The Holy See Search
back
riga

 

SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

della Commissione per l'informazione della
X ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
30 settembre-27 ottobre 2001

"Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo"


Il Bollettino del Sinodo dei Vescovi è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico e le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione italiana

09 - 04.10.2001

SOMMARIO

SESTA CONGREGAZIONE GENERALE (GIOVEDÌ, 4 OTTOBRE 2001 - ANTEMERIDIANO)

Alle ore 09.00 di oggi giovedì 4 ottobre 2001, festa di S. Francesco d’Assisi, Fondatore dell’Ordine francescano, Patrono d’Italia, alla presenza del Santo Padre, con il canto dell’Ora Terza, ha avuto luogo la Sesta Congregazione Generale della X Assemblea Generale Ordinara del Sinodo dei Vescovi, per la continuazione degli interventi dei Padri Sinodali in Aula sul tema sinodale Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo. Presidente Delegato di turno S.Em.R. Card. Giovanni Battista RE, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

In apertura di questa Congregazione Generale sono intervenuti rispettivamente il Presidente Delegato di turno e il Segretario Generale.

A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 12.30 con la preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 238 Padri.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELEGATO

In apertura della Sesta Congregazione Generale il Presidente Delegato di turno ha espresso gli auguri per l’onomastico dei Padri sinodali in occasione della festa odierna:

Il nostro libretto Ora Terza indica oggi la festa di San Francesco di Assisi.

Mentre viviamo la comunione nella carità e santità della Chiesa, che risplende della vita dei santi e in modo particolare di San Francesco, con tutti nel mondo e soprattutto con i discepoli dello stesso San Francesco qui presenti, formuliamo voti fraterni a quanti in quest’aula è stato imposto con il battesimo il nome di Francesco. Sono circa quindici. Con tutti sia la nostra carità, il nostro affetto e la nostra preghiera.

INTERVENTO DEL SEGRETARIO GENERALE

In seguito, il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, S.Em.R. Card. Jan Pieter SCHOTTE, C.I.C.M. ha dato la seguente comunicazione:

Il prossimo 11 ottobre ricorre il trentesimo giorno della scomparsa delle innumerevoli persone travolte dal tragico abbattimento delle Torri Gemelle di New York.

Il degnissimo pastore di quella arcidiocesi, Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Edward M. Egan, Relatore Generale di questa X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, è vivamente atteso dal suo popolo per la celebrazione del trigesimo nella sua cattedrale.

Porterà a tutti un messaggio del Santo Padre e anche, pensando di interpretare il pensiero di tutti, l’espressione della fraterna carità e preghiera della nostra assemblea.

Poiché il nostro calendario prevede proprio per il giorno 12 ottobre la Relatio post disceptationem, affinché i nostri lavori possano proseguire senza alterazioni, il Santo Padre, dopo aver consultato la presidenza della nostra assemblea, ha deliberato di nominare un Relatore Generale Aggiunto nella persona di Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Jorge Mario BERGOGLIO, S.I., Arcivescovo di Buenos Aires.

Invito Sua Eminenza Bergoglio a prendere posto al tavolo di presidenza. Grazie.

INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)

Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

S.E.R. Mons. Antonio José LÓPEZ CASTILLO, Vescovo di Barinas (Venezuela).

Nel n. 17 dell’Instrumentum laboris si afferma che "al di là delle analisi politiche, sociologiche o economiche, i segni di sfiducia, o addirittura di disperazione, che sono nel mondo" indeboliscono la speranza. Pertanto, di fronte allo scontento sociale di grandi masse in miseria, senza presente né futuro, davanti al terrore che vuole intimidire e imporsi con la forza, alimentato da un fanatismo con la sua visione fondamentalista e radicale, dove il dialogo non esiste, non si può parlare di speranza come semplice moda. È invece necessario, a partire da una fede viva, abbracciare il crocifisso perché, a partire dalla sua Risurrezione, sia Lui la Speranza di un mondo nuovo.

Questa è la sfida del Vescovo, servitore del Vangelo per la speranza del mondo.

Come far sì che, a partire dall’Eucaristia, in un mondo di squilibri, si costruisca la comunione che produca la pace e ci sentiamo un’unica famiglia che si riunisce come fratelli in un mondo di dignità per tutti e in cui rinasca la speranza da Cristo morto e risorto?

[00089-01.06] [in065] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Antoni Pacyfik DYDYCZ, O.F.M. Cap., Vescovo di Drohiczyn (Polonia).

Con questo intervento mi riferisco al numero 55 dell’Instrumentum laboris dove si parla della santità del vescovo, basata sulla spiritualità evangelica. Là si afferma che il vescovo deve essere maestro, santificatore e pastore, pieno delle virtù. Tutto è vero. Capita, però, spesso che la cosi bella visione del ministero vescovile crolla, quando il vescovo apre il suo calendario dove ci sono indicati i numerosi incontri con le persone promettenti, i raduni prestigiosi e tante altre cose. E quando viene qualche prete o una persona bisognosa - egli non trova lo spazio libero del tempo per accoglierli.

Così scopriamo che il nostro ministero è vincolato, dipende da tante cose e non riesce ad offrire la speranza alle persone, a noi affidate. Si deve, dunque, liberare il nostro lavoro da ogni tipo di dipendenza, legata alla mentalità di questo tempo.

Il tempo del servizio del vescovo può trovare la sua nuova dimensione nella storia della salvezza. Dentro di essa si scopre un tempo nuovo, basato sulla Bibbia che può essere chiamato "tempo salvifico". Questo tempo, lo possiamo scoprire nelle parole e nell’atteggiamento di Gesù. Egli, da giovane di dodici anni, fu ritrovato a Gerusalemme. Sua Madre mostrò la vera preoccupazione. Con san Giuseppe persero alcuni giorni, percorsero diversi chilometri, cercandolo. Queste misure, però, non vengono accettate dal Signore. Egli si meraviglia: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49). E poi, dopo esser tornato a Nazaret, cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2, 52).

