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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

della Commissione per l'informazione della
X ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
30 settembre-27 ottobre 2001

"Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo"


Il Bollettino del Sinodo dei Vescovi è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico e le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione italiana

15 - 08.10.2001

SOMMARIO

DODICESIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 8 OTTOBRE 2001 - POMERIDIANO)

Alle ore 17.00 di oggi, alla presenza del Santo Padre, con la recita dell’Adsumus, ha avuto inizio la Dodicesima Congregazione Generale, per la continuazione degli interventi dei Padri Sinodali in Aula sul tema sinodale Il Vescovo Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo. Presidente Delegato di turno S. Em.R. Card. Giovanni Battista RE, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 232 Padri.

INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)

Sono intervenuti i seguenti Padri:

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

S.Em.R. Card. Camillo RUINI, Vicario Generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, Presidente della Conferenza Episcopale (Italia)

Quando il Concilio Vaticano II riformulava i rapporti tra il primato del Papa e la potestà collegiale dei Vescovi, il riconoscimento dell'autorità nella Chiesa appariva tranquillo e generalmente condiviso. Poco dopo è intervenuta invece una specie di "rivoluzione culturale" che ha messo in discussione l'autorità a tutti i livelli della vita civile ed anche ecclesiale. Il Concilio aveva dato però in anticipo una risposta sostanziale, riproponendo l'insegnamento evangelico sull'autorità come servizio.

Dopo il Concilio l'esercizio dell'autorità nella Chiesa è risultato spesso faticoso e, anche se ora le difficoltà più acute sembrano superate, resta il problema di come il necessario servizio dell'autorità possa essere meglio compreso, accettato e adempiuto.

In proposito si propongono due considerazioni. La prima riguarda la motivazione dell'autorità ecclesiale che, per essere accettata interiormente, deve mostrarsi il più chiaramente possibile come partecipazione alla missione di Cristo, da viversi e da esercitarsi perciò nell'umiltà, nella dedizione e nel servizio.

La seconda considerazione si riferisce alla profonda e convinta unità che deve esistere tra le diverse istanze dell'autorità nella Chiesa, per poter dare una risposta attendibile alle domande del nostro tempo: di qui la grande importanza della spiritualità di comunione, o anche "mistica della comunione".

[00192-01.03] [IN154] [Testo originale: italiano]

S.Em.R. Card. Edmund Casimir SZOKA, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, Presidente della Prefettura della Città del Vaticano (Città del Vaticano)

Desidero semplicemente sottolineare un unico aspetto del ministero del vescovo, soprattutto del vescovo diocesano. I miei commenti non intendono trattare né in modo diretto né in modo indiretto le questioni teologiche che possono essere coinvolte. Parlo da un punto di vista interamente pratico.

In modo elementare e fondamentale la Chiesa vive a livello parrocchiale. La maggior parte delle persone sperimentano la Chiesa solo nelle parrocchie e non a livello diocesano o universale. È nella parrocchia che ricevono i Sacramenti: Battesimo, Riconciliazione, Confermazione, Matrimonio e soprattutto la Santa Comunione durante la celebrazione della Messa. È il Pastore della parrocchia che le conduce, le guida e le forma. È la parrocchia il luogo dove sentono proclamare più di frequente la Parola di Dio.

Il vescovo deve essere consapevole di questa realtà. Egli può scrivere lettere pastorali, sviluppare diversi piani e programmi pastorali, ma se non viene sostenuto attivamente dai suoi parroci per attuare le lettere e i programmi, questi non avranno il successo dovuto, o al massimo lo avranno solo in parte.

Il vescovo, d’altro canto, non può amministrare direttamente ogni parrocchia della diocesi. Egli deve essere Pastore e non amministratore, ma deve esserlo dell’intera diocesi. Basandomi sulla mia esperienza, ritengo che il vescovo possa essere più efficace nel suo ministero diocesano se dedica la maggior parte del proprio tempo e della propria attenzione ad assistere i suoi sacerdoti. I sacerdoti hanno bisogno del loro vescovo. Ne hanno bisogno come Pastore che li conosce, li ama, si occupa di loro ed è sempre a loro disposizione per le loro esigenze. Sebbene molti sacerdoti non userebbero queste parole, desiderano un vescovo che sia per loro come un padre.

So bene che i vescovi diocesani hanno numerosissime altre responsabilità che prendono tanto del loro tempo e della loro attenzione. Vorrei tuttavia rispettosamente suggerire e addirittura sollecitare il vescovo ad essere pronto, se necessario, a rinunciare ad altre attività, incontri ecc., per dedicare tempo e energie sufficienti ai suoi sacerdoti.

Se il vescovo ha un presbiterio felice, la diocesi funziona bene. Se non ce l’ha, allora non funziona.

La domanda che, secondo me, a questo punto nasce spontanea è chi assiste i vescovi. Si tratta di un altro argomento che non posso trattare nel poco tempo accordatoci.

