
Nella mattina di venerdì 20 novembre, nel Palazzo apostolico vaticano, il presidente della Repubblica del Suriname, Runaldo Ronald Venetiaan, è stato ricevuto in udienza da Benedetto XVI. Successivamente, si è incontrato con il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, accompagnato dall'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati.
I cordiali colloqui hanno permesso un fruttuoso scambio di opinioni su temi attinenti all'attuale congiuntura internazionale e regionale.
Ci si è poi soffermati su alcuni aspetti della situazione in Suriname, in particolare sulle politiche sociali avviate dal Governo, sulla salvaguardia dell'ambiente, nonché sugli ambiti di collaborazione tra la Chiesa e lo Stato.
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Rispetto della dignità e dei diritti, aiuti adeguati, piena integrazione sociale per le persone non udenti: li ha chiesti il Papa durante l'udienza ai partecipanti alla xxiv conferenza internazionale promossa dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ricevuti in udienza nella mattina di venerdì 20 novembre, nella Sala Clementina.
Cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di incontrarvi in occasione della xxiv Conferenza Internazionale organizzata dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari su un tema di grande rilevanza sociale ed ecclesiale: Effatà! La persona sorda nella vita della Chiesa. Saluto il Presidente del Dicastero, l'Arcivescovo Zygmunt Zimowski, e lo ringrazio per le sue cordiali parole. Il mio saluto si estende al Segretario ed al nuovo Sotto-Segretario, ai Sacerdoti, ai Religiosi e ai Laici, agli Esperti e a tutti i presenti. Desidero esprimere il mio apprezzamento e incoraggiamento per il generoso impegno da voi profuso in questo importante settore della pastorale.Numerose, infatti, e delicate sono le problematiche riguardanti le persone non udenti, che sono state fatte oggetto di attenta riflessione in questi giorni. Si tratta di una realtà articolata, che spazia dall'orizzonte sociologico a quello pedagogico, da quello medico e psicologico a quello etico-spirituale e pastorale. Le relazioni degli specialisti, lo scambio di esperienze tra chi opera nel settore, le testimonianze stesse di non udenti, hanno offerto la possibilità di un'analisi approfondita della situazione e di formulare proposte e indicazioni per un'attenzione sempre più adeguata a questi nostri fratelli e sorelle.
La parola "Effatà", posta all'inizio del titolo della Conferenza, richiama alla mente il noto episodio del Vangelo di Marco (cfr. 7, 31-37), che costituisce un paradigma di come il Signore opera verso le persone non udenti. Gesù prende in disparte un uomo sordo e muto e, dopo aver compiuto alcuni gesti simbolici, alza gli occhi al Cielo e gli dice: "Effatà!", cioè: "Apriti!". In quell'istante, riferisce l'evangelista, all'uomo fu restituito l'udito, gli si sciolse la lingua e parlava correttamente. I gesti di Gesù sono colmi di attenzione amorosa ed esprimono profonda compassione per l'uomo che gli sta davanti: gli manifesta il suo interessamento concreto, lo toglie dalla confusione della folla, gli fa sentire la sua vicinanza e comprensione mediante alcuni gesti densi di significato. Gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua. Lo invita poi a volgere con Lui lo sguardo interiore, quello del cuore, verso il Padre celeste. Infine, lo guarisce e lo restituisce alla sua famiglia, alla sua gente. E la folla, stupita, non può che esclamare: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!" (Mc 7, 37).
Col suo modo di agire, che rivela l'amore di Dio Padre, Gesù non sana solo la sordità fisica, ma indica che esiste un'altra forma di sordità da cui l'umanità deve guarire, anzi da cui deve essere salvata: è la sordità dello spirito, che alza barriere sempre più alte alla voce di Dio e del prossimo, specialmente al grido di aiuto degli ultimi e dei sofferenti, e rinchiude l'uomo in un profondo e rovinoso egoismo. Come ho avuto modo di ricordare nell'omelia della mia visita pastorale alla Diocesi di Viterbo, il 6 settembre scorso, "Possiamo vedere in questo "segno" l'ardente desiderio di Gesù di vincere nell'uomo la solitudine e l'incomunicabilità create dall'egoismo, per dare volto ad una "nuova umanità", l'umanità dell'ascolto e della parola, del dialogo, della comunicazione, della comunione con Dio. Un'umanità "buona", come buona è tutta la creazione di Dio; una umanità senza discriminazioni, senza esclusioni... così che il mondo sia veramente e per tutti "campo di genuina fraternità"... " (L'Oss. Rom., 7-8 settembre 2009, pag. 6).
Purtroppo l'esperienza non sempre attesta gesti di solerte accoglienza, di convinta solidarietà e di calorosa comunione verso le persone non udenti. Le numerose associazioni, nate per tutelare e promuovere i loro diritti, evidenziano l'esistenza di una mai sopita cultura segnata da pregiudizi e discriminazioni. Sono atteggiamenti deplorevoli e ingiustificabili, perché contrari al rispetto per la dignità della persona non udente e alla sua piena integrazione sociale. Molto più vaste, però, sono le iniziative promosse da istituzioni e da associazioni, sia in campo ecclesiale che in quello civile, ispirate ad un'autentica e generosa solidarietà, che hanno apportato un miglioramento delle condizioni di vita di molte persone non udenti. A tale proposito, è significativo ricordare che le prime scuole per l'istruzione e la formazione religiosa di questi nostri fratelli e sorelle sono sorte in Europa, già nel settecento. Da allora sono andate moltiplicandosi, nella Chiesa, opere caritative, sotto l'impulso di sacerdoti, religiosi, religiose e laici, con lo scopo di offrire ai non udenti non solo una formazione, ma anche un'assistenza integrale per la piena realizzazione di se stessi. Non è possibile, però dimenticare la grave situazione in cui essi vivono ancora oggi nei Paesi in via di sviluppo, sia per la mancanza di appropriate politiche e legislazioni, sia per la difficoltà ad avere accesso alle cure sanitarie primarie; la sordità, infatti, è spesso conseguenza di malattie facilmente curabili. Faccio appello, quindi, alle autorità politiche e civili, nonché agli organismi internazionali, affinché offrano il necessario sostegno per promuovere, anche in quei Paesi, il dovuto rispetto della dignità e dei diritti delle persone non udenti, favorendo, con aiuti adeguati, la loro piena integrazione sociale. La Chiesa, seguendo l'insegnamento e l'esempio del suo divino Fondatore, continua ad accompagnare le diverse iniziative pastorali e sociali a loro beneficio con amore e solidarietà, riservando speciale attenzione verso chi soffre, nella consapevolezza che proprio nella sofferenza è nascosta una particolare forza che avvicina interiormente l'uomo a Cristo, una grazia particolare.
Cari fratelli e sorelle non udenti, voi non siete solo destinatari dell'annunzio del messaggio evangelico, ma ne siete, a pieno titolo, anche annunciatori, in forza del vostro Battesimo. Vivete quindi ogni giorno da testimoni del Signore negli ambienti della vostra esistenza, facendo conoscere Cristo e il suo Vangelo. In quest'Anno Sacerdotale pregate anche per le vocazioni, perché il Signore susciti numerosi e buoni ministri per la crescita delle comunità ecclesiali.
Cari amici, vi ringrazio per questo incontro e affido tutti voi qui presenti alla materna protezione di Maria Madre dell'amore, Stella della speranza, Madonna del Silenzio. Con questi voti, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica, che estendo alle vostre famiglie e a tutte le associazioni che attivamente operano nel servizio dei non udenti.
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Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza le Loro Eccellenze Reverendissime i Monsignori:
- Luigi Ventura, Arcivescovo titolare di Equilio, Nunzio Apostolico in Francia;
- Gorgônio Alves da Encarnação Neto, Vescovo di Itapetininga (Brasile), in visita "ad limina Apostolorum";
- Carmo João Rhoden, Vescovo di Taubaté (Brasile), in visita "ad limina Apostolorum".
*** Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Runaldo Ronald Venetiaan, Presidente della Repubblica del Suriname, con la Consorte, e Seguito.
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di Manuel Nin Il 21 novembre, nella tradizione bizantina, si celebra una delle Dodici Grandi feste, cioè quella dell'Ingresso della Madre di Dio nel tempio. Di origine gerosolimitana, è legata alla dedicazione di una chiesa. Molti aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha avuto un notevole influsso in oriente e occidente.
Da qui provengono questi elementi: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con un chiaro riferimento alla parabola evangelica ("vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine"); Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi ("oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio, e Zaccaria la riceve"); il cibo con cui Maria è alimentata dall'arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e dei Santi Doni che si ricevono nella Chiesa ("nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tempio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita").La celebrazione del 21 novembre, che si prolunga fino al 25, ha un giorno di prefesta, in cui i testi liturgici annunciano la gioia del cielo e della creazione per il mistero che Dio opera nella Madre di Dio e per suo mezzo. La liturgia, con immagini bibliche molto forti e spesso per via di contrasto, mostra Maria accolta nel tempio che diventa essa stessa tempio e colei che accoglie: essa è tabernacolo santificato, bimba che è anche abitazione di Dio, arca, tempio spirituale, trono, palazzo, letto nuziale, titoli che la tradizione cristiana le ha applicato nel mistero della sua divina maternità ("veneriamo la sua dimora santificata, l'arca vivente, che ha accolto il Verbo che nulla può contenere").
Lo stesso arcangelo Gabriele, che sarà mandato da Dio a Nazaret per portare a Maria l'annuncio della nascita del Verbo di Dio nella carne, è mandato a Maria "giunta nel tempio del Signore per essere allevata nel santo dei santi, quale creatura santificata. Allora a te, l'immacolata, fu inviato anche Gabriele, per portarti cibo". Uno dei tropari del vespro riassume in una bellezza quasi unica tutto il mistero della festa: la gioia della creazione, il mistero di Maria diventata figlia e Madre di Dio, la sua verginità e la sua maternità, l'angelo che annuncia la buona novella. Il tropario della festa, inoltre, presenta questo giorno come preludio della benevolenza e della salvezza di Dio, cioè dell'Incarnazione.
A partire dal 16 novembre, infatti, la tradizione bizantina inizia la cosiddetta "quaresima di Natale", il periodo in cui, soprattutto asceticamente, la Chiesa si prepara alla celebrazione del Natale di Gesù Cristo. L'ufficiatura prevede tre letture dell'Antico Testamento: la consacrazione della tenda della testimonianza e la presenza gloriosa della nube per indicare la gloria del Signore che la riempie (Esodo, 40); l'introduzione dell'arca dell'alleanza del Signore nel tempio di Salomone (1 Re, 8); la gloria del Signore che riempie il tempio e la porta chiusa aperta soltanto dal Signore (Ezechiele, 43, 27 - 44, 4).
Nell'ufficiatura del mattutino, il canone collega ognuna delle odi cantate con la Madre di Dio, e l'ultimo dei tropari ne dà una lettura cristologica: "Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta: poiché egli ha preservato la madre indenne dalla corruzione cui non era sottostata".
L'icona della festa mostra la Madre di Dio accolta dal gran sacerdote nel tempio, presentata da Gioacchino e Anna. Maria è una fanciulla che entra nel tempio terreno per prepararsi a diventare tempio dell'Altissimo. In un angolo vi è il corteo delle vergini che l'hanno accompagnata e a destra l'arcangelo Gabriele che le porta il nutrimento.
