
Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione.
Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano "Avvenire", con l'evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de "L'Osservatore Romano", arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento.
In particolare, è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore de "L'Osservatore Romano" abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di "Avvenire"; è falso che il direttore de "L'Osservatore Romano" abbia dato - o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo - informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate.
Appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili - ripetute sui media con una consonanza davvero singolare - che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l'intento di attribuire al direttore de "L'Osservatore Romano", in modo gratuito e calunnioso, un'azione immotivata, irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice.
Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato, deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia.
Dal Vaticano, 9 febbraio 2010
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Teheran, 9. Gli scienziati iraniani hanno iniziato oggi, nell'impianto di Natanz, il processo di arricchimento dell'uranio al venti per cento. La notizia è stata confermata ufficialmente dal capo del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Salehi. Il processo è iniziato alla presenza di ispettori internazionali. La decisione di produrre combustibile nucleare era stata annunciata domenica scorsa dal presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad.
Salehi, citato dall'agenzia Isna, ha detto che fra i 3 e i 5 chilogrammi di uranio arricchito al venti per cento saranno prodotti ogni mese, almeno il doppio quindi di quanto necessario per alimentare un reattore con finalità mediche a Teheran, pari a 1,5 chilogrammi al mese. "L'uranio già arricchito a più bassi livelli è stato trasferito da capsule da 2 tonnellate a capsule da 50 chilogrammi per essere iniettato nelle centrifughe", ha precisato Salehi, aggiungendo che l'uranio "sarà iniettato oggi stesso nelle centrifughe".
L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), ha fatto sapere - tramite la sua portavoce Gill Tudor - di temere che la decisione iraniana possa scontrarsi con gli sforzi che si stanno facendo per salvare la bozza d'accordo sul nucleare redatta a Vienna lo scorso ottobre tra Teheran e il gruppo cinque più uno (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina; più la Germania). "Il direttore generale dell'Aiea, Yukiya Amano - si legge in un comunicato - ha commentato con preoccupazione questa decisione dell'Iran e ha ribadito la disponibilità dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica a essere intermediaria" nel venire incontro alle necessità del reattore nucleare di Teheran per scopi civili.
La Cina ha sollecitato ulteriori negoziati per un eventuale scambio di combustile nucleare con l'Iran. L'appello di Pechino è arrivato poco dopo la notizia che Teheran ha avviato il processo di arricchimento dell'uranio al venti per cento nell'impianto di Natanz. "Ci auguriamo che le parti in causa - ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Ma Zhaoxu - si scambino le idee sulla bozza di accordo relativa al reattore di Teheran e raggiungano rapidamente un comune terreno di intesa che aiuti a risolvere la questione. Ci auguriamo che sia fatto ogni sforzo per arrivare al dialogo sulla questione".
Ma la decisione dell'Iran di avviare l'arricchimento a livello più alto dell'uranio in suo possesso è stata definita dagli Stati Uniti "una mossa provocatoria" da parte di Teheran che "sfida le risoluzioni delle Nazioni Unite". Un funzionario della Casa Bianca, reagendo all'annuncio da Teheran, ha detto ieri che il Governo iraniano "sa molto bene che questo non aiuterà le necessità umanitarie del suo popolo rischiando nello stesso tempo di creare ulteriore instabilità nella regione".
L'Iran non ha "colto la mano tesa" delle grandi potenze internazionali per trovare una soluzione al suo dossier nucleare. È quanto hanno osservato ieri nel corso di un incontro bilaterale a Parigi il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, secondo quanto riferito da una fonte dell'Eliseo. Sarkozy e Gates, che hanno avuto un colloquio di circa un'ora, hanno lanciato un appello affinché siano adottate "sanzioni forti" contro la Repubblica islamica. Il vice premier israeliano, Silvan Shalom, ha detto che "la comunità internazionale deve prendere una decisione vera su sanzioni vere che siano dolorose per l'Iran. Ogni ulteriore tentennamento consentirà agli iraniani di dotarsi della capacità di sviluppare armi nucleari".
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Pyongyang, 9. Il leader nordcoreano Kim Jong-Il si è impegnato a rimuovere le armi nucleari dalla penisola in un incontro con un alto inviato di Pechino. Lo ha riferito l'agenzia ufficiale Nuova Cina. Quest'ultima riporta che Kim Jong-Il ha ribadito "la posizione costante" del suo Paese a "realizzare la denuclearizzazione della penisola coreana". L'impegno si presenta di buon auspicio per la ripresa dei negoziati internazionali per il disarmo del Paese, a lungo boicottati dal regime comunista di Pyongyang.
Intanto, Lynn Pascoe, uno dei consiglieri del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, è giunto oggi in Corea del Nord nel momento in cui la comunità internazionale cerca di far tornare Pyongyang al tavolo delle trattative a sei (le due Coree, Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina) sul suo programma nucleare. Lo ha reso noto ancora l'agenzia Nuova Cina. L'ex ambasciatore americano Lynn Pascoe - il responsabile delle Nazioni Unite al più alto livello a recarsi a Pyongyang dopo il 2004 - resterà in Corea del Nord fino al 12 febbraio. Al suo arrivo ha detto che le conversazioni verteranno sul rafforzamento della cooperazione tra Corea del Nord e Nazioni Unite.
Il regime comunista di Pyongyang nell'aprile del 2009 ha sospeso le trattative a sei sul suo disarmo nucleare dopo un lancio di un missile controverso sanzionato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. Negli ultimi mesi la Corea del Nord si è detta disponibile a riprendere il negoziato internazionale solamente se verranno tolte le sanzioni dell'Onu. Pyongyang pretende anche la firma di un trattato di pace con la Corea del Sud (che sostituisca l'armistizio firmato dopo la guerra del 1950-1953) per la ripresa del dialogo sulla denuclearizzazione.
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Madrid, 9. Le condizioni economiche della Spagna fanno paura a un'Europa che stenta a riprendersi dalla crisi. La Borsa di Madrid ha chiuso ieri in lieve rialzo (più uno per cento), ma gli analisti restano scettici e parlano di "calma prima della tempesta". Il Governo Zapatero sta cercando di organizzare le contromisure per ritrovare la fiducia degli investitori e della stampa internazionale. Ma dall'economia reale continuano ad arrivare segnali preoccupanti. Se non prenderà urgentemente misure credibili di controllo del deficit e di riforma dell'economia, avverte il "Financial Times", la Spagna potrebbe vivere "un dramma più grande di quello greco".
Proprio per convincere gli analisti internazionali, e in particolare i vertici della City, il ministro dell'Economia, Elena Salgado, è volato ieri a Londra, dove ha incontrato, tra gli altri, la direzione del "Financial Times". In un incontro con gli investitori britannici il segretario di Stato spagnolo all'Economia, José Manuel Campa, ha detto: "Possiamo abbassare il deficit dall' 11,4 al tre per cento nel 2013, lo abbiamo già fatto". Intanto, però, l'Istituto di statistiche nazionale (Ine) ha reso noto che nel 2009 c'è stato un aumento dell'ottanta per cento del numero delle famiglie e delle imprese insolventi. Quasi seimila famiglie e imprese (più 79,6 per cento rispetto all'anno precedente) si sono dichiarate in sospensione dai pagamenti, circa mille cittadini si sono dichiarati in bancarotta e 4.984 fra imprese e lavoratori autonomi hanno annunciato il concorso dei creditori (più 466 per cento rispetto al 2008).
Uno dei principali problemi con cui deve fare i conti l'Esecutivo spagnolo è quello della disoccupazione. I dati diffusi dall'Ocse parlano chiaro: in Spagna aumenta il numero dei disoccupati assestandosi al tasso del 19,5 per cento, il massimo tra i Paesi che aderiscono all'organizzazione parigina. E per molti economisti il costo degli oltre 4,3 milioni di disoccupati contribuirà a rendere difficile il rientro del deficit di Madrid sotto il tre per cento nel 2013, come previsto dal patto di stabilità europeo.
La crisi spagnola è uno dei dossier più scottanti sul tavolo dell'Unione europea. Di fronte al parlamento di Strasburgo chiamato ad avallare, con un voto dell'assemblea plenaria, la nuova Commissione europea, il presidente José Manuel Durão Barroso ha difeso oggi il ruolo dell'euro, sottolineando che la moneta unica "ha protetto i Paesi in difficoltà". La crisi - ha osservato Barroso - "non è stata creata nell'area dell'euro, ma è venuta da fuori; la situazione, per i Paesi che ne fanno parte, sarebbe stata più grave se non avessero avuto la moneta unica".
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Kiev, 9. Il premier filo occidentale ucraino, Yulia Tymoshenko, ha dato oggi mandato ai suoi avvocati di impugnare in tribunale i risultati del ballottaggio presidenziale, suggerendo l'ipotesi di un terzo turno. Come accadde nel 2004, quando le proteste di piazza della rivoluzione arancione portarono all'annullamento per brogli della vittoria del leader filorusso, Viktor Ianukovich - vincitore dell'attuale ballottaggio, con il 99,27 per cento dei seggi scrutinati (lo spoglio è stato sospeso e riprenderà in giornata) la differenza è del 3,1 per cento 48,7 per cento per Ianukovich a 45,6 per cento) - e al successo del presidente uscente, Viktor Yushenko.
Ma i tempi sono cambiati, le aspettative della rivoluzione arancione deluse e lo stesso partito del premier si è spaccato nella riunione notturna per decidere il da farsi davanti all'esito del ballottaggio presidenziale. Nikolai Tomenko, vice presidente del Parlamento e deputato del Blocco di Yulia (Byut), si è infatti pronunciato a favore del riconoscimento della vittoria di Ianukovich e del passaggio all'opposizione, come riferisce l'agenzia Unian. La maggioranza del partito, tuttavia, ha deciso di sostenere Yulia e la sua decisione di contestare i risultati del voto. Ma secondo l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (Osce), le elezioni si sono svolte "in modo trasparente e onesto", nonostante le reciproche accuse di brogli. Anzi, "hanno dato una dimostrazione impressionante di democrazia", e quindi "sono una vittoria per tutti in Ucraina", ha sentenziato il presidente dell'Assemblea parlamentare dell'Osce Joäo Soares, invitando chiaramente il candidato sconfitto a una "transizione pacifica e costruttiva del potere".
