, 19, coll. 793-794).
Nella sua azione, insieme pastorale e ideologica, Damaso doveva rendere materialmente percepibile e fruibile, sia agli occhi della massa - non sempre consapevole - dei nuovi convertiti sia ai sensibili e ricettivi orecchi di una parte almeno della nobiltà, una "fonte autentica" che concorreva a giustificare e alimentare il primato della sede romana (una Petri sedes dice Damaso nell'epigramma per il battistero Vaticano: Epigrammata damasiana, 4, 5): la "riscoperta" delle originarie tombe dei martiri e l'acquisizione della storicità delle loro imprese.
Per conquistare, conservare e consegnare questo "patrimonio di santità" Damaso procede a una preliminare azione ricognitiva, che è insieme storico-archeologica e agiografica: progetta e organizza una sistematica ricognizione delle tombe dei martiri e procede alla ricerca di quei sepolcri di cui si era smarrita l'ubicazione; contestualmente indaga a fondo sulle testimonianze, anche orali, che potessero consentire di ricostruire e autenticare le vicende degli eroi della fede.
Questo aspetto caratterizzante del pontificato damasiano è esplicitamente ricordato dal Liber Pontificalis (i, p. 212, "qui ricercò e ritrovò molti corpi di santi" parlando di Roma).
Nel progetto damasiano erano previste non soltanto le composizioni poetiche incise su grandi lastre marmoree, ma anche gli organismi monumentali che dovevano adeguatamente accoglierle, in genere di modeste dimensioni e tipologicamente uniformi (tombe di san Gennaro, di Felicissimo e Agapito di Pietro e Marcellino, di Nereo e Achilleo, di santa Agnese dei santi Vitale Marziale e Alessandro dei santi Felice e Filippo).
Il conposuit tumulum sanctorum limina adornans (Epigramma Damasiana, 7, 7, "sistemò la tomba adornando il santuario dei santi") del carme posto presso il sepolcro dei santi Felice e Adautto nella catacomba di Commodilla (via Ostiense) definisce esattamente la ratio degli interventi damasiani, che miravano concretamente a ottenere una degna e visibile sistemazione dei sepolcri venerati e a predisporre condizioni sufficienti per una reale utenza di queste aree sacre, con la realizzazione di scale di accesso diretto, lucernari, percorsi "obbligati" che non interferissero con le esigenze delle attività funerarie ordinarie.
L'esito ultimo di questa azione è il "monumento-memoriale", sanctorum monumenta vides (Epigrammata damasiana, 472, 2) dice Damaso - che non solo mostrat, "fa vedere", (Epigrammata damasiana, 21, 3; 41, 5; 47, 2; 62, 5; 60, 17) ma, sul piano più generale delle coordinate agiografiche e liturgiche, supporta e integra le sintetiche ed ellittiche informazioni contenute del più antico calendario (depositio martyrum) e, con l'inserimento di nuovi anniversari martiriali, estende l'anno liturgico ben oltre i tempi tradizionali, precedentemente concentrati in circa venti giorni da giugno a settembre.
Damaso esplicita come meglio non si sarebbe potuto il forte valore rievocativo della sintesi monumentum-memoria, anticipando in termini di concreta realizzazione - vale a dire con un organismo monumentale e con un'iscrizione - quanto circa quarant'anni dopo sant'Agostino spiegherà lucidamente nel De cura gerenda pro mortuis (4, 5, 7): "I sepolcri particolarmente solenni" come appunto quelli dei martiri, "vengono chiamati memorie o monumenti, perché, ridestando la memoria e ammonendo, richiamano il ricordo di coloro che la morte ha sottratto agli occhi dei vivi... Lo dice chiaramente la parola stessa memoria, e anche monumento, perché ammonisce, muove la mente. I greci dicono mnemèion quello che noi chiamiamo memoria o monumento, perché nella loro lingua la facoltà di ricordare si dice mnème".Il fulcro della pastorale martiriale di Damaso e della "teologia" a essa sottesa si incarna, formalmente e concettualmente, negli elogia martyrum, frutto maturo di una strategia politico-religiosa perseguita per un ventennio.
Damaso, attraverso le sue composizioni, presenta ai fedeli della città e delle altre Chiese dell'Orbis Christianus antiquus, la sede romana come detentrice del più grande "deposito" di reliquie di martiri: una situazione di irripetibile eccezionalità, alla quale Damaso risponde con un progetto a sua volta eccezionale, come mai prima s'era visto nel mondo antico.
Il locativo hic - la forma avverbiale che più di ogni altra occorre negli epigrammi damasiani - assume forma quasi "sacrale" nel segnalare materialmente i singoli loca sancta e implicitamente l'intera città cui essi appartengono.
Le solenni, e spesso ripetitive, cadenze degli epigrammi damasiani manifestano un accentuato carattere celebrativo anche in virtù del ritmo dell'esametro eroico virgiliano, in passato impiegato per celebrare gli eroi del mito e i fasti dell'impero e ora ripreso per la glorificazione dei martiri, i "nuovi eroi".
In questa direzione Damaso elabora un ampio repertorio di immagini, che fissano i temi e i momenti centrali dei suoi epigrammi. Nell'elogium dell'eroe della fede si inserisce e si sviluppa il concetto della cristianità romana e del suo primato: il martire, in virtù del supplizio subito a Roma, diviene civis romanus. Così Roma può rivendicare a sé Pietro e Paolo, Roma suos potius meruit defendere civies (Epigrammata damasiana 20, 6); sant'Ermete,... te Graecia misit / sanguine mutasti patriam...(Epigrammata damasiana, 48, 1-2); san Saturnino, incola nunc Christi fuerat Carthaginis ante /... sanguine mutavit patriam nomenque genusque / romanum civem sanctorum fecit origo (Epigrammata damasiana, 46, 2-5).
Le gesta dei martiri sono accuratamente documentate e di esse, talvolta, viene esplicitamente menzionata la fonte sulla quale il Pontefice si fonda: così, per i santi Marcellino e Pietro, Damaso ricorda di aver appreso, ancora fanciullo (cum puer esset), il luogo della sepoltura dei due martiri dalla parola stessa del carnefice (Epigrammata damasiana, 28, 1- 2).
In assenza di notizie dirette o comunque non compiutamente documentate, fa chiaramente capire di avere raccolto gli elementi del suo racconto dall'opinione corrente: in questi casi ricorre a espressioni cautelative come haec audita refert Damasus, haec breviter Damasus voluit conperta referre, fama refert (Epigrammata damasiana, 35, 8; 40, 7; 37, 1; 48, 1).
Nel racconto delle gesta è naturalmente predominate il registro patetico: l'età delle persecuzioni è così presentata con l'immagine della spada che squarcia il santo ventre della madre Chiesa (tempore quo gladius secuit pia viscera matris: Epigrammata damasiana, 17, 1; 31, 1; 35, 3; 43, 1; 46, 2) e i mille modi di infliggere tormenti, le viae mille nocendi (Epigrammata damasiana, 21, 1), vengono descritti da Damaso con dovizia di particolari, quasi con compiacenza: Eutichio, oltre allo squallore del carcere, subisce la mancanza di cibo e il tormento dei frammenti di coccio che gli impediscono di prendere sonno per dodici giorni (Epigrammata damasiana, 21, 4-6: carceris inluviem sequitur nova poena per artus / testarum fragmenta parant ne somnus adiret / bis seni transiere dies alimenta negantur); Lorenzo solo con la sua fede può vincere "i flagelli, i carnefici, le fiamme, le torture, le catene", verbera, carnifices, flammas, tormentas, catenas / vincere Laurenti sola fides potuit, (Epigrammata damasiana, 33, 1- 2); Agnese, la più celebre e venerata delle martiri romane, uditi i lugubri squilli delle trombe dei praecones (cum lugubres cantus tuba concrepuisset) si offre spontaneamente alla rabbia e alle minacce del tiranno (sponte trucis calcasse minas rabienque tyranni) e copre con i propri capelli la nudità del corpo destinato alle fiamme (urere cum flammis voluisset nobile corpus / viribus immensum parvis superasse timorem / nudaque profusum crinem per membra dedisse); (Epigrammata damasiana, 37); Tarsicio si fa uccidere piuttosto che consegnare ai cani rabbiosi le specie eucaristiche che recava con sé: ipse animam potius voluit dimittere caesus | prodere quam canibus rabidis caelestia membra) (Epigrammata damasiana, 15, 8-9); Marcellino e Pietro sono nascostamente decapitati in mezzo ai cespugli perché nessuno potesse ritrovare i loro sepolcri: sentibus in mediis vestra ut tunc colla secaret, / ne tumulum vestrum quisquam cognoscere posset (Epigrammata damasiana, 28, 4-5).