La Madre di Dio è presentata dunque come colei che diventa tempio di Cristo, immagine di quello che ogni cristiano diventa per mezzo del battesimo. Il suo ingresso e la sua vita nel tempio sono dunque anche il nostro ingresso e la nostra vita nel tempio che è Cristo, secondo il vangelo. Questa è, allora, la benevolenza di Dio e la salvezza degli uomini: farli diventare abitazione di Cristo, Dio tra gli uomini, come canta il tropario della festa: "Oggi è il preludio del beneplacito del Signore, e il primo annuncio della salvezza degli uomini. Agli occhi di tutti la Vergine si mostra nel tempio di Dio, e a tutti preannuncia il Cristo".
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Kabul, 20. Non danno tregua le rappresaglie dei talebani in risposta all'offensiva delle forze locali in Afghanistan e in Pakistan. L'Afpak continua a essere sotto attacco, e gli sforzi diplomatici diretti a risolvere una situazione molto critica non sembrano, al momento, dare i risultati sperati.
Anche oggi, nella regione, si sono registrate violenze. È di diciassette morti e trentasette feriti il bilancio di un attentato suicida compiuto a Farah, in Afghanistan. L'attentatore, in sella a una motocicletta, ha fatto esplodere la carica che aveva addosso in una piazzola di carico di camion diretti da Farah a Herat. Si è poi appreso che a Peshawar, in Pakistan, un attentato dinamitardo ha causato la morte di tre agenti di polizia. Dunque Peshawar si conferma ancora bersaglio privilegiato dei terroristi, visto che nelle ultime settimane la città è stata colpita più volte da sanguinosi attacchi. Poi un drone statunitense (velivolo senza pilota) ha compiuto un raid nell'area di confine tra Afghanistan e Pakistan: il bilancio è di otto morti. La situazione nella regione si fa dunque sempre più complessa: e il direttore della Cia, Leon Panetta, se ne è voluto rendere conto di persona, recandosi oggi in Pakistan per una visita non annunciata, riferisce l'agenzia Ansa. La visita dovrebbe durare due giorni. Sono previsti colloqui, tra gli altri, con il presidente pakistano, Asif Ali Zardari, e con il primo ministro, Yusuf Raza Gilani. In agenda, la lotta al terrorismo e la cooperazione fra Stati Uniti e Pakistan.
Non sono nel frattempo mancate le reazioni al discorso di ieri tenuto dal presidente afghano Hamid Karzai in occasione della cerimonia di insediamento per il secondo mandato. Lotta alla corruzione, riconciliazione nazionale, rapporti sempre migliori con gli Stati Uniti, i punti principali del discorso.
Il segretario di Stato americano Hillary Clinton (presente alla cerimonia) ha affermato che il discorso di Karzai rappresenta "un nuovo inizio". Parlando davanti ai giornalisti, il capo della diplomazia americana ha salutato con favore in particolare l'impegno del confermato presidente a sradicare la corruzione endemica nel Paese. "Il discorso inaugurale di Karzai - ha dichiarato Clinton - fornisce un importante nuovo inizio e abbiamo l'intenzione di partire da lì per andare avanti. È stato particolarmente forte sulle misure che vuole prendere contro la corruzione".
Hillary Clinton ha poi annunciato che gli Stati Uniti aiuteranno l'Afghanistan a preparare i suoi militari e la sua polizia ad assumere al più presto la responsabilità del controllo della sicurezza delle zone più colpite dal conflitto.
Dal canto suo, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, congratulandosi con Karzai, ha detto di accogliere positivamente gli impegni presi dal capo dello Stato nel discorso inaugurale, quali "servire tutti i cittadini afghani, combattere la corruzione e lavorare per il buon governo e per la sicurezza".
Si segnala nel frattempo che Abdullah Abdullah, l'ex sfidante di Karzai, ha rigettato l'apertura del presidente, che ieri ha auspicato la riconciliazione nazionale: secondo l'ex ministro degli Esteri, la proclamazione della vittoria, da parte della commissione elettorale, è illegittima.
Si parla intanto di una prossima conferenza internazionale sull'Afghanistan. Al riguardo il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ha detto che dovrebbero essere il popolo e la dirigenza afghana a decidere la data e il luogo del vertice. "Di una conferenza internazionale sull'Afghanistan si parla da alcune settimane - ha rilevato Lavrov -. C'è la proposta della Gran Bretagna di convocarla a Londra, mentre Karzai ha proposto di tenerla a Kabul". Lavrov ha quindi aggiunto: "A essere sincero, su questo ho una posizione pragmatica e flessibile. L'importante è formulare l'obiettivo di tale conferenza e preparare le intese destinate a risolvere realmente i problemi degli afghani, mentre sul quando e sul dove tenerla è necessario forse acoltare il parere del popolo e della dirigenza dell'Afghanistan".
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Bruxelles, 20. Sarà un binomio belga-britannico a guidare la nuova Unione europea disegnata dal Trattato di Lisbona. I capi di Stato e di Governo dei Ventisette, riuniti ieri a Bruxelles in un vertice straordinario, hanno nominato il premier del Belgio, il cristiano democratico Herman Van Rompuy, e la laburista britannica, la baronessa Catherine Ashton, rispettivamente primo presidente stabile della Ue e nuovo alto rappresentante della Politica estera, una sorta di ministro unico degli Esteri dell'Unione europea. Van Rompuy, europeista convinto, è noto per essere riuscito a riconciliare le comunità francofone e fiamminghe in Belgio. Assumerà l'incarico il primo gennaio del 2010 per un periodo di due anni e mezzo rinnovabili per altri due e mezzo. Ashton, prima donna ad assumere l'incarico di alto rappresentante della Politica estera dell'Ue, è invece l'attuale commissario al Commercio estero. Il suo nome era emerso dopo la riununcia del ministro degli Esteri britannico, David Miliband.
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Roma, 20. Sembra migliorare la condizione dell'infanzia nel mondo, almeno a giudicare dal rapporto diffuso ieri dall'Unicef in occasione del ventesimo anniversario dell'approvazione della convenzione Onu sui diritti di bambini e adolescenti, ratificata da 193 Paesi (mancano nel computo soltanto Stati Uniti e Somalia). Il numero di bambini che hanno abbandonato la scuola primaria si è ad esempio ridotto da 115 milioni nel 2002 a 101 milioni nel 2007: l'84 per cento dei bambini in età da scuola primaria la frequenta e il 90 per cento di quelli che la inizia conclude il ciclo. Sembrano inoltre colmati i divari di genere nell'istruzione. L'indice di parità è infatti al 96 per cento nei Paesi in via di sviluppo. Ma se da un lato evidenzia una tendenza in miglioramento, l'Unicef segnala anche che 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni sono impegnati nel lavoro minorile.
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Il 20 novembre nel Palazzo Diaconale di Santa Maria in Cosmedin, sede del Circolo di Roma, l'Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede tiene una conferenza sui vent'anni dal crollo del Muro di Berlino. La pubblichiamo quasi per intero.
di Hans-Henning Horstmann Quest'anno noi tedeschi ricordiamo la fondazione della Repubblica Federale di Germania nel 1949 e la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Queste due date storiche per noi, sono date di gratitudine e di gioia. Il 23 maggio del 1949 e il 9 novembre del 1989 rappresentano soprattutto un appello alla responsabilità dei tedeschi per la pace, un appello per i diritti umani, per la libertà e per il grande progetto dell'unificazione europea.
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Dal 1945 i politici tedeschi hanno imparato e hanno tratto le consequenze dalle esperienze della Repubblica di Weimar e della dittatura nazista. La costituzione del 1949 è chiara nella suddivisione dei poteri in esecutivo, legislativo e giudiziario. Vorrei menzionare soprattutto l'articolo chiave della costituzione, cioè l'articolo 1 che stabilisce: "La dignità dell'uomo è intangibile". Per tutti i governi tedeschi da Konrad Adenauer fino ad Angela Merkel è ovvio che questo significa la dignità di tutti gli uomini.
Siamo grati ai nostri amici degli Stati Uniti, il presidente Truman, il segretario di Stato George Marshall, il generale Lucius D. Clay. Furono essi a rendere possibile che un popolo privo di onore si rialzasse e costruisse una democrazia. Noi siamo grati anche a grandi politici d'Europa come Schuman, Monnet, de Gaulle, De Gasperi, Bech, Spaak e Churchill, che ebbero fiducia in Konrad Adenauer.
La sua politica d'integrazione con l'Occidente non era priva di contestazioni poiché si intravedeva, in questo collegamento ad ovest, anche il pericolo della perpetuazione della divisione della Germania. In retrospettiva, ciò fu la base per la Ostpolitik di Willy Brandt e Walter Scheel. Nell'agosto del 1970 venne stipulato l'accordo di base fra la Repubblica Federale di Germania e l'Unione Sovietica. All'atto della firma dell'accordo, il Governo federale consegnò una lettera sull'unità tedesca che, tra l'altro, stabiliva: "Quest'Accordo non è in contrasto con il fine politico della Repubblica Federale di Germania di adoperarsi per ristabilire una condizione di pace in Europa in cui il popolo tedesco possa riacquisire la propria unità attraverso la libera autodeterminazione". Ancora nel mese di novembre del 1970 fu siglato l'accordo di base con la Polonia con cui venne suggellata politicamente la rinuncia agli ex territori tedeschi a est della linea Oder-Neisse. Seguirono gli accordi con la Cecoslovacchia, la Bulgaria e l'Ungheria nel 1973 - con la Romania erano state allacciate relazioni diplomatiche già nel 1967.
La firma dell'atto finale di Helsinki nel 1975 diede una legittimazione di diritto internazionale all'operato dei coraggiosi attivisti per i diritti dell'uomo provenienti da ogni ambito sociale, ma soprattutto anche dalla Chiesa e da Solidarnosc in Polonia.
Vent'anni fa Guyla Horn e Alois Mock avevano aperto la cortina di ferro al confine austroungarico. Con il famoso pic-nic europeo nell'agosto 1989 a Sopron e il passaggio dei cittadini della Repubblica democratica tedesca (Ddr) via Austria in Germania dell'Ovest era cominciata la caduta del Muro. Il 30 settembre 1989 Hans-Dietrich Genscher non poteva concludere il suo saluto ai fuggitivi sul balcone dell'Ambasciata a Praga: la gioia di poter viaggiare era sconvolgente. Il 9 novembre cadeva il muro di Berlino.
Non possiamo immaginare il 9 novembre senza il coraggio dei polacchi, senza la prudenza di Papa Giovanni Paolo II, senza la lungimiranza di Gorbaciov, senza la fermezza di George Bush e senza l'umanesimo di Václav Havel. Ci ricordiamo con gratitudine dei coraggiosi attivisti per i diritti civili, in particolare dei cittadini di Dresda, di Lipsia e di Berlino. Anche le preghiere di pace nella Ddr che avevano preso avvio già negli anni Settanta e le manifestazioni del lunedì del 1989 nella Ddr sono meriti storici per la pacifica unificazione tedesca. La Chiesa evangelica luterana e la Chiesa cattolica nella Ddr hanno prestato un appoggio importante, benevolo ed efficace a queste attività così coraggiose. Le forze di sicurezza nella Ddr avevano un chiaro ordine di sparare se l'ordre publique, definito dal regime comunista, fosse minacciato. La paura di un massacro accompagnava ogni manifestante. I generali delle forze di sicurezza erano in stretto contatto con le Chiese che potevano di giorno in giorno convincere gli attivisti di rimanere pacifici.