Ritengo tuttavia che la risposta ovvia sia: il Santo Padre. Naturalmente non può farlo da solo. Ci ha però dato un esempio eccezionale di servizio ai vescovi, come ad esempio il tempo che dedica a ogni vescovo e a ogni gruppo di vescovi in occasione delle visite quinquennali. Le innumerevoli udienze private che concede ai singoli vescovi, gli incontri speciali con i vescovi quando si reca in visita nei loro paesi. Il grande numero di sinodi celebrati e la presenza del Santo Padre a ogni sessione generale dei Sinodi, come abbiamo potuto constatare in questo Sinodo. Ed egli ci dedica tutto questo tempo nonostante le altre innumerevoli e pressanti questioni mondiali delle quali si deve occupare. Dovremmo prendere a cuore il suo esempio.

[00193-01.04] [in155] [Testo originale: inglese]

S.Em.R. Card. Karl LEHMANN, Vescovo di Mainz, Presidente della Conferenza Episcopale (Germania)

Dopo il Concilio Vaticano II, tutte le strutture, i servizi e gli uffici importanti nella Chiesa appaiono fondati e originati nella "communio", e al contempo chiamati e sfidati per la missione in tutto il mondo. Ciò è collegato in modo fondamentale col sacrificio di Cristo per tutti gli uomini. Siamo piuttosto abituati a vedere il servizio episcopale come radicato in modo elementare e insostituibile nella "communio". Oggi, tuttavia, la missione del vescovo verso tutti gli uomini che nasce da questa "communio" deve essere percepita in modo nuovo e rivalutata. Ciò vale anche per il rapporto con l’ecumenismo, con le religioni non cristiane e con i non credenti. Questo compito ha molte conseguenze sul modo in cui il vescovo intende il suo servizio, soprattutto oggi, nel mondo secolarizzato. Egli deve annunciare il messaggio cristiano in modo convincente, con argomentazioni e apertura al dialogo, e pieno di slancio, senza lasciarsi mettere sulla difensiva dalla sfide moderne. Questo aspetto, che prevale anche nel tema del Sinodo (Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo), si riallaccia al Concilio Vaticano II e rafforza al contempo anche questa importante prospettiva, che ha numerose conseguenze pratiche per quanto riguarda l’attività del vescovo, il suo modo di porsi e i criteri per la nomina di candidati adatti.

[00194-01.04] [in156] [Testo originale: tedesco]

S.E.R. Mons. Tarcisius Gervazio ZIYAYE, Arcivescovo di Blantyre, Presidente della Conferenza Episcopale (Malawi)

Il Vescovo ha il dovere di portare la presenza di Dio a una comunità particolare. Deve provvedere affinché, nella Chiesa particolare, i fedeli abbiano la possibilità di accostarsi alla tavola del Signore, soprattutto la domenica, in spirito di gioia, per ringraziare Dio la cui grande misericordia ci ha rigenerati "mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva" (1 Pt 1, 3). In altre parole, l’Eucaristia è al centro di ogni comunità ecclesiale particolare e, più precisamente, di ogni cristiano. Allo stesso tempo si nota che in molte parti della Chiesa, come per la nostra situazione in Malawi, a causa della carenza di sacerdoti, sta diventando più difficile provvedere alla celebrazione dell’eucaristia. In una situazione di questo tipo, come fa il Vescovo a esercitare il suo dovere di provvedere alla celebrazione dell’Eucaristia in tutte le comunità?

Considerando questa carenza di sacerdoti, i Padri del Sinodo potrebbero raccogliere la sfida di un gemellaggio tra diocesi che potrebbe sostenere quelle più povere sia dal punto di vista del personale che delle finanze. Ciò in spirito di fratellanza e in una Chiesa che è famiglia di Dio, dove la condivisione è necessaria e importante.

Mentre discutiamo della carenza di sacerdoti, il ruolo dei laici non può essere trascurato. Il ruolo e la responsabilità cristiana che ricoprono nel gestire le piccole comunità cristiane delle regioni dell’AMECEA costituiscono un aiuto formidabile. Occorre metterli in grado di operare formandoli a compiere i propri doveri in modo più efficace ed efficiente.

Considerando il fatto che il Vangelo è la prima sorgente di speranza, questo Sinodo si sta appellando ai Vescovi affinché studino come predicare al meglio il Vangelo oggi alla luce dei segni dei tempi e come approfondire la fede della gente. Ancora una volta, è importante esaminare seriamente l’approccio al catechismo e il modo in cui questo viene insegnato.

[00197-01.04] [in157] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Joseph KHOURY, Vescovo di Saint-Maron de Montréal dei Maroniti (Canada)

L’emigrazione verso l’Occidente dei fedeli delle Chiese orientali del Medio Oriente è una fonte di sofferenze, tanto per le famiglie che si sono trovate smembrate quanto per le società indebolite da queste emigrazioni o per le Chiese orientali stesse la cui testimonianza cristiana nei territori storici d’origine viene affievolita.