Il Paese che con la protesta di piazza detronizzò il neo vincitore Ianukovich per frodi di massa, cinque anni dopo è pronto ad accettarne il legittimo successo voltando le spalle ai litigiosi arancioni e in parte anche a un'Europa che sembra sempre più lontana e indifferente, interessata solo al transito del gas russo.
Questa volta il Cremlino, a differenza della entusiasta stampa di casa, è stato prudente e attende forse l'esito ufficiale per congratularsi con il nuovo presidente ucraino Viktor Ianukovich, dopo averlo appoggiato apertamente e sfortunatamente nel 2004, quando fu travolto dalla rivoluzione arancione filo occidentale. Anzi, questa volta si era pure coperto le spalle aprendo al suo rivale il primo ministro Yulia Tymoshenko, accusato in patria di "tradimento" per la sua pragmatica intesa con il collega russo Vladimir Putin, soprattutto in materia di gas. Mosca, insomma, aveva già vinto dopo la cocente uscita al primo turno del presidente Viktor Yushenko, tanto che entrambi gli sfidanti del ballottaggio erano accomunati dalla dichiarata intenzione di migliorare i rapporti con la Russia.
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Port-au-Prince, 9. Un uomo di 28 anni è stato estratto vivo dalle macerie di un edificio della capitale haitiana Port-au-Prince, dove potrebbe esser rimasto intrappolato dallo scorso 12 gennaio, il giorno del devastante terremoto. Nel darne notizia, l'emittente televisiva statunitense Cnn ha specificato che Evan Muncie è stato disseppellito dalle rovine di un mercato dove, secondo i suoi famigliari, vendeva riso. Quando è stato trovato, il giovane era gravemente disidratato e malnutrito, ma non mostrava segni di ferite gravi. "Era emaciato, non mangiava da chissà quanto tempo e aveva ferite aperte su entrambi i piedi", ha spiegato Mike Connelly, uno dei medici che stanno lavorando ad Haiti, secondo il quale le persone che lo hanno portato in ospedale, lo hanno trovato mentre liberavano dai detriti tutta la zona del mercato. Secondo i medici il giovane era visibilmente confuso e a tratti credeva ancora di trovarsi sotto le macerie. Il Governo di Haiti aveva dichiarato finita la ricerca di sopravvissuti il 23 gennaio, ma fino al 27 erano stati trovati superstiti tra le macerie.
Nel frattempo, dopo aver scoperto tessere alimentari contraffatte, il Programma alimentare mondiale (Pam) dell'Onu ha bloccato temporaneamente uno dei suoi siti di distribuzione di cibo a Port-au-Prince, quello di Petion-Ville, alla periferia della città. Nell'agglomerato di Port-au-Prince, dove il terremoto del 12 gennaio ha causato circa un milione di senzatetto, il Pam ha allestito 16 punti di distribuzione di cibo. La decisione del Pam ha privato ieri della quotidiana distribuzione di riso circa centomila persone. La distribuzione dovrebbe comunque riprendere già oggi.
Sempre oggi, si terrà a Quito, la capitale dell'Ecuador, un vertice dell'Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) dedicato all'emergenza ad Haiti, convocato da Rafael Correa Delgado, presidente sia dell'Ecuador sia dell'Unasur. L'incontro deve definire un piano di interventi di grande respiro che non siano di sola urgenza.
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"Completo nella mia carne (...) quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa". Le parole dell'apostolo Paolo, con le quali si inizia la lettera apostolica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II, sono più volte riecheggiate martedì mattina, 9 febbraio, nell'aula nuova del Sinodo, in Vaticano. Sono state pronunciate nella relazione con la quale l'arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ha inaugurato la tre giorni di manifestazioni per celebrare il venticinquesimo di fondazione del dicastero. Così come avevano trovato ancor prima eco nella preghiera iniziale e rappresentazione visiva nella mostra realizzata dal pittore Francesco Guadagnolo, inaugurata proprio in apertura dei lavori, nell'atrio dell'aula Paolo vi.
Giovanni Paolo II è stato il vero protagonista di questa prima giornata all'insegna del motto "La Chiesa al servizio dell'amore per i sofferenti". "A venticinque anni di distanza - ha esordito l'arcivescovo - è doveroso ma anche proficuo tanto al Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari quanto alla Chiesa tutta intera soffermarsi a rileggere, con la dovuta attenzione, il documento di Giovanni Paolo II e chiedersi quali siano state l'ampiezza e l'efficacia del suo impatto reale sulla vita della Chiesa nella sua varia e articolata struttura, in rapporto alla pastorale del mondo della sofferenza, della malattia e della salute". Così come diventa imperativo dopo un quarto di secolo, fare il raffronto tra le sfide di ieri cui intendeva rispondere la Salvifici doloris, il cammino finora percorso e le problematiche odierne e future del mondo sanitario con cui i credenti di oggi, come quelli di domani, sono chiamati a confrontarsi coerentemente alla loro fede in Cristo, tanto più in un periodo come l'attuale nel quale si è fatta dominante quella cultura di morte che trova forme sempre nuove per affermarsi.
Per questo motivo eminenti personalità del mondo ecclesiale e culturale, illustri e competenti studiosi ed esperti in diversi ambiti del sapere sono stati convocati in questi giorni per illustrare la profonda ricchezza antropologica, teologica e pastorale di quel documento - dal quale è poi scaturita, come logica conseguenza, la fondazione del dicastero di cui si celebra oggi il giubileo d'argento - a partire dai fondamenti biblici e teologici. È stato proposto poi il confronto fra l'esperienza delle grandi religioni mondiali e quella delle culture contemporanee per cogliere in esse il contributo al significato da dare alla sofferenza e al dolore. Una ricerca di senso ricorrente in tutta la comunità umana, senza distinzione alcuna.
"La lettera apostolica Salvifici doloris - ha spiegato l'arcivescovo Zimowski, ricordando quanto detto dal cardinale Angelini a commento della stessa - deve considerarsi un "chiaro punto di riferimento, un illuminato indirizzo umano e spirituale, una precisa presa di posizione e una risposta della Chiesa sul significato più vero della sofferenza". Credo che tale giudizio conservi tuttora la sua indiscussa validità e profetica lungimiranza. Esso faceva eco alle parole che il venerabile Giovanni Paolo II aveva rivolto due anni prima ai medici cattolici in occasione del loro congresso mondiale. Non senza aver ricordato il significato della qualifica di "cattolici" posta alla loro associazione, egli disse: "L'esperienza insegna che l'uomo, bisognoso di assistenza, sia preventiva che terapeutica, svela esigenze che vanno oltre la patologia organica in atto. Dal medico egli non s'attende soltanto una cura adeguata - cura che, del resto, prima o dopo finirà fatalmente per rivelarsi insufficiente - ma il sostegno umano di un fratello, che sappia partecipargli una visione della vita, nella quale trovi senso anche il mistero della sofferenza e della morte. E dove potrebbe essere attinta, se non nella fede, tale pacificante risposta agli interrogativi supremi dell'esistenza? "". In tale prospettiva e con lo stesso spirito, "vogliamo rileggere oggi - ha spiegato il presidente del dicastero - la Salvifici doloris per ricavarne non solo un forte stimolo per proseguire i nostri sforzi, ma anche e soprattutto una profonda illuminazione spirituale che ci fa abbracciare l'umanità sofferente e ce ne rende amorevolmente solidali". Lettura che è stata affidata all'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il quale - come emerge dagli stralci pubblicati in questa stessa pagina - ne ha proposto i fondamenti biblici e teologici-pastorali. A seguire si è svolta una tavola rotonda incentrata sul raffronto tra le concezione su dolore e sofferenza maturate nell'ebraismo, nell'induismo, nell'islamismo e nel buddismo. La mattinata si è conclusa con l'approfondimento dell'interpretazone della sofferenza e del dolore nelle culture africane e asiatiche. (mario ponzi)
L'11 febbraio di 25 anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la lettera apostolica Salvifici doloris, contenente una vasta e appassionata trattazione di uno dei temi più laceranti dell'esperienza umana, quello della sofferenza. I 31 paragrafi di quel documento erano intessuti di rimandi alla Bibbia, "il libro della storia dell'uomo" e quindi "il grande libro sul dolore", delineato in tutte le sue iridescenze oscure ma anche nei suoi squarci di luce e di speranza.
Certo, come affermava Thomas S. Eliot nei suoi Quattro quartetti: "people change, and smile: but the agony abides" ("la gente cambia, riesce a sorridere, ma l'agonia-lotta della sofferenza permane"). Essa è simile a una roccia contro la quale è facile anche sfracellarsi. Georg Büchner, uno dei più intensi scrittori dell'Ottocento tedesco, nel suo dramma La morte di Danton (1835) si chiedeva: "Perché soffro?". E concludeva: "Questa è la roccia dell'ateismo". Uno degli approdi estremi a cui può condurre l'esperienza del dolore, soprattutto del dolore innocente, è appunto quello della ribellione, dell'apostasia, del rifiuto di Dio e dell'uomo. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov dove Dostoevskij s'interroga: "Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l'armonia con la sofferenza".
Per millenni l'umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l'antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del "papiro di Berlino 3024" (2200 prima dell'era cristiana), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L'accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall'attacco dell'"ateismo" che fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c. 13): "Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?".