A trasferire su marmo gli elogia martyrum Damaso chiamò il più celebre calligrafo dell'epoca - Furius Dionysius Filocalus - che elaborò una stilizzazione grafica di altissimo livello tecnico-esecutivo ed estetico, rielaborando con tratti di originale genialità la capitale quadrata di tradizione augustea.
Tra il Pontefice e il calligrafo maturò una salda consuetudine e - come pare - una devota amicizia, esito quasi naturale di una collaborazione ultradecennale: nella sottoscrizione incisa sui margini dell'elogio di Papa Eusebio si poteva leggere: Damasi s(ancti) papae cultor atque amator Furius Dionysius Filocalus scripsit (Epigrammata damasiana, 18).
Contestualmente all'allestimento del sepolcro di famiglia, nei primi anni del suo pontificato, Damaso compose un "autoepitaffio", che in nulla ripropone tipologia e contenuti dell'elogium. È una meditazione personale costruita su paradigmi neotestamentari - Gesù che cammina sulle acque, la parabola del seminatore, la risurrezione di Lazzaro - che assume forma e sostanza di una vera e propria confessione di fede (Epigrammata damasiana, 12): "Colui che camminando calcò gli amari (cioè salati) flutti del mare sul mistero della morte, / Colui che restituisce vita ai semi della terra destinati a morire, / Colui che poté sciogliere dopo la morte i lacci letali della morte / e, trascorsi tre giorni, rendere vivo il fratello alla sorella Marta, / dalle ceneri - credo - farà risorgere Damaso": post cineres Damasum faciet quia surgere credo.
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di Aleksej Judin
Università Umanistica di MoscaIl punto di partenza nello sviluppo delle attuali relazioni fra Santa Sede e Russia si può ritenere a ragione il 1990, anno di cambiamenti nella vita politica e sociale della Russia in fase di perestrojka, e penultimo anno di esistenza dell'Urss. Proprio in quell'anno fra le parti fu raggiunto l'accordo di conferire un carattere ufficiale alle relazioni vaticano-sovietiche. Questa storica decisione fu resa possibile da un altro avvenimento epocale: l'incontro tra Papa Giovanni Paolo II e il presidente dell'Urss Michail Gorbaciov. Durante questo incontro in Vaticano il 1° dicembre 1989, pochi giorni dopo il crollo del muro di Berlino, Gorbaciov invitò ufficialmente Giovanni Paolo II a visitare l'Urss.
La storia delle relazioni diplomatiche tra la Russia e la Santa Sede risale tuttavia molto più indietro, alle origini dell'esistenza dello Stato russo. Le Cronache testimoniano che l'anno stesso del Battesimo della Rus' (988), il gran principe di Kiev Vladimir ricevette alcuni legati papali. I contatti tra la Rus' moscovita e la Santa Sede assunsero stabilità dalla metà del XIV secolo, e proprio attraverso di essi nel 1472 ebbe luogo un avvenimento carico di conseguenze per la storia russa, il matrimonio tra il gran principe di Mosca Ivan iii e la principessa bizantina Sofia (Zoe), nipote dell'ultimo imperatore bizantino Costantino XI Paleologo. Le nozze di Sofia, educata alla corte romana, furono proposte e benedette da Papa Paolo II. Gli ambasciatori dei Papi Pio V e Gregorio XIII visitarono regolarmente Mosca. Un episodio centrale nelle relazioni tra Mosca e il Vaticano all'epoca di Ivan iv fu la mediazione diplomatica della Santa Sede nella guerra di Livonia (1558-1583), in cui assieme alla Russia erano coinvolte Polonia e Svezia. Grazie al gesuita Antonio Possevino, ambasciatore della Santa Sede, nel gennaio 1583 venne concluso un trattato di pace tra il regno moscovita e la Rzeczpospolita.
Una novità si introdusse nelle relazioni tra Russia e Santa Sede all'epoca di Pietro i, che per due volte inviò qualificate ambascerie a Roma (1698 e 1707), e ancor più sotto Caterina ii: infatti, dopo la prima spartizione della Polonia (1772) e la creazione dell'Arcivescovato cattolico di Mogilev, divenne necessario regolare la posizione della Chiesa cattolica nell'impero russo. A tali problemi fu volta l'attività del nunzio a Varsavia e legato apostolico Giovanni Archetti (1783-1784). I successivi mutamenti nella situazione delle diocesi cattoliche in Russia e altre urgenti questioni contribuirono al proseguimento dei contatti tra la Santa Sede e la Russia durante il regno di Paolo i e Alessandro i (le missioni del nunzio Lorenzo Litta, 1797-1799, dell'incaricato d'affari pro tempore Giovanni Benvenuti, 1799-1803, e del nunzio Tommaso Arezzo, 1803-1804). Tuttavia, alcuni problemi politici condussero all'espulsione dei nunzi Litta e Arezzo, e fino al 1816 i contatti diplomatici tra Russia e Santa Sede si interruppero. Dal luglio 1816 tra i due Stati per la prima volta si instaurarono piene relazioni diplomatiche. L'impero russo presso la Santa Sede fu rappresentato dal 1816 al 1864 da autorevoli diplomatici russi, ma non si riuscì a costituire una rappresentanza diplomatica simmetrica a Pietroburgo. Inoltre, rappresentanti personali dei Papi presero sempre parte all'incoronazione degli imperatori russi: l'arcivescovo Lorenzo Litta all'incoronazione di Paolo I (1797), Tommaso Bernetti a quella di Nicola I (1826), Flavio Chigi all'incoronazione di Alessandro II (1855), Vincenzo Vannutelli a quella di Alessandro III (1881).
Nel 1845 lo zar Nicola i visitò Roma e si incontrò con Papa Gregorio XVI. Un importante risultato di questo incontro fu il Concordato firmato in data 3 agosto 1847 tra la Santa Sede e la Russia, in cui si intraprendeva il primo tentativo di normalizzare a livello interstatale la situazione della Chiesa cattolica nell'impero. Tuttavia le conseguenze politiche dell'insurrezione polacca del 1863-1864 nell'impero russo condussero nel 1866 alla rescissione del Concordato e delle relazioni diplomatiche in toto tra Santa Sede e Russia. Dopo lunghe trattative nei decenni 1870-1880, le relazioni diplomatiche furono ripristinate nel 1894: a Roma fu insediata una rappresentanza russa, ma ancora una volta non si riuscì a risolvere il problema dell'apertura di una missione diplomatica della Santa Sede a Pietroburgo. Dopo la rivoluzione di febbraio e il crollo della monarchia russa, la missione diplomatica imperiale presso la Santa Sede fu sostituita da una rappresentanza del Governo provvisorio, che restò fino al 1922.