I vescovi, pastori delle Chiese orientali in territorio d’immigrazione, sono preoccupati per questo flusso, loro che accompagnano i figli e le figlie delle Chiese d’Oriente nei loro paesi di adozione. Non cercano soltanto di assicurarsi che gli immigrati orientali possano beneficiare dell’aiuto "dei sacerdoti delle loro nazioni", ma vogliono soprattutto che le Chiese orientali della diaspora possano continuare a "governarsi secondo le loro discipline particolari", preservando così il loro peculiare "patrimonio ecclesiastico e spirituale", considerato come "patrimonio di tutta la Chiesa di Cristo".

Ancor più, essi sperano che questo fenomeno di emigrazione diventi un’occasione data a tutta la Chiesa di arricchire il proprio patrimonio spirituale particolare. In effetti, se gli immigrati provenienti dalle Chiese orientali arrivano con pochi mezzi nel paese che li ospita, portano con sé un ricco patrimonio di tradizione spirituale e religiosa che può arricchire le Chiese occidentali. Questa situazione drammatica può così portare le Chiese d’Oriente e d’Occidente a uno scambio dei loro doni particolari.

Nei paesi d’immigrazione, il vescovo, pastore dei fedeli che vengono dalle Chiese d’Oriente, ha il compito di fare "maturare in quanto comunione" quella parte del popolo di Dio affidata a un vescovo nel paese d’immigrazione e questo secondo tre dimensioni della comunione. La prima è quella della comunione con la Chiesa d’origine, con il suo patriarca e il suo sinodo, la seconda è quella della comunione, nel quadro della conferenza episcopale, con le Chiese costituite nel paese ospite; e, infine, la terza è quella della comunione con tutta la Chiesa attraverso la comunione con la sede di Pietro.

Questa triplice comunione corrisponde a tre sfide missionarie delle Chiese orientali nei paesi d’immigrazione: missione a servizio dei fedeli emigrati i quali mantengono legami con i loro fratelli e sorelle che stanno ancora nei paesi d’origine e, quindi, con la loro Chiesa orientale d’origine; missione in forma di testimonianza evangelica, che si associa alla stessa azione missionaria ed evangelizzatrice delle Chiese locali dei territori in cui sono accolte; missione di incontro fruttuoso tra Chiese orientali e Chiese latine che favorisce lo scambio di doni fra le Chiese.

Dunque, la situazione attuale necessita della creazione di nuove forme di comunione tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. È per questo che propongo che venga costituito un gruppo di lavoro per esaminare la questione della comunione fra le Chiese in un approccio d’insieme destinato a permettere di chiarire i rapporti esistenti tra le Chiese d’Oriente nate dall’emigrazione e quelle radicate sul loro territorio storico, e fra queste Chiese e quelle riconosciute nei paesi di emigrazione. Così, nel cuore dei movimenti migratori, il vescovo può diventare sacramento dell’unità e segno di speranza nella diversità delle culture e delle tradizioni ecclesiali.

[00198-01.04] [in158] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Simon-Victor TONYÉ BAKOT, Vescovo di Edéa (Cameroun)

Il tema della X Assemblea generale dei vescovi è della massima importanza a livello antropologico e sociale dato che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del vescovo.

Desideroso di vedere l’uomo raggiungere la sua massima pienezza, il vescovo in terra d’Africa sente il dovere di promuovere la pastorale sociale e di dare un’anima allo sviluppo di tutto l’uomo e di ogni uomo (cfr. Sollicitudo Rei socialis n. 12). Come Cristo, pieno di compassione e di sollecitudine per l’uomo, "...vide una gran folla e sentì compassione per loro ..." (Mt 14,14), "Dategli voi stessi da mangiare" (Lc 9,13), il vescovo diventa a sua volta immagine vivente di Cristo.

In questa prospettiva, il vescovo fa soprattutto attenzione che vengano messi in pratica i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, vale a dire la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune al di là dell’interesse privato (cfr. Centesimus Annus, n. 47), il principio di sussidiarietà e la solidarietà. Questi principi permettono di avviare azioni secondo lo spirito ispirato dal disegno di salvezza di Dio per tutti gli uomini.

Una di queste azioni è la partecipazione all’opera di Dio tramite il lavoro, con il quale l’uomo si realizza, si sviluppa e acquista dominio sull’ambiente (cfr. Laborem exercens, n. 9). Dobbiamo far comprendere alle nostre comunità che non c’è sviluppo possibile senza la loro partecipazione responsabile al lavoro umano - "Chi non lavora non mangia".

In questa prospettiva, il Santo Padre nella sua esortazione apostolica post-sinodale "Ecclesia in Africa" insiste affinché le nostre Chiese in Africa si propongano come obiettivo di "arrivare il più presto possibile a provvedere esse stesse ai loro bisogni e ad assicurare il proprio autofinanziamento". Facendo ampiamente eco a questa interpellanza, noi, vescovi del Camerun, abbiamo incoraggiato le iniziative che già si prendevano qui e là nelle nostre diocesi per promuovere la creazione di unità di produzione, e altri progetti di sviluppo: creazione di piantagioni di banane, di palme da olio, di arachidi, progetti per portare l’acqua, apertura di centri medici, apertura di centri di alfabetizzazione, lotta contro le ingiustizie in collaborazione con i programmi del governo.