La caduta del Muro sorprese quasi tutti. Soprattutto noi tedeschi fummo colti alla sprovvista. Soltanto alcune personalità negli Stati Uniti aspettavano già nell'anno 1988 il crollo della Ddr. Mi ricordo bene quando nel settembre 1988 la grande signora dei media americani Katherine Graham, dopo il mio arrivo a Washington, mi chiese, nella mia veste di portavoce dell'Ambasciata tedesca, di venire a trovarla nel suo ufficio. Eravamo solo in due. Dopo una breve introduzione lei mi domandò: "Quando si riuniscono i due stati tedeschi?". Parlai mezz'ora per convincerla che la mia generazione non avrebbe visto l'unificazione tedesca. In occasione di un ricevimento di congedo prima del mio ritorno in Germania nel 1991 un giornalista americano, prendendo la parola, disse: You were excellent in talking us out of German unity.
Dal 1970 la politica tedesca aveva cercato di rendere più umano il disumano regime di confine, rappresentato dalla cortina di ferro. Aveva mirato a instaurare più strette relazioni fra i due Stati tedeschi in un'Europa in via di integrazione. Per noi l'unificazione europea precedeva sempre l'unità tedesca.
Geremek, poi ministro degli Esteri polacco, nell'agosto del 1989 scrisse: "La nuova classe dirigente polacca ritiene che la riunificazione tedesca sia inevitabile". È stato uno dei grandi meriti dei consiglieri di Solidarnosc aver considerato che l'unità tedesca fosse nell'interesse polacco. Si opposero ai tentativi sovietici di strumentalizzare l'atavica paura dei polacchi rispetto ai loro vicini tedeschi. Solidarnosc si rese conto che con l'unità tedesca non si avvicinava solo la Germania. Anche la Nato e gli Usa diventavano suoi vicini.
I tedeschi reagirono alle affermazioni di Geremek dicendo che i polacchi avevano una propensione al romanticismo politico. Tuttavia, a novembre questo presunto romanticismo iniziò a divenire realtà. Nella ddr lo slogan che veniva scandito non era più "Noi siamo il Popolo", bensì "Noi siamo un unico Popolo"; il 6 novembre a Lipsia la gente gridava "Germania, patria unita". Il 28 novembre 1989, Helmut Kohl presentò al Bundestag tedesco il suo Programma di dieci punti per il superamento della divisione della Germania e dell'Europa. I colloqui di Helmut Kohl e Hans-Dietrich Genscher con Gorbaciov e Eduard Shevardnadze come pure la forza trainante di George Bush senior e James Baker plasmarono i colloqui 2+4, cioè i negoziati tra i due Stati tedeschi nonché gli Stati Uniti, l'Unione Sovietica, la Francia e la Gran Bretagna.
In Germania tornò la laicità cooperativa fra lo Stato, la Chiesa cattolica e quella protestante il che risultò essere una buona base per questa sfida senza precedenti storici. Fu possibile farcela grazie all'apporto di molti in seno a governo, economia e scienza, ma anche grazie a coraggiose decisioni di singole persone e soprattutto grazie all'operato di Kohl, Bush e Gorbaciov. Il 3 ottobre 1990 la Germania realizzò la sua unità statale.
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Alla Pontificia Università Gregoriana si è svolto il 19 novembre un convegno per ricordare la figura e l'opera del cardinale Johannes Willebrands nel centenario della nascita. Pubblichiamo stralci della testimonianza rilasciata dall'arcivescovo di Canterbury.
di Rowan Williams A partire dal concilio Vaticano ii negli anni Sessanta la Chiesa cattolica si è impegnata in molti dialoghi con altre Chiese, inclusa la Comunione anglicana, che hanno prodotto un numero considerevole di dichiarazioni concordate. Questa eredità è stata raccolta in una recente pubblicazione del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, il cui primo presidente, durante e dopo il concilio Vaticano ii, il cardinale Johannes Willebrands, viene giustamente e gioiosamente celebrato nell'odierna conferenza in occasione del centenario della sua nascita.
La forte convergenza in questi accordi su cosa è veramente la Chiesa di Dio è impressionante. Le varie dichiarazioni concordate sottolineano che la Chiesa è una comunità, nella quale gli esseri umani sono resi figli e figlie di Dio e sono riconciliati sia con Dio sia fra di loro. La Chiesa celebra questo attraverso i sacramenti del Battesimo e della Santa Comunione, in cui Dio agisce su di noi per trasformarci "in comunione". Questioni più dettagliate sul ministero ordinato e altri temi sono stati inquadrati in questo contesto.Uno degli aspetti più affascinanti dei diari scritti durante il concilio Vaticano ii da figure come Willebrands e Congar è il racconto di una lotta per ciò che io chiamerò una dottrina autenticamente teologica della Chiesa. Parte di quanto il Vaticano ii ha rifiutato è un modo di parlare della Chiesa come soprattutto di un'istituzione esistente per decreto divino, governata per prescrizione del Signore, che amministra fedelmente i sacramenti istituiti da Lui per la salvezza delle anime. Tuttavia, ciò che manca a questa descrizione è una spiegazione reale di come la natura, il carattere e perfino il governo della Chiesa siano basati e plasmati sulla natura di Dio e della incarnazione di Dio nella storia. Un'interpretazione teologica della Chiesa servirebbe a spiegare questo nesso.
Una caratteristica peculiare dell'attuale documento Harvesting the Fruits del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, sotto l'egida del nostro amatissimo e rispettato amico Walter Kasper, è il nesso integrale fra ciò viene detto sulla natura di Dio e ciò che viene detto sulla Chiesa, sulla sua missione e sul suo ministero.
Se il documento Harvesting deve essere preso sul serio, le questioni fra cristiani nelle Chiese storiche non riguardano la forma essenziale del nostro linguaggio su Dio e sull'azione di Dio in Cristo. Il centro comune è una visione duplice: relazione filiale con Dio, il Padre, come realizzazione della vocazione umana e, come corollario immediato di questo, comunione con altri credenti, offerta a tutto il mondo come promessa e speranza, modello di convivenza umana in accordo con il proposito amorevole del Creatore. Poiché le dichiarazioni ecumeniche concordano pur nel variare delle parole, il dibattito in corso non riguarda queste cose fondamentali, ma dove la realizzazione più piena della comunione debba trovarsi.
Perfino nel dibattito sulle forme e le dottrine sacramentali è evidente una forte convergenza che ci porta ben oltre qualsiasi stanca polarità. I nessi derivanti dalla dottrina trinitaria direttamente attraverso il significato dell'Eucaristia sono fortemente affermati da tutte le parti. Tutto il dibattito sulla vita sacramentale si incentra sul modo in cui un credente viene messo in comunione filiale attraverso l'atto del Dio Uno e Trino: è quasi scontato che al di fuori del gregge romano vi sia un'ambiguità su questa priorità dell'atto divino o una separazione fra l'atto di Dio nella salvezza e un'attività puramente o predominantemente umana di ricordare o di esprimere quell'atto attraverso pratiche umane.
Per quanto riguarda l'autorità: il sunto di Harvesting (pp. 137-138) spiega molto bene, descrivendo la convergenza sul credo che "il ministero e i ministeri nella Chiesa non sono doni fini a se stessi". La Chiesa è chiamata all'obbedienza e, quindi, a discernere il mantenimento del Vangelo autentico nel suo insegnamento e nella sua predicazione. Tuttavia, sono quell'obbedienza, quel discernimento e quel mantenimento, in un certo senso, il compito dell'intero corpo dei battezzati o essenzialmente quello di un gruppo designato ad avere un potere vincolante?
Il problema è, dunque, trovare modi per creare strutture in cui l'autorità ordinata e la collaborazione conciliare siano appropriatamente affidabili fra loro e con l'intero corpo. Questo riguarda il modo in cui cerchiamo, per lo meno, strumenti congiunti di decisionalità fra Chiese ordinate differentemente nei loro sistemi di autorità, come propongono vari documenti ecumenici (non da ultimi i documenti dell'International Anglican Roman Catholic Commission for Unity and Mission) e, soprattutto, uno strumento che renda possibile lo scambio di ministeri e di norme sacramentali (con tutto ciò che questo potrebbe comportare in termini di requisiti per il semplice riconoscimento canonico e l'incorporazione).
Per quanto riguarda il primato: la convergenza è probabilmente meno chiara qui, ma esiste un riconoscimento piuttosto diffuso del fatto che, proprio come il ministero locale è al servizio della coesione e dell'apertura reciproca nella congregazione, così esiste una forte motivazione teologica per un ministero universale di concentrazione e riunione negli stessi termini.
Per spiegarlo ancora una volta e vederlo in relazione soprattutto con il proposito della Chiesa: si tratta di un ministero che esiste per il bene della santità filiale e comunitaria mantenuta in un modello universale di servizio reciproco, un punto degno di essere preso molto seriamente nel contesto di una cultura globalizzata.
È di certo impossibile affrontare queste problematiche senza fare un breve riferimento a questioni di interesse molto immediato nella vita delle comunioni anglicana e cattolica romana. Le proposte attuali di un'alleanza fra provincie anglicane è uno sforzo per creare non un esecutivo decisionale centralizzato, ma una "comunità di comunità" che possa riuscire a sostenere una vita reciprocamente arricchente e critica, in cui tutti aderiscano a certi protocolli decisionali insieme. Come osserva Harvesting, gli anglicani sono stati sfidati a dare più sostanza alla propria retorica sulla comunione attraverso le crisi e le controversie degli ultimi anni e questo fa semplicemente parte di una risposta variegata che, senza dubbio, continuerà per un bel po' sebbene raffinata e formulata. L'annuncio recente di una Costituzione Apostolica contenente norme per gli ex anglicani mostra alcuni segni del riconoscimento del fatto che la diversità di etica non compromette di per sé l'unità della Chiesa cattolica, perfino entro i limiti dello storico patriarcato occidentale. Tuttavia dovrebbe essere ovvio che non cerca di fare ciò che abbiamo delineato: non si basa su alcun riconoscimento formale né di ministeri esistenti né di unità di supervisione né su metodi di decisionalità indipendente, ma rimane al livello di cultura liturgica e spirituale, come potremmo dire. In quanto tale, è una risposta pastorale ingegnosa alle necessità di alcuni, ma non è una innovazione ecclesiologica. Resta da vedere se la flessibilità suggerita nella Costituzione potrà mai portare a qualcosa di meno simile a una "cappellania" e di più simile a una Chiesa intorno a un vescovo.
Tutto ciò che ho tentato di dire qui è che il bicchiere ecumenico è autenticamente mezzo pieno e poi mi sono interrogato sul carattere della questione non risolta fra noi. Per molti di noi che non sono cattolici, la domanda che vogliamo porre, in spirito fraterno e grato, è se tale questione non risolta è fondamentalmente un elemento di divisione ecclesiale come i nostri amici cattolici generalmente sembrano presupporre e sostenere. Se non lo è, possiamo tutti permetterci di raccogliere la sfida ad affrontare questioni eccezionali con gli stessi presupposti metodologici e la stessa visione sacramentale e spirituale generale che ci ha condotto fin qui?