Nelle parole di Gesù troviamo una nuova misura, cioè la misura di "grazia" che definisce il tempo "salvifico". Alle misure di questo mondo come: sapienza ed età, Gesù aggiunge una cosa totalmente nuova: "la grazia davanti a Dio e agli uomini". Con questa nuova misura, il vescovo è in grado d’offrire la speranza in ogni circostanza. Vivendo il tempo "salvifico", egli si sente libero nel suo ministero evangelico, si sente vero servitore del Vangelo per la speranza del mondo.

[00114-01.05] [in091] [Testo originale: italiano]

S.Em.R. Card. Eduardo MARTÍNEZ SOMALO, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (Città del Vaticano).

Prima di tutto, come Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, desidero esprimere, a nome delle migliaia di uomini e di donne che hanno consacrato la propria vita a Dio e al servizio del Vangelo, la più sincera gratitudine per l'appoggio e l'incoraggiamento che ricevono dai propri Pastori per realizzare pienamente la vocazione e la missione a cui sono chiamati nella Chiesa e nel mondo. Partendo dal n. 92 dell'Instrumentum Laboris sulla "Sollecitudine per la vita consacrata", mi limito ad esporre alcune considerazioni.

Il quadro preciso e motivato che il Sinodo della vita consacrata ha offerto, illumina il rapporto tra il Vescovo e i singoli Istituti religiosi. Il Vescovo è Padre e Pastore dell'intera Chiesa particolare. A lui compete di riconoscere e rispettare i singoli carismi, di promuoverli e coordinarli" (VC 49). La relazione del Vescovo con ogni Istituto si apre allora ad un rapporto di paternità, di guida e, insieme, di domanda perché il dono dello Spirito possa esprimersi anche in un generoso servizio pastorale. L'Esortazione apostolica Vita consacrata dedica due paragrafi completi - il 48 e il 49 - ad esporre la relazione profonda che intercorre tra la vita consacrata e la Chiesa particolare in una feconda e ordinata comunione ecclesiale.

La necessità della presenza della vita consacrata nella Chiesa non è solo di ordine giuridico o semplicemente pastorale, ma di ordine teologico, perché il servizio più importante che offre è quello di essere, appunto, 'vita consacrata': rappresentazione sacramentale di Cristo vergine-povero-obbediente, consegnato totalmente al Padre e ai fratelli.

La Chiesa ha bisogno della vita consacrata per essere realmente se stessa. L’Esortazione apostolica citata lo afferma con particolare vigore: la vita consacrata non è una realtà isolata e marginale... si pone nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo per la sua missione" (VC 3a). "Appartiene indiscutibilmente alla sua vita e alla sua santità" (cfr. LG 44).

Ben si può affermare che i religiosi e le religiose sono membri della "famiglia diocesana" (MR 36). I religiosi chierici "appartengono, in certo qual modo, al clero della diocesi" (CD 4) e "sono una ricchezza spirituale per tutto il clero diocesano, al quale offrono il contributo di specifici carismi e di ministeri qualificati" (PDV 31 ). Da parte loro i religiosi fratelli, la cui vocazione "ha un valore proprio sia per la persona che per la Chiesa, indipendentemente dal ministero sacro" (VC 60), prolungano con i loro molteplici servizi la carità di Cristo.

Interessa anche richiamare il significato della "giusta autonomia di vita, specialmente di governo, mediante la quale (gli Istituti) hanno nella Chiesa una propria disciplina e possono conservare integro il proprio patrimonio di cui al can. 578" (can. 586). L'autonomia però non può essere invocata "per giustificare scelte che, di fatto, contrastano con le esigenze di organica comunione poste da una sana vita ecclesiale... Occorre invece che le iniziative pastorali delle persone consacrate siano attuate sulla base del dialogo cordiale e aperto tra Vescovi e Superiori dei vari Istituti. La speciale attenzione da parte dei Vescovi alla vocazione e alla missione degli Istituti e il rispetto, da parte di questi, del ministero dei Vescovi con la pronta accoglienza delle loro indicazioni pastorali per la vita diocesana, rappresentano due forme, intimamente connesse, di quella carità ecclesiale che impegna tutti al servizio della comunione organica - carismatica e, insieme, gerarchicamente strutturata - dell'intero popolo di Dio" (VC 49b).

Nei documenti della Chiesa (LG, CD, MR e VC) sono quindi descritti i doveri e i diritti dei Vescovi nei confronti della vita consacrata; essi, a loro volta, hanno la corrispondenza nei doveri e nei diritti dei religiosi. E' importante che gli uni e gli altri siano fedeli al ministero che Cristo affida a ciascuno, secondo il dono dello Spirito, perché la Chiesa possa realizzare la sua missione: rendere visibile Cristo tra gli uomini e seguirLo.

[00042-01.04] [in042] [Testo originale: italiano]

S.E.R. Mons. Wilton Daniel GREGORY, Vescovo di Belleville, Vice Presidente della Conferenza Episcopale (Stati Uniti d’America).

La nostra generazione è stata testimone di un’impareggiabile espansione delle potenzialità delle comunicazioni sociali. La seconda rivoluzione industriale del nostro tempo è quella delle comunicazioni. Questa rivoluzione ci mette a disposizione mezzi ineguagliabili per comunicare, evangelizzare e catechizzare. I vescovi hanno la seria responsabilità di fare un uso efficace delle comunicazioni moderne nella loro missione di insegnare e proclamare Cristo Crocifisso e Risorto dai morti.