Dal 1921 al 1928 tra esponenti della Russia sovietica e della Santa Sede vi furono contatti non ufficiali, nell'ambito dei quali vennero discusse le questioni del riconoscimento de jure da parte della Santa Sede della Repubblica federativa sovietica e della regolamentazione della situazione della Chiesa cattolica in Russia. Essi però non diedero risultati positivi.Solo dalla metà degli anni Sessanta i contatti tra Vaticano e Unione sovietica divennero regolari, cosa a cui contribuì per molti aspetti l'accordo, raggiunto nel 1967, di portare i contatti a un "livello di lavoro stabile". Negli anni Sessanta-Ottanta il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko si incontrò più volte con Paolo VI e Giovanni Paolo II durante sue visite in Italia. Il 30 gennaio 1967 Papa Paolo VI ricevette in Vaticano il presidente del Soviet supremo dell'Urss, Nikolaj Podgornyj. Nel febbraio 1971, in relazione all'ingresso formale del Vaticano nell'Accordo di non propagazione delle armi nucleari, giunse a Mosca l'arcivescovo Agostino Casaroli, segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa.
Il periodo della perestrojka, soprattutto dopo il 1988, vide un notevole dinamismo nei contatti politici sovietico-vaticani. La presenza alle solenni celebrazioni del Millennio del Battesimo della Rus' nel 1988 di una delegazione della Chiesa cattolica molto rappresentativa, guidata dallo stesso Casaroli, ormai cardinale segretario di Stato, i successivi incontri a Mosca di quest'ultimo e dell'arcivescovo Angelo Sodano, allora segretario per i Rapporti con gli Stati, con Gorbaciov, gli scambi di lettere personali tra Gorbaciov e Giovanni Paolo II, i mutamenti positivi nella vita religiosa dell'Urss conducevano verso la normalizzazione delle relazioni bilaterali.
L'incontro del 1989 fu dunque un punto d'arrivo, e anche la pietra angolare su cui si cominciò a edificare la nuova architettura delle relazioni vaticano-russe. Il 15 marzo 1990 le parti stabilirono di istituire delle rappresentanze ufficiali, con a capo rispettivamente un nunzio apostolico e un ambasciatore straordinario e plenipotenziario. Il primo rappresentante ufficiale della Santa Sede in Urss, e poi nella Federazione russa, fu l'arcivescovo Francesco Colasuonno (1990-1994); per l'Unione sovietica presso la Santa Sede fu designato l'ambasciatore Jurij Karlov (1990-1995). Dopo Karlov, la Russia venne rappresentata da Vjaceslav Kostikov (1995-1996), Gennadij Uranov (1996-2001) e Vitalij Litvin (2001-2005). Dall'agosto 2005 la missione diplomatica è guidata da Nikolay Sadchikov.
All'epoca della sua nomina a Mosca monsignor Colasuonno era nunzio apostolico con incarichi speciali e capo della Delegazione della Santa Sede per i contatti permanenti di lavoro con la Repubblica di Polonia. Giunto in Russia, si scontrò con un numero immenso di problemi per cui non esistevano risposte prefabbricate. L'Unione sovietica stava vivendo i suoi ultimi giorni, la situazione politica cambiava letteralmente di settimana in settimana, come pure la situazione religiosa. Intanto, con le celebrazioni del Millennio del Battesimo della Rus', nel 1988, iniziava il ritorno storico dell'ortodossia nella vita della Russia contemporanea. Nel 1990 l'Urss approvò la nuova legge "sulla libertà di coscienza e sulle organizzazioni religiose", che assicurava ai rappresentanti di tutte le associazioni religiose libertà fino allora inaudite nella storia della Russia. I cattolici russi si accinsero con entusiasmo a ricostruire la propria Chiesa, quasi completamente distrutta da decenni di persecuzioni. In questo contesto il nunzio Colasuonno aveva l'immane responsabilità di prendere decisioni fattive e adeguate. Innanzitutto andava risolta la questione della riorganizzazione delle strutture ecclesiastiche, e dopo alcuni mesi di intenso lavoro, il 16 aprile 1991 il nunzio poté annunciare la costituzione di tre nuove Amministrazioni apostoliche: per la Russia europea con centro a Mosca (monsignor Kondrusiewicz), per la Siberia con centro a Novosibirsk (monsignor Werth), e per l'Asia Centrale con sede a Karaganda in Kazakhstan (monsignor Lenga).
La fine politica dell'Urss e la nascita della Federazione russa di Eltsin, alla fine del 1991, non frenò i ritmi di sviluppo nelle relazioni fra la Santa Sede e la Russia. Nel dicembre 1991 la Santa Sede riconosce ufficialmente la nuova Russia democratica e dichiara la disponibilità a proseguire con essa "relazioni ufficiali e amichevoli". I rappresentanti diplomatici designati nel 1990 conservano le proprie cariche, e tra i due Stati si instaura la prassi di regolari consultazioni bilaterali al vertice. Il 20 novembre 1991 il presidente Eltsin visita in Vaticano Giovanni Paolo II. Tema principale del colloquio sono le questioni legate alla libertà religiosa nella nuova Russia. Al tempo stesso le due parti dimostrano interesse a sviluppare una collaborazione, allo scopo di rafforzare la cooperazione internazionale ed europea, regolare conflitti internazionali e contribuire alla soluzione di fenomeni negativi come nazionalismo, razzismo, xenofobia, terrorismo e diseguaglianza sociale ed economica.
La missione diplomatica del successivo rappresentante della Santa Sede, l'arcivescovo John Bukowski (1994-2000), prosegue nelle linee generali l'attività di coordinamento per il ripristino delle strutture della Chiesa cattolica in Russia. Intanto nella vita politica interna russa si evidenziano nuove tendenze, nel contesto delle quali si verifica un ripensamento del modello giuridico della libertà religiosa nel Paese. Nell'estate del 1997 viene presentato alla Duma un nuovo progetto di legge "sulla libertà di coscienza e sulle associazioni religiose", in netto contrasto con le enunciazioni fondamentali della legge del 1990, che limita sostanzialmente le garanzie giuridiche delle libertà religiose per le "organizzazioni religiose straniere". Tra gli altri, anche i cattolici russi formulano argomentate critiche alla Duma, e la loro posizione viene appoggiata da Papa Giovanni Paolo II, che scrive personalmente al presidente Eltsin per esporgli la preoccupazione della Santa Sede, dal momento che alcuni articoli del nuovo progetto di legge sono in contrasto con gli impegni assunti dalla Russia a livello internazionale. In un primo momento, anche in considerazione della posizione della Santa Sede, Eltsin pone il veto alla legge approvata nel giugno 1997, ma essa viene definitivamente approvata in settembre.
Va osservato come il fervore delle discussioni sulla nuova legge e addirittura l'intervento personale di Giovanni Paolo II non sminuiscono la fiducia reciproca nell'evoluzione delle relazioni russo-vaticane. Il 2 febbraio 1998 il Papa e il presidente Eltsin si incontrano per discutere la situazione politica e religiosa esistente in Russia e i preparativi per il Grande Giubileo del 2000, oltre che i problemi del consolidamento della pace e del superamento di situazioni di crisi.
La missione di rappresentante della Santa Sede nella Federazione russa viene affidata all'arcivescovo Georg Zur (2000-2002). Si tratta di un periodo non scevro di tensioni nello sviluppo delle relazioni cattolico-ortodosse e nei contatti internazionali vaticano-russi. L'11 febbraio 2002 per decisione della Santa Sede le quattro amministrazioni apostoliche esistenti in Russia vengono trasformate in diocesi. Questa crisi diventa un forte stimolo per una riflessione complessiva sulle relazioni con gli organismi statali russi e soprattutto sulle vie di sviluppo del dialogo con la Chiesa ortodossa russa.