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Si tiene nei giorni 20 e 21 novembre a Firenze - Panzano in Chianti il convegno di studi "Mario Pomilio, pellegrino dell'Assoluto" a vent'anni dalla morte dello scrittore. Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni.
di Marco Beck Un trittico di testi narrativi scandisce l'esordio e il tirocinio di Mario Pomilio nel campo della creatività letteraria: i romanzi L'uccello nella cupola (1954) e Il testimone (1956), cui si aggiunge nel 1958 il lungo racconto Il cimitero cinese.
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Per intendere compiutamente non solo il significato e il valore intrinseci di queste tre opere giovanili, ma anche i loro rapporti con la produzione della maturità, culminante nel capolavoro assoluto, Il quinto evangelio (1975), occorre accennare al percorso dello scrittore abruzzese sino allo sbocciare della vocazione narrativa. Dopo la maturità classica, la dura parentesi bellica e la laurea con tesi su Pirandello narratore, alla Normale di Pisa nel 1945, Pomilio divenne insegnante liceale di lettere prima nel nativo Abruzzo, poi a Napoli. L'impegno scolastico e le prevalenti indagini storico-critiche su classici d'insigne tradizione, approfondite durante un periodo di perfezionamento a Parigi e Bruxelles (1950-1952) che dilatò il suo orizzonte culturale a dimensioni continentali, sembravano preludere a una carriera universitaria. Ma sotto quella superficie saggistica scorreva invisibile, e forse inconsapevole, un'incandescente vena di narratore. Per portarla alla luce occorreva un'accensione esistenziale, che imprimesse una svolta radicale alla vita, al pensiero, alla scrittura di Pomilio. Quell'accensione scattò nel marzo del 1953, e fu - come avrebbe rivelato lo stesso Pomilio in uno dei suoi Scritti cristiani (1979) - l'incontro con un'angelica suora ospedaliera che si prese cura di sua moglie Dora ricoverata per un delicato intervento chirurgico. L'epifania di un cristianesimo vissuto con sommessa ma integrale santità restituì al professore d'italiano la fede dell'infanzia, inariditasi durante la militanza nel Partito Socialista, e lo ricolmò di un'ispirazione da scrittore a tutto tondo.
Composto di getto nel maggio-giugno di quello stesso 1953, L'uccello nella cupola inscena il dramma di don Giacomo, un giovane parroco di Teramo, inquieto per la monotona ripetitività del suo ministero. Il destino lo chiama d'improvviso a confrontarsi con Marta, profuga istriana, donna attraente, peccatrice riluttante a pentirsi del disamore verso il suo compagno, da lei lasciato sostanzialmente morire, e tuttavia tormentata da sensi di colpa. Don Giacomo, turbato, entra in una grave crisi d'identità. Il suo malessere si accentua quando Marta, stanca di una vita dissoluta, e disperata perché il sacerdote le ha negato l'assoluzione, si toglie la vita. La saggezza e l'amicizia del maturo don Paolo, inducendo don Giacomo ad accettare la sua creaturale fragilità di uomo tra gli uomini, arreso alla sconfinata misericordia del Signore, lo salvano dall'abisso della perdizione. Di respiro europeo, anzi universale, nonostante la dislocazione abruzzese, è qui la riflessione sul sacerdozio in un clima tradizionalista già presago del rinnovamento conciliare.
Del tutto extraitaliana, invece, l'ambientazione del Testimone. Il protagonista è il commissario Duclair della polizia di Parigi, scosso nelle sue già oscillanti convinzioni di tutore della legge dall'arresto di Jeanne, una povera ragazza tenacemente fedele all'amante Charles, un ladruncolo implicato in un caso di omicidio colposo, e al figlioletto da lui avuto. Il rifiuto di collaborare con l'investigatore, che l'ha rinchiusa in cella sperando di frantumare il suo silenzio, innesca una serie di conseguenze nefaste: la morte di Charles investito da una macchina, l'abbandono del bambino, un raptus di follia della madre che riabbracciandolo freneticamente non si accorge di strangolarlo. L'interrogativo finale di Duclair è: esiste un'altra giustizia non iniqua come quella umana?
Le macerie del continente dopo le devastazioni belliche, le ferite interiori ancora sanguinanti, il retaggio di ostilità, di odio lasciato dai combattenti ai figli della nuova generazione erigono una barriera psicologica, nel Cimitero cinese, tra un giovane studioso italiano e una studentessa tedesca che pure, conosciutisi a Bruxelles, sentono nascere una reciproca attrazione. La dolcezza dell'innamoramento, viaggiando in auto sulla costa francese della Manica, sembra a portata di mano. Ma sui loro cuori gravano i macigni di memorie angosciose, ancora troppo recenti. Li sgretolerà infine la visita a un cimitero di guerra dove sono sepolti soldati ausiliari cinesi. E fiorirà così un amore al quale Pomilio, europeista non solo teorico (nel 1984 verrà eletto deputato al Consiglio d'Europa), affida il compito di simboleggiare la riconciliazione tra popoli non più nemici.
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di Marcello Filotei Certe volte le cose entrano nel mito per una dimenticanza. È il caso del convegno che si tenne nel 1985 all'abbazia di Fossanova sul tema "Musica sacra nella società attuale", uno di quegli eventi che chiunque si occupi dell'argomento si sente continuamente citare da quanti hanno avuto la fortuna di assistervi. Purtroppo non esistono gli atti, e questa è la dimenticanza, ma la lista dei partecipanti è di un livello talmente alto che non si fa fatica a credere che le mirabolanti ricostruzioni siano veritiere. Tra i promotori di quell'iniziativa c'era anche Bruno Cagli, musicologo, scrittore e attuale presidente dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, tra gli invitati il 21 novembre all'incontro del Papa con gli artisti.
Come era 35 anni fa il rapporto tra sacro e musica?
Molto dinamico, ma in un clima di disattenzione da parte delle autorità ecclesiastiche, nel senso che si era aperti a molti esperimenti, ma la riflessione sul sacro in musica era abbastanza limitata. Ad esempio quando organizzavo in quegli anni la messa per la festa di santa Cecilia ci tenevo che fosse cantata in latino. A chi mi chiedeva di scegliere una versione in italiano rispondevo che in repertorio si trovano centinaia di capolavori in latino, mentre ben poco di quel livello è reperibile in volgare. La sproporzione deriva dal fatto che nel passato scrivere musica sacra era un obbligo sociale. Ora non è più così, e questo è un grande vantaggio perché chi oggi affronta la musica sacra lo fa con consapevolezza e per libera scelta. Questo può migliorare sensibilmente il rapporto tra il compositore e il sacro.
In primo luogo, dunque, comprendere a pieno la tradizione.
La discussione aperta nel 1985 si basava su differenti interpretazione dei capolavori del passato. Alcuni consideravano troppo teatrali alcune opere come la Messa da Requiem di Verdi o lo Stabat Mater di Rossini, perché avrebbero utilizzato delle tecniche provenienti dalla lirica. Uno degli atteggiamenti compositivi più avversati era l'uso dei melismi, volute melodiche che secondo alcuni sarebbero state di derivazione pagana. Io ho combattuto questo equivoco perché penso che la visione vada ribaltata. Sono stati i canti alleluiatici a introdurre i melismi nella musica occidentale, solo dopo sono stati ripresi dall'opera. Quindi così come il rapporto del compositore con il sacro è oggi una scelta molto più avvertita che nei secoli scorsi, il rapporto con il repertorio sacro deve essere più consapevole e va rivisto.
In che modo?
Con un'ampiezza di vedute che restituisca la possibilità di eseguire le composizioni del passato con le particolarità stilistiche che qualche falso purista ha cercato di obliare. Per esempio Rossini viene accusato di portare in chiesa atteggiamenti teatrali, quando invece fa esattamente il contrario. Per esempio utilizza nelle opere buffe lo stile "a cappella", proveniente dalla musica sacra.
Insomma, chi ha influenzato chi?
L'influenza autentica è quella della tradizione sacra su quella profana, il contrario non è mai accaduto. La tradizione sacra è all'origine della musica occidentale, anche di quella teatrale che è nata molto tempo dopo e non poteva che fare riferimento a quella storia. Su questi argomenti, per migliorare la qualità delle esecuzioni di oggi, sarebbe utile una apertura da parte dei musicologi.
Quindi un malinteso purismo piuttosto che rinverdire gli stili esecutivi del passato ha finito per appiattire il livello delle esecuzioni?
L'approccio filologico deve essere avvertito e intellettualmente aperto se non vuole rischiare di diventare controproducente. Allo stesso tempo non si può abbandonare il sacro all'approssimazione. Mi è capitato qualche anno fa di entrare il giorno di san Francesco nella basilica dei Frari a Venezia e di uscirne perplesso. In una chiesa dove ci sono capolavori figurativi immortali ascoltare musica di basso livello, inadatta al luogo e al testo intonato, era fastidioso.
Accertato che portare il rock in chiesa non corrisponde a un atteggiamento attento alla modernità, cosa significa andare avanti in questo ambito musicale?
Affrontare un rapporto con il testo che sia dinamico, aperto dal punto di vista stilistico, ma rigoroso. Nessuno può immaginare che Verdi o Rossini affrontassero il sacro senza rigore stilistico pur utilizzando le novità del linguaggio del loro tempo.
Quali compositori si stanno misurando oggi in questo modo con il sacro?
Ce ne sono diversi e Arvo Pärt è uno di questi. Nel 2000 sono stato io a proporre di commissionare proprio a lui un lavoro su Santa Cecilia. L'idea è stata poi accolta dal Comitato per il Giubileo e ne è nato un lavoro molto interessante che ha fatto il giro del mondo. Pärt è attentissimo al recupero della tradizione, la fa con rigore ma in maniera personale e a un livello intellettuale alto. La musica sacra deve essere necessariamente dotta, perché elevato è il testo che utilizza. Questo non significa che non può essere divulgata e divulgativa, ma che deve essere affrontata con rigore. Raffaello nel dipingere l'Estasi di santa Cecilia ha indicato tre gradi di comunicazione: in alto il canto con gli angeli, al centro l'organo nelle mani della santa, ai piedi di Cecilia la musica profana. Tutto qui.
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di Silvia Guidi "Sarebbe bello non avere voglia di ucciderti ogni volta" confessa candidamente il vampiro Jasper (più sprovveduto perché più giovane degli altri) a Bella Swan, la protagonista della saga di Twilight, arrivata alla sua seconda puntata sul grande schermo. New Moon, appena sbarcato nelle sale italiane, ha già dato occasione a tanti (critici professionisti e non, blogger e opinionisti vari) di ripetere stancamente il refrain già sentito a commento del primo episodio: si tratterebbe di pura propaganda moralisticamente pericolosa, di "un elogio della repressione sessuale fine a se stessa", di uno spot cristiano camuffato da bestseller giovanilista. Chapeau all'autrice Stephanie Meyers, brava a indorare la pillola del severo monito oscurantista con qualche frase da bacio Perugina, per di più creando una macchina per soldi che funziona a pieno ritmo in tutto il mondo.