In quanto vescovo proveniente da un paese che ha molte più responsabilità di altri per questa influenza gratuita e deleteria sui giovani, riconosco che non abbiamo fatto abbastanza per vincolare l’impero delle comunicazioni del nostro paese a uno standard di comportamento e di moralità più elevato. Tuttavia, il mondo delle comunicazioni ci offre un’arma a doppio taglio. Esso può essere usato non soltanto per disseminare informazioni immorali e dequalificate, ma può anche essere il veicolo che promuove la verità del Vangelo e diffonde quelle immagini e quei messaggi di Speranza e di Fede di cui il mondo continua ad avere tanto disperatamente bisogno.

Noi vescovi dobbiamo essere preparati per utilizzare questa nuova tecnologia e rispondere al suo uso scorretto, nel quadro della nostra responsabilità pastorale nei riguardi della nostra Chiesa locale e della Chiesa universale. La scarsa dimestichezza e il disagio nell’utilizzare tecnologie che influenzano l’intero nostro mondo stanno diventando una scusa inaccettabile per dei Pastori del Terzo Millennio. La Chiesa è da sempre investita del compito di usare i mezzi più efficaci per proclamare il Vangelo di Gesù Cristo, e noi Pastori del Terzo Millennio non siamo certo esenti da tale obbligo.

[00090-01.05] [in066] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Cosmo Francesco RUPPI, Arcivescovo di Lecce (Italia).

Grande, è la nostra responsabilità di essere - come esorta Paolo - testimoni ed operatori di carità, mettendoci dalla parte dei poveri senza equivoci e senza riserve, ma anche senza inquinamenti dottrinali, poiché abbiamo in noi la grazia dello Spirito e la forza di Cristo, che ha preso su di sé le sofferenze del mondo. Il vescovo ha il compito di portare il vangelo della speranza ai poveri, ai malati, ai profughi, ai rifugiati, ai carcerati, a tutti gli oppressi e perseguitati del mondo. Il vescovo deve essere il profeta della giustizia, l’apostolo della carità "evidenziando con coraggio i peccati sociali legati al consumismo, all’edonismo, all’economia di mercato, che produce un inaccettabile divario tra lusso e miseria" (Giovanni Paolo II) rifiutando l’idea che la molla dello sviluppo debba essere la logica del profitto. Per questo vanno sempre più riscoperte e riattualizzate le indicazioni che il Santo Padre ci ha dato nella "Sollecitudo rei socialis" e nella "Centesimus annus". Sui grandi temi della giustizia sociale, della solidarietà e del riequilibrio economico - sociale, la Chiesa non è, non può essere neutrale, come non lo è mai sui temi della pace, della libertà, del dialogo. Gli uomini di oggi, credenti e non credenti, governanti e governati, devono sapere che la Chiesa è prudente e paziente, ma non è silente quando ne va di mezzo il diritto alla vita, alla salute, alla sopravvivenza, a quelli che sono i diritti fondamentali riconosciuti ad ogni uomo e a tutti gli uomini.

Lo scenario mondiale, che fa da sfondo a questa assemblea sinodale, come avvenne nella prima del 1967, che si svolse durante la guerra del Vietnam, ci rende avvertiti che l’assalto vero non è stato solo contro una grande e operosa nazione, gli Stati Uniti, ma contro il potere economico mondiale, contro i grandi poteri, che strangolano intere popolazioni, affamandole, a volte, a viso aperto, ma assai più spesso , subdolamente.

La carità della Chiesa si fa sentire concretamente a favore degli immigrati spesso anche tra sacrifici, incomprensioni ed oltraggi, ma nessuno fermerà mai la Chiesa nella sua opera di accoglienza. Sarebbe, per questo, confortante se, da questa Assemblea, sorgesse un invito ai Vescovi e alle Chiese locali, a fare dell’accoglienza ai profughi e immigrati una delle più urgenti opere di misericordia.

[00084-01.04] [in063] [Testo originale: italiano]

S.Em.R. Card. Francis Eugene GEORGE, O.M.I., Arcivescovo di Chicago (Stati Uniti d’America).

La sacramentalità dell’episcopato, insegnamento del Concilio Vaticano II che non è ancora stato recepito pienamente, conferisce un significato più profondo alla vocazione del vescovo come segno di speranza per il mondo. Attraverso l’ordinazione episcopale, ogni vescovo è un Pastore nella Chiesa. La vita e il ministero del vescovo sono anagogici, rendendo presenti i misteri che portano la speranza della salvezza eterna al suo popolo.

La natura sacramentale della vocazione episcopale colloca il vescovo al centro della lotta contemporanea tra il bene e il male. In questa lotta, la sua vita è conformata a Cristo in modo trasparente, il suo ministero unisce le menti divise e risana i cuori divisi, la sua opera di Pastore unisce la sua Chiesa locale alla Chiesa universale e al suo Pastore, il Successore di Pietro.

[00091-01.03] [in067] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Louis PELÂTRE, A.A., Vescovo titolare di Sasima e Vicario Apostolico di Istanbul (Turchia).

Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che l’episcopato non appartiene esclusivamente alla Chiesa cattolica romana. A questo proposito, il decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II è molto chiaro. Parlando dei cristiani d’Oriente dice: "Hanno in comune con noi la successione apostolica" (cfr. n. 15). Ne discende che essi hanno la "facoltà di regolarsi secondo le proprie discipline" (n. 16). Se la disciplina orientale è legittima per quanto riguarda l’esercizio del ministero episcopale e, in particolare, l’organizzazione della collegialità, perché non prendere in considerazione questa tradizione, che si richiama a un’antichità tanto alta e spesso poggia sui primi Concili ecumenici? È per me causa di ammirato stupore vedere a qual punto, con mezzi poveri, attraverso le vicissitudini della storia, fin dai tempi apostolici le Chiese d’Oriente abbiano conservato intatto fino a oggi il deposito della fede e la struttura divina della Chiesa. Per la maggior parte del tempo, e per lunghi periodi, non sono stati né i brillanti teologi, né una struttura umanamente potente e organizzata, ad assicurare questa continuità ininterrotta. La trasmissione è stata assicurata da umili pastori e da una gerarchia ecclesiastica fedele all’insegnamento degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Ciò dovrebbe esortarci ad accantonare ogni timore e a non riporre eccessiva fiducia nella saggezza del mondo.