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi. Emblematica è l'affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau: "Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male". E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell'umanità, ricorrendo appunto a quella "teodicea" a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo - accanto al Dio buono e giusto - un'altra divinità negativa e ostile, un dio del male. Si è appellato alla cosiddetta "teoria della retribuzione", per altro ben attestata anche nella Bibbia: il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un'espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell'innocente). Si riconoscerebbe, in tal modo, una sorta di funzione catartica al dolore. Per dirla con lo scrittore americano Saul Bellow, nel suo romanzo Il re della pioggia (1959), "la sofferenza è forse l'unico mezzo per rompere il sonno dello spirito".
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore Albert Camus osservava: "C'è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no". Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un'apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell'essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche. In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione.
Anche la Bibbia si trova di fronte a questo mostro proteiforme che in tutte le culture, pur essendo tematizzato in modo astratto, è declinato soprattutto a livello esperienziale, individuale, sociale, cosmico. Sempre in agguato è il rischio della semplificazione teoretica o del dogmatismo ideologico, come è ben attestato dalla polemica di Giobbe nei confronti degli amici "teologi", capaci solo di "raffazzonare menzogne" intonacando i muri delle loro costruzioni ideali (13, 4), pronti a elaborare innocui "decotti di malva" (6, 6) e a rivelarsi come "consolatori fastidiosi" (16, 2). Proprio per questo la Bibbia non offre mai una teoria definitiva, unitaria e sistematica sul tema del male ma cerca di gettare luce su questo groviglio oscuro e soprattutto di individuare qualche itinerario di senso e di redenzione.
Proprio in capite alle Scritture c'è subito una considerazione che ribalta la tradizionale impostazione della teodicea. Prima di interpellare Dio per le sue "responsabilità", i capitoli 2-3 della Genesi ci invitano a interrogare l'uomo, la sua libertà e coscienza perché un'ampia porzione del male disseminato nella storia ha una precisa sorgente umana. In quelle due pagine, costruite a dittico, da un lato si delinea il progetto della creazione e della storia secondo il Creatore: armonia dell'umanità con Dio nel dialogo e nel comune "respiro" interiore (nishmat hajjim di 2, 7 è, di per sé, non tanto l'alito vitale ma la coscienza morale), armonia dell'umanità con le altre creature, simboleggiate negli animali, armonia dell'uomo col suo simile, incarnato nella donna, "carne della mia stessa carne" (2, 23).
D'altro lato, nel capitolo 3, ecco apparire il progetto alternativo ordito dall'uomo che ha deciso di definire in proprio "la conoscenza del bene e del male": Dio diventa un estraneo, relegato nel suo Eden trascendente; la terra è devastata e, ridotta a deserto, produce solo "spine e cardi" (3, 18); la donna, cioè il prossimo, è "dominata" dall'uomo che prevarica su di essa (3, 16). Le scelte libere umane, quando si pongono in contrasto con la morale trascendente, generano sofferenza, morte e male. È per questo che i sapienti di Israele ribadiscono con chiarezza la tesi della responsabilità umana: "Non dire: Mi sono ribellato per colpa del Signore, perché ciò che egli detesta non devi farlo (...) Egli da principio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo volere (...) Egli ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua: là dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà" (Siracide, 15, 11-17).
Similmente il libro della Sapienza non esiterà ad affermare che "Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra" (1, 13-14).
Delineato questo primo percorso nell'orizzonte del male, non si può, però, ignorare un fatto che il filosofo francese Philippe Nemo ha definito come "l'eccesso del male": c'è, infatti, un male che "eccede" la pura e semplice responsabilità umana individuale e sociale. È significativo che questa locuzione sia stata coniata dal filosofo per un suo libro su Giobbe. Questo celebre personaggio biblico, protagonista di una delle opere più alte della stessa letteratura universale, si scontra appunto con un male assurdo, che non può essere riportato alle deviazioni morali dell'uomo né che può essere annullato nella tesi che gli "amici" - incarnazione della teologia tradizionale - gli oppongono come spiegazione risolutiva. Si tratta di quella "teoria della retribuzione" a cui sopra si è accennato e che altro non è che un ricorso al giudizio divino sulla responsabilità peccaminosa dell'uomo e, quindi, un rientro per altra via nel percorso precedentemente descritto.
Certo, arduo è definire quale sia il tracciato ideale di Giobbe il cui discorso procede in modo ramificato, poetico e simbolico. Ma è indubbio che egli, in pagine grondanti ribellione, protesta e interrogazione, dichiara che non è sufficiente l'uomo a spiegare un certo tipo di male: egli vuole, infatti, coinvolgere Dio in modo diretto nella soluzione del male enigmatico ed eccedente la ragione. E Dio accetta di deporre in questa sorta di processo al quale la vittima del male ha voluto fosse convocato. C'è un aspetto rilevante del male che non può essere "razionalizzato" e quindi Giobbe ha ragione nel protestare (si veda 42, 7): il male urla con tutto il suo scandalo contro la mente dell'uomo, il suo scandalo è accecante. Ma Dio rivela (è, quindi, frutto di una conoscenza che avviene su un altro "canale" di intuizione) all'uomo che esiste una 'esah (38, 2), cioè un "progetto", una razionalità trascendente, da mistero, superiore e totalizzante.
Giobbe, a questo punto, è contemporaneamente teso verso la rivolta e la disperazione a cui lo conduce "logicamente" la sua intelligenza di fronte all'"eccesso del male", ma è spinto anche verso la speranza e l'inno di lode a cui lo conduce "misticamente" la rivelazione divina, cioè la conoscenza di fede. È in questo territorio nuovo che può essere introdotto un altro percorso, quello che è aperto da una figura emblematica, il "Servo del Signore", presente nel libro di Isaia, in particolare nel capitolo 53, e ripreso dal Nuovo Testamento in chiave cristologica. C'è un male-dolore che piomba sul giusto - e qui siamo nell'ambito stesso di Giobbe - ma questa irruzione diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (53, 5).
È interessante citare al riguardo un passo delle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via di Franz Kafka perché illustra in modo "laico" questa comunione nel dolore come via per la crescita comune e la trasformazione solidale dell'umanità. "Tutte le sofferenze che sono attorno a noi dobbiamo patirle anche noi. Noi non abbiamo un solo corpo, ma abbiamo una crescita, e questo ci conduce attraverso tutti i dolori, in questa o quella forma. Come il bambino si evolve, attraverso tutte le età della vita, fino alla vecchiaia e alla morte (e ogni singolo stadio appare fondamentalmente irraggiungibile al precedente, sia nel desiderio che nella paura), così ci evolviamo anche noi (legati all'umanità non meno profondamente che a noi stessi) attraverso tutte le pene di questo mondo".
La strada di solidarietà delineata dal Servo del Signore ci prepara ad accostarci al Nuovo Testamento, in particolare ai Vangeli, ove il male sembra incombere come una presenza drammatica ma non tragica. Mai come in questo caso dobbiamo segnalare i limiti di questa nostra analisi che vuole solo indicare un tracciato da seguire poi all'interno dei testi e attraverso una ricerca ben più ampia e sistematica. È significativo un fatto: gli esegeti sono convinti che uno dei "protovangeli", cioè dei primi testi codificati - a noi non pervenuti ma ai quali attinsero gli evangelisti al punto tale da intravederne una presenza in filigrana ai loro racconti - dalla tradizione cristiana delle origini fu proprio una narrazione della passione e morte di Cristo. Il male fisico e morale, la morte e lo scandalo della sofferenza furono subito considerati centrali nell'annunzio cristiano, anche se illuminati dal fulgore della Pasqua. Diversamente dalle cosiddette "Vite degli eroi", molto popolari nel mondo greco-romano, il cristianesimo ha dato una prevalenza sorprendente proprio alla sconfitta del suo fondatore sotto l'impeto del male prima ancora di celebrarne i successi.
Questo aspetto è capitale all'interno della teologia dell'Incarnazione. L'Incarnazione è, infatti, la scelta di Dio - che per sua natura è oltre la morte, il dolore, il male - di penetrare e assumere in sé la sarx, cioè la "carne", il limite creaturale, così da condividerla e redimerla dall'interno. In Cristo, Dio e uomo, non si ha tanto la giustificazione o la decifrazione dello scandalo del male in un sistema ideologico o etico coerente. Si ha, invece, la condivisione per amore, che non è però una mera adesione eroica che ha come sbocco l'immolazione della croce, ultimo e conclusivo approdo. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, egli assumendo il male, il dolore e la morte lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. L'amore divino non ci protegge "da" ogni male ma ci sostiene "in" ogni male facendocelo superare.
L'esperienza del male rimane angosciante come un carcere. L'ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: esso non è sbarrato per sempre, in un'immanenza che si consuma in se stessa, ma viene aperto per un "oltre". Questo "oltre" è illustrato in modo nitido sia attraverso i miracoli compiuti da Cristo sia attraverso la sua Pasqua. La Pasqua è l'inaugurazione di questo riscatto che dovrà distendersi passo per passo durante tutto l'itinerario della storia così da redimerla e far sì che il duello col male e la morte sia condotto a termine (1 Corinzi, 15, 54-57) e "Dio sia tutto in tutti" (15, 28). Alla meta della storia il cristianesimo pone la Pasqua universale umana e cosmica. Essa è stata inaugurata da Cristo con la sua sofferenza, morte e Pasqua. Allora si compirà quello che l'Apocalisse delinea nel suo affresco della Gerusalemme nuova e perfetta: "Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate" (21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio - attraverso l'incarnazione del Figlio suo - ha deposto un seme di eternità e di salvezza che cresce silenzioso, per diventare "stelo, spiga e chicco pieno di spiga" (Marco, 4, 28).