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A giudicare dal film di Chris Weitz (sui sequel già in lavorazione ancora non ci sono sufficienti elementi per giudicare, Eclipse non arriverà nelle sale prima del giugno del 2010), la sessuofobia è solo negli occhi di chi guarda e ha un teorema preconfezionato da difendere; tra l'altro i fan che hanno già letto i libri della Meyers sanno benissimo che i due protagonisti, Ed e Bella, si sposeranno e avranno dei figli vivendo ogni aspetto del loro amore senza fobie, morbosità e ascesi non richieste. È quanto meno riduttivo focalizzare l'attenzione solo sulla contabilità dei centimetri di pelle esposta dagli attori, pochissimi nel caso della protagonista, Kristen Stewart che porta sempre giacconi antifreddo, maglioni e camicie di flanella a scacchi, un po' di più nel caso dei licantropi come Jacob, l'amico del cuore di Bella, necessariamente a torso nudo prima e dopo la sua trasformazione in belva, visto che raramente i lupi indossano il cappotto.
C'è una zona oscura, una sottile angoscia comune a tutti i personaggi principali, ma è la paura di essere divisi dal tempo che passa (solo per Bella, Edward avrà in eterno 17 anni) e il terrore di deludere la persona amata, di perderla per sempre o di farle del male in modo irrimediabile, come è successo a Romeo, chiosa Edward, che "ha ucciso il suo grande amore solo per stupidità"; durante i suoi 108 anni di vita il giovane "lettore di anime" del clan dei Cullen ha imparato a memoria le parole di Shakespeare perché rischia ogni giorno lo stesso errore. Un banale incidente lo convincerà che, per il momento, l'unico modo di proteggere Bella è accettare di stare lontano da lei. Altra citazione dal capolavoro del drammaturgo inglese: These violent delights have violent ends / and in their triumph die, like fire and powder ("queste gioie violente hanno una rapida fine, muoiono nel loro trionfo come la polvere da sparo e il fuoco") recita la voce fuori campo nella prima inquadratura. Il brano è tratto dalla sesta scena del secondo atto di Romeo e Giulietta, il dialogo tra friar Laurence e il suo giovane amico in preda all'entusiasmo dell'amor fou.
Come in Twilight, scegliere di far parlare "mostri" come vampiri e licantropi è un'efficace strumento espressivo che permette di inoltrarsi fino all'enigma della libertà e alla misteriosa pulsione di morte che avvelena la vita generando violenza, infelicità e caos nel mondo degli umani, la "ferita originale" che ognuno ha dentro. Meglio evitare la parola "peccato" (il suo profumo di incenso potrebbe allarmare i laicisti); la "ferita originale" può essere tradotta come l'ombra che avvolge la maggior parte dei rapporti d'amicizia o d'amore, che trasforma la cosiddetta società civile in un palcoscenico di crudeltà e ferocia, la facilità con cui un affetto profondo o anche un legame fatto di semplice empatia si trasforma in un rapporto di potere, e il retrogusto amaro della "rugosa realtà", come scriveva Rimbaud, che si rivela nella continua ripetizione del meccanismo "tensione verso il compimento, disillusione, reazione violenta".
"Nessun animale si comporta così; io posso riconciliarmi con i lupi, ma non con gli uomini. Gli uomini sono inguaribilmente malati, non sono normali, ma ci siamo talmente abituati al loro male che non siamo più in grado di riconoscere la malattia nelle sue vere dimensioni. La società è il più grande teatro del delitto, e noi non moriamo di malattia, ma per il male che ci ha fatto qualcuno (...) Ci sono parole, ci sono sguardi che possono uccidere". Ci viene in soccorso ancora Ingeborg Bachmann con Malina, citata dai twilighters più culturalmente attrezzati a caccia delle possibili fonti che hanno ispirato il personaggio di Edward. E la scarna poesia di Tom Waits: "Innamorarsi è così bello / ma è un'impresa troppo dura per me / Vorrei stringerti ma sono spaventato a morte / potrei spezzarti la schiena / Il tuo profumo non mi dà pace (Fumblin' with the blues).
In New Moon, Bella ha appena compiuto 18 anni ma è piena di cicatrici mai rimarginate, non solo esteriori, come la ragazza del capobranco dei licantropi che vive in bilico tra due mondi ed è stata sfregiata da chi avrebbe voluto proteggerla; chi ama diventa vulnerabile, qualunque cosa può farlo sanguinare. Come il sale, l'amore dà sapore a tutto e "disinfetta" dalla meschinità, ma brucia sulle ferite aperte, costringe a decidere ogni giorno (e nell'etimologia di decidere c'è il verbo tagliare). Ogni tanto il registro costantemente alto della sceneggiatura fa incappare i dialoghi in qualche ingenuità, e non mancano alcune goffaggini e cadute di tensione, soprattutto nelle scene girate in Italia, a Montepulciano - la Volterra che ha dato il nome al clan dei vampiri-giuristi dandy, cinici e annoiati che svolgono con sadica soddisfazione il loro compito, tagliando teste in nome del rispetto delle regole, i Volturi - ma gli interpreti restano convincenti e (almeno per ora) autoironici anche fuori dal set; "per il 75 per cento è merito dei capelli" risponde Robert Pattinson a chi gli chiede il segreto del successo planetario del vampiro buono, un po' James Dean, un po' icona del pallore dark che abita nella città più piovosa degli Stati Uniti. Senza atteggiarsi a novello Lawrence Olivier, anche se in curriculum ci sono anni di onorato servizio nel Barnes Theatre Company di Londra.
Un'ultima domanda, che potrà sembrare fintamente ingenua, ma non lo è. Se un film o un libro piace a molti, e a persone molto diverse per età, sensibilità e cultura, non potrebbe semplicemente essere un bel film, o un bel libro, e non un pretesto per qualcos'altro (come l'esito di una scaltra pianificazione politico-culturale, la campagna anti diffamazione di qualche partito, la propaganda occulta di una fantomatica lobby cristiana, e altre simili dietrologie)? Non sempre una bella storia, raccontata bene, piace al pubblico - la realtà di solito è più complessa di così - ma a volte succede.
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Famiglie, padri e madri, figli e figlie, a scuola, al lavoro, sulla strada: la società scricchiola e il cinema, con le sue lunghe antenne, al Torino Film Festival affronta un tema centrale e sicuramente non procrastinabile nelle sue diverse declinazioni: l'immigrazione, l'accoglienza, l'integrazione, la legalità. L'Italia è in prima linea, raccogliendo la sfida di portare nelle sale temi che difficilmente si discutono e affrontano altrove. Al festival è intervenuto anche il regista americano Francis Ford Coppola che ha ricevuto - per la sua casa di produzione, American Zoetrope - il Gran Premio Torino e ha presentato il suo ultimo film "Tetro. Segreti di famiglia".
di Luca Pellegrini Una vita discretamente spettacolare, quella di Francis Ford Coppola. Era caduto in un silenzio piuttosto preoccupante, una specie di afasia creativa, dopo l'ultimo capitolo del Padrino, nel 1990, dopo gli Oscar e le Palme d'oro, dopo il visionario Dracula del 1992. Jack e L'uomo della pioggia non erano stati i successi che aveva sperato. Forse i vigneti e il vino lo stavano interessando assai più che i set e la pellicola. L'industria cinematografica lo scoraggiava del tutto.
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È tuttora assai critico: "Il cinema è un essere vivo, selvaggio, imprevedibile. Bisogna saper rischiare. È l'unica arte che permette un'illimitata varietà di generi e di emozioni. Ma è vincolata e sottoposta ai capitali dell'industria, che cerca sempre di limitare proprio la libertà espressiva di un artista. Si fanno soprattutto film d'azione, di super-eroi e commedie piuttosto volgari, perché il cinema segue soltanto le leggi del profitto". Quella stessa industria che lui accusa di cecità, però, oggi gli permette, come imprenditore scaltro e fortunato, di finanziare e produrre i film che più vuole e ama.
È stato così con Un'altra giovinezza, nel 2007, dopo dieci anni di inattività, tratto da un romanzo di Mircea Eliade, film complesso e molto personale; accade di nuovo per Tetro - Segreti di famiglia, che ha scritto di suo pugno e girato tutto a Buenos Aires, nei famosi quartieri di La Boca e San Telmo. Nel primo arrivavano gli immigrati italiani: "Mi sento profondamente italiano, gli immigrati sono un bene prezioso, gli Stati Uniti sono una nazione fatta da immigrati, nella quale hanno avuto la possibilità di esprimere tutto il loro talento".
Nel nuovo film, sugli schermi italiani dal 20 novembre, due fratelli cercano la loro identità, il loro futuro. Lo troveranno soltanto quando il vecchio padre, rancoroso ed egocentrico, chiuderà gli occhi, portando con sé vecchi e dolorosi segreti. Film rigorosamente in bianco e nero "perché - afferma Coppola - è il linguaggio che più si addice a questo tipo di storia, ricca di contenuti emotivi, un realismo poetico fatto di chiari e scuri, come è la vita".
Segreti. Ne vuole rivelare uno così da farci capire meglio la sua persona e il suo cinema?
Se si riferisce al titolo del mio ultimo film, segreti davvero non ce ne sono: era uno slogan trovato su una cartolina e per l'Italia andava bene così. In realtà ogni famiglia ha la sua cultura e le sue radici e spesso nasconde segreti che solo i suoi membri conoscono e custodiscono. Veramente io segreti non ne ho, sono quello che sono con le mie attitudini, il mio modo di fare, il mio cinema. Vengo da una famiglia piena d'amore, ma anche, come tutte le famiglie, piena di competizione tra i vecchi e i giovani. È naturale.
L'effetto speciale nel suo cinema non è quello generato da un computer, ma dal cuore e dall'anima. In questo suo scoprire e descrivere il volto dell'uomo, le piacerebbe essere definito come un regista "umanista"?
Mi piace raccontare la sensibilità umana, mi piacciono le persone che sono piene d'amore. Sì, sono un vero umanista, penso che la mia vita parli da se stessa.
Della sua grande famiglia di artisti il collante, il valore condiviso, non credo sia soltanto il cinema. Che cosa, secondo lei, tiene unite, nella famiglia, le generazioni?
C'è una cosa che si chiama parenting: l'essere genitori. Una buona famiglia dipende da buoni genitori, sono loro che insegnano l'unità, di generazione in generazione. Insegnare ai figli a guardare avanti, a essere amici della gente, a essere buoni, a saper perdonare. Buoni genitori sono quelli che riescono a creare un'atmosfera tra i figli dove le inevitabili competizioni si stemperano, perché l'amore è più grande. Magari, come nella mia, le cose si complicano perché i figli fanno lo stesso lavoro. Ma io ho insegnato loro il dovere di continuare ad amarsi e rispettarsi.
I "padrini" di tutto il mondo, lo sappiamo bene, sono abituati a fare degli affetti e della fede due strumenti di potere. Nella sua trilogia del Padrino voleva anche denunciare questa strumentalizzazione e insegnare a cercare, nella vita, la sincerità, l'autenticità dei rapporti tra gli uomini e con Dio?
Non c'è dubbio che spesso nella storia la religione e la fede siano state utilizzate come strumenti di potere. Ma va tenuto separato il piano della storia da quello dello spirito. Se mi chiedono: "Credi in Dio?", rispondo: come posso non crederci? Lo vedo dovunque: in un bambino, nella natura, nel cielo, in ciò che l'uomo è capace di creare.