Non si può non notare con soddisfazione che neppure gli eventi del 2002 valgono a infrangere le relazioni esistenti tra Federazione russa e Vaticano. Il primo incontro tra il nuovo presidente russo Vladimir Putin e Papa Giovanni Paolo II era avvenuto il 5 giugno 2000 in Vaticano, durante una delle sue visite all'estero. Il secondo incontro tra Putin e Giovanni Paolo II ha luogo il 5 novembre 2003. Dopo la morte del Pontefice, nella lettera di condoglianze indirizzata al decano del Collegio cardinalizio Joseph Ratzinger, Putin chiamerà Giovanni Paolo II una "illustre personalità del nostro tempo", e definirà il suo ministero pastorale come "volto a rinsaldare i principi spirituali e morali nella vita dell'uomo".
La ricerca di vie d'uscita dalla crisi del 2002 diventa il compito principale della missione diplomatica della Santa Sede in Russia, la cui direzione viene assunta alla fine del 2002 dall'arcivescovo Antonio Mennini. Il graduale ristabilimento di un clima di fiducia nelle relazioni cattolico-ortodosse attraverso un lavoro di ricerca di soluzioni per i problemi esistenti, l'appello a ottenere garanzie giuridiche per l'attività della Chiesa cattolica in Russia, lo sviluppo di relazioni politiche e diplomatiche tra Santa Sede e Federazione russa in tutte le sfere di interesse comune, sono le priorità perseguite negli ultimi anni dalla Rappresentanza della Santa Sede. Nel contempo, anche le relazioni vaticano-russe acquistano nuovo impulso. Dopo il primo incontro tra Putin e il nuovo Papa Benedetto XVI, avvenuto in Vaticano il 13 marzo 2007, un comunicato della Sala Stampa Vaticana definisce le relazioni bilaterali come "cordiali", e rileva l'aspirazione di ambo le parti a svilupparle ulteriormente, anche in ambito culturale.
Nel corso della visita a Mosca nel marzo scorso, il segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti ha sottolineato che la Santa Sede attribuisce grande importanza alle relazioni con la Russia "sia perché la Federazione russa ha una posizione di primo piano nel quadro geopolitico del mondo, sia anche per la concordanza di posizioni tra Russia e Santa Sede su tutta una serie di punti, in numerosi forum internazionali". Questa convergenza di posizioni si nota innanzitutto rispetto ai problemi della pace nel mondo, della cooperazione tra i popoli e del dialogo fra le culture, rispetto ai problemi della povertà e della fame, della salvaguardia della vita e della famiglia, lo sviluppo degli studi biogenetici nel rispetto della dignità della persona umana, dal primo momento della sua esistenza.
In questa luce, l'incontro del 3 dicembre scorso tra il presidente Medvedev e Papa Benedetto XVI è la logica conclusione di un'intera fase della storia postsovietica delle relazioni vaticano-russe. Una fase, apertasi esattamente vent'anni fa con lo storico incontro tra Giovanni Paolo II e Gorbaciov. L'incontro della settimana scorsa segna indubbiamente l'aprirsi di nuove prospettive per il XXI secolo e mostra "l'alto livello raggiunto dal dialogo tra la Russia e la Santa Sede, come pure tra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa", come ha rilevato il portavoce del presidente russo Natalia Timakova. La decisione di stabilire relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Federazione russa attesta la consapevolezza di una cooperazione politica e diplomatica di ambo le parti. Si innalza dunque a più alto livello anche il confronto su una serie di importanti questioni di comune interesse, su cui Russia e Santa Sede sono in sintonia. L'innalzamento del livello delle relazioni diplomatiche tra Russia e la Santa Sede, inoltre, è un segno del fatto che anche il dialogo ufficiale con la Chiesa ortodossa russa è entrato in una nuova fase di cordiale comprensione e collaborazione.
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di Giuseppe Zecchini
Università Cattolica del Sacro CuoreL'età d'oro dei "partiti" come espressione fondamentale della politica coincide con la modernità, tra XIX e XX secolo: "partito" diviene sinonimo di tesseramento, organizzazione, statuto e programma basato su una ideologia, almeno in Europa. Crisi (o fine) della modernità e crisi dei "partiti" sono andate di pari passo e oggi ci si interroga se i partiti sono ancora necessari, come devono evolversi o se si deve pensare a una politica senza di essi.
Il mondo antico, che non ha conosciuto forme partitiche uguali a quelle della modernità, ma che resta un paradigma della politica, così come la intendiamo in Occidente, può essere uno stimolante termine di paragone per ridisegnare i futuri contenitori della competizione politica. Non è dunque estranea alle esigenze della scienza politica attuale l'indagine sui "partiti" nell'età greca e romana coordinata negli ultimi due anni da Cinzia Bearzot, da Franca Landucci e da chi scrive presso l'Università cattolica. Nel volume dedicato a Roma ("Partiti" e fazioni nell'esperienza politica romana, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pagine x-239, euro 20) si delinea l'evoluzione delle forme di aggregazione politica dalle fazioni gentilizie di età arcaica attraverso la media età repubblicana, quando anche crescenti interessi economici di nuovi protagonisti determinano gli orientamenti politici, sino alla crisi della Repubblica nel I secolo prima dell'era cristiana; in questa età popolari e ottimati provano a darsi programmi ideologicamente differenziati, che ruotano intorno alla centralità dei comizi per i primi, alla centralità del senato per i secondi. Cesare superò questa dicotomia: egli pose al centro del dibattito non le istituzioni repubblicane, ma i diritti prepolitici dei cittadini (l'amicitia, la dignitas, la fides) e trovò nell'esercito di estrazione italica la cassa di risonanza dell'opinione pubblica d'Italia, sul cui consenso costruì il proprio potere dittatoriale. Durante l'impero la lotta politica si trasferì dagli spazi pubblici del foro e dei comizi a quelli privati della corte, in cui le donne, com'era tradizione di una società per quei tempi "femminista" come quella romana, svolsero un ruolo rilevante in quanto detentrici della legittimazione per via di sangue. Nella tarda antichità fazioni e "partiti" nobiliari e fazioni popolari come quelle dei Blu e dei Verdi nel circo (studiate in un bel contributo da Umberto Roberto) si videro inevitabilmente affiancate da nuove fazioni e "partiti" all'interno di una nuova e crescente realtà, quella della Chiesa di Roma, a cui è rivolto il saggio di Milena Raimondi, i cui esiti meritano di essere qui riportati.
In effetti si è soliti leggere l'elezione di Papa Damaso (366-384), contrastata dall'antipapa Ursino e turbata da una sollevazione popolare, come il miglior paradigma delle elezioni episcopali tardoantiche, in cui si contrapponevano "partiti" ecclesiastici abili nel manipolare gruppi popolari violenti con l'aiuto o per iniziativa di potenti senatori. La documentazione ufficiale dell'amministrazione imperiale proveniente dalle fonti ambrosiane e dalle relazioni della prefettura urbana rivela però che l'elezione di Damaso fu regolare e la sua acclamazione avvenne secondo la tradizione ecclesiastica che richiedeva l'intervento popolare quale atto di approvazione delle qualità del prescelto prima della sua consacrazione.
Le acclamazioni popolari riguardavano diversi ambiti della vita politica dell'impero ed erano giuridicamente regolate dalla legislazione romana che, a partire da Costantino, ne stabilì l'ufficializzazione e l'autenticazione anche nel caso esse fossero negative. Una missiva imperiale testimonia che il successore e collaboratore di Damaso, Siricio, fu eletto con quella modalità certificata dal prefetto romano, ma un passo di Ambrogio, finora molto trascurato, relativo al fallimento di Ursino indica che l'acclamazione fu utilizzata anche nel 366.