Noi, però, vorremmo ora - molto più modestamente - indicare due conclusioni sulla base delle considerazioni finora sviluppate, pur consapevoli comunque del mistero che la sofferenza coinvolge. Eschilo nei Persiani pone l'eterna domanda che sale dal respiro di dolore dell'umanità: "Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell'ombra chi mi ascolterà?" (v. 635). La prima considerazione vuole porre l'accento sulla simbolicità del dolore. Come è noto, il termine "simbolo" deriva dal greco syn-ballein, cioè "mettere insieme": è il tentativo di unire in sé più significati nella stessa realtà. Ebbene, la sofferenza è di sua natura simbolica; è, come dice il titolo di una suggestiva opera autobiografica della scrittrice americana Susan Sonntag, la metafora di un'esperienza più alta (Illness as metaphor, 1978). È indice di un "male oscuro" e radicale, per usare il titolo di un romanzo del nostro Giuseppe Berto (1964).
Kafka nei suoi Diari annotava: "Sono arrivato alla convinzione che la tubercolosi non sia una malattia particolare, un male degno di questo nome, ma soltanto una maggiore intensità del germe generale della morte, la mia ferita, della quale la lesione ai polmoni è solo un simbolo". Similmente, anche se con maggior enfasi, Gabriele D'Annunzio nel suo Libro segreto (1935) dichiarava: "So che le cause del mio male sono nell'oscurità del mio spirito che a poco a poco io rischiaro guarendomi. V'è, se io sono infermo, un fallo di armonia non solo nella mia carcassa ma nella mia anima. Ho in mente che qualcuno abbia considerato la malattia come un problema musicale. Ma forse son io quegli". La sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge "simbolicamente" corporeità e spiritualità, la "carcassa" e l'"anima".
Essa può contemporaneamente generare disperazione e speranza, tenebra e luce; può essere distruzione e purificazione; riduce alla bestialità ma può anche trasfigurare, "distillando" come in un crogiuolo le capacità più alte, divenendo luminosità interiore e catarsi. Il grande mistico medievale Meister Eckhart (1260 ca.-1327) affermava che "nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell'aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l'anima più dell'aver sofferto".
Proprio per questa dimensione simbolica del soffrire umano, l'approccio nei confronti del malato e del sofferente in genere non può essere parziale. Da un lato, è indubbia la necessità della terapia medica: dopo tutto, quasi metà del Vangelo di Marco è un racconto di guarigioni operate da Cristo al punto tale che un teologo, René Latourelle, ha scritto che "i Vangeli senza miracoli di guarigione sono come l'Amleto di Shakespeare senza il principe". D'altro lato, la pura biologicità e la tecnica asettica sono insufficienti ed esigono un incontro, un dialogo, un supplemento di umanità. Mai come nel dolore ci si accorge di non "avere" un corpo ma di "essere" un corpo che è segno di una realtà interiore più profonda. Sono suggestive dal punto di vista simbolico le citate narrazioni evangeliche delle guarigioni dei lebbrosi: come si diceva, contravvenendo tutti i divieti rituali e sanitari del tempo, Gesù "li tocca" e con questo gesto vuole quasi assumere su di sé il male, condividendone il peso e l'amarezza.
Mai come nel dolore l'uomo s'accorge della falsità delle parole di conforto dette in modo estrinseco e senza autentica partecipazione. Anzi, il malato scopre che, alla fine, egli rimane solo col suo male. È lo stesso Giobbe a descrivere in modo pittoresco e persino barocco questo isolamento quando scopre che "a mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre" (19, 17). Nel tempo del dolore la verità non riesce a patire contraffazioni.
È, allora, in questo momento che deve scattare una specie di alleanza tra paziente e medico - infermiere, parente, assistente, cappellano e così via - tra chi soffre e chi lo vuole sostenere. È questa la seconda considerazione che vogliamo proporre. Nel racconto biblico della creazione della donna si dichiara che l'uomo supera la sua solitudine solo quando trova "un aiuto che stia di fronte" (ke-negdô), che sappia quindi avere gli occhi negli occhi dell'altro, che non troneggi sopra la creatura come una divinità ma che non sia neppure inferiore e inetto come un animale.
Questa solidarietà è difficile da creare ma è indispensabile. La conoscenza tra chi cura e chi è curato dev'essere meno fredda e distaccata di quanto spesso accade: dev'essere fatta di comunicazione genuina, di dialogo, di ascolto, di verità detta con partecipazione. Il sofferente deve sentirsi rispettato anche nel momento della debolezza, quando il pianto inonda le sue guance ed è noto che esiste sempre un pudore nel mostrare le lacrime. Dev'essere aiutato a liberarsi dei condizionamenti di una cultura della "forza", di un "maschilismo" vanamente eroico e ad accettarsi anche nel tempo della prova, come affermava Baudelaire: "Signore, la migliore testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità è questo ardente singhiozzo che rotola di età in età e viene a morire ai bordi della tua eternità".Anche Cristo di fronte alla notte della passione implora di essere liberato dal calice della sofferenza (Marco, 14, 36) e confessa di avere "l'anima triste fino alla morte" (Marco, 14, 34), scoprendo però con amarezza di non avere accanto la solidarietà affettuosa dei suoi discepoli: "Così non siete stati capaci di vegliare una sola ora con me?" (Matteo, 26, 40). Bisogna, allora, ribadire una parola tanto abusata ed equivocata, la cui vera declinazione nell'esistenza è sempre ardua, cioè l'amore. Solo se circondato d'amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore che è la consapevolezza - come affermava il filosofo Max Scheler - di "un certo squilibrio, di una certa disarmonia tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni corporei, dall'altra".
In questa luce ci sembra suggestiva una parabola che vorremmo porre a suggello di queste riflessioni molto limitate su un orizzonte immenso e incandescente, incapaci di fissare in un profilo sintetico il volto proteiforme del male. Anche per il credente, il dolore rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza". A questo proposito ci affidiamo a una figura "laica" come lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972).
A lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già a otto anni aveva iniziato a rivelare un'encefalopatia epilettoide e che è vissuta fino al 1992, curata amorosamente dalla madre, Rosetta Flaiano. Ebbene, lo scrittore abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto solo l'abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter ma, come un tempo, attento solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco, "un uomo condusse a Gesù la figlia malata e gli disse: io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: "In verità, quest'uomo ha chiesto ciò che io posso dare". Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli".
La scena, come è evidente, si carica di tutta la tenerezza che, con pudore e amore, lo scrittore aveva riversato sulla sua creatura sofferente. In quell'uomo Flaiano vedeva se stesso che s'accostava a Gesù per chiedere non il prodigio ma il dono altissimo della condivisione e della comunione nella sofferenza. E forse, quando in una notte terribile dovette ricoverare la figlia tormentata dagli "orribili assalti del male che la torcevano e la irrigidivano, con una mano tesa verso l'alto", Flaiano padre implorò quel bacio sulla sua figlia, un bacio che certamente non fu negato.
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Pubblichiamo ampi stralci dell'intervento tenuto dal cardinale prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali in occasione della presentazione del quaderno di "Limes" Quando il Papa pensa il mondo (Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2009, pagine 200, euro 12).
di Leonardo Sandri
Dirò subito che il Papa pensa il mondo nell'ottica della continuità col patrimonio del pensiero cristiano, di cui è il primo custode. Si tratta di una custodia che definirei "vitale", associata cioè all'evangelica esortazione a "leggere i segni dei tempi".
Le mie considerazioni riguarderanno in particolare la porzione singolare di Chiesa, di cui si occupa la Congregazione per le Chiese Orientali: la Terra Santa e il Medio Oriente, e l'Europa dell'Est, anche se la sua competenza si estende ai siromalabaresi e malancaresi dell'India e a tutti i cattolici orientali sparsi nel mondo. Essi costituiscono la diaspora orientale, che è decisiva per la sopravvivenza delle rispettive Chiese nella madrepatria e delle antiche tradizioni dell'Oriente cristiano. La verità si può raggiungere solo se si è liberi. Ciò vale per tutte le verità, ma soprattutto per le verità dello spirito. Esse concernono il bene e il male, le grandi prospettive della vita, il suo senso, il suo destino finale, la cifra religiosa insita nella coscienza umana e l'inscindibile intimo legame dell'io con la Persona di Dio. Le verità dello spirito hanno perciò bisogno di spazi di libertà per poter essere vissute secondo tutte le dimensioni della vita umana.
Un effettivo impegno per la verità deve rivelarsi funzionale al perdono e alla riconciliazione. Le diverse convinzioni sulla verità danno luogo ancora oggi a violente contrapposizioni, a conflitti sociali e politici e, addirittura, alle cosiddette "guerre di religione". La Chiesa cattolica le condanna e non ha esitato a chiedere perdono per gli errori compiuti in passato da alcuni suoi membri. È sempre attuale il monito del Servo di Dio Giovanni Paolo II: "Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono".
Il pensiero va al Libano, il cui popolo sta ritrovando, anche col sostegno della solidarietà internazionale, un'intesa fruttuosa tra le comunità di fede diversa, che ne fanno non solo un Paese sovrano, ma anche un messaggio e un simbolo di cooperazione e convivenza. I libanesi hanno diritto al rispetto dell'integrità e sovranità del loro Paese. Penso a tutto il Medio Oriente e, in particolare, all'Iraq, pure funestato dal terrorismo. E a tante altre terre, che nel mondo sono teatro di cruente contese: mi limito a ricordare il conflitto latente tra l'Etiopia e l'Eritrea, le cui popolazioni sono duramente provate dall'acuirsi di endemiche povertà. Segnatamente per la seconda nazione assistiamo alla fuga di molti giovani verso il Sudan, l'Etiopia e altrove, con la privazione delle migliori risorse per il futuro del Paese.
L'inarrestabile movimento migratorio dei cristiani interessa tutto il Medio Oriente: migliaia e migliaia di uomini e donne costretti a lasciare la casa per avere una vita più dignitosa. Colpiti anche nell'esercizio della libertà religiosa, essi lasciano la terra dei padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli.