Ai numeri 30 e 131 dell’Instrumentum laboris si parla di ecumenismo, ma soltanto per sottolineare il progresso dei rapporti della Chiesa cattolica con le altre confessioni cristiane. In vari passi si menziona la diversa disciplina delle Chiese orientali, ma soltanto per presentarla come un’eccezione nella disciplina generale della Chiesa cattolica. In nessun momento questa venerabile tradizione è presentata come un modello, non alternativo, ma almeno come un’esperienza che potrebbe giovare a tutta la Chiesa.

[00092-01.05] [in069] [Testo originale: francese]

Rev. P. David A. FLEMING, S.M., Superiore Generale della Società di Maria (Unione dei Superiori Generali).

A partire dal Concilio Vaticano II, gran parte degli istituti religiosi ha cercato di attuare un tipo di governo che favorisce la partecipazione, pone l’accento sulla vicinanza e sulla comunione fraterna fra tutti i membri e privilegia l’ascolto, il dialogo, la sussidiarietà e la capacità di rendere conto. Si tratta di un modo di esercitare un’autorità autentica, ma in maniera collegiale. Prima di prendere decisioni di qualche importanza, di norma si consultano tutti coloro la cui vita sarà influenzata dalla decisione stessa. Concili, associazioni nazionali e continentali degli appartenenti e Capitoli accrescono il nostro senso della comunione. Forse la nostra esperienza di queste riunioni potrebbe essere utile nel rivedere lo stile delle Conferenze Episcopali e dei Sinodi Episcopali nella vita della Chiesa. Troviamo che questo modello di guida è utile all’inculturazione, portando ad un decentramento-nella-collaborazione. Esso ci consente di rispettare e valorizzare diverse espressioni locali pur mantenendo l’unità dell’intero istituto. Solitamente, tutti gli appartenenti sono coinvolti nella scelta di nuovi superiori maggiori per mezzo di elezioni o consultazioni. Dopo aver ascoltato il punto di vista di ciascuno, spesso scopriamo una profonda saggezza spirituale, che è indubitabilmente opera dello Spirito Santo all’interno del gruppo nel suo insieme. Sottolineiamo quanto sia prezioso lavorare insieme in consigli e in gruppi-guida, affinando le decisioni tramite l’interazione fra i punti di vista personali e culturali diversi. Questi modelli di guida richiedono ascesi personale, pazienza e fede. A volte procedono con lentezza. E tuttavia, pochi di noi vorrebbero tornare a una struttura più accentrata e autoritaria. Nel complesso, il nostro senso della direzione collegiale e della comunione è aumentato grazie a questo modello di governo che ci appare fecondo per la vita della Chiesa nel mondo odierno.

[00093-01.06] [in070] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Angelo MASSAFRA, O.F.M., Arcivescovo di Shkodrë, Presidente della Conferenza Episcopale (Albania).

Quale il ruolo del vescovo in Albania?

Come affrontare le sfide pastorali in questa nazione in cui sono ancora profonde le ferite lasciate dal regime comunista, il più ateo e disumanizzante del XX secolo?

l. Nella vita della Chiesa

In Albania la Chiesa è una Chiesa missionaria, vive in una società multireligiosa, che comprende le quattro fedi tradizionali: la cristiana (ortodossa e cattolica) e l'islamica (della maggioranza degli albanesi) e la bektashiana, ed altre fedi venute in questi ultimi anni.

Il vescovo può essere solo un vescovo Missionario: essere in mezzo alla gente ed annunciare la Parola di Dio: punto di riferimento sicuro non solo nell'ambito ecclesiale ma anche in quello civile. Questi i compiti e le sfide:

Animatore dell'unità con e tra Sacerdoti autoctoni e missionari e missionarie.

Animatore di una catechesi che deve dare contenuti evangelici allo spirito religioso-cristiano che neanche il comunismo più disumano è stato in grado di distruggere.

Promotore della catechesi a tutti i livelli per rendere i fedeli laici consci dei pericoli delle "sette".

Promotore instancabile per una Chiesa "ministeriale" superandone la concezione clericale.

Educatore di una comunità cristiana che sia segno di speranza nel sociale.

2. Nella società civile

La caduta del regime comunista nel 1991 non è stato solo il crollo di un sistema politico, economico e sociale, ma anche il crollo di valori e di una concezione di vita. Il "vecchio" è fallito; il "nuovo" non ha ancora contorni precisi e a volte ha il triste volto della sopraffazione, della corruzione, del profitto facile e ad ogni costo.

Per cui oggi nel cuore di molte persone esiste un forte perché deluse sia da uno sviluppo economico promesso e mancato, sia dalle persistenti tensioni socio-politiche che determinano il ritardo dello stesso sviluppo economico, rimanendo così l’Albania uno stato assistito.

L'emigrazione, legale e clandestina, è segno evidente di tutto ciò.

Un altro fenomeno sociale molto rilevante è quello dell'urbanizzazione. Migliaia di famiglie sono scese e continuano a scendere dalle montagne nelle città per trovare condizioni di vita più accettabili, diventando succubi del processo di secolarizzazione soprattutto nei suoi aspetti più negativi.

In questo contesto sociale il vescovo ha il dovere di formare le coscienze e le comunità, sanare le lacerazioni esistenti, far nascere la fiducia nell'altro, il senso della collaborazione e del bene comune, partendo dai ragazzi e giovani; ed inoltre costruendo chiese o cappelle, che sono segno del ritorno del Signore in mezzo alla gente, dopo mezzo secolo del regime comunista, che le ha distrutte, e anche segno altamente sociale e socializzante.