Benché si sia spesso accettata la presentazione della fonte più ampia - una cronaca anonima filoursiniana - che non parla delle acclamazioni e sostiene che Damaso si sarebbe procurato il favore popolare con metodi spregiudicati, alimentando un tumulto urbano che portò all'espulsione del rivale, preferito dall'intera popolazione e consacrato vescovo prima di lui, Ambrogio, rivolgendosi all'imperatore nel 381, attesta la disapprovazione popolare di cui era stato oggetto Ursino e la sua ufficializzazione. Il vescovo di Milano dice che l'imperatore poteva tranquillamente verificare "le disonorevoli ingiurie" (turpi convicio) riservate dai cittadini di Roma all'antipapa, che aveva aspirato all'episcopato illegalmente e che era stato bandito dalla città come fomentatore di disordini.
In questa prospettiva, anche gli antefatti dello scisma narrati nella cronaca ursiniana vanno riletti alla luce di alcuni epigrammi di Damaso per i Papi Eusebio e Marcello, il cui valore attualizzante è già stato da tempo riconosciuto, ma che sono stati poco utilizzati nelle ricostruzioni recenti dell'elezione episcopale del 366.
La cronaca favorevole a Ursino fa di quest'ultimo il legittimo successore di Papa Liberio e il difensore nella comunità romana dell'ortodossia minacciata qualche anno prima dall'offensiva filoariana dell'imperatore Costanzo II. Il diacono Damaso vi appare come il capobanda di un clero "traditore" che non si era mantenuto fedele all'ortodossia perché aveva accettato di sostituire con il diacono Felice il Papa Liberio, quando questi fu esiliato dall'imperatore per non aver approvato le sue posizioni filoariane. La cronaca tace però che cosa fece Damaso al momento del ritorno di Liberio a Roma richiesto a gran voce dal popolo e dall'aristocrazia, né tanto meno ci dice chi fosse realmente il diacono Ursino. Qui intervengono gli epigrammi di Damaso che suggeriscono la linea privilegiata da Damaso al rientro di Liberio, avvenuto in circostanze non del tutto chiare, forse a seguito di un suo cedimento alle pretese imperiali.
Rievocando le persecuzioni anticristane dell'inizio del IV secolo, l'epigramma per Papa Eusebio richiama l'esistenza di "partiti" (partes) nella Chiesa di quel tempo, facendo vedere come da essi fosse derivata una deplorevole impennata di violenza. L'epitaffio per Eusebio e l'analogo epigramma per Marcello aggiungono però che le violenze erano scoppiate a causa delle difficoltà per una riconciliazione reciproca all'interno della comunità cristiana. Le pressioni filoariane dell'imperatore Costanzo ii avevano riproposto una situazione analoga.
Fautori di uno spirito di ammissione degli errori reciproci, Eusebio e Marcello sono i modelli di Damaso e del suo comportamento, quando Liberio ritornò e Damaso lo sostenne. Proprio per l'azione in favore dell'unità della Chiesa operata prima del 366 da Damaso, a lui derivò la maggioranza di consensi popolari che gli assicurarono il riconoscimento e il sostegno imperiale. La riappacificazione damasiana fu invece contrastata da una minoranza che, in nome di una presunta coerenza nella difesa dell'ortodossia, appoggiò Ursino (anni dopo, peraltro, collaboratore degli ariani dell'Italia settentrionale). Nel 366 la divisione in "partiti" non era di per sé né nel popolo né forse nel clero romano, che erano rimasti ortodossi ed elessero Damaso, ma solo nel collegio dei sette diaconi, che in assenza del Papa aveva dovuto rispondere all'offensiva filoariana del decennio precedente e che in quell'anno si divise tra due suoi membri, Damaso e appunto Ursino: una divisione di vertice, non corrispondente al comune sentire dei cristiani di Roma, laici ed ecclesiastici, che acclamarono Damaso.
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di Alfonso M. A. Bruno In Emilia, nella chiesetta di Visignolo di Baiso, sulle prime alture dell'Appennino, in un grande quadro con il crocifisso attorniato di santi, si nota la presenza di un seminarista con la veste e il cappello da prete. Lo fece dipingere circa trent'anni fa il parroco, convinto che quel giovane aspirante al sacerdozio, prima o poi, sarebbe stato riconosciuto santo. Si tratta di Rolando Rivi, una delle numerose vittime che nell'immediato dopoguerra, a pochi chilometri da quel luogo, caddero a causa della furia omicida di alcuni gruppi armati della resistenza. La terra emiliana, infatti, fu particolarmente irrorata dal sangue di preti e seminaristi che in quel periodo furono vittime d'una persecuzione in odio a Cristo e alla Chiesa.
Rolando Rivi nacque a San Valentino di Reggio Emilia il 7 gennaio 1931 da agricoltori umili e ricchi di fede. I parroci, don Luigi Jemmi prima e don Olinto Marzocchini poi, ebbero il merito di formare generazioni di parrocchiani. Il loro apostolato era alimentato da una ricca vita interiore trasparente e percettibile anche agli occhi di un bambino. Rolando infatti era affascinato dal suo parroco don Olinto: "Che bello - pensava - diventare come lui! Celebrare la messa con Gesù tra le mani, portare le anime a Gesù". Così, appena undicenne entrò nel seminario diocesano di Marola. Era ai primi d'ottobre del 1942. Quello stesso giorno, come allora si usava, il ragazzo vestì con gioia l'abito talare. Il rettore monsignor Luigi Bronzoni, prete colto, autorevole e paterno, insegnava più con la vita che con le parole. All'approssimarsi del periodo estivo, spiegava che in vacanza i seminaristi avrebbero dovuto non solo guardarsi dalle occasioni di peccato, ma ancora di più distinguersi dagli altri nella preghiera e nel servizio in parrocchia, nello studio e nella purezza, nelle opere buone e nella dedizione al Signore. "Anche in vacanza - aveva raccomandato - il seminarista porta sempre l'abito talare, segno della nostra appartenenza a Gesù".Rolando così anche nei giorni di vacanza dei caldi mesi estivi portava con orgoglio la veste nera con il colletto bianco. La veste non creava per lui una barriera umana o sociale nelle relazioni con gli altri né tantomeno un impedimento allo svolgimento d'ogni attività, anche ricreativa. Il seminarista Rolando Rivi era sempre un trascinatore. Testimonia un compagno di seminario, ora sacerdote e parroco, don Vezzosi: "Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi: a pallone, a pallavolo. Campione della classe, della camerata. Attentissimo a scuola, studioso esemplare, innamoratissimo di Gesù. Tutto in lui era superlativo. Si stava volentieri con lui; contagiava gioia e ottimismo".
La sua vita, tuttavia, non fu solo gaiezza e spensieratezza. Alle sue vicende familiari e personali faceva da sfondo la guerra nella quale gli morirono tre zii. E altre sorprese spiacevoli si profilavano all'orizzonte. Nel settembre 1944 il seminario fu occupato da un centinaio di soldati nazisti. I seminaristi dovettero tornare a casa.
In famiglia, Rolando continuò a sentirsi seminarista. La sua gioia erano la messa quotidiana con la comunione, la meditazione, la visita pomeridiana a Gesù eucaristico, il rosario alla Madonna. Il luogo prediletto era sempre la casa parrocchiale. Oltre allo sport, altra sua grande passione era la musica. Quando poteva posare le mani sulla tastiera dell'harmonium, quasi si estasiava a suonare. E ai bambini, ai cuginetti, anche solo di cinque o sei anni insegnava a servire la messa e giocava con i più piccoli per diffondere serenità anche nei giorni più tristi.