Per meglio promuovere lo sviluppo, combattiamo in ogni ambiente, compreso il nostro, il flagello della corruzione. Malgrado qualche slittamento e qualche deviazione, questo processo lento ma efficace porta già dei frutti incoraggianti e consolanti.

[00199-01.04] [in159] [Testo originale: francese]

S.Em.R. Card. Marian JAWORSKI, Arcivescovo di Lviv dei Latini, Presidente della Conferenza Episcopale (Ucraina)

"Tra i principali doveri dei Vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. (cfr. Mt 13, 52)" (Lumen gentium 25).

"Il Vescovo assume questo compito fondamentale insieme ai suoi collaboratori che sono i presbiteri. In quale modo, tuttavia, è possibile rendere questa verità comprensibile per il mondo di oggi? Non basta la sola presentazione dei contenuti della fede. Bisogna condurre l'uomo ad una forma di esperienza religiosa; all'esperienza di ciò che costituisce la realtà fondamentale e originaria; a ciò che è qualcosa di diverso dalle cose di questo mondo, a ciò che rompe i confini di un mondo chiuso in se stesso. Nel nostro annuncio bisogna ricorrere a questa forma di pre-evangelizzazione e costruire su di essa.

Per non restare a livello di pura astrazione, cercherò di illustrare quanto ho detto, sull'esempio della visita apostolica di Giovanni Paolo II in Ucraina, nel giugno di quest'anno.

Per numerosissime persone, educate nei tempi dell'ateismo sovietico, che determinava la loro consapevolezza e la loro vita, l'evento della venuta di Giovanni Paolo II è stata una particolare sorpresa. Non era possibile ridurlo né ad una visita di Stato, né ad una normale visita del vescovo. Sconfinava anche l'ambito della tensione tra l'annuncio della visita papale e la posizione del Patriarcato di Mosca. Si svolgeva ad altro livello. Da che cosa si poteva riconoscere questo? Sulle strade di Kiev uscivano in massa le persone che non avevano legame con la religione; per la celebrazione delle Sante Messe sono venuti non soltanto i cattolici di entrambi i riti; non soltanto gli ortodossi, non solo i credentiDomandavano prima agli organizzatori dei pellegrinaggi: possiamo venire con voi all'incontro con il Papa? Egli è venuto da noi tutti. Questa è stata una crepa nella chiusura nella quale vivevano fino a questo momento. E dopo: ascoltavano la predicazione del Papa su Cristo - soltanto su Cristo - su Cristo per tutti, al di fuori di ogni divisione, su Cristo speranza per l'uomo. Così è stato agli incontri con le autorità dello Stato, con i rappresentanti di varie religioni, con gli uomini della cultura, con i giovani: Essi hanno incontrato . "qualcosa di nuovo" e "qualcosa di diverso".

Termino. Il Vescovo insieme ai suoi collaboratori devono uscire incontro all'uomo che vive in una particolare chiusura; devono destare in lui quegli strati dell'anima che sembrano addormentati. Devono rendere possibile un'esperienza religiosa che sarà luce nella notte del nulla. E in seguito devono guidarlo verso un discernimento sempre più pieno e una sempre più piena comprensione nella fede. In tal modo l'incontro con Cristo-Salvatore costituirà la speranza dell'uomo alla. soglia del terzo millennio. L'ultima parola non è l'annientamento del mondo e della storia, ma la pienezza della vita nel Risorto.

L'autorità del Vescovo si basa sul compito ricevuto da Gesù Cristo di essere "araldi della fede... ed autentici maestri, insigniti... dell'autorità di Cristo" divenendo in tal senso "alter Christus" (LG 25). Bisogna far crescere questa consapevolezza. Essere inviati, insigniti dell'autorità di Cristo costituisce la nostra identità.

[00200-01.03] [IN160] [Testo originale: italiano]

S.Em.R. Card. José da CRUZ POLICARPO, Patriarca di Lisboa (Portogallo)

Il dialogo costituisce l’ultima e più attuale sfida per il ministero dei vescovi. Le società moderne sono sempre più diversificate e pluralistiche dal punto di vista religioso e culturale, nonché da quello dei valori che ispirano la vita in comune. Tutti si aspettano dalla Chiesa un atteggiamento di dialogo.

Alla Chiesa non basta una nozione meramente culturale e sociologica del dialogo. Valore della convivenza democratica, esso presuppone spesso concessioni e tolleranza nel nome dell’armonia sociale. Per la Chiesa il dialogo è innanzitutto un atteggiamento di fede. Si tratta di incontrare l’altro incominciando dall’ascolto della Parola di Dio, proprio come lo stesso Gesù ascoltava suo Padre. La preghiera, in quanto ascolto della Parola di Dio, è il punto di partenza di ogni vero dialogo.

Soggetto del dialogo è la Chiesa. Lei sola, in tutto il corso della sua storia, ha ascoltato costantemente la Parola del Vangelo. Per imparare a dialogare dobbiamo ascoltare costantemente la Chiesa, i Padri e i vescovi che ci hanno preceduti, ascoltare il magistero del Papa e del collegio episcopale e lanciarci, fortificati, in tutte le sfide del dialogo contemporaneo, ascoltando tutti coloro che interpellano la Chiesa, facendo del nostro atteggiamento di dialogo una testimonianza della nostra fede e coerenza.