Ecumenismo e dialogo interreligioso

La Chiesa che è in Albania affronta e realizza con serenità il dialogo sia a livello ecumenico che interreligioso. I rapporti con i musulmani ed ortodossi sono improntati a rispetto, accettazione e collaborazione per i grandi ideali, come abbiamo fatto in questi anni molto difficili sia per la situazione interna sia durante la guerra nel Kossovo. In Albania le religioni hanno un ruolo insostituibile per la pace sociale, direi che hanno il ruolo di "ammortizzatori sociali". Nei gravissimi problemi sociali siamo chiamati a fare i mediatori, come durante gli sconvolgimenti socio-politici del marzo 1997: al momento del crollo dello Stato, solo la forza morale e l'intervento pacificatore dei responsabili delle religioni hanno salvato l’Albania dall'abisso e dalla guerra civile! Insieme celebriamo incontri di preghiera per la pace! Insieme abbiamo accolto e servito i rifugiati dal Kossovo nel 1999.

In generale i rapporti sono molto buoni, anche se non mancano piccoli problemi a livello locale!

"Casa della Pace"

Partendo precisamente dal fatto che la nostra Regione Balcanica ha vissuto negli ultimi dieci anni, e ancora sta drammaticamente vivendo, situazioni diffuse di conflitto e di violenza, è stato realizzato ed inaugurato recentemente a Scutari il progetto "Casa della Pace", che sarà un laboratorio di dialogo, di tolleranza e di solidarietà tra i vari popoli dei Balcani.

La Chiesa che è in Albania è una "Chiesa Martire", che risorge, purificata nella croce della persecuzione. Sarà di esempio e di stimolo il ricordo dei tanti "Testimoni della fede" uccisi dal regime comunista, e che speriamo di vedere, quanto prima, agli onori degli altari.

[00094-01.05] [in071] [Testo originale: italiano]

S.E.R. Mons. Robert Patrick MAGINNIS, Vescovo titolare di Siminina, Vescovo ausiliare di Philadelphia (Stati Uniti d’America).

L’Instrumentum laboris afferma che i vescovi devono avere una cura speciale per i giovani.

Il vescovo "non può fare a meno di costruire il futuro con coloro ai quali è affidato l’avvenire" (n. 96).

Dal momento che i giovani possono non di rado essere i migliori evangelizzatori dei loro coetanei, sarebbe saggio attirare questi giovani in grado di essere delle guide, e renderli radicati, sotto l’aspetto spirituale, negli ammaestramenti di Nostro Signore e della Sua Chiesa.

I giovani vanno sfidati ed educati a usare le grazie e i talenti dati loro da Dio adesso, per il maggior onore e la maggior gloria del Dio che li ama e che chiama per nome ciascuno di essi.

[00096-01.05] [in073] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Gerhard Ludwig GOEBEL, M.S.F., Vescovo Prelato di Tromsø (Norvegia).

Il vescovo costituisce la Chiesa e la rende visibile. Attraverso di lui viene costituita la Chiesa come sacramento della salvezza. Insieme ai sacerdoti e al popolo, egli è l’immagine della Chiesa universale. È servitore della verità e dell’unità nella diocesi e anche nei rapporti con i fratelli divisi nella fede.

Nel suo ambito, il vescovo ha il compito più alto di guida. Deve collaborare con i laici secondo il principio di sussidiarietà. Deve rispettare le maggiori conoscenze dei laici per quanto riguarda l’ambito secolare.

Uno dei principali compiti è il dialogo ecumenico, senza superbia e nella consapevolezza del cammino comune. La Chiesa cattolica in Scandinavia è solo un "piccolo gregge", che deve divenire lievito con l’aiuto del vescovo. Egli deve testimoniare il magistero della Chiesa che aiuta a non cadere nell’individualismo religioso.

[00097-01.06] [in074] [Testo originale: tedesco]

S.E.R. Mons. Ludwig SCHICK, Vescovo titolare di Auzia, Ausiliare di Fulda (Germania).

Nella Lettera Apostolica per il terzo millennio Novo millennio ineunte, Papa Giovanni Paolo II scrive: "E in primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi il cammino pastorale è quella della santità".

Santità significa coerenza di vita e di parola di ogni cristiano con il Vangelo. Per questo, come si legge nella Novo millennio ineunte, "le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno".

La santità è imprescindibile per l’apostolato e per l’evangelizzazione nel terzo millennio, poiché la sua mancanza rende più difficile a molte persone avvicinarsi alla Chiesa.

Il vescovo deve essere promotore e "pedagogo" della santità, promuovendo la lettura del Vangelo e impegnandosi a far sì che la confessione regolare diventi nuovamente un elemento fondamentale della vita di ogni cattolico. La venerazione di Maria sarà sempre un aiuto insostituibile sul cammino della santità.

La santità rende grande, bello e significativo l’essere cristiano e dona ai cristiani pace e gioia nello Spirito Santo.

[00098-01.04] [in075] [Testo originale: tedesco]

S.E.R. Mons. Donald James REECE, Vescovo di Saint John's-Basseterre (Antigua e Barbuda).

Al numero 77 dell’Instrumentum laboris si richiede una formazione permanente per i vescovi. Senza alcun dubbio, ciò aiuterebbe i vescovi ad adempiere al loro triplice compito di santificare, insegnare e guidare le loro Chiese locali in questi tempi moderni, in cui il relativismo, l’indifferenza e una spiritualità di minor portata attraggono le menti acritiche.

I vescovi della Conferenza episcopale delle Antille, tenendo conto delle attuali esigenze di un’efficace evangelizzazione, accolgono con piacere questa proposta di una formazione permanente. I vescovi non dovrebbero solo ricevere periodici corsi di aggiornamento nell’ambito della dottrina, ma dovrebbero essere messi a conoscenza degli sviluppi scientifici e tecnologici che ledono la natura e la dignità della persona umana o che influiscono sul progresso delle persone nella loro lotta per la giustizia e la pace nel mondo. In tal modo i vescovi riusciranno ad evangelizzare più efficacemente con "nuova metodologia, nuove espressioni e nuovo fervore".