La vita a San Valentino trascorse abbastanza tranquilla fino all'estate del 1944. Poi iniziarono le scorribande. Si ebbero ruberie, razzie, fatti spiacevoli e violenze anche contro i sacerdoti. Diventava, infatti, sempre più forte l'odio contro i preti che operavano per la pacificazione degli animi e denunciavano le violenze, da qualunque parte venissero compiute. Rolando sperimentò questo clima.
A San Valentino fu preso di mira il parroco don Olindo Marzocchini. Una mattina d'estate si venne a sapere che durante la notte precedente l'avevano aggredito e umiliato. Gli avevano portato via tutto, comprese le scarpe che aveva ai piedi. Durante la messa, celebrata dopo la brutale aggressione, don Olinto si sentì male: Rolando e l'altro chierichetto che servivano all'altare capirono che qualcosa di grave era successo. Quando Rolando lo seppe chiaramente, pianse come per un'offesa fatta al proprio padre. Ma non disse parole di odio.
Don Olinto Marzocchini intanto fu fatto riparare in luogo più sicuro. Per assicurare il servizio sacerdotale arrivò in paese un giovane prete venticinquenne: don Alberto Camellini. Ancora oggi racconta: "Si viveva un'atmosfera di paura e di tensione. Per conoscere luoghi e parrocchiani mi facevo accompagnare nelle visite da alcuni seminaristi tra cui Rolando Rivi". Il seminarista ne profittò per spiegargli i suoi progetti per l'avvenire - "Sarò prete e missionario". Tutti vedevano passare per la strada il giovane seminarista, tutti conoscevano il suo stile di vita. E i genitori gli dicevano: "Togliti la veste nera. Non portarla per ora". Ma Rolando rispondeva: "Ma perché, che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela. Io studio da prete e la veste è segno che io sono di Gesù".
Rolando intuiva cosa significasse prepararsi al sacerdozio in quel clima, ma non si scoraggiò, né si chiuse in casa. Aveva solo quattordici anni, poco più di un bambino, ma mai si era mimetizzato né aveva nascosto la sua chiara identità d'aspirante appassionato al sacerdozio. In maniera istintiva era consapevole che la mimetizzazione mortifica la pastorale che si avvale di segni e di simboli, ma anche di gesti concreti. Racconta monsignor Giuseppe Mora: "Spesso in paese scoppiavano dispute alle quali era più conveniente tacere. Capitò che in una discussione alcuni attaccarono ingiustamente la Chiesa e l'attività dei sacerdoti. Rolando difese a fronte alta Gesù, il Papa, la Chiesa e i sacerdoti, senza paura alcuna".
Il 10 aprile 1945, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto è già in chiesa. Esce contento perché ha già ricevuto l'eucarestia. Non sa ancora che sarà per lui il viatico. Torna a casa, libri sottobraccio va al boschetto a studiare. Indossa come sempre la talare. A mezzogiorno, non vedendolo rientrare, i genitori lo cercano. Tra i libri trovano un biglietto: "Non cercatelo, viene un momento con noi".
I partigiani lo hanno portato alla loro base sull'Appennino Emiliano. Lo spogliano della veste talare. Lo insultano, lo percuotono con la cinghia sulle gambe, lo schiaffeggiano. Adesso hanno davanti un ragazzino coperto di lividi, piangente. Per tre giorni Rolando rimane nelle mani di quegli uomini. Una valanga di bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e il sacerdozio, di scherni volgari si abbatte su di lui. Quindi, l'orrore della flagellazione sul suo corpo di ragazzo. Rolando piange e geme. Qualcuno si commuove e propone di lasciarlo andare perché è soltanto un ragazzo e non c'è motivo o pretesto per ucciderlo. Ma altri si rifiutano: "Taci o farai anche tu la stessa fine". Prevale l'odio al prete, all'abito che lo rappresenta. Decidono di ucciderlo: "Avremo domani un prete in meno!".
Scende la sera ormai, lo portano sanguinante in un bosco presso Piane di Monchio (Modena). Davanti alla fossa già scavata Rolando comprende tutto. Singhiozza, implora d'essere risparmiato. Gli viene risposto con un calcio. Allora dice: "Voglio pregare per la mia mamma e per il mio papà".
S'inginocchia sull'orlo della fossa e prega per sé, per i suoi cari, forse per i suoi stessi uccisori. Due scariche di rivoltella lo rotolano a terra nel suo sangue. Un ultimo pensiero, un ultimo palpito del cuore per Gesù, perdutamente amato... poi la fine. Gli assassini lo coprono con poche palate di terra e di foglie secche. La veste da prete diventa un pallone da calciare, poi sarà appesa come "trofeo da guerra" sotto il porticato d'una casa vicina.
Era il 13 aprile 1945. Rolando aveva quattordici anni e tre mesi. Con la vita, la parola e perfino il suo sangue aveva proclamato: "Quanto ho di più caro al mondo è Cristo".
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cambia della decisione della Corte sulla chiesa di Crooswatta.Jaela, 9. "Sento ancora risuonare nelle mie orecchie le loro urla che dicevano "fallo a pezzi, uccidilo"". Padre Jude Lakshman, parroco di Nostra Signora della Rosa Mistica a Crooswatta, in Sri Lanka racconta l'attacco alla sua chiesa avvenuto nella mattina del 6 dicembre. Oltre mille persone armate di bastoni, spade e pietre hanno preso d'assalto la chiesa. Il religioso aveva appena finito di parlare ai fedeli alla messa delle 7. Hanno demolito l'altare, le statue e le sedie; hanno distrutto tutto ciò che c'era. La folla ha dato fuoco anche ai veicoli parcheggiati fuori dalla chiesa inseguendo e ferendo alcuni dei fedeli. L'assalto del 6 dicembre è l'ennesimo fatto di violenza contro la chiesa del villaggio di Crooswatta, presso Kotugoda. "È evidente - dice padre Lakshman - che l'attacco era ben programmato e che la folla aspettava la nostra uscita dalla chiesa dopo la messa".
Per garantire la sicurezza dei fedeli (sono 293 le famiglie cattoliche della parrocchia) e prevenire nuovi assalti, alcuni soldati del vicino campo dell'aeronautica militare di Ekala presidiano la zona. La polizia ha arrestato undici sospetti indagando tra i gruppi buddisti estremisti che già in passato hanno colpito la chiesa.
Nostra Signora della Rosa Mistica è da tempo causa di attrito tra le comunità cattoliche e buddiste di Crooswatta. Negli ultimi quattro anni estremisti hanno impedito il completamento della costruzione della chiesa che sorge nell'area limitrofa ad un monastero buddista. Già nel 2006 e nel 2007 la chiesa era stata presa di mira da estremisti buddisti portando alla sospensione dei lavori di completamento dell'edificio. Il 28 luglio 2008 la Corte suprema ha dato il via libera per la conclusione della costruzione. "Abbiamo anche ricevuto - sottolinea il parroco - il permesso per celebrare messa, svolgere il catechismo e altre attività della comunità". Dopo l'ultimo attacco, le autorità hanno riconfermato che nulla
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Londra, 10. Una proposta legislativa, intesa a eliminare le discriminazioni sui luoghi di lavoro in Inghilterra, potrebbe paradossalmente mettere fuori regola, in quanto considerati datori di lavoro, tutti i vescovi della Chiesa d'Inghilterra e del Galles se venisse approvata dal parlamento senza le necessarie modifiche.