Il fenomeno migratorio va affrontato con umanità e giustizia da parte della comunità internazionale. Benedetto XVI, già in occasione del santo Natale 2006, aveva indirizzato una lettera ai cattolici di queste regioni per incoraggiarli a rimanere dove sono, chiedendo a tal fine il sostegno di tutti. Con gli stessi intenti il Santo Padre ha convocato, per l'autunno prossimo, l'assemblea speciale del sinodo dei vescovi sul Medio Oriente.
È noto il pressante appello pontificio volto al consolidamento dei segni di dialogo fra israeliani e palestinesi, auspicando un abbandono del ricorso a soluzioni parziali o unilaterali a favore di un approccio globale rispettoso dei diritti dei popoli coinvolti. A causa della situazione venutasi a creare nella striscia di Gaza, il Pontefice ha esortato con insistenza a impegnarsi perché il silenzio delle armi venga rispettato, cercando di rilanciare i negoziati di pace, previa rinuncia all'odio e al terrorismo. La Santa Sede non si stancherà mai di ripetere che le soluzioni militari vanno evitate ovunque: il futuro deve passare attraverso relazioni di rispetto e, possibilmente, di fraternità tra i diversi gruppi sociali e religiosi.
È necessario cercare insieme una soluzione negoziata che tenga conto delle aspirazioni legittime delle diverse etnìe, subordinandone gli interessi particolari. I responsabili della vita pubblica dovrebbero impegnarsi nel dialogo e nella riconciliazione, affinché progredisca nella stabilità la convivenza tra i popoli. Allo Stato d'Israele va riconosciuto il diritto a esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini accettati internazionalmente e, ugualmente, al Popolo Palestinese deve essere riconosciuto il diritto a una patria sovrana e indipendente, al rispetto della dignità personale e comunitaria e alla libertà di movimento. La fiducia reciproca si rafforzerà solo nell'accoglienza di queste aspettative.
La Siria merita la nostra considerazione, perché può offrire al mondo un esempio di coesistenza e tolleranza pacifica tra religioni. Ricevendo le lettere credenziali dell'ambasciatore presso la Santa Sede nell'anno 2006, Benedetto XVI tenne un discorso molto incisivo per la nazione siriana e l'area circostante, lanciando un forte appello di pace e implorando in quell'anno la cessazione della violenza in Libano, in Terra Santa e in Iraq. Il Pontefice esordì esprimendo la sua ammirazione per la fioritura fin dall'antichità di civiltà e di religioni in quella nazione, che è cara ai cristiani per le innumerevoli testimonianze dell'Apostolo Paolo e di altre eminenti figure del cristianesimo delle origini. Egli aggiunse che, al pari di molti osservatori imparziali, anche la Santa Sede crede che siano possibili soluzioni grazie alla legalità, all'accoglienza delle "rilevanti risoluzioni" delle Nazioni Unite e al riconoscimento internazionale di "confini sicuri". Incoraggiò quel popolo a procedere sulle vie della pace e della stabilità, confidando come il mondo si attenda segni di speranza dai Paesi che godono di significativa influenza in Medio Oriente.
Per quanto riguarda l'Iran, la Santa Sede incoraggia espressamente a proseguire senza sosta la via diplomatica, adottando misure di trasparenza e confidenza reciproche, tenendo sempre conto dell'autentico bene dei popoli che vivono in quell'area.
In Iraq, la fine della violenza terroristica offrirebbe la possibilità di rilanciare la ricostruzione del Paese e di giungere alla auspicabile riconciliazione. Le minacce invece continuano e talora sono esplicitamente rivolte contro la comunità cristiana. In tale quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà salvaguardare i diritti delle minoranze, alleviando il disagio delle popolazioni coinvolte nella guerra e venendo incontro agli sfollati all'interno del Paese e ai profughi che lo lasciano, fra i quali numerosi sono i cristiani.
L'Egitto, le cui vestigia storiche sono straordinarie per antichità e arte, ha visto mescolarsi sul suo territorio culture e religioni che lungo i millenni hanno forgiato la sua identità di popolo saggio. Gli sforzi dell'Egitto in favore della pace e di soluzioni rispettose degli Stati e delle persone sono innumerevoli. Di qui la fiducia positiva nel ruolo che la nazione può svolgere nel panorama incerto dell'area medio-orientale.
Paesi come la Bulgaria e la Romania, di lunga tradizione cristiana, sono entrati nell'Unione europea. Nel cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, la Santa Sede auspicò la piena tutela della dignità di ogni uomo con particolare riferimento alla libertà religiosa e ai diritti istituzionali delle Chiese. Gli avvenimenti drammatici del secolo scorso inducono gli europei a edificare un futuro libero da ogni oppressione e condizionamento ideologico. Solo attraverso la riconciliazione l'Europa potrà garantirsi un futuro di speranza. E ci rallegriamo per i segnali di pace spuntati nei Balcani e nel Caucaso. Vorremmo tutti vedere in ambedue le regioni non bagliori di guerra, bensì luci di pace, fraternità e perdono a sicurezza per tutti.
Cipro merita una menzione, a motivo dei negoziati in atto e conseguenti alla sua divisione. Sono emerse prospettive nuove che vanno incoraggiate e sostenute dalla comunità internazionale. La visita del Santo Padre nel mese di giugno potrà stimolare la vocazione di pace, fratellanza e riconciliazione propria dell'Isola.
Così il pensiero va alla Turchia, mentre si avvicina il cinquantesimo anniversario delle sue relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Accanto alla popolazione musulmana maggioritaria, vivono comunità cristiane consapevoli della loro antica eredità e del contributo che ancora possono offrire alla civiltà turca ed europea. Nella visita dell'anno 2006, il Santo Padre ebbe modo di esprimere la sua stima per l'islam e di reiterare l'impegno nel dialogo interreligioso in autentico spirito di reciprocità. I cattolici apprezzano la libertà di culto garantita dalla Costituzione turca e sono lieti di contribuire al benessere dei loro concittadini, particolarmente attraverso l'attività educativa, caritativa e sanitaria. Il tanto atteso riconoscimento giuridico e civile permetterebbe alla Chiesa cattolica in Turchia di godere della piena libertà. Posta sul confine fra Europa e Asia, la Turchia può essere un ponte tra aree religiose e culturali diverse, contribuendo fortemente alla stabilità della pace.
Da questo giro d'orizzonte appare chiaramente che la sicurezza del mondo, così come si può rilevare dallo specifico osservatorio del Medio Oriente, permane fragile. La libertà umana è un bene da condividere e di cui siamo responsabili tutti. L'ordine e il diritto la garantiscono. Ma per divenire forza di pace, l'ordine e il diritto vanno saldamente ancorati al diritto naturale, che il Creatore ha posto nel cuore umano, come fermamente insegna la Parola rivelata. Dio stesso non potrà mai essere escluso dall'orizzonte dell'uomo, perché ne è l'origine e il compimento.
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Un secolo fa, il 9 febbraio, nacque a Parigi Jacques Monod, biochimico di fama mondiale, nel 1965 premio Nobel per la medicina, assieme a François Jacob e André Lwoff.
Nel 1970 pubblicò l'opera Il caso e la necessità, divenuto presto un bestseller. In esso riassunse le sue idee sui principi teorici della scienza e sui rapporti tra conoscenza scientifica e valori umani.
La sua era una famiglia protestante della borghesia medio-alta francese. Dai genitori aveva ricevuto un'educazione con ampie basi culturali. Diplomato nel 1928, si laureò a Parigi in scienze naturali nel 1931, cominciando subito l'attività di ricercatore in biologia e zoologia.
Nel 1936 si recò negli Stati Uniti a perfezionarsi e rimase un anno al California Institute of Technology. Ritornò a Parigi nel 1937 e conseguì nel 1941 il dottorato in biologia. Ripresa la ricerca alla Sorbona scoprì il fenomeno della doppia crescita (diauxia) di colture batteriche in miscele differenti di zuccheri. Durante la guerra, dopo varie vicende, cominciò a lavorare all'Istituto Pasteur.
Al Pasteur effettuò molte ricerche, in collaborazione con André Lwoff, sull'Escherichia coli, un batterio che egli utilizzò poi regolarmente per i suoi esperimenti. Scoprì così che un mutante casuale del batterio era in grado di elaborare il lattosio, mentre ciò non era consentito alla specie originaria. La metabolizzazione di tale zucchero richiedeva, infatti, la produzione di un corredo enzimatico che il mutante era riuscito a generare e ad acquisire in proprio. Fu questo il presupposto di una serie di nuove scoperte sul ruolo del Dna nella trasmissione dei caratteri ereditari e delle capacità di vita e adattamento di un essere vivente. Seguirono, poi, una serie di scoperte biochimiche relative ai meccanismi delle sintesi proteiche e l'elaborazione di un nuovo quadro biologico sull'adattamento dei batteri.
Avviò, all'inizio degli anni Sessanta, una collaborazione con François Jacob con cui scoprì come il Dna, che è nel nucleo della cellula, trasferisce i suoi ordini ai ribosomi che sono fuori del nucleo, nel citoplasma, e che effettivamente fabbricano le proteine. Al centro del meccanismo c'è il cosiddetto Rna-messaggero, molecola che copia il Dna come uno stampo, porta fuori dal nucleo l'informazione genetica e consente la sintesi delle proteine.
Nel 1963, con Lwoff e Jacob, annunciò la teoria dell'operone, che portò i tre al premio Nobel due anni dopo. Si trattava di una teoria che spiegava molti fenomeni nella vita dei batteri e che al contempo forniva anche nuove linee di ricerca sulle differenze embrionali degli organismi pluricellulari. L'operone è un sistema di geni che si autoregolano in modo coordinato, con attivatori e repressori. L'organizzazione sinergica di geni differenti è tra gli aspetti basilari nella regolazione genica dei procarioti (batteri e cianobatteri).
Jacques Monod conquistò fama internazionale e nel 1967 fu nominato ordinario di Biologia Molecolare al Collège de France. Nel 1971 divenne infine direttore generale dell'Institut Pasteur. Morì di cancro a Cannes il 30 maggio 1976.