[00201-01.04] [in161] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Jayme Herique CHEMELLO, Vescovo di Pelotas, Presidente della Conferenza Episcopale (Brasile)

Questo Sinodo ci offre l’opportunità di trattare argomenti importanti per il ministero episcopale:

1. Elezione e formazione dei vescovi (cfr. Instrumentum laboris, n. 77)

Sin dal 1990, la Conferenza Episcopale del Brasile realizza corsi annuali per i vescovi neo eletti. Fino ad oggi si sono tenuti dodici corsi, sempre in collaborazione con il Nunzio Apostolico.

Durante questi incontri si studiano la teologia e la spiritualità del vescovo, l’organizzazione della curia episcopale, alcune nozioni pratiche di diritto e i rapporti con i dicasteri della Curia Romana.

Siamo d’accordo sul fatto che il Santo Padre nomini liberamente i vescovi (CIC 377 § 1).

Propongo dunque che si studino, a livello mondiale, sia la scelta sia la formazione permanente dei vescovi nello spirito di comunione tra il ministero episcopale e il ministero petrino.

2. Decentramento di alcuni compiti della Curia Romana a favore delle Conferenze episcopali, delle provincie ecclesiastiche e del vescovo diocesano.

Che le Conferenze episcopali, autorizzate dalla Sede Apostolica, possano esercitare una funzione ausiliare e intermediaria più efficace, garantendo non solo l’inculturazione del Vangelo e dell’azione pastorale, ma anche la sussidiarietà che Pio XII, di venerata memoria, nel concistoro del 20 febbraio 1946 ha proclamato come principio valido anche per la vita ecclesiale e che Paolo VI, con l’approvazione del Sinodo dei Vescovi del 1967, ha annoverato tra i dieci principi orientativi del nuovo Codice di Diritto Canonico. Da tale principio dovrebbe nascere un sano ed efficace decentramento dell’esercizio del potere salvifico nella Chiesa. La Lettera Apostolica Apostolos suos di Giovanni Paolo II offre alcune indicazioni preziose, ma possiamo continuare a crescere.

Ritengo che, nel nome della comunione e dell’unità, la Chiesa di Roma potrebbe stabilire i criteri da seguire.

[00202-01.04] [in161] [Testo originale: spagnolo]

S.Em.R. Card. Juan Luis CIPRIANI THORNE, del clero della Prelatura personale dell’Opus Dei, Arcivescovo di Lima (Perù)

Il Vescovo deve essere, in primo luogo, un promotore di santità, cercando con il proprio stile di vita di essere testimone vivo di Cristo. Per questo la missione pastorale trova nella salda vita spirituale non solo un sostegno ma anche la sua ragion d’essere.

Attualmente la "globalizzazione" presenta alcune sfide al governo pastorale dei Vescovi. Tra queste la spersonalizzazione, che spesso porta a una possibile "crisi di obbedienza" che non si risolve con una "crisi di autorità". Per questo il Vescovo deve esercitare la virtù della fortezza e, dialogando e comprendendo gli altri, deve mettere in pratica le norme stabilite nel Codice di Diritto Canonico, che hanno una nota dimensione pastorale. Allo stesso modo il "volto umano" che la Chiesa deve presentare, ci aiuta ad avere una particolare "sensibilità pastorale", che ricerchi risposte nuove ed efficaci superando le sfide che le situazioni attuali presentano alla Chiesa. Per esempio in Perù esistono i Vicariati pastorali che si occupano degli emigranti cinesi, giapponesi e tedeschi con buoni risultati. Così come le Cappellanie e i Vicariati universitari.

Infine vorrei sollecitare la messa a punto del Direttorio Ecclesiae imago, che è un documento di valore essenziale e che regola e orienta la vita e il ministero dei Vescovi. Con questi sentimenti ricordo che la ricchezza dei Sinodi precedenti potrà essere particolarmente necessaria in questa messa a punto del Direttorio per i Vescovi.

[00203-01.04] [in163] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Timothée MODIBO-NZOCKENA, Vescovo di Franceville (Gabon)

Venendo nel mondo, Cristo rimane sempre in comunione con Dio Padre e con lo Spirito Santo. Fare la volontà del Padre è il suo nutrimento, la sua missione è salvare coloro che si sono perduti: gli uomini e le donne di tutti i popoli, di tutte le lingue, tribù e nazioni. Egli guarisce i malati, dà da mangiare agli affamati, libera gli indemoniati, raduna le folle, denuncia il male. Mostra il cammino della vera libertà ai figli di Dio: cammino della Speranza e della Vita eterna. Inoltre Cristo affida agli apostoli la missione di "servitori del Vangelo".