Vietnam ieri, Iraq e Afghanistan oggi: sente dentro di lei la necessità, o avrebbe ancora una volta il coraggio, di scrivere e girare una Apocalypse again?
Non amo più i film di guerra. Ogni film che è pieno di violenza, battaglie, omicidi, potere, morte, glorifica l'idea del valore e di eroismo in modo distorto. Se dovessi oggi girare di nuovo un film di guerra, sarebbe pacifico, senza morte, molto semplice, senza erosimi, senza violenza. Insomma, non riuscirei più a girare Apocalypse now.
Un'altra giovinezza è un film da lei voluto, realizzato e molto amato. È un film "faustiano", perché racconta il mito dell'eterna giovinezza. Lei ha paura di invecchiare e della morte?
Non ho paura di invecchiare. Se dovessi pensare ora alla morte, mi guarderei indietro, alla vita che ho fatto, alla moglie magnifica con la quale sono sposato da quarantasette anni, ai bambini che ho avuto, ai film che ho fatto - perché ho voluto essere un regista e ci sono riuscito - e di come ho guadagnato tanto denaro e di come l'ho perduto per amore del cinema e di come mi sono messo poi a produrre vino: pensare alla morte ora è avere la possibilità di pensare anche a tutte queste bellissime cose che la vita mi ha concesso.
E quando, speriamo tutti il più lontano possibile, la dovessimo ricordare, per che cosa vorrebbe lo facessimo? Soltanto per il suo cinema?
Assolutamente no. Vorrei essere ricordato prima di tutto per l'amore che ho dimostrato nei confronti dei bambini, di come sono stato sempre gentile con i più piccoli e di come sono stato un buon padre per i miei figli.
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In occasione del convegno "L'ambiente conteso. Ricerca e formazione tra scienza e governance dello sviluppo umano" tenutosi oggi a Brescia presso l'aula magna dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblichiamo stralci dell'intervento svolto dal vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei).
di Mariano Crociata
Il tema che mi è stato chiesto di proporre si articola secondo un binomio: sviluppo umano integrale e salvaguardia del creato. Di fatto la categoria di "sviluppo" ha un riferimento privilegiato, anche se non esclusivo, nella lettera enciclica di Paolo VI Populorum progressio di cui la recente enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate ha voluto celebrare il quarantesimo anniversario. In realtà, per intendere le questioni implicate nell'enunciazione del nostro tema, bisogna almeno succintamente risalire ai presupposti teologici e morali che sorreggono tali contenuti della dottrina sociale della Chiesa. A tal fine le categorie portanti di riferimento sono quelle di uomo e di creato, perché sulla base della loro comprensione si intende il senso dello sviluppo dell'uno e della salvaguardia dell'altro, nonché della loro correlazione.
Al riguardo, è diventata quasi un luogo comune l'affermazione, riguardo al primo termine, dell'addebito a carico dell'antropologia ebraico-cristiana della colpa di uno sfruttamento incontrollato della terra e delle sue risorse in nome di una superiorità arbitraria sulla natura; dall'altro lato, la preoccupazione della salvaguardia dell'ambiente naturale raggiunge forme di radicalizzazione ideologica che non teme di ridurre l'umanità al livello di una specie vivente tra le altre. L'una e l'altra rappresentano estremizzazioni di un rapporto che, mancando di cogliere adeguatamente i termini in questione, non riesce a trovare il suo equilibrio.
Come devono essere pensati l'uomo e il creato per stare tra loro nel giusto rapporto? Già il termine "creato" orienta una riflessione che, senza essere estranea o inarrivabile per la ragione, attinge alla rivelazione cristiana le condizioni del suo essere posta e svolta. Infatti una categoria come quella di natura, se sradicata da ogni fondamento ontologico, rende inintelligibile la peculiarità dell'antropologico rispetto al cosmologico. Di fatto una teologia cristiana della creazione presenta una compiuta visione antropologica e cosmologica, che non legittima dissociazioni e nemmeno confusioni di sorta. Gli elementi costitutivi di una tale teologia sono riconducibili a un atto di Dio non mediato da altri o da altro (ex nihilo), il cui risultato è il venire all'esistenza di un essere fuori di lui, allo stesso tempo ontologicamente dipendente e distinto, nonché dotato di una differenziata autonomia e della capacità di attività propria. Il carattere singolare della creazione è il suo essere allo stesso tempo tenuta in esistenza, sul piano ontologico, dalla costante attività creatrice di Dio e dotata, sul piano temporale e cosmico, di autonomia e capacità operativa. Una visione teologica non legittima, dunque, alcuna concezione della creazione come opera finita e fissata una volta per tutte.
Ciò che assume il maggior rilievo dal punto di vista della nostra riflessione riguarda la simultaneità tra differenziazione e unitarietà dell'opera creatrice di Dio. La differenziazione si rileva nelle differenti modalità del darsi degli esseri esistenti e viventi, fino all'uomo quale persona pervenuta alla coscienza di sé, all'intelligenza, alla libertà; l'unitarietà sta nel fatto che anche la persona umana vive di una condivisione essenziale di tutte le dimensioni cosmiche e fisiche fino a quella minerale. La creazione di Dio è un tutto al proprio interno collegato armonicamente; di più, ha quasi un carattere personalizzabile, poiché essa tutta parla in qualche modo della sua origine nell'iniziativa personale di Dio e si trova a venire personalizzata nell'essere umano che al creatore può rispondere a partire dalla sua coscienza (cfr. Sapienza, 13, 1-9; Lettera ai Romani, 1, 18-23).
La sfida che l'enciclica di Benedetto XVI acutamente ripropone toglie la carità dalla sua presunta marginalità, che la relega nello spazio della coscienza privata, per riconoscerle il rilievo pubblico e politico che le compete. Essa non si riduce alla cura del povero e alla relazione di aiuto al bisognoso, ma piuttosto informa le dimensioni costitutive del vivere sociale e configura l'ethos collettivo. Questo implica il superamento dello schema individualistico della costruzione sociale, secondo cui anzitutto si dà l'individuo, quasi a prescindere dai rapporti sociali e culturali, considerati il frutto di una convenzione, di un contratto tra individui. Si tratta invece di cogliere e affermare che "la stessa identità dell'individuo è mediata dalla relazione sociale: l'individuo sorge nel rapporto coi genitori, si costruisce nel legame uomo donna e vive attraverso la relazione di fraternità. È attraverso queste relazioni, presenti nel costume e nella cultura (in senso antropologico), che è possibile alla coscienza morale di volere e al rapporto sociale di offrire una grammatica alla convivenza tra gli umani". Il valore politico della carità scaturisce dal fatto che rapporto fraterno e rapporto sociale, tra essere prossimo ed essere socio, sono distinti ma in stretta correlazione. "Non si dà separazione tra singolo e società, tra coscienza e diritto". Come dice ancora il Papa: "La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica". Ma in tal modo, anche, essa non ha perduto, anzi ha riscoperto la sua radice teologica, poiché la carità che viene dalla Trinità non solo informa le coscienze ma plasma lo spazio sociale.
Il proprio della carità, come delle dimensioni del dono e della gratuità che concorrono a esprimerla, è il suo carattere di eccedenza. Ma a ben vedere l'eccedenza, il di più, è proprio nella logica della creazione e dell'esistenza.
In questo senso il tema dello sviluppo sta in una relazione intima con la struttura stessa dell'uomo e dell'intera creazione. Esso però, senza perdere quella relazione, va adottato nel significato assunto nella dottrina sociale della Chiesa, da cui emerge la distanza da un concetto di sviluppo a preminente caratterizzazione economica, diffuso fino a non molto tempo fa, o anche da un modello come quello utilizzato da organismi internazionali che, per esempio, individuano l'Indice di sviluppo umano nelle tre dimensioni della longevità, della conoscenza e dello standard decente di vita.
Secondo Paolo VI "lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo". "Il vero sviluppo è il passaggio per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane"; "fare, conoscere, avere di più, per essere di più: ecco l'aspirazione degli uomini di oggi"; "lo sviluppo integrale dell'uomo non può avere luogo senza lo sviluppo solidale dell'umanità". E Giovanni Paolo II riprenderà il tema sottolineando come gli uomini sono i soggetti e lo scopo del vero sviluppo, che "non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, come se, a certe condizioni, il genere umano debba camminare spedito verso una perfezione indefinita".
Lo sviluppo umano, quindi, esige un'apertura che sola lo rende integrale. "Non v'è dunque umanesimo vero - scriveva Paolo VI - se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che offre l'idea vera della vita umana. Lungi dall'essere la norma ultima dei valori, l'uomo non realizza se stesso che trascendendosi". Qui l'essere di più acquista le proporzioni che solo il Vangelo, "elemento fondamentale dello sviluppo" nelle parole di Benedetto XVI, riesce a dare. La Chiesa se ne fa carico con tutto il suo essere e il suo agire, perciò propone lo sviluppo come vocazione e come libertà responsabile, consapevole che esso è integrale se abbraccia tutte le dimensioni dell'umano, materiale, spirituale e morale, avendo "la carità cristiana come principale forza a servizio".
Possiamo considerare acquisito che non c'è sviluppo umano senza salvaguardia del creato, ma anche viceversa che il creato non viene salvaguardato cancellando la specificità antropologica o trascurando la stretta connessione tra ecologia ambientale ed ecologia umana. Tale equilibrio e mutua implicazione tra sviluppo e sostenibilità verrà mantenuto a condizione di ancorare la responsabilità a una visione teologica della natura come creazione e a una prospettiva escatologica di compimento (cfr. Lettera ai Romani, 8, 19-23) nel quale l'intero cosmo entrerà nella pienezza del definitivo.
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La Giornata pro orantibus costituisce anche l'occasione per dare un aiuto concreto ai monasteri più poveri. Il Segretariato assistenza monache (via della Conciliazione, 34, 00193 Roma; assistenza.monache@ccscrlife.va) in stretto rapporto con la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica si occupa del sostegno delle monache bisognose di cure e delle comunità claustrali che non hanno sufficienti mezzi di sostentamento.
Secondo le ultime statistiche disponibili i monasteri nei cinque continenti sono 545 e accolgono 6.950 monache appartenenti a 35 ordini e congregazioni femminili, alcune delle quali in via di estinzione. Negli ultimi venti anni si registra tuttavia una crescente ripresa della domanda per entrare nella vita claustrale.
Le suore e i monasteri, interpellati dal nostro giornale in occasione della Giornata pro orantibus, hanno voluto associare la ricorrenza all'Anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI.
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La giornata di preghiera "per coloro che pregano" quest'anno acquista una luce particolare, perché si celebra nel corso di un anno che Benedetto XVI ha voluto dedicato ai sacerdoti.
Come monache benedettine del Santissimo Sacramento, sentiamo con intensità il dono di questo Anno sacerdotale, perché per la fondatrice, madre Mectilde de Bar, monaca lorenese vissuta nel XVII secolo, il ministero sacerdotale e la nostra vocazione monastica sono un differente ma complementare modo di partecipare al mistero dell'Eucaristia: il sacerdote come sacerdote e noi come ostie, vite unite a Cristo che si offre per la vita del mondo (cfr. Prefazione alle Costituzioni delle Benedettine del Santissimo Sacramento del 1677).