Quarant'anni fa scrisse il suo libro più famoso e discutibile: Il caso e la necessità. In esso tenta di offrire un'analisi obiettiva del mondo, proponendo un accurato riesame della teoria di Darwin sull'evoluzione delle specie. Con un'escursione dalla biologia alla filosofia, Monod pretende di spiegare perché siamo fatti così come siamo e perché agiamo in un certo modo anziché in un altro. L'analisi procede in modo logico e rigoroso, senza ricorrere a spiegazioni trascendenti sull'origine della vita. Per tale motivo quest'opera ha suscitato un vasto dibattito scientifico e filosofico negli ultimi decenni. Il testo è discorsivo e non particolarmente tecnico, per cui può essere letto anche da chi non abbia un'ampia cultura nel campo della biologia.
La tesi sostenuta da Monod è che gli organismi viventi non sono altro che macchine che contengono tutte le informazioni necessarie al proprio funzionamento. Essi non sono guidati da un fine esterno, ma da proprietà "teleonomiche" che li rendono nettamente differenti dalla materia inanimata. L'organizzazione di ogni forma vivente è determinata dal Dna che, attraverso le proteine, trasforma le informazioni in strutture e funzioni biologiche ben definite.
Essendo l'organismo vivente una macchina chiusa, un sistema incapace di ricevere istruzioni dal mondo esterno, ogni modifica al codice genetico non può venire da un'interazione con l'ambiente, ma ha origine da eventi del tutto casuali.
Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del Dna si è verificata, essa è inevitabilmente e fedelmente riprodotta in moltissimi esemplari dal sistema di replicazione dell'organismo stesso, che opera con necessità inderogabile. Al totale indeterminismo - il caso - posto all'origine delle mutazioni, Monod associa quindi una concezione rigorosamente meccanicistica riguardante la selezione naturale, che agisce sulle mutazioni stesse, quando l'organismo si confronta concretamente con un determinato ambiente.
La teoria, non proprio originale, di Monod è che l'uomo ha dovuto nel tempo inventare miti e religioni e costruirsi sistemi filosofici per riuscire a sopravvivere, essendo un animale sociale, senza piegarsi a un mero automatismo. Il libro si basa, quindi, sulla vecchia massima di Democrito: tutto in natura è frutto del caso e della necessità e arriva a queste conclusioni sulla scorta delle osservazioni della natura che Monod ha ottenuto dalla sua attività sperimentale.
Vale qui la pena di soffermarsi su un tema centrale: la nozione di finalità in filosofia della natura e la sua riconoscibilità in ambito empirico.
Nella nozione di finalità vanno riconosciuti almeno tre livelli: l'esistenza di regolarità, la presenza di una teleologia quale semplice finalismo funzionale, e infine l'idea di finalità, come rimando a un progetto. Le prime due appartengono alla nozione di finalità in senso debole o indiretto; la terza, vi appartiene invece in senso forte. Le prime due sono oggetto di osservazione e di deduzione empirica, la terza non può mai esserlo. La completa spiegazione scientifica del motivo di regolarità e di teleonomie senza dover ricorrere necessariamente a principi finalistici "esterni", non equivale ad aver risolto o no la necessità del ricorso a una causa di carattere intenzionale che trascenda l'universo. Ma che il mondo risponda o no a un progetto è affermazione metafisica, non scientifica: e coinvolge il terzo livello di causalità. Pertanto non può essere decisa con il solo metodo empirico. E qui la tesi di Monod viene colta in fallo.
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Bhubaneswar, 9. "Nonostante quanto affermano le autorità statali, la dignità umana, i diritti e la condizione di vita dei cristiani vittime di violenze restano ancora lontano dalla normalità". A due anni circa dall'esplosione dell'ondata di attacchi nei confronti della comunità cristiana in Orissa, la Chiesa in India, tramite l'intervento dell'arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, Raphael Cheenath, torna ancora una volta a chiedere giustizia per le migliaia di persone che vivono in condizioni di abbandono nei campi per rifugiati nel distretto del Kandhamal.
Nei giorni scorsi, fra l'altro, si è conclusa la visita di una delegazione dell'Unione Europea in Orissa, che ha consentito di appurare le difficili condizioni in cui sono costrette le famiglie fuggite dai villaggi attaccati dai fondamentalisti indù. L'arcivescovo Cheenath, dopo l'incontrato con i delegati, ha espresso il desiderio che in Orissa si completi il processo di riconciliazione ma anche di giustizia. "Vogliamo piena riconciliazione e una pace durevole - ha sottolineato il presule, in occasione di una conferenza stampa - ma questo sarà possibile solo quando la giustizia sarà trasparente e le persone potranno tornare nei loro villaggi senza paura. Non vogliamo nessuna ghettizzazione nel distretto del Kandhamal".
Sono tre sostanzialmente gli aspetti messi in luce dall'arcivescovo: la lentezza e la superficialità delle indagini condotte dagli organi giudiziari per individuare e punire i veri colpevoli delle violenze; l'inadeguatezza del supporto delle autorità statali nei piani di ricostruzione delle strutture devastate durante gli attacchi e l'assenza di qualsivoglia progetto, nei settori educativo e lavorativo, per garantire alle persone di continuare a vivere dignitosamente.
Il presule ha aggiunto che la stessa comunità ecclesiale non ha ricevuto il sostegno necessario per ricostruire le chiese e gli altri luoghi di culto profanati dai vandali.
Per quanto concerne l'aspetto della giustizia, si rileva che su oltre 3.000 denunce finora sporte nei confronti di presunti colpevoli di violenze, soltanto 832 sono state registrate dalla polizia. Inoltre, settantuno sono state le vicende giudiziarie approdate in tribunale, mentre altre sessantatrè sono state archiviate. In totale sono finora ottantanove le persone condannate, mentre altre duecentocinquantuno sono state scagionate dalle accuse, pur in presenza di varie testimonianze contro esse. Peraltro, in molti altri casi, i testimoni non si presentano neppure in aula di tribunale perché, è spiegato, "vengono minacciati di morte fin dentro le loro case e perfino i parenti vengono intimoriti, specialmente quando tra i presunti colpevoli ci sono personalità politiche". Per il presule, dunque, "i testimoni necessitano di un maggiore aiuto legale, affinché si possa affrontare la situazione con vigore e giustizia".
L'arcivescovo, in tale contesto, ha avanzato una precisa istanza alle autorità statali: "Il Governo deve mantenere una posizione di neutralità e trasparenza. Chiediamo l'istituzione di uno specifico organismo per investigare ogni caso di assassinio o di incendio e, contemporaneamente, affermiamo la necessità di trasferire fuori dal distretto del Kandhamal i casi giudiziari che riguardano personalità politiche influenti, per impedire le pressioni interne".
Passando al tema della ricostruzione, si denuncia che 3.000 famiglie sono ancora senza casa. Durante l'ondata di violenze fra l'agosto e il dicembre del 2008, 5.347 abitazioni sono state saccheggiate o bruciate dagli assalitori indù. Il presule critica il fatto che le autorità hanno messo in campo risorse troppo esigue per la ricostruzione: "La maggior parte delle case sono distrutte e vogliamo che le amministrazioni diano un pieno compenso alle famiglie". Peraltro, ha aggiunto, "molte famiglie non risultano iscritte nelle liste per l'assegnazione dei compensi: questa è una pratica iniqua, dovuta alla corruzione e all'indifferenza dei responsabili governativi".
La Chiesa, sebbene sia anch'essa in attesa di ricevere supporto per la ricostruzione dei luoghi di culto, sta mettendo in campo quante più risorse possibili per aiutare le famiglie. Il presule ha mostrato fermezza su questo specifico punto: "Siamo desiderosi di coinvolgerci al meglio delle nostre capacità e risorse, ma non esiteremo a rivolgerci fino all'Alta Corte dell'Orissa e alla Corte suprema dell'India se la miseria della gente non verrà lenita".
La comunità ecclesiale ha collaborato per la ricostruzione di 727 case totalmente o parzialmente distrutte. Una parziale stima parla di circa un terzo di cristiani, su 54.000 rifugiati, che hanno fatto ritorno nei loro villaggi e ora, la maggior parte di essi, attende un alloggio definitivo.
L'arcivescovo, nel concludere il suo intervento, ha comunque osservato che neppure la ricostruzione dei villaggi potrà eliminare le difficoltà della comunità, se a questo non si accompagneranno anche altri piani specifici per garantire il reinserimento sociale delle persone, mediante il lavoro e l'istruzione. Per il presule "questa è una calamità nazionale e richiede un pacchetto speciale per le persone colpite, che comprenda anche lavoro, educazione e assistenza sanitaria. In particolare, ci dovrebbe essere una giusta ridistribuzione delle terre nel distretto del Kandhamal, anche per coloro che non ne hanno".
Ma in India non c'è soltanto l'Orissa a preoccupare la Chiesa, anche il Karnataka è al centro dell'attenzione, negli ultimi mesi, per l'aumento degli attacchi ai luoghi di culto cristiani, l'ultimo dei quali avvenuto lo scorso 4 febbraio.