Il vescovo deve essere "uomo di Dio" (1Tm 6, 11) che vive la comunione trinitaria: fondamento e sorgente della sua santificazione personale, del suo agire. Per condurre gli altri alla santità, il vescovo deve essere "un uomo di preghiera", avere familiarità con la parola di Dio, un uomo dei Sacramenti, un uomo che esercita la pietà e l’ascesi, uomo di digiuno e di devozione, il primo santo della sua diocesi o del suo incarico episcopale. È un vero profeta, un seminatore di speranza senza illusione; un sacerdote autentico, un re giusto e saggio, guida credibile per la comunità agli occhi del mondo.

Il vescovo deve vivere la comunione nell’ordine episcopale, nell’ordine presbiteriale e con i fedeli; e innanzitutto la comunione cum Petro et sub Petro che presiede alla carità e all’unità nella Chiesa universale. Il vescovo deve anche coltivare la saggezza, la giustizia, la temperanza e la prudenza per evitare prese di posizione intempestive che seminano lo scompiglio e la divisione.

Dobbiamo imparare ad avere uno sguardo fraterno sull’episcopato degli altri paesi e degli altri continenti. La creazione di fondazioni o di fondi di solidarietà, l’incoraggiamento dei gemellaggi o delle associazioni per venire in aiuto delle Chiese più bisognose sono un’espressione concreta della comunione episcopale. I nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni devono privilegiare tutte la vita e la buona reputazione dell’uomo, così come il bene comune della Chiesa. Per la comunione con gli altri: vescovi, sacerdoti o fedeli, il vescovo dedicherà una particolare attenzione ai più bisognosi; sarà testimone della verità con umiltà e semplicità, nella carità e nella speranza, manifestando così la compassione di Dio verso gli uomini. La parola di Dio che interpella, istruisce, chiarisce, corregge, santifica, rassicura, tranquillizza e dà speranza a tutto il mondo, senza esclusioni, rimane il punto di riferimento.

Infine, facciamo: "domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità" (1Tm 2, 1-2).

[00204-01.04] [in164] [Testo originale: francese]

Rev. P. Virginio Domingo BRESSANELLI, S.C.I., Superiore Generale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Unione Superiori Generali)

La presenza, la parola e l’azione sociale della Chiesa (vescovo, sacerdoti, consacrati e consacrate e laici) nello sforzo per sostenere il povero attaccando il male non solo nei suoi effetti ma anche nelle sue cause è talvolta motivo di persecuzione da parte dei gruppi di potere e anche di timori e tensioni nella stessa comunità ecclesiale.

In tali situazioni il vescovo non è chiamato solo ad essere segno e testimone della speranza evangelica, ma deve anche generarla nella propria diocesi, portando i fedeli a conformarsi ai criteri, alle attitudini e alle opere di Cristo.

Si tratta di un’azione da svolgere proprio all’interno alla comunità ecclesiale e della società locale, che intende risvegliare le coscienze alla vera solidarietà, alla giustizia, alla pace e alla fratellanza, per restituire a ogni essere umano la dignità perduta o negata. È un compito delicato e difficile, per il quale occorre mobilitare la diocesi attorno a quattro grandi linee pastorali:

1. L’opzione preferenziale per i poveri. L’evangelizzazione dei poveri sintetizza la missione di Gesù e della Chiesa; è il presupposto per la completa liberazione dei poveri. Il povero come primo destinatario del Vangelo è anche il primo destinatario della speranza.

2. Conoscenza, diffusione e applicazione concreta della Dottrina Sociale della Chiesa. Il ricco magistero sociale della Chiesa, da Leone XIII in poi, e gli insegnamenti sociali di Giovanni Paolo II, dovrebbero occupare un posto speciale tra le discipline teologiche dei seminari e dei centri di formazione religiosa e laica della diocesi.

3. Un progetto organico di pastorale sociale che impegni le diverse vocazioni ecclesiali secondo i loro specifici carismi.

4. Operare per la coesione e il consenso sociale della comunità umana. La dimensione e l’estensione dei problemi sociali indicati implica anche che le Chiese particolari li affrontino insieme con tutti i diversi settori della società. Per questo è opportuno che il vescovo promuova la collaborazione ecumenica e interreligiosa e il dialogo culturale per unire gli sforzi e i consensi di tutta la comunità umana.

Il vescovo suscita nel suo popolo la speranza, se è per lui un profeta di amore e un servitore della riconciliazione degli uomini in Cristo.

Fa parte della missione del vescovo promuovere agenti della dignità di ogni essere umano, incoraggiarli e accompagnarli. Soprattutto per quanta riguarda i consacrati e le consacrate, egli li incoraggia affinché, fedeli ai loro carismi di fondazione e alla loro vocazione profetica, servano la causa di Cristo nei poveri con radicalità evangelica e dedizione nella gratuità.

[00205-01.04] [in165] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Anthony Kwami ADANUTY, Vescovo di Keta-Akatsi (Ghana)

Raccogliere denaro per le strutture diocesane fondamentali fa parte del nostro ministero. Il fatto che il Ghana si trovi in una posizione migliore rispetto ad altri paesi africani, non lo rende autosufficiente.

I Vescovi che parlano la stessa lingua dovrebbero approvare traduzioni per uso liturgico, secondo le norme e le procedure previste, senza ricorrere a Roma, a meno che uno di loro non si rivolga a Roma per interventi che salvaguardino la purezza della dottrina.