Il Papa nella lettera di indizione per l'Anno sacerdotale citava lo stupore che san Giovanni Maria Vianney manifestava parlando del sacerdozio, "come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: "Oh, come il prete è grande [... ]. Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia"".
Madre Mectilde, come il curato d'Ars, aveva una grandissima stima per i sacerdoti, che, secondo lei, "si possono dire in qualche modo "i padri di Gesù Cristo" nella S. Eucaristia, perché essi hanno ricevuto da Dio il potere di renderlo presente sotto le specie del pane e del vino".
Come l'Eucaristia è fonte e culmine della vita di tutta la Chiesa, così è certamente anche il cardine del ministero sacerdotale. Di pari passo con il celebrare l'Eucaristia viene "l'essere Eucaristia", l'essere una cosa sola con Cristo che si offre al Padre per la vita del mondo.
Già l'autore della Lettera agli Ebrei aveva disposto uno straordinario piano di rilettura del culto e del sacerdozio dell'antica alleanza, mostrando in Cristo il nuovo e vero sacerdote che non offriva a Dio cose, ma offriva se stesso. L'autore "dichiara che Gesù è "mediatore di un'alleanza nuova" (Lettera agli Ebrei, 9, 15). Lo è diventato grazie al suo sangue o, più esattamente, grazie al dono di se stesso, che dà pieno valore allo spargimento del suo sangue. Sulla croce, Gesù è al tempo stesso vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, sommo sacerdote che offre se stesso, sotto l'impulso dello Spirito Santo, e intercede per l'intera umanità".
Di questo sacerdozio nuovo di Cristo i sacerdoti ordinati sono partecipi in modo del tutto particolare, ma anche i fedeli laici nel Battesimo sono inseriti nel popolo sacerdotale della nuova alleanza. È proprio grazie a questo nostro essere "stirpe eletta, sacerdozio regale, popolo che Dio si è acquistato" (1 Lettera di Pietro, 2, 9) che possiamo partecipare alla Pasqua di Cristo nell'Eucaristia, venendo così abilitati a vivere il sacerdozio comune offrendo noi stessi come "sacrificio vivente santo gradito a Dio" (Lettera ai Romani, 12, 1).
Forse può sembrare che una lettura del sacerdozio a partire solo dall'angolatura dell'Eucaristia quale sacrificio della nuova alleanza, sia troppo riduttiva, perché il sacerdote è mandato anche come annunciatore della Parola ed è costituito pastore della comunità che gli è affidata.
Anche ciascuno di noi, battezzato in Cristo, è configurato non solo al Suo sacerdozio, ma pure al suo essere profeta e re. Con i sacramenti dell'iniziazione cristiana siamo infatti uniti, consacrati in Lui che è il Messia, l'unto per eccellenza. Dalla Bibbia sappiamo che la regalità in Israele era considerata non solo una forma di governo politico, ma, a partire da Davide che fu preso dagli ovili delle pecore e posto a pascere il popolo del Signore, il re era colui che guidava e si prendeva cura del popolo come un pastore fa col suo gregge. Ebbene il Vangelo di Giovanni ci presenta Gesù - pastore come colui che non solo pasce, ma "offre la sua vita per le pecore" (Giovanni, 10, 11).
In fondo, il "potere" che è dato ai sacerdoti di rendere presente Cristo nel suo corpo e nel suo sangue, sussiste solo nell'immensa libertà che l'amore ha dato a Gesù, quella libertà che è il potere di offrire la propria vita: "Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo" (Giovanni, 10, 18).
In Cristo tutto è ricondotto a unità. Anche il ministero profetico, l'annunciare la Parola di Dio, non è una attività parallela al sacerdozio cultuale, ma diventa esso stesso culto.
La comunione Eucaristica è infatti il modo che Dio ha scelto per farsi carne nella vita di ogni cristiano. "Egli non poteva incarnarsi in tutti gli uomini, ma per mezzo della Santa Comunione comunica loro la grazia della sua incarnazione" (Madre Mectilde de Bar, Pensieri sulla riparazione).
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Per richiesta del vescovo missionario dei Marianhill, Adalbero Fleischer, e il permesso dell'autorità ecclesiastica nel 1932 fu fondato dalle clarisse cappuccine del monastero Bethlehem in Pfaffendorf (Germania) il monastero Our Lady of the Blessed Sacrament a Melville-Natal, Sud Africa. Scopo della fondazione era di erigere al Signore un centro eucaristico. Il vescovo aveva scelto come posto per l'erezione del convento un'altura situata direttamente sul mare. Questo primo monastero delle Figlie di Santa Chiara di Pfaffendorf in Africa fu punto di partenza anche per l'apertura di quello a Swellendam, Western Cape, voluto pure anch'esso da un vescovo e fondato nel 1953.
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L'intenzione delle monache tedesche era di fondare un monastero in Africa e per Africa, "africanizzare" la vita nel monastero. In effetti, dopo aver visto realizzato questo obiettivo nel 1986, una grande parte delle claustrali tedesche ritornarono in Germania. Un momento importante in questo processo di "africanizzazione" si realizzò 1992, quando il Governo sudafricano permise alla monaca indigena Anthony-Mary di iniziare il suo incarico da abbadessa. Tra il monastero originale tedesco e le fondazioni africane esiste tuttora uno stretto rapporto..
"Fin dall'inizio della fondazione del monastero in Sud Africa - racconta suor Anna - c'erano con noi suore indigene. Insieme con le suore tedesche affrontavano anch'esse le sfide che portava con sé l'erezione del monastero.
Ma vorrei raccontare soprattutto gli elementi tipicamente africani che caratterizzano la nostra vita monacale. Alle donne che vogliono entrare nel monastero chiediamo di venire prima in visita alcune volte per poter vedere come si svolge la nostra vita. Se l'abbaddessa, insieme con la comunità, ritiene che la persona sia adatta, la si invita a fermarsi un periodo di 3 mesi perché possa farsi un'idea della vita monastica quotidiana. Quando la candidata si decide di lasciare definitivamente la sua famiglia per entrare nel monastero, si festeggia l'addio in tanti modi diversi, macellando per esempio o una mucca o una pecora. Nelle feste poi non può mancare mai la Zulu-birra. La cosa più importante nella cultura africana è la condivisione.
Nel monastero viene sottolineato molto l'aspetto culturale, curando bene il canto, la musica, la presenza di tamburi diversi, la danza e i vestiti. Durante ogni festa non deve mancare neanche l'incenso. Ogni passo verso la piena accoglienza della candidata viene accompagnato da una celebrazione speciale, preparata con tanta cura.
La nostra vita quotidiana poi è molto severa. Al mattino iniziamo con la preghiera del breviario, la meditazione e la celebrazione della santa messa. Durante il giorno o la notte ciascuna secondo il suo turno trascorre un'ora in adorazione. Cerchiamo di osservare il silenzio nel modo più rigoroso possibile. Per poter resistere bene a questo ritmo, è anche molto importante di vivere bene il tempo libero. Durante la ricreazione cantiamo e parliamo insieme, guardiamo un dvd e in alcuni giorni speciali balliamo le danze africane. Ogni tanto facciamo una passeggiata al mare, che è sempre una gioia speciale per tutte noi.
Il nostro monastero viene stimato e amato dalla popolazione. La gente è felice della nostra presenza. Alcuni vengono al mattino, partecipando alla messa e altri aiutano le monache nei lavori pesanti nel giardino. Spesso bussano i poveri al portone del nostro monastero e noi dividiamo con loro il nostro cibo. Noi siamo anche in buoni contatti con le parrocchie di questa zona. I parroci sono tanto contenti di poter ordinare da noi delle ostie per la celebrazione eucaristica.
Vorrei raccontare anche il modo in cui festeggiamo i vari giubilei e le celebrazioni di professione. In quelle occasioni cerchiamo di dare alla messa un'impronta tipicamente africana. Prepariamo per esempio diverse danze per le varie processioni, accompagnate da vari strumenti musicali tipicamente africani ed eseguite con degli abiti realizzati proprio per la celebrazione. Questi vestiti, insieme con l'acconciatura speciale per la testa, si distinguono per i loro colori allegri. La celebrazione stessa viene vitalizzata da una speaker. Ogni tribù ha il suo proprio modo, gesto e linguaggio per solennizzare le celebrazioni. In quelle occasioni diamo anche tanta attenzione al decoro della chiesa. La festa trova poi il suo prolungamento dopo la celebrazione liturgica con dei canti e le tradizionali Zulu-danze. Vengono anche proposte piccole rappresentazioni teatrali, durante le quali diverse famiglie mettono in scena aspetti della vita quotidiana. Questi sono momenti di particolare allegria.
Nonostante la povertà c'è sempre la possibilità di fare un piccolo regalo al festeggiato. Qui nella nostra zona c'è la grande tradizione di regalare una coperta. Con tutte queste preparazioni, con la solennità e l'allegria, questi giorni rimangono sempre indimenticabili.
Anche se ogni monastero ha la sua propria vita, siamo comunque in rapporto con altri monasteri come per esempio con le clarisse inglesi. Siamo anche molto legate al vescovo dei Mariannhill e alle cappuccine di Kapstad. Questi contatti sono preziosi e utili per noi a livello informativo, religioso e di comunione".
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L'esperienza monastica agostiniana a Sant'Amico, - racconta madre Gabriella - ha sfidato i secoli (1375-2009) e continua a vivere attraverso noi che seguiamo le orme di sant'Agostino osservando la regola da lui tracciata: vita comune, rapporti d'amicizia sincera, condivisione dei beni, lavoro, il tutto racchiuso nell'unità di mente e di cuore in un impegno di vita protesa verso Dio.
Con questa tensione spirituale ci stavamo preparando a vivere la settimana santa anche con un ritiro spirituale che ci avrebbe meglio introdotto a riflettere sulla passione del Signore Gesù. La domenica delle Palme era stata celebrata insieme al popolo. Ma la notte tra domenica e lunedì un violento terremoto ha scosso L'Aquila e dintorni causando distruzione e morte.
Il nostro monastero è stato gravemente danneggiato, sono crollati tanti tramezzi, alcune colonne portanti si sono incrinate, la chiesa ha subito danni, ma la comunità insieme al padre venuto per il ritiro spirituale si è salvata.
Lo smarrimento durante la notte del sisma ci ha colte in modo diverso e le continue scosse ci hanno tenute sveglie, perché alcune sorelle non erano in grado di muoversi e, dato che era buio e freddo, abbiamo atteso l'alba recitando il rosario prima di prendere decisioni.
Nel frattempo la madre preside ha contattato per noi la Protezione civile che ci ha consigliato di trasferire almeno le monache malate e anziane, così verso la sera di quel giorno, otto sorelle, con l'aiuto dei mezzi della Misericordia di Firenze, sono partite per il monastero agostiniano di Cascia.
La terra continuava a tremare e noi ci siamo chieste se fosse prudente restare.