Riporta il Catholic News Service che nel corso di una riunione, ieri a Londra, i membri cattolici della Camera dei Lord hanno esaminato l'appello dei presuli per modificare in alcune parti l'Equality Bill, che verrà discusso il 15 dicembre alla Camera alta. I vescovi cattolici hanno sottolineato che, secondo l'attuale schema della proposta legislativa, i sacerdoti diocesani dovrebbero essere inquadrati come impiegati piuttosto che come responsabili di un servizio religioso e i vescovi non potrebbero "assumerli" ponendo verso di loro delle discriminazioni sul sesso, sullo stato civile e sul credo.
Per superare questa norma, che evidentemente non può essere accettata dai cattolici, i presuli dovrebbero dimostrare che i sacerdoti delle loro diocesi sono da classificare come religiosi, e non come semplici impiegati, poiché, secondo quanto è previsto nell'Equality Bill, essi spendono almeno il cinquantuno per cento del loro tempo in preghiera, nella celebrazione delle funzioni liturgiche e nell'insegnamento dottrinale. Ai membri della Camera dei Lord, i presuli hanno fatto notare che la proposta di legge, con una sorprendente superficialità, non ha considerato parte della missione dei religiosi il lavoro pastorale che, invece, è proprio quello che quotidianamente impegna tutti i sacerdoti diocesani.
I vescovi della Chiesa d'Inghilterra e del Galles hanno espresso il loro rincrescimento per non essere stati consultati dal Governo prima che la proposta legislativa venisse presentata all'esame delle Camere. Per rispondere alle loro obiezioni, un portavoce di Dowing street ha precisato che l'Equality Bill già contiene delle norme per consentire ai religiosi, e quindi anche ai sacerdoti diocesani, di continuare la loro missione poiché un emendamento alla proposta di legge venne votato a Novembre, durante il dibattito alla Camera dei Comuni, per proteggere la libertà delle Chiese. Secondo il portavoce, l'Equality Bill dovrebbe essere approvato senza altre variazioni e convertito in legge entro i primi mesi del prossimo anno.
Il coordinatore dei rapporti tra i vescovi della Chiesa d'Inghilterra e del Galles e il parlamento di Londra, Richard Kornicki, ha dichiarato che i vescovi tuttora ritengono che non sia possibile per loro conformarsi ai criteri stabiliti nella proposta legislativa per quanto riguarda il lavoro svolto dai sacerdoti diocesani. Per Kornicki, se l'Equality Bill venisse convertito in legge senza le modifiche suggerite, tutti i vescovi cattolici potrebbero subire entro breve tempo azioni legali per avere attuato, come datori di lavoro, discriminazioni nella scelta dei sacerdoti diocesani respingendo le candidature di uomini sposati, di donne, di omosessuali conviventi, e di persone transessuali. "In questo modo - ha sottolineato il coordinatore - alla Chiesa d'Inghilterra e del Galles verrebbe negato il diritto fondamentale di potere svolgere la missione verso i credenti in modo conforme alla propria tradizione religiosa".
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di Francesco M. Valiante Avesse dato retta al Merlo bianco, oggi Pinocchio sarebbe un altro. Magari un attempato signore in pensione dopo un'onesta vita trascorsa tra famiglia e lavoro. Poco o niente da raccontare ai nipotini: una fanciullezza tranquilla, spensierata, mai un giorno di scuola marinato, sempre alla larga dai pasticci e dai guai. Solo quello strano ricordo di un lungo naso di legno, retaggio di vecchi incubi infantili presto svaniti.
E dire che l'avvertimento del volatile non difettava di buon senso: "Non dar retta - gli aveva gridato - ai consigli dei cattivi compagni se no, te ne pentirai". La penna accorta di Carlo Collodi glielo aveva fatto incontrare proprio sul cammino che dal teatro dei burattini portava alla casa di Geppetto. Un'ancora di salvezza a metà strada tra la rovina e la redenzione. Ma non c'era stato niente da fare. Anche perché a tacitare la già esitante coscienza di Pinocchio ci aveva pensato il Gatto, che con un balzo si era avventato sull'uccello divorandolo in un sol boccone prima che potesse proferire altro.Diciamo la verità: a nessun bambino verrebbe in mente di rimpiangere il povero animaletto. Chi può immaginare un libro di fiabe orfano delle peripezie del burattino più famoso del mondo? Destino ingrato, quello del giudizioso volatile. E di tutti quei consiglieri saggi e assennati che diventano sempre più rari compagni di strada lungo i sentieri della vita. Proprio come i merli bianchi. Che poi, a dispetto della simbologia popolare, tanto rari non sono, stando alle acquisizioni della scienza ornitologica. "Aberrazioni cromatiche" le chiamano gli studiosi, con un'espressione che, in verità, sembra evocare terrificanti alchimie genetiche piuttosto che innocenti scherzi della natura. Pare sia tutta una questione di pigmenti: nel caso dei merli le melanine, agenti responsabili della colorazione scura del piumaggio. Quando sono del tutto assenti si parla di albinismo, quando sono prodotte in quantità minime si è in presenza di leucismo.
Merli albini e merli leucistici - discendenti dell'illustre ma sfortunato progenitore finito tra le grinfie del gatto di Pinocchio - non sono così insoliti da osservare, assicurano gli esperti. Anche in un angolo verde del tutto particolare come i Giardini Vaticani. Ce n'è un esemplare nella zona del giardino alla francese, alle spalle della Grotta di Lourdes, che non di rado si concede all'osservazione dei bird-watcher più fortunati nella cerchia delle Mura leonine. Tra i quali lo stesso Benedetto XVI e uno dei suoi segretari, monsignor Alfred Xuereb, che lo hanno notato durante la quotidiana preghiera del rosario recitato passeggiando lungo i viali.
Fortuna che nessuno dei due ha propensioni venatorie, verrebbe da dire. Fatto sta che il prelato, incoraggiato anche dal Papa, si è messo di impegno con l'intenzione di "catturarlo". Ma per farlo è bastata una macchina fotografica dotata di un potente obiettivo. Che unita a una buona dose di pazienza e a uno spirito di osservazione non comune gli ha consentito il giorno seguente, al termine di un appostamento neanche tanto lungo, di immortalare in una serie di splendidi scatti (pubblicati in questa pagina) il volatile. Del tutto ignaro - soprattutto dopo la cattiva sorte capitata al suo più celebre avo - di essere divenuto oggetto nientedimeno che dell'attenzione del Romano Pontefice.
I suoi "colleghi" neri - una delle colonie più numerose tra le specie di uccelli che affollano i Giardini Vaticani - non se ne avranno certo a male. Anche perché, a dare ascolto a un'altra leggenda, quell'esemplare dal piumaggio candido custodirebbe in realtà le sembianze della loro originaria bellezza. Altro che pigmenti e melanine. Pare infatti che un tempo tutti i merli fossero bianchi. La loro attuale colorazione corvina sarebbe legata al freddo rigido delle ultime tre giornate di gennaio - da qui l'espressione "i giorni della merla" - che avrebbe costretto appunto una merla intirizzita a rifugiarsi con i piccoli all'interno di un comignolo. Dal quale sarebbero poi usciti ricoperti di fuliggine. E perciò, da allora, completamente neri. Dev'essere per questo che un altro acuto osservatore naturalista come il romanziere francese Jules Renard ha scritto: "Il merlo bianco esiste; il merlo nero non ne è che l'ombra". C'è da scommettere che cominci a pensarlo anche il Papa.
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Il dialogo tra cattolici e musulmani è un importante "fattore di pace e di rispetto" nell'attuale quadro internazionale e, in particolare, nel difficile scenario mediorientale. Il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone sceglie una tribuna di eccezione come Al Jazeera per rilanciare l'appello a "una pacifica convivenza di tutti con tutti". Intervistato per la prima volta dal network arabo, il porporato coglie l'occasione per rivolgere all'islam "un augurio di pace e di serena e solidale convivenza", riaffermando che la Chiesa in ogni Paese "difende i diritti di tutti, il diritto di vivere, il diritto all'istruzione, il diritto di associazione, i diritti di tutte le minoranze".