Collegata a questa proposta di aggiornamento permanente, vi è la necessità di rivedere la nozione dei Ministeri nella Chiesa, sviluppo previsto dal Concilio Vaticano II. Espressioni di tale sviluppo sono i sinodi diocesani, i consigli economici diocesani e parrocchiali e i consigli pastorali diocesani e parrocchiali. Un ulteriore decentramento dei ministeri potrebbe offrire ai vescovi più possibilità di concentrarsi su ciò che è fondamentalmente legato al loro triplice compito? Si potrebbe citare lo sviluppo del diaconato così come ci viene presentato negli Atti degli Apostoli ai capitoli 6 e 8. Filippo, ordinato per il servizio delle mense, è visto evangelizzare con grande efficacia in Samaria e nel caso dell’eunuco etiope.

I tempi moderni, con le loro sfide, esigono una "nuova metodologia, nuove espressioni e nuovo fervore" se Gesù Cristo deve essere presentato in modo convincente ad un mondo che anela alla speranza autentica.

[00099-01.04] [in076] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Anthony Leopold Raymond PEIRIS, Vescovo di Kurunegala (Sri Lanka).

Dall’inizio del suo pontificato, il Santo Padre Giovanni Paolo II viene esortando i vescovi a varare programmi per un profondo rinnovamento a livello delle Chiese locali, alla luce del Concilio Vaticano II. L’obiettivo di questo rinnovamento era che la Chiesa potesse "assumere con nuovo slancio la sua missione evangelizzatrice" (NMI).

Nella sua Assemblea plenaria del 1990, la Federazione dei Vescovi dell’Asia ha proposto il "nuovo modo di essere Chiesa": "La Chiesa in Asia dovrà essere una Comunione di Comunità dove laicato, religiosi e clero si riconoscono e si accettano gli uni con gli altri come sorelle e fratelli ".

Questo richiede una Chiesa partecipativa, in cui i doni dello Spirito Santo, profusi su tutti i fedeli, siano riconosciuti e attivati e i cui membri divengano uomini e donne con una forte esperienza di Dio. Ciò comporta da parte di noi vescovi un atteggiamento di fiducia nella fede e nell’iniziativa del laicato. Il vescovo deve dimostrare nella sua vita il nuovo spirito di comunione e un modello di guida che non sia di predominio, bensì quello di un Pastore. Le piccole comunità cristiane sono luogo di formazione e di partecipazione sia alla vita, sia alla missione della Chiesa. La nostra linea di condotta deve essere liberalmente aperta alla voce dei laici.

Tutta la Chiesa come corpo è al servizio del Regno. Incontrandosi attorno alla Parola di Dio, i membri della Chiesa si orientano verso il Regno. Lavorando insieme nel quartiere in piccole comunità cristiane, essi saranno pronti a lavorare insieme con i seguaci di altre religioni per costruire un mondo migliore per tutti.

L’occasione privilegiata per il vescovo è la visita pastorale al suo popolo. È allora che il vescovo giunge a conoscere il suo popolo a livello di base, di vita quotidiana, e ne condivide le gioie, i dolori, le aspirazioni. Egli diventa così un segno di speranza nella sua carità pastorale secondo il modello del Buon Pastore (Gv 10, 14-16). Essendo colui che anima e favorisce il "nuovo modo di essere Chiesa", il vescovo è anche chiamato "a un nuovo modo di essere vescovo".

[00100-01.04] [in077] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Elías YANES ALVAREZ, Arcivescovo di Zaragoza (Spagna).

Uno dei compiti primari dei Vescovi è quello di promuovere la santità dei laici e la loro attività apostolica. "L’apostolato dei laici è la partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa. [...] Sia perciò loro aperta qualunque via affinché...anch’essi attivamente partecipino all’opera salvifica della Chiesa" (LG 30, 33, 40).

Oltre all’apostolato individuale al servizio di tutti, che è insostituibile, hanno particolare importanza le forme associative, non solo per motivi antropologici e sociali, ma per ragioni ecclesiologiche. L’apostolato associato è "segno della comunione e dell’unità della Chiesa" (AA 18.23; Christifideles laici 29).

Tra le varie forme di apostolato laico associato, hanno avuto un posto speciale nell’apprezzamento della Chiesa le associazioni e il movimento dell’Azione Cattolica, particolarmente raccomandate dal Concilio dei Vescovi (ChD 17b). Questa forma di apostolato sociale insieme alle quattro note, espressa dal Concilio (AA 20), continua a essere necessaria, anche se sotto nomi diversi. Paolo VI ha detto che essa "già appartiene al disegno costituzionale della Chiesa" (25 - VII - 1963; 8 - XII - 1968). Il nostro Santo Padre Giovanni Paolo II ne fa menzione nell’esortazione Christifideles laici al n. 31. Essa è chiamata a esprimere, nella sua vita, l’essere e la vita della Chiesa, come mistero, comunione e missione (Christifideles Laici cap. I-III). Deve rendere presente la Chiesa in ambienti lontani dal Vangelo. È, senza dubbio, un dono dello Spirito Santo al Popolo di Dio che noi Vescovi dobbiamo coltivare.

[00101-01.04] [IN078] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Malcolm Patrick McMAHON, O.P., Vescovo di Nottingham (Gran Bretagna).

La tradizione domenicana offre un sistema di buon governo che rispetta l’individuo, riconosce le doti e lascia spazio all’espressione, permettendo allo Spirito di parlare attraverso la singola persona e la comunità. I fedeli della Chiesa hanno il diritto di essere governati nella speranza e nella libertà.