Noi Vescovi dobbiamo infondere speranza nel gregge. È indubbio che la speranza è una virtù difficile da custodire quando scopriamo che i paesi che hanno inviato missionari per evangelizzarci non traggono più ispirazione dal cristianesimo, che manifestano un’irriverente allergia verso Roma e verso il Santo Padre. Noi in Africa restiamo allibiti e confusi quando assistiamo all’abbandono della fede o alla defezione dal sacerdozio da parte di missionari che erano formatori nei nostri seminari e modelli di vita.

Il Vescovo deve essere paziente e disponibile nei confronti delle persone, ma queste devono imparare a poco a poco a considerare il fatto che anche il Vescovo ha bisogno di un po’ di riposo per servirli meglio.

Allo stesso modo, mentre ringraziamo Dio che la nostra gente non si preoccupa di trascorrere ore nella celebrazione della liturgia, dobbiamo tuttavia, senza diventare schiavi dell’orologio, educarli attraverso il nostro esempio, ad essere puntuali alle funzioni, come atto di carità verso gli altri.

Nessun Vescovo deve pensare di essere meno capace di predicare solo perché non ha una laurea in esegesi, anche se dovrebbe cercare di avere familiarità con la Parola di Dio nelle Scritture e dovrebbe preparare con cura la sua omelia.

Il Vescovo deve soddisfare l’immensa fame della gente per la Parola di Dio promuovendo l’Apostolato Biblico. I Vescovi del Ghana sono in attesa del permesso di stampare localmente la Bibbia americana per diffonderla.

Dovrebbe sussistere una formazione permanente dei Vescovi per tenerli aggiornati sui numerosi documenti provenienti da Roma.

[00206-01.04] [in166] [Testo originale: inglese]

S.Em.R. Card. Bernard AGRÉ, Arcivescovo di Abidjan (Costa D’Avorio)

Le tentazioni o le tensioni del vescovo nel mondo in generale

Nel nostro mondo segnato dalle innumerevoli ferite della civiltà dell’odio e dell’ottusità, il vescovo è spesso sollecitato a dire una parola che sia luce e bussola, apertura e liberazione. Non di rado, alla sua porta, le folle si accalcano e seguono con lo sguardo la sua mano generosa. Spesso, non è egli, forse, il padre e la madre del suo popolo?

Inventivo, disinteressato, efficiente all’interno del nostro mondo che volentieri incensa gli individui creativi, dinamici, il Vescovo non corre forse il rischio di apparire ormai soltanto un regista, un amministratore carismatico, un project manager, un uomo-orchestra, conosciuto come il direttore di una ONG?

Se le opere sociali nate dalle sue iniziative procurano il pane, un tetto, un maggior benessere a uomini e donne bisognosi, il vescovo, luogotenente di Gesù Cristo,, deve tenere a mente che l’uomo non vive di solo pane (cfr. Mt 4, 4). A lui spetta anche il compito di equipaggiare quest’uomo e condurlo a fare esperienza di Dio. Senza questo viaggio alle fonti della salvezza, senza questa profonda conversione interiore, gli individui o i circoli dei responsabili delle decisioni di ogni paese non possono fare della mondializzazione e della globalizzazione che avanzano altro che un nuovo strumento di colonizzazione e di sfruttamento organizzato dei meno abbienti. Fra i poveri la speranza sarà sempre morta, prima di trasformarsi in acrimonia, in ribellione e in imprevedibile potenza di distruzione di massa, cosa di cui siamo testimoni privilegiati, sorpresi e inquieti.

Le tentazioni o le tensioni del vescovo nei nostri paesi emergenti

Fra il Nord e il Sud il divario si approfondisce; i rapporti contrastati persistono. Poiché siamo reciprocamente legati, quando il Nord diventa nervoso, inquieto, il Sud dal canto suo trema e sprofonda nella febbre: tutto si inceppa al suo livello. Spesso la logica delle persone del Nord è deludente. Anziché aiutare il viandante mezzo morto sulla strada da Gerusalemme a Gerico (cfr. Lc 10, 29-37), il Nord rifiuta e pretende che lo sventurato si alzi per arrampicarsi in sella. Tutto ciò viene pudicamente definito come "le nuove condizioni dell’aiuto internazionale...". Invece, se è minacciata l’economia di un paese del Nord, i fondi vengono immediatamente sbloccati.

L’Africa, "questo continente saturo di brutte notizie", non interessa più nessuno salvo che per le ricchezze del suolo e del sottosuolo, che le multinazionali saccheggiano con la collaborazione di gente senza scrupoli, appartenente alla stessa nazione.

Il vescovo, in questo contesto, sente nella sua carne di Pastore le incoerenze di queste povertà spesso ingiuste. Partecipa mediante la parola e gli atti al risanamento del suo popolo.