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São Paulo, 9. Il sacerdote deve assimilare la Parola di Dio e proclamarla agli altri con l'esempio. Il messaggio cristiano non ha soltanto carattere informativo ma "performativo". Ciò significa che il Vangelo non è soltanto una comunicazione di realtà ma è una comunicazione dinamica che produce eventi e che cambia la vita. E quel mutamento di vita è l'incontro con una persona, il Cristo, che salva e fa liberi. Questa, in estrema sintesi, la riflessione offerta dall'arcivescovo di São Paulo, il cardinale Odilo Pedro Scherer, ad oltre 500 sacerdoti del Brasile partecipanti al tredicesimo incontro nazionale a Itaci. L'appuntamento, sotto l'egida della Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani (Cnbb), ha costituito - come ha sottolineato il porporato - un momento privilegiato per "un rinnovamento della coscienza sacerdotale che porta a rinsaldare i vincoli della comunione ecclesiale". Una presa di coscienza di fronte alle sfide della nuova evangelizzazione in una "perenne tensione missionaria". Secondo il cardinale Scherer, il sacerdote, costantemente alimentato dall'Eucaristia, dalla preghiera, deve "approfondire la Parola di Dio incarnandola nel mondo con la consapevolezza che il Verbo è dono da offrire agli altri nella carità e nella speranza". Il ministero sacerdotale - ha sottolinato ancora il porporato - non può prescindere nella sua azione pastorale dall'educare quanti "ignorano le verità fondamentali della fede". Ecco allora il dovere d'ogni presbitero di promuovere "la lettura orante della Scrittura" nelle famiglie, nelle comunità e nelle parrocchie. Si tratta di una formazione permanente "personale e comunitaria" che, nella prospettiva della salvezza, diviene forza evangelizzatrice, testimonianza d'una fede "che sa offrire ragioni della speranza" anche a chi è lontano da Dio.
In occasione dell'incontro nazionale dei sacerdoti del Brasile, il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha inviato un messaggio ai partecipanti. "Nel contesto dell'Anno sacerdotale - sottolineano i presuli - noi benediciamo Dio per il dono della vita e per il dono del ministero dei sacerdoti mostrando loro il nostro sostegno fraterno ed esprimendo gratitudine per la generosa dedizione pastorale specialmente verso i più deboli della società".
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Parigi, 9. Tavole rotonde all'insegna dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso, testimonianze, approfondimenti, per comprendere come l'influenza della Bibbia vada ben al di là della civiltà ebraico-cristiana che ha contribuito a plasmare, come essa sia, appunto, patrimonio dell'umanità. Dopo Monaco, Nîmes, Strasburgo e Vannes, l'esposizione itinerante La Bibbia, patrimonio mondiale dell'umanità, organizzata dall'Alleanza biblica francese (Abf), è sbarcata ieri a Parigi, nella sede dell'Unesco, dove resterà fino a venerdì. Una mostra interattiva e multimediale, che presenta i diversi aspetti della Bibbia da un punto di vista culturale, storico e letterario, senza preconcetti confessionali, e che contribuisce a mettere in risalto l'influenza del libro sui popoli delle differenti aree del mondo.
"Il nostro desiderio - spiega il responsabile dell'esposizione, Matthieu Arnéra - è essere al servizio di tutte le Chiese. Il consiglio di amministrazione dell'Alleanza biblica francese è infatti composto da rappresentanti sostenuti dai membri di ogni confessione, anche se non fanno parte direttamente di esse. Vogliamo che questa mostra itinerante sia ecumenica e anche interreligiosa nelle città dove sono presenti comunità ebraiche", ha sottolineato Arnéra.
Per allestire l'esposizione sono stati necessari tre anni di lavoro da parte di un'équipe interconfessionale di ricercatori e biblisti, tutti volontari, che si sono prodigati in un'opera di totale ammodernamento di una precedente mostra. I visitatori hanno a disposizione una collezione unica di bibbie antiche (come il Nuovo Testamento di Erasmo) e di papiri, tavolette cuneiformi e di altri oggetti archeologici. Delle bibbie sono a disposizione del pubblico che potrà consultare i testi percorrendo ogni capitolo, ogni versetto, ascoltarli e vederli, accompagnati da musiche e canti. La mostra si rivolge al grande pubblico, in particolare a scolari e a studenti. Sono infatti le giovani generazioni le più interessate ai diversi supporti interattivi e multimediali. "Come i nostri figli - si chiedono gli organizzatori - in una società così complessa e incerta troveranno i loro punti di riferimento, un orientamento spirituale, dei valori di apertura e di fraternità? Ogni generazione ha la responsabilità di trasmettere il messaggio biblico in modo che ciascuno se ne appropri per costruire il futuro".
Il programma della mostra dell'Abf prevede, oggi e domani, quattro tavole rotonde. Alla prima, "Vivere la Bibbia nei Paesi della Bibbia", partecipano i direttori delle Società bibliche turca, palestinese, israeliana e arabo-israeliana. In Turchia la Società biblica è protagonista del dibattito su religione e laicità e in prima linea nella difesa delle minoranze religiose, così come, in Israele e nei Territori palestinesi, sullo sfondo delle tensioni comunitarie e religiose, i responsabili delle tre associazioni sono impegnati, insieme, nella promozione di una cultura della pace e del dialogo.
Monsignor Emmanuel Lafont, vescovo di Cayenne (Guyana), è tra gli ospiti della conferenza su "Bibbia e dialogo di culture", mentre il vescovo di Créteil, Michel Santier, presidente del Consiglio episcopale per le relazioni interreligiose, parteciperà al dibattito "Sguardi incrociati sulla Bibbia" assieme al gran rabbino René-Samuel Sirat, direttore della cattedra "Conoscenza reciproca delle religioni del Libro e insegnamento della pace" all'Unesco, al pastore e teologo Louis Schweitzer, e all'islamologo Rachid Benzine, dell'Osservatorio del religioso all'Istituto di studi politici di Aix-en-Provence. Sguardi incrociati sulla Bibbia, vista al di là della civiltà ebraico-cristiana, e sulla sua influenza nell'era della mondializzazione e del mescolamento delle culture e delle religioni.
In occasione dell'inaugurazione della mostra, sono stati resi noti i risultati di un sondaggio condotto dall'Ipsos per conto dell'Abf. Secondo le risposte del campione (1.017 persone di età superiore ai 15 anni), il 37 per cento dei francesi possiede una bibbia e, tra essi, il 3 per cento la legge quasi tutti i giorni. Un dato in discesa di cinque punti rispetto a un analogo sondaggio del 2001, il quale indicava che il 42 per cento dei cittadini aveva in casa una bibbia. Le cifre tuttavia salgono tra i cattolici praticanti, i lettori più assidui con il 68 per cento del totale: uno su due la consulta almeno una volta a settimana.
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Roma, 9. Orientare in favore dell'uomo le enormi e inedite potenzialità scientifiche e tecnologiche della fase storica che appare all'orizzonte. È questo l'"appello" fondamentale che è al cuore della "questione antropologica" contenuta nella Caritas in veritate. Enciclica in cui Benedetto XVI ribadisce con forza il "legame inscindibile" tra carità e verità, perché "un cristianesimo di carità senza verità diventa fatalmente marginale". A sottolinearlo è stato il cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, intervenuto ieri sera a Roma, nella basilica di San Giovanni in Laterano, all'apertura della nuova serie degli "Incontri in cattedrale 2010" con una relazione su "Caritas in veritate: i fondamenti antropologici dell'enciclica".
A introdurre Ruini è stato il cardinale vicario Agostino Vallini, che ha ricordato come la Caritas in veritate abbia "suscitato grande interesse" e sia stata "accolta con favore non solo nei mezzi di comunicazione sociale", ma nelle "sedi più diverse, da quelle scientifiche e culturali a quelle religiose, politiche, economiche e dell'alta finanza, in un momento in cui a livello mondiale si sono registrati cambiamenti radicali dalle prospettive imprevedibili, che domandano un ripensamento generale dei valori di riferimento su cui costruire la civiltà e l'economia mondiale".
Per il cardinale Ruini, "la verità dell'uomo s'esprime anzitutto nella centralità della persona umana" che un'altra importante enciclica, la Populorum progressio, dedicata da Paolo vi al grande tema dello sviluppo integrale e planetario, "considera come il principio chiave d'una corretta e feconda attuazione dello sviluppo".
La prospettiva nella quale la Caritas in veritate afferma la "centralità del soggetto umano", ha proseguito Ruini, tuttavia non è soltanto "funzionale" alla questione dello sviluppo; al contrario, "la centralità appartiene di per sé alla persona, in virtù del suo essere, e s'esprime e si manifesta a proposito dello sviluppo come in altre tematiche". In particolare, ha sottolineato il cardinale, "riguardo alle problematiche ecologiche e al rapporto uomo-natura, viene sottolineato in primo luogo che sia l'uomo sia la natura non sono il frutto del caso o del determinismo evolutivo, ma dell'intervento creativo di Dio", perché l'essere "non può provenire dal nulla e l'intelligenza non può essere nata dal caso". In questo senso, ha ribadito il porporato, anche "la stessa globalizzazione non va intesa come un processo fatale, anonimo e impersonale, sottratto alla nostra volontà e responsabilità, ma al contrario è un processo storico pluridimensionale e pienamente umano, con evidenti fattori tecnologici e dimensioni socio-economiche, ma con altrettanto essenziali aspetti culturali ed etici".