Contrapposti alla speranza vi sono la presunzione - Dio salva a prescindere dalla Chiesa e dalla persona - e il fatalismo - "nulla di ciò che faccio può fare la differenza" -. La speranza si oppone a ciò motivando chi è privo di obiettivi e offrendo un futuro. Vi sono tre aspetti di cui il vescovo che governa la sua diocesi con speranza deve tener conto:

1. Bisogna permettere che la discussione si svolga in uno spirito di comunione. Invece di sentirci minacciati dalle opinioni contrarie, anche noi, come san Tommaso d’Aquino, dovremmo imparare dalle argomentazioni altrui. Nella nostra ricerca, il Dio della verità rivela se stessa.

2. I laici sono pieni di speranza se vengono formati nella fede e preparati ad essere membri preziosi della Chiesa e della società.

3. Governare con speranza significa edificare una Chiesa fiduciosa che offre speranza al mondo. Grazie alla condivisione della fede, il nostro mondo sofferente impara a conoscere meglio e ad amare Gesù Cristo, divenendo un luogo più ricco di speranza.

[00102-01.04] [in079] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Józef MICHALIK, Arcivescovo di PrzemyÑl dei Latini (Polonia).

Il buon pastore dovrebbe identificarsi con Gesù Cristo, cercando di essere un custode delle pecore a lui affidate in maniera talmente fedele da offrire la sua vita. Anche oggi non mancano i pastori chiamati a dare la propria vita per le loro comunità, in modo particolare nei paesi, dove la fede viene perseguitata. Ringraziamo il Signore per la loro testimonianza della fede e non dimentichiamoli nelle nostre preghiere. La fede dell'uomo dei nostri tempi deve crescere in comunione con il vescovo di Roma e nella vita all'interno della Chiesa. Oggi, la fede deve affrontare continuamente le nuove situazioni e viene sfidata dalle proposte del mondo odierno che propone i modelli diversi di vita che non sempre sono appoggiati sui principi cristiani. In questa luce diventa ancora più attuale l'appello del Papa a dare la fine alle sofferenze, agli abusi e allo sfruttamento dell'uomo nel mondo contemporaneo. Il nostro silenzio in questione sarebbe un segno di mancanza della sensibilità e di paura. Bisogna difendere anche il valore della parola, la quale nel mondo odierno sta perdendo sempre di più il suo ruolo principale di comunicare la verità e subisce i diversi tipi di manipolazione. Nei tempi di una propaganda comunista il cardinale Stefan Wyszynski incoraggiava i sacerdoti in Polonia ad annunziare il Vangelo con le parole semplici insistendo non tanto sulla forma, quanto sul valore del messaggio evangelico. Vedo un particolare pericolo che comporta il posto che occupano oggi i mezzi di comunicazione nella vita dell'uomo. La paura di essere giudicati. dalla TV oppure dai giornali non può paralizzarci. La verità non s'inginocchia di fronte alle mass-media. Bisogna apprezzare il loro lavoro e il ruolo nella società, ma non si può ricercare la popolarità ad ogni costo. Oggi c'è un fortissimo bisogno dell'unità del pensiero e del coraggio di tutti i vescovi della Chiesa nell'insegnare la verità della fede e nello svelare le menzogne, il che aiuterà a proteggere con l'efficacia gli oppressi e i deboli. La coscienza e il cuore del vescovo non possono essere condizionati dall'opinione pubblica. Da anni sono impressionato dalla determinazione di cardinale Karol Wojtyla e da Giovanni Paolo Il nel difendere l'uomo più debole, appena concepito. La lotta per la vita è solo uno dei numerosi problemi che richiedono il coraggio del pastore - profeta nel mondo che cambia.

Questa difficile realtà richiede una particolare unità tra i pastori della Chiesa e il popolo che guidano. L'importanza di tale vincolo hanno capito bene i focolarini che con il coraggio ricordano la chiamata del Signore: offrire la vita per i fratelli (Gv 10,11). La realizzazione di questa missione deve essere accompagnata da una preghiera assidua, umile e fiduciosa.

[00103-01.03] [in080] [Testo originale: italiano]

S.E.R. Mons. Alphonse GEORGER, Vescovo di Oran (Algeria).

Il tema della riflessione di questo decimo Sinodo dei Vescovi è particolarmente importante per noi, Vescovi dell’Africa Settentrionale (Algeria, Libia, Marocco, Tunisia): il ministero del Vescovo "per la speranza del mondo" viene considerato non soltanto dal punto di vista della comunità cristiana, fortemente minoritaria, ma anche in rapporto con la società musulmana. Il n. 443 § 4 del CIC sottolinea che i non battezzati sono anch’essi affidati dal Signore allo zelo pastorale del Vescovo, che deve essere segno dell’universalità dell’amore di Dio per tutti gli uomini.

Il Vescovo, nella sua vita personale così come nell’esercizio del suo ministero, deve mettere in pratica un dono dello Spirito Santo che non è destinato soltanto alla comunità cristiana ma riguarda tutta la società chiamata da Dio alla conversione del cuore, ad un approfondimento della vita della fede, della speranza e della carità. Nei periodi difficili caratterizzati da crisi sociali (integralismo, terrorismo) che alcuni dei nostri paesi stanno attraversando, il Vescovo deve essere per tutti il servitore della speranza: la sapienza dei suoi consigli, la serenità e la pazienza nella sofferenza fanno di lui la roccia sulla quale gli uomini nella prova possono trovare appiglio. Il ministero della speranza nella difesa della verità può condurre il Vescovo al dono della propria vita, sull’esempio di Cristo, come venne chiesto al mio predecessore, Mons. Pierre Claverie.

La nostra presenza in terra d’Islam risulterà possibile, auspicata e autentica soltanto se saremo gli umili servitori dell’amore gratuito di Gesù del quale siamo i discepoli.

[00104-01.03] [in081] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Joseph Henry GANDA, Arcivescovo di Freetown and Bo Presidente della Conferenza Episcopale (Sierra Leone).