In questo senso - puntualizza Bertone - "bisogna assicurare a ciascuno la sua libertà di culto, dialogando e lavorando assieme per aiutare chi ha più bisogno". La Chiesa "promuove il bene delle persone senza distinguere la loro religione", ricorda. E chiede perciò che "la difesa dei diritti delle minoranze" valga anche per i cristiani "che si trovano in Paesi musulmani o non cristiani": questo - auspica - "è un impegno che dobbiamo prendere tutti insieme". In proposito il cardinale riferisce di una telefonata del Patriarca iracheno Delly proprio due giorni fa, dopo che Baghdad è stata investita da una serie di sanguinosi attentati che hanno provocato centinaia di morti e feriti. Dal segretario di Stato una esplicita denuncia della drammatica situazione dei cristiani in Medio Oriente: "Noi - afferma - esortiamo i cristiani arabi a restare, perché svolgono una funzione positiva, anche se qualcuno può sbagliare". Si tratta di un argomento - riferisce - che è costantemente al centro dei colloqui con i "responsabili politici" dei Paesi arabi che si recano in visita in Vaticano.
Il cristianesimo - ricorda il porporato - è nato in Medio Oriente. E gli arabi cristiani sono "molto fieri" della loro appartenenza araba. Bertone parla con accenti preoccupati delle conseguenze della guerra in Iraq scoppiata quasi sette anni e lancia un grido d'allarme sulla situazione di coloro che hanno abbandonato la regione. L'appello è alla comunità internazionale perché non dimentichi "i rifugiati che sono ancora lontani dalle loro patrie" e si impegni "sempre di più a creare le condizioni per il loro ritorno".
La tutela dei diritti delle minoranze, precisa comunque il segretario di Stato, deve sempre procedere di pari passo con la necessità di "osservare le leggi dei Paesi di arrivo". E in ogni caso la questione dei rapporti tra cittadini di diverse religioni va affrontata senza chiusure pregiudiziali o emotive, come è avvenuto in Svizzera con il referendum che ha vietato la costruzione di nuovi minareti: una decisione - commenta il Bertone - "che nasce dalla paura, mentre le scelte di voto devono nascere da una prospettiva, da un obiettivo positivo".
L'intervista concessa a Mohamed Kenawi prende le mosse proprio dal ruolo delle religioni come artefici di pace e di riconciliazione nel mondo, per poi affrontare specificamente la questione del dialogo tra cattolici e musulmani. Il porporato sottolinea in proposito l'azione di rilancio intrapresa da Benedetto XVI soprattutto attraverso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Ed evidenzia che la collaborazione tra le religioni non può non portare anche a un impegno comune nella lotta alla povertà. Interpellato dal giornalista sul ruolo e le funzioni del centro della cattolicità, Bertone coglie l'occasione per chiarire la distinzione tra Santa Sede e Vaticano e per evidenziare la figura particolare del Pontefice, la cui sovranità sul piccolo Stato vaticano è garanzia di libertà e indipendenza rispetto ad altri poteri. Quanto ai rapporti con lo Stato italiano, infine, il porporato li definisce "molto intensi" e rimarca la "particolare attenzione" del Papa alla vita della nazione. Ma puntualizza anche che la Chiesa esprime solo indicazioni e giudizi morali sulle diverse questioni, mentre i cattolici, come tutti i cittadini, sono liberi di agire secondo la loro coscienza illuminata dalla fede.
L'intervista, realizzata dalla Domino film, dura circa venti minuti ed è stata registrata mercoledì mattina, 9 dicembre, nella Sala dei Trattati della Segreteria di Stato. I suoi passaggi più significativi faranno parte di un documentario sulla realtà del Vaticano che sarà trasmesso da Al Jazeera tra sei mesi. Il progetto, presentato nei mesi scorsi, è stato esaminato e sviluppato dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Prevede, tra l'altro, interviste anche al cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e agli arcivescovi Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, e Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
"La decisione di realizzare il documentario - spiega al nostro giornale Mohamed Kenawi - nasce dal desiderio di far conoscere al mondo arabo e musulmano una realtà universale come la Chiesa cattolica, e in particolare il Vaticano, entità indipendente e del tutto particolare guidata dal Pontefice, che è allo stesso tempo leader spirituale e capo di uno Stato". Si tratta - puntualizza - di "un contributo al dialogo tra le religioni, che per essere efficace ha bisogno della conoscenza reciproca come condizione essenziale". Kenawi racconta di essere rimasto "molto colpito dall'accoglienza positiva che la nostra iniziativa ha ricevuto in Vaticano". E si augura che "possa servire a far conoscere meglio al mondo arabo la figura del Papa e il ruolo della Santa Sede nell'attuale scenario internazionale".
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Svelato il mistero dell'alieno che da più parti si sussurrava fosse sbarcato in Vaticano. È il meteorite rinvenuto vicino a Monaco di Baviera e custodito presso la Specola Vaticana che si ritiene provenga dal pianeta Marte, peraltro già mostrato a Benedetto XVI quando visitò la Specola. Ne ha parlato il direttore padre José Gabriel Funes, presentando - giovedì mattina 10 dicembre, nei Musei Vaticani - il volume L'infinitamente grande. L'Astronomia e il Vaticano a cura di Guy Consolmagno (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana - De Agostini, 2009, pagine 232, euro 29,90). Il volume, ha spiegato il gesuita, si propone di spiegare con un linguaggio accessibile i più grandi concetti scientifici relativi all'astronomia.
Si pensa, ha detto Funes, che l'universo sia nato circa 14.000.000.000 di anni fa e che contenga più o meno 100.000.000.000 di galassie, per cui tenendo conto della popolazione mondiale toccano almeno 15 galassie per ogni abitante della terra. Sono dati che il direttore di solito illustra ai 25 studenti che ogni anno partecipano alla Vatican Summer School of Astronomy per incoraggiarli allo studio. Per far comprendere la distanza temporale trascorsa tra il Big Bang e la fondazione della Specola il religioso ha preso come riferimento un ipotetico calendario cosmico, nel quale il Big Bang viene collocato al 1 gennaio, la nascita della terra al 3 settembre, "e - ha detto usando una metafora - l'inizio dell'attività della Specola a un secondo fa".
Anche il cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato della Città del Vaticano, ha ricordato come la Specola rappresenti la continuazione della tradizione del Collegio Romano e dei suoi astronomi e ha ribadito l'interesse della Santa Sede per l'astronomia. Ripercorrendo le iniziative promosse dallo Stato della Città del Vaticano in questo anno, il porporato ha detto che il volume "vuole essere in particolare una testimonianza del positivo ed aperto rapporto della Chiesa con la scienza astronomica".
Don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, ha annunciato la firma dell'accordo con le edizioni Monte Carmelo di Burgos per la pubblicazione in Spagna del libro e con la Spolok per la Slovacchia. Si aggiungono a quella in inglese già uscita per Houer Sunday Visitor. Ulteriori trattative sono in corso per la pubblicazione in altre lingue. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, che ha moderato l'incontro, si è detto orgoglioso per la presenza dei Musei Vaticani nelle iniziative per l'anno dell'astronomia. Il gesuita Sabino Maffeo ha ripercorso le tappe principali della storia della Specola, mentre il professor Ugo Amaldi dell'Università degli studi di Milano-Bicocca, ha illustrato a grandi linee gli studi in corso al Cern di Ginevra.
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