E così altre quattro sorelle vennero ospitate dal monastero dei Santi Quattro Coronati a Roma, mentre la madre e una sorella sono rimaste all'Aquila, ospiti della tendopoli di Piazza D'Armi, vegliando come hanno potuto sul monastero, situato nella zona rossa della città. Ogni tanto, accompagnate dai vigili, rientravano nel monastero per recuperare indumenti per le sorelle. Abbiamo cercato di proseguire la vita di preghiera in modo normale. Per questo si è provveduto a sistemare un piccolo locale presso il monastero come cappella dove si svolgono gli atti comuni, la preghiera e si celebra la santa messa. Questa situazione è andata avanti per quasi due mesi, poi, grazie all'interessamento di un nostro padre agostiniano e dell'associazione Amici di Sant'Agostino, è stata costruita una casa di legno nel giardino e così, prima in tre, poi in cinque, ci siamo sistemate dentro le mura del monastero provvisorio.
È da sottolineare l'atmosfera che regnava nella casa specialmente alla sera: per il fatto che eravamo le uniche che dormivano nella zona rossa, ci circondava un silenzio completo. Noi tre ci sentivamo un po' timorose, ma siamo rimaste contente di questa nuova esperienza: potevamo di nuovo chiudere una porta e avere dei servizi. Le altre sorelle sono ancora ospiti dei monasteri che le hanno accolte e vi resteranno finché non verranno fatti i lavori che ci permetteranno di ricomporre la comunità in Sant'Amico.
Per noi, accampate nella casa di legno, sono cominciate giornate pesanti, per sgombrare i luoghi disastrati. In questo lavoro, iniziato da sole, ci sono stati di valido aiuto gli scout, venuti da varie parti d'Italia, e un gruppo di seminaristi guidati dal loro sacerdote. Con tutti gli operai in casa, è certamente difficile conservare il raccoglimento della clausura. Anche se noi cerchiamo di farlo nel miglior modo possibile, dobbiamo lasciare spesso aperte le porte ai lavoratori e accettare la presenza dei giovani, che ci aiutano a portare e spostare dei pesi. Anche i giorni di ritiro non si potranno fare in modo pienamente soddisfacente.
Da tutte queste difficoltà abbiamo tirato fuori un insegnamento spirituale: in quella notte in cui è successo il terremoto, si è spezzata una colonna in tre pezzi, il tabernacolo è andato a sbattere contro la porta d'ingresso della cappellina e la statua della Madonna di Fátima, pervenuta proprio da Fátima, è andata in frantumi e la madre stessa si è salvata a stento. Però in quel momento in cui è successo di tutto, il nostro sentimento è stato di abbandono al Signore e ora siamo grate che, nonostante la distruzione, siamo salve tutte quante. E poi abbiamo pensato "abbiamo perduto tutto, ma il Signore ci ha dato tutto, persino ci ha salvato la vita". Abbiamo capito che la sicurezza della vita non è per le cose che si possiedono, ma la sicurezza è Dio. Quindi il primo valore è Dio. Può darsi che noi, durante la nostra vita, non abbiamo messo Dio sempre al primo posto. Il Signore adesso ci ha fatto capire, che Lui deve stare al primo posto e tutte le cose sono relative.
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Siamo grate a Benedetto XVI per aver indetto l'Anno sacerdotale, in occasione del centenario della morte del santo curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney, proclamato speciale patrono, non solo dei parroci, ma di tutti i sacerdoti della Chiesa, quale modello e sostegno del rinnovamento e della santificazione della vita ecclesiale in genere e, in particolare, di quella presbiterale.
Sempre, fin da cardinale, il nostro Papa Benedetto XVI ha additato i santi come modello e specchio luminoso di autentica vita cristiana.
L'invito rivolto a tutti i cristiani a vivere questo anno con particolari preghiere e sacrifici, lo sentiamo rivolto anche a tutte noi che abbiamo ricevuto il dono inestimabile della vocazione contemplativa e claustrale, poiché siamo anche noi nella Chiesa, con la Chiesa, per la Chiesa, impegnate a promuovere, secondo la nostra specifica vocazione e le sue particolari esigenze, il rinnovamento di una gioiosa vita di fede in Cristo Gesù Divin Salvatore.
Ma come potremo esercitare in concreto il nostro "sacerdozio battesimale" rafforzato dalla grazia della professione monastica, a fraterno sostegno del "sacerdozio ministeriale" dei presbiteri tutti? Siamo umilmente ma fermamente convinte che la nostra vera maternità spirituale si attuerà soprattutto nel dono totale di noi stesse a Dio, fatto per amore e con amore, nel diventare un sacrificio vivente di lode a Lui, di impetrazione e di offerta della nostra vita per il bene della Chiesa universale, per la salvezza di tutti i fratelli e le sorelle che nel mondo soffrono non solo per mancanza di cibo, di vestiti, di casa, ma specialmente di pace, di unità, di amore, di Dio soprattutto, poiché questa è la più grave povertà.
Il nostro impegno, umile ma generoso, consisterà dunque, non solo nel pregare più insistentemente per la Chiesa, il Papa e i sacerdoti, ma anche e in special modo nel rinnovare e santificare la nostra vita consacrata pro mundi vita. Offriremo il nostro contributo, insieme e accanto agli altri membri della Chiesa, vivendo con verità, generosità e gioia i perenni e ancor oggi validi valori interiori del silenzio, dell'ascolto, della solitudine claustrale, del distacco dal mondo e soprattutto da noi stesse, dell'umiltà, dell'obbedienza libera e filiale, della fraternità semplice e sincera, della preghiera liturgica e personale, del lavoro.
Siamo anche tutte noi chiamate a riamare l'Amore, il Signore nostro Dio che per primo ci ha amate. I nostri monasteri sono, e devono diventarlo sempre di più, una risposta concreta al primo e più grande comandamento dell'amore di Dio, una testimonianza viva del primato di Dio-Amore, dell'essere sul fare, sull'efficienza pragmatica oggi imperante. Dio sopra tutte le creature, e tutte le creature in e per Dio: questo ci sembra il programma di ogni monaca di clausura che, animata dallo Spirito Santo, dilata il suo cuore nella carità di Cristo, e con l'ascesi monastica e la preghiera ininterrotta si sforza di rendere il suo piccolo cuore conforme a quello di Gesù, il suo Tutto, abbracciando tutti i fratelli per i quali è disposta a rivivere con Lui la sua passione, morte e risurrezione redentrice.
Perciò la vita contemplativa lietamente e generosamente vissuta da noi claustrali è il primo e fondamentale apostolato, perché è il nostro tipico e caratteristico modo, secondo uno speciale disegno e dono di Dio, di essere Chiesa.
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Rafforzare l'identità degli atenei cattolici, comunicare alla società odierna i principi etici e religiosi, incoraggiare forme originali di dialogo e di collaborazione con le strutture accademiche pubbliche, in favore dello sviluppo, della comprensione tra le culture e della difesa della natura. L'attualità di questi orientamenti, contenuti nella Costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae del 1990, è stata ribadita a conclusione della xxiii assemblea generale della Federazione internazionale delle Università cattoliche (Fiuc), svoltasi alla Gregoriana.
All'indomani dell'incontro con Benedetto XVI i delegati dei cinque continenti sono tornati a riunirsi venerdì mattina, 20 novembre, per approfondire il contesto socio-culturale e pastorale nel quale vent'anni fa germogliò il documento di Giovanni Paolo II sugli atenei cattolici, riflettendo sull'impronta da esso lasciata nell'azione educativa e sul futuro della missione ecclesiale delle università. "Non siamo solo la sommatoria delle nostre capacità e della nostra intelligenza, siamo relazione con Dio" aveva detto il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, durante la messa di inaugurazione celebrata il 16 novembre.
L'assemblea della Fiuc - che raccoglie 207 tra i maggiori atenei di ispirazione ecclesiale di 56 diversi Paesi, una sorta di "rete delle reti" del mondo universitario cattolico - si sarebbe dovuta tenere in Honduras nel luglio scorso ma dovette essere sospesa a causa della situazione nel Paese latinoamericano. Durante i lavori alla Gregoriana, tra i temi ricorrenti c'era anche la più famosa delle regole di Ticonio, i criteri interpretativi che per secoli hanno guidato l'esegesi cristiana: il rapporto tra la Chiesa-corpo e Cristo-capo. "Gli atenei devono porsi sempre più a servizio della crescita integrale degli uomini e delle donne di oggi" ha spiegato il cardinale Grocholewski, mettendo in rilievo lo stretto legame tra la Chiesa e le università che in tutto il mondo - e sono complessivamente più di 1200, con tre milioni e mezzo di studenti - si rifanno all'ispirazione ecclesiale. "Questi luoghi di ricerca e di studio - ha aggiunto - devono sentirsi inseriti in un dinamismo della Chiesa come elementi importanti del corpo mistico di Cristo. Devono dunque mantenersi in comunione con il capo, che è Cristo stesso, e con tutte le altre membra. Tale comunione - ha concluso - aiuterà le università cattoliche a mantenersi ferme nel cammino della verità, alla sequela del Signore".
Sulla formazione ha insistito il presidente della Fiuc, Anthony Cernera. "La nostra antropologia - ha sottolineato nel suo intervento - ci ricorda che l'uomo è un essere in relazione con Dio e con i suoi figli. Pensiamo dunque che lo sviluppo spirituale, psicologico e, in definitiva, umano dei nostri studenti sia parte integrante della missione che svolgiamo".
I rettori e i rappresentanti degli atenei cattolici, con l'ausilio di esperti e studiosi, hanno discusso delle sfide che la società contemporanea porta alla pedagogia cristiana. Non a caso il titolo del convegno rimandava alla presenza dell'università cattolica nelle società postmoderne. Un'occasione per rispondere alle "aspettative più urgenti" dell'uomo alle prese con sempre nuove scoperte tecnologiche e scientifiche e profondi cambiamenti socio-politici. E il confronto è reso più urgente dalla crisi economica. Monsignor Vincenzo Zani, sottosegretario della Congregazione per l'Educazione cattolica, ha parlato di quanto emerso in materia all'ultima Conferenza generale dell'Unesco. L'attuale profonda recessione - ha detto - "interroga soprattutto il mondo accademico, chiedendo che nella preparazione dei futuri professionisti si trasmettano conoscenza non chiuse o autoreferenziali, ma sempre più aperte e flessibili". Sono sfide - ha rilevato il gesuita Gianfranco Ghirlanda, rettore della Gregoriana - che "vengono rivolte implicitamente dalla progressiva secolarizzazione, che si fa sempre più riluttante a recepire i valori evangelici, che sono valori autenticamente umani". È questa la ragione profonda - ha proseguito - per cui l'Università cattolica apre le sue porte non "solo ai cattolici, anzi in molte di esse gli studenti cattolici sono una piccola minoranza, ma a ogni uomo e ogni donna che intenda ricevere una formazione integrale per lo sviluppo di una personalità libera e responsabile". Pur in questa diversità, l'elemento distintivo delle università cattoliche è "la formazione degli studenti alla ricerca della verità e del bene affinché sentano questa ricerca come un dovere che scaturisce dall'interno della loro coscienza".
Lo slogan della Fiuc "Sapere per servire" esprime in sintesi l'idea che la conoscenza debba essere posta al servizio di tutta l'umanità. Per questo il segretario generale aggiunto, Medina Varón ha ricordato che la Federazione ha "la responsabilità di preservare la tradizione intellettuale cattolica, la riflessione della comunità cristiana in duemila anni, su questioni molto profonde della vita e della condizione umana, sulle credenze e valori trasmessi dal Vangelo". (silvia guidi)
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