La globalizzazione è un aspetto che è brevemente menzionato nell’Instrumentum laboris ai paragrafi 16 e 18. Vorrei commentare questo nuovo fenomeno, che influenza anche le prospettive e le sfide della Missione evangelizzatrice della Chiesa - compito principale del Vescovo, Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo.

Vorrei portare alla luce i motivi che influenzano più seriamente l’opera di evangelizzazione nella Chiesa a causa di questo nuovo fenomeno.

Uno degli aspetti più vantaggiosi della globalizzazione è mettere insieme diverse culture, religioni e gruppi etnici con l’uso dell’informazione.

Tuttavia ciò non facilita il discernimento critico e la sintesi matura dei valori morali. Inoltre dà un atteggiamento relativistico alla vita e alle cose del mondo.

Uno dei maggiori aspetti negativi della globalizzazione, che riguarda la Chiesa, è l’insuccesso nel promuovere la vita coniugale e la famiglia.

È nostra speranza che questo Sinodo stabilisca alcune direttive riguardo a un approccio pastorale alla globalizzazione.

Un altro argomento, non disgiunto dalla globalizzazione, è la necessità di una solidarietà pratica con le Chiese particolari, soprattutto nel Terzo mondo, che vive difficili situazioni di guerra, violenza, colpi di stato militari e tensioni religiose ed etniche che colgono sia la Chiesa che il popolo di sorpresa e durano per un certo tempo, durante il quale vi sono perdite di vite e di proprietà. In questi paesi i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose sono spesso seriamente colpiti. Essi hanno bisogno non soltanto di preghiere, ma di segni personali e visibili di solidarietà con visite e assistenza da parte delle loro Chiese sorelle vicine e lontane.

Tali gesti possono essere di grande consolazione a quanti hanno sofferto.

[00105-01.03] [in082] [Testo originale: inglese]

S.B.Em. Card. Nasrallah Pierre SFEIR, Patriarca di Antiochia dei Maroniti (Libano).

Al n. 12 dell’IL si legge: "Solo così, unito a Cristo (...) il Vescovo diventa profeta della speranza".

Il vescovo deve trasformarsi in profeta della speranza, anche quando, chino sotto il peso della sua carica episcopale, ha l’impressione che tutti gli orizzonti siano chiusi. Deve sperare contro ogni speranza.

Ognuno sa che viviamo in un mondo che si fa sempre più complicato e in cui l’uomo, prigioniero delle proprie invenzioni, soprattutto delle sue armi sofisticate, vive in un clima di paura. I recenti attacchi orribili e disumani che hanno preso di mira i simboli del potere economico, militare e politico della più grande Potenza del mondo lo hanno fatto piombare nell’inquietudine.

Separato da Dio, l’uomo è condannato a divenire preda dell’inquietudine. Sant’Agostino ha ben espresso quest’idea. Da qui la necessità di rievangelizzare molti paesi che si dicono cristiani, esaltare i valori cristiani, promuovere i diritti umani, dare stabilità alla famiglia, prima cellula di base di una società umana armoniosa. Questa missione, Cristo l’ha affidata alla sua Chiesa e, di conseguenza, al Vescovo. Principe d’unità, difensore della città, profeta della speranza, buon pastore, egli dà la vita per il suo gregge.

È il ruolo dei Vescovi in Libano. Essi cercano di ridare speranza e sollevare il morale dei fedeli umiliati, vessati, privati della dignità nazionale. Non avendo alcun potere decisionale, si rifugiano nell’emigrazione. È così che in quest’ultimo decennio un milione di libanesi, soprattutto giovani, per la maggior parte diplomati, se ne sono andati. La nostra regione, dove Cristo è nato, rimarrà senza alcuna testimonianza cristiana?

Siamo certi di non essere soli. Vinciamo ogni scoraggiamento. Cristo - Dio fatto uomo - dimora presso di noi.

[00106-01.03] [in083] [Testo originale: francese]

AVVISI

BRIEFING PER I GRUPPI LINGUISTICI

Il quarto briefing per i gruppi linguistici avrà luogo domani venerdì 5 ottobre 2001 alle ore 13.10, a conclusione della Ottava Congregazione Generale del mattino (nei luoghi di briefing e con gli Addetti Stampa indicati nel Bollettino N. 2).

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).

POOL PER L’AULA DEL SINODO

Il quarto "pool" per l’Aula del Sinodo sarà formato per la preghiera di apertura della Ottava Congregazione Generale di venerdì mattina 5 ottobre 2001.

Nell’Ufficio Informazioni e Accreditamenti della Sala Stampa della Santa Sede (all’ingresso, a destra) sono a disposizione dei redattori le liste d’iscrizione al pool.

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporters sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio per le Comunicazione Sociali per la partecipazione al pool per l’Aula del Sinodo.

Si ricorda che i partecipanti al pool sono pregati di trovarsi alle ore 08.30 nel Settore Stampa, allestito all’esterno di fronte all’ingresso dell’Aula Paolo VI, da dove saranno chiamati per accedere all’Aula del Sinodo, sempre accompagnati da un ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede, rispettivamente dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali.

BOLLETTINO

Il prossimo Bollettino N. 10, riguardante i lavori della Settima Congregazione Generale della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi di questo pomeriggio, sarà a disposizione dei Signori giornalisti accreditati, domani venerdì 5 ottobre 2001, all’apertura della Sala Stampa della Santa Sede.

Domani mattina venerdì 5 ottobre 2001 sarà a disposizione la versione rivista e aggiornata dell’Elenco dei partecipanti, nel Bollettino 01-B del 5 ottobre 2001, che sostituirà il Bollettino 01 del 29 settembre 2001.

 
Ritorna a:

- Indice Bollettino Synodus Episcoporum - X Assemblea Generale Ordinaria - 2001
  [Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

- Indice Sala Stampa della Santa Sede
 
[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

 

top