Ed ecco che ora risveglia la coscienza dei grandi e dei piccoli e richiama a tempo debito e indebito le esigenze dell’equità e della solidarietà. Ora partecipa alle lotte per far uscire le sue pecorelle dalla carestia, dalla penuria di infrastrutture economiche, sanitarie, educative... Ora deve far presente il diritto della persona umana, le regole elementari della democrazia, ecc. Ora s’impegna nella lotta contro la terribile pandemia dell’AIDS, nella composizione dei conflitti armati, nei tentativi di riconciliazione.

Acclamato dagli uni che lo spingono persino ad assumere responsabilità politiche, calunniato e detestato dagli altri, il vescovo è incessantemente lacerato. Ma qui egli deve tenere la testa fuori dall’acqua, per respirare e avere lo sguardo fisso sull’essenza della sua missione, che è innanzitutto di ordine spirituale. Egli contempla senza posa il volto del Cristo, attinge le sue energie alla preghiera, basandosi su tre forze essenziali: la frequentazione quotidiana delle Sacre Scritture, la devozione a Gesù Eucaristia, sacrificio, alimento e presenza amica, il culto filiale ma equilibrato della Vergine Maria.

Profondamente incarnato con il suo popolo, il vescovo, uomo di Dio, si dà così tutte le possibilità di essere speranza dell’uomo di oggi.

[00208-01.04] [in168] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Ignace B. SAMBAR-TALKENA, Vescovo di Kara (Togo)

Il mio intervento, a nome della Conferenza dei Vescovi del Togo (CET) verte su tre punti:

1. Il primo punto concerne il n. 76 dell’Instrumentum laboris sui vescovi emeriti e noi insistiamo sull’attenzione da dedicare ai vescovi anziani e malati. Ma auspichiamo che venga rivista la questione dell’età della rinuncia dei vescovi tenendo maggiormente conto della capacità di rendere dei servizi. Può accadere infatti che un vescovo sia indebolito prima ancora dell’età prevista dal Diritto, o ancora pieno di energia a quell’età e oltre.

2. Il secondo punto riguarda le sette, che rappresentano una minaccia veramente seria alla serenità e alla professione di fede dei fedeli delle nostre Chiese particolari.

L’Instrumentum laboris sottolinea la necessità di formare comunità cristiane vive e autentiche, piene di vitalità e di entusiasmo, promotrici di speranza...L’esperienza pastorale indica che nelle parrocchie dove operano gruppi di preghiera e di Rinnovamento carismatico ben formati e assistiti da sacerdoti attenti, essi costituiscono una barriera alla nascita e allo sviluppo delle sette, proprio come i cristiani dotati di solida formazione, ben preparati spiritualmente, moralmente convinti e convincenti. Occorre d’altronde insistere di nuovo sull’urgenza dell’evangelizzazione affinché il Vangelo giunga fino ai villaggi più isolati dalle città e dai grandi centri, sulla necessità di parrocchie più vicine alla gente, più familiari e conviviali, per un cammino di fede più coerente.

Per lottare contro il male e il maligno, occorre organizzare a livello diocesano come anche interdiocesano delle équipe di sacerdoti pii, prudenti, colti e integri, per praticare gli esorcismi e le preghiere tesi a ottenere da Dio la guarigione.

3. Il terzo punto, che concerne la schiera dei testimoni e l’ancora della speranza (n. 148), è un auspicio: dare la possibilità alle Chiese particolari di organizzare cerimonie di riconoscimento della venerabilità dei testimoni locali della fede, la cui testimonianza di fede e di vita suscita ammirazione e merita di essere proposta all’imitazione dei vivi.

[00209-01.04] [in169] [Testo originale: francese]

AVVISI

"BRIEFING" PER I GRUPPI LINGUISTICI

Il settimo "briefing" per i gruppi linguistici avrà luogo domani martedì 9 ottobre 2001 alle ore 13.10 (nei luoghi di briefing e con gli Addetti Stampa indicati nel Bollettino N. 2).

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).

"POOL" PER L’AULA DEL SINODO

L’ottavo "pool" per l’Aula del Sinodo sarà formato per la preghiera di apertura della Sedicesima Congregazione Generale di giovedì mattina 11 ottobre 2001.

Nell’Ufficio Informazioni e Accreditamenti della Sala Stampa della Santa Sede (all’ingresso, a destra) sono a disposizione dei redattori le liste d’iscrizione al pool.

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporters sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio per le Comunicazione Sociali per la partecipazione al pool per l’Aula del Sinodo.

Si ricorda che i partecipanti al pool sono pregati di trovarsi alle ore 08.30 nel Settore Stampa, allestito all’esterno di fronte all’ingresso dell’Aula Paolo VI, da dove saranno chiamati per accedere all’Aula del Sinodo, sempre accompagnati da un ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede, rispettivamente dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali.

BOLLETTINO

Il prossimo Bollettino N. 16, riguardante i lavori della Tredicesima Congregazione Generale dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi di domani mattina martedì 9 ottobre 2001, sarà a disposizione dei Signori giornalisti accreditati a conclusione dei lavori della Congregazione.

 
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- Indice Bollettino Synodus Episcoporum - X Assemblea Generale Ordinaria - 2001
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- Indice Sala Stampa della Santa Sede
 
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