Alla base dell'orientamento etico dello sviluppo, ha affermato Ruini, sta "il riferimento alla natura sia dell'uomo sia delle realtà infra-umane e quindi alla "legge naturale"", perché "l'ambiente naturale reca in sé una "grammatica" che indica finalità e criteri per il suo utilizzo". Di fronte a queste considerazioni, è evidente "la responsabilità anche pubblica della Chiesa, custode d'una fede che ha un'essenziale dimensione etica e antropologica, sui grandi temi dello sviluppo e dell'ecologia". Dalla Caritas in veritate, ha precisato il cardinale, emerge che "l'elemento nuovo e specifico che è all'origine dell'attuale questione antropologica è costituito dai recenti sviluppi scientifici e tecnologici che hanno dato all'uomo un nuovo potere di intervento su se stesso". Una trasformazione che invita a riflettere sulle "capacità della razionalità scientifica e tecnologica d'assumere la guida dei processi di trasformazione dell'uomo e di assicurarne esiti positivi e benefici". Così, "per orientare a favore dell'uomo la nuova fase che si sta aprendo" - ha evidenziato Ruini - è importante "l'immagine e l'esperienza dell'uomo che prevale nello spazio complessivo della cultura e della società, a livello d'una nazione, d'una civiltà e ormai sempre più dell'intera umanità". E il "grande appello" contenuto nella Caritas in veritate, ha spiegato il cardinale, è quello di "orientare a favore dell'uomo la nuova fase che si sta aprendo per il fatto che l'uomo sta diventando capace di modificare fisicamente se stesso: è questo infatti il cuore della nuova "questione antropologica"". Due le condizioni essenziali affinché "un tale appello possa essere accolto e avere una reale efficacia storica". La prima ha a che fare "con il processo di globalizzazione e con i mutamenti in corso nei grandi equilibri geo-economici e geo-politici, ma anche e inevitabilmente geo-culturali" e riguarda i popoli eredi della tradizione cristiana, in particolare l'Italia, che "per primi hanno la responsabilità e il compito di mantenere e far fruttificare la centralità dell'uomo". La seconda, ha concluso, riguarda invece "ognuno di noi", nella situazione concreta in cui si trova, perché siamo tutti "corresponsabili" affinché "la centralità del soggetto umano assuma un rilievo forte e concreto, capace d'incidere sul crescente potere che l'umanità sta acquistando di modificare fisicamente se stessa, per orientare questo potere a favore dell'uomo, considerato in ogni singola persona e in ogni fase della vita sempre come fine e mai come mezzo".
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La Chiesa aggiorna le regole della preparazione al matrimonio. Come anticipato a Benedetto XVI durante l'udienza di lunedì 8 febbraio dal cardinale presidente Ennio Antonelli, il Pontificio Consiglio per la Famiglia sta elaborando un manuale per la preparazione dei fidanzati al sacramento nuziale.
Le linee guida del vademecum, che dovrebbe essere pronto entro la fine del 2011, sono state presentate nella prima giornata dell'assemblea plenaria - che si conclude mercoledì 10 - alla casa romana Bonus Pastor, dal segretario e dal sotto-segretario del dicastero, il vescovo Jean Laffitte e monsignor Carlos Simón Vázquez. Quest'ultimo ha sottolineato come esso rappresenti un aggiornamento del documento del 1996 "Preparazione al sacramento del matrimonio". A volerlo lo stesso Papa Ratzinger, che nel 2008 aveva espresso il desiderio di un vademecum per l'ammissione delle coppie alla celebrazione del rito, aggiungendovi il novum dell'accompagnamento degli sposi nei primi anni di vita in comune. Il prelato ha motivato la decisione del Pontificio Consiglio di ritornare sull'argomento quindici anni dopo, perché nel frattempo il contesto storico-culturale "ha modificato la consistenza del soggetto umano e cristiano", ponendo una serie "di sfide e situazioni mai contemplate prima in molti battezzati", soprattutto a causa del progressivo avanzamento di una legislazione che tenta - e in molti casi vi riesce - di ri-formulare i concetti di matrimonio, famiglia e vita umana. "Se oggi la cultura in tutti i campi tende a collocare l'esperienza dell'amore nella sfera del privato - ha detto - la Chiesa esercita la sua profezia affermando che esso è una realtà che va oltre il privato della coppia, è alla base della famiglia e costituisce una ricchezza indispensabile per la costruzione della società".
Al vescovo Laffitte il compito di presentare i lineamenta del vademecum, sui quali gli stati generali del dicastero sono chiamati a riflettere. Lo strumento di lavoro è frutto di un'ampia raccolta di materiale pubblicato sotto forma di norme e direttori da varie conferenze episcopali nazionali, arricchito dal contributo di associazioni familiari e di specialisti della materia.
Partendo dal presupposto che non esistono piani diocesani per la preparazione al matrimonio, il vademecum dovrà anzitutto individuare una metodologia univoca, che però tenga conto delle diversissime realtà in cui esso verrà adottato. Dalle prime indicazioni appare chiaro che i corsi dovranno essere più lunghi di quanto non lo siano attualmente, tra i sei e i nove mesi di durata, e che saranno rivolti a gruppi molto meno numerosi rispetto alla prassi attuale, in cui vengono ammesse fino a una trentina di coppie; il che va a detrimento degli aspetti del dialogo, dell'ascolto e dell'accompagnamento che un tale percorso esige.
I lineamenta sono stati strutturati in tre parti: la prima fa riferimento alla crescita e alla maturazione dell'amore umano, la seconda entra nel cuore della preparazione al matrimonio con le esigenze di accompagnamento dei candidati e la celebrazione del rito, la terza guarda alle coppie già sposate per una cultura della famiglia aperta alla vita.
A fare da sfondo, la consapevolezza di un pessimismo diffuso tra i giovani, i quali sebbene per il 90 per cento continuino a mettere al primo posto tra i valori fondamentali della vita la famiglia e la stabilità degli affetti, devono poi fare i conti con il numero crescente di separazioni e di divorzi che in alcune aree - come nella costa occidentale degli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Belgio e nell'Ile de France - raggiunge la quota del 50 per cento delle coppie, e soprattutto con la cultura dominante del "tutto e subito", del "mordi e fuggi", che ha trasformato il "per sempre" del legame sacramentale in quel "il più a lungo possibile" che non tiene conto della sacralità dell'amore umano.
La riflessione prende atto anche della differenziazione tra le varie aree geografiche. Così mentre nei Paesi occidentali uno dei nodi principali da affrontare è quello delle coabitazioni - con zone in cui più del 90 per cento dei candidati al matrimonio già convive, talvolta da anni - in altri, come l'India, c'è ancora il problema del dowry, la dote, quasi sparito in Europa e in America. Un altro aspetto riguarda quei giovani che giungono al matrimonio senza essere cresimati - in alcuni casi non hanno neanche fatto la prima comunione - oppure quelli per i quali proprio il catechismo per la preparazione ai sacramenti ha costituito in età adolescenziale l'ultimo contatto con la Chiesa. Infine ci sono realtà come le Filippine e la Corea, l'India (Kerala, Goa e Mumbai), l'Africa francofona (Benin e Rwanda), l'America Centrale (Costa Rica) e meridionale (Brasile, Cile, Perú) in cui la pastorale familiare è sviluppata e può contare sulla presenza di tante coppie; altre come Spagna, Francia, Portogallo, Italia, Slovacchia e Paesi concordatari germanofoni, in cui la preparazione alle nozze finisce con il ridursi a tre o quattro incontri senza contenuto.
Per il vescovo Laffitte il vademecum dovrebbe favorire la riconciliazione sacramentale dei candidati, essere integrato da un insegnamento catechetico di base, indicare un'unità di metodo, che passi attraverso la verifica delle volontà autentiche dei fidanzati, ponendo l'accento sulle questioni dell'indissolubilità, della fedeltà e del perdono, dell'apertura alla vita. Ed è su quest'ultimo aspetto che si dipana la terza parte dello strumento di lavoro. "È proprio durante i due o tre primi anni della vita coniugale - ha avvertito il presule francese - che si prendono nuove abitudini nei confronti della pratica religiosa: e questo tempo sfortunatamente è spesso quello in cui i novelli sposi si allontano dalla Chiesa, trascurando i loro doveri". Emerge anche un richiamo alla vocazione alla paternità e alla maternità nella insostituibile missione educativa dei genitori, coincidente con le prime fasi della vita matrimoniale.
In definitiva il documento risponderà alle domande: cosa significa sposarsi? cos'è necessario sapere per poterlo fare? chi può farlo? cosa significa essere sposati? cosa significa vivere da sposati?
La prima giornata della xix plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia si era aperta con la relazione introduttiva del cardinale Antonelli. Citando una ricerca sui benefici che le famiglie sane apportano alla società, il porporato ha parlato della cosiddetta "non famiglia" - ovvero "la famiglia disgregata, incompleta, ricomposta, ridotta a convivenze di fatto etero o omosessuali" - individuando tra le sue conseguenze negative: "sofferenza e danni fisici, psicologici, sociali, economici, oltre che etici e religiosi". Quindi facendo riferimento al tema di questa plenaria ha detto: "Si parla tanto dei diritti degli adulti: è ora di dare la priorità ai diritti dei bambini. Non diritto degli adulti ad avere un figlio o a non averlo a qualsiasi costo; ma diritto del bambino ad avere un padre e una madre che si amano e lo amano, a crescere insieme con loro; eventualmente a essere adottato da una coppia formata da un uomo e una donna".
"Se si guardassero le cose dal punto di vista dell'interesse del bambino - ha proseguito - cambierebbe la percezione del divorzio, della procreazione artificiale, della pretesa di single e di coppie omosessuali all'adozione, della priorità data alla professione e alla carriera, dell'organizzazione del lavoro".
E in questa "prospettiva-bambini" verrebbe a cadere "ogni motivo per concedere il matrimonio o un qualsiasi riconoscimento pubblico a una coppia omosessuale, che rimarrebbe così collocata tra le varie forme private di relazioni interpersonali. Il matrimonio, invece, da un punto di vista civile, risalta nel suo pieno significato in rapporto ai figli e al futuro della società, come istituzione di protezione e di ordinato sviluppo". "È soltanto a motivo dei bambini - ha concluso - che le relazioni sessuali diventano importanti per la società e degne di essere prese in considerazione da una istituzione legale".
Nel pomeriggio protagoniste sono state alcune coppie in rappresentanza dei continenti: i coniugi Ron e Mavis Pirola hanno parlato delle priorità della pastorale della famiglia in Oceania, soprattutto nella loro Australia; i nigeriani David E. e Mary-Joan Osunde, hanno affrontato il tema nella prospettiva di quanto emerso dal recente sinodo per l'Africa; i filippini Frank e Geraldine Padilla hanno portato le esperienze dei cattolici dell'Asia.
Martedì i lavori assembleari sono entrati nel vivo del tema in agenda: i diritti dell'infanzia a vent'anni dalla Convenzione dell'Onu che ha dato loro rilevanza giuridica internazionale. Mercoledì le conclusioni.
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