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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

della Commissione per l'informazione della
X ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
30 settembre-27 ottobre 2001

"Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo"


Il Bollettino del Sinodo dei Vescovi è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico e le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione italiana

17 - 09.10.2001

SOMMARIO

QUATTORDICESIMA CONGREGAZIONE GENERALE (MARTEDÌ, 9 OTTOBRE 2001 - POMERIDIANO)

Alle ore 17.00 di oggi martedì 9 ottobre 2001, alla presenza del Santo Padre, con la preghiera dell’Adsumus, ha avuto inizio la Quattordicesima Congregazione Generale della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, per la continuazione degli interventi dei Padri Sinodali in Aula sul tema sinodale Espiscopus Minister Evangelii Iesu Christi propter Spem Mundi. Presidente Delegato di turno Em.mus D.nus Card. Bernard AGRE, Archiepiscopus Abidianensis (Abidjan).

In apertura dei lavori della Congregazione il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi S.Em.R. Card. Jan Pieter SCHOTTE, C.I.C.M. ha dato la seguente comunicazione:

Segnalo a tutti voi una variazione intervenuta nel nostro calendario.

Domani mattina i Circoli Minori si riuniscono alle ore 9 e non alle ore 9:30 come si legge nel calendario.

La preghiera dell’Hora Tertia viene celebrata dai singoli circoli nelle proprie sedi.

Successivamente, alle ore 16:00, vi sarà una riunione dei moderatori e dei relatori dei Circoli Minori, nell’aula quarta del secondo piano presso la Segreteria Generale.

Domani mattina, nella seconda sessione dei Circoli Minori, si terrà una votazione per eleggere i relatori dei Circoli stessi.

Nel Vademecum, all’articolo cinquantaquattresimo (54), abbiamo il regolamento delle elezioni. Possiamo leggerlo insieme.

Per svolgere le elezioni in modo informato sarà opportuno tenere a mente le esigenze che scaturiscono dalle funzioni del relatore, così come sono esposte all’articolo cinquantatreesimo (53) del Vademecum, che adesso leggeremo insieme.

[00254-01.04] [nnnnn] [Testo originale: latino]

A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 221 Padri.

INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)

Sono intervenuti i seguenti Padri:

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

S.E.R. Mons. Franc KRAMBERGER, Vescovo di Maribor (Slovenia)

Il mio intervento si riferisce all'Instrumentum laboris, nn. 85, 86 e 88, in cui si parla del vescovo come principio e moderatore di unità nella Chiesa particolare e della relazione tra vescovo e sacerdoti. Il Concilio esige dai vescovi uno spirito nuovo, nuove conoscenze, nuove comprensioni e nuove energie per la realizzazione della missione affidata. Gli eventi ed i documenti postconciliari hanno ulteriormente approfondito la teologia del ministero episcopale ed hanno presentato chiaramente lo stile odierno e le odierne caratteristiche del ministero e dell'autorità episcopali. In primo luogo vi è il senso di responsabilità ed il servizio secondo l'esempio di Gesù Cristo che "non è venuto per essere servito ma per servire" (M t 20,28).

Un tempo si parlava del vescovo come di "maiestas a longe" (autorità a distanza), o di "vescovo della lontananza", oggi egli è al contrario "vescovo della vicinanza". Ciò significa che il vescovo deve ascoltare i sacerdoti, informarli, consigliarsi con loro ed incoraggiarli in un mondo, come quello di oggi, senza valori, liberalizzato e permissivo.

La Chiesa nella sua totalità deve essere di più Chiesa che ascolta ed apprende. I vescovi come responsabili nelle scelte e nella guida della Chiesa particolare devono ascoltare i sacerdoti, anche i laici, ed imparare da essi.

Solo in questo modo il vescovo sarà principio di unità e promotore di "communio" nella propria diocesi.

Nel periodo del socialismo e del comunismo in molti Paesi dell'Europa dell'Est c'era la tendenza secondo cui era necessario separare i vescovi dal Papa, i sacerdoti dal vescovo ed i fedeli dai sacerdoti. Lo scopo era questo: la necessità di frammentare la Chiesa in modo tale che nessuno avrebbe mai più potuto ricomporla. Tuttavia ciò non è avvenuto. Un ruolo decisivo lo hanno svolto i vescovi. Essi sono stati uno con il Papa, uno con i sacerdoti ed uno con il Popolo di Dio, anche a costo di persecuzioni, di sofferenze attraverso una prigionia di lunghi anni, a costo del martirio e persino della morte.

Proprio questa testimonianza vincola noi, attuali vescovi, a compiere, in un tempo di liberalismo, indifferentismo, consumismo ed edonismo, attraverso il servizio magisteriale, di santificazione e pastorale, la missione di "angelo della Chiesa particolare", della Chiesa all'interno del proprio popolo, della Chiesa in Europa, nel mondo (cf. Ap. 1, 20).

[00228-01.03] [in188] [Testo originale: italiano]

S.Em.R. Card. Varkey VITHAYATHIL, C.SS.R., Arcivescovo Maggiore di Ernakulam-Angamaly dei Siro-Malabaresi (India)

Da quando Papa Leone XIII nel 1894 ha scritto della pari dignità e rango delle Chiese orientale e occidentale, si è avvertito da parte della Chiesa cattolica che essere esclusivamente occidentali significava essere insufficientemente cattolici. Le difficoltà che la Chiesa orientale sta affrontando diventano particolarmente acute quando si tratta di aiutarle da un punto di vista pastorale, come ad esempio erigere una parrocchia di rito orientale in una diocesi di rito latino. Nonostante le reiterate esortazioni, dal Christus dominus del Vaticano Secondo sull’ufficio pastorale dei vescovi, all’Ecclesia in Asia di Giovanni Paolo II sulla situazione pastorale in Asia, il tanto necessario cambiamento di mentalità non è ancora avvenuto.

Il problema non è semplicemente di occuparsi di comunità cattoliche in diaspora in una Chiesa cattolica di rito diverso, ma di come la Chiesa concepisce se stessa. Si tratta piuttosto dell’apostolicità della Chiesa. Cristo non ha scelto un solo apostolo, Pietro, lasciando a lui il compito di scegliere la propria squadra, anzi, ha lasciato poco al caso e ha scelto lui il suo vicario e gli apostoli suoi seguaci. Se i cristiani di San Tommaso sono tanto orgogliosi della tradizione di essere stati evangelizzati da San Tommaso, ciò manifesta quando venga acutamente avvertito il fatto che il "cammino di Tommaso" è assolutamente riconciliabile con "il cammino di Pietro", e che senza il cammino di Tommaso la Chiesa sarebbe incompleta.

In quanto Arcivescovo maggiore della seconda Chiesa orientale cattolica in ordine di grandezza, ed una delle più vitali, devo confessare dinanzi al Santo Padre e ai miei confratelli Vescovi la mia incapacità nella situazione attuale ad offrire una cura pastorale adeguata ai fedeli della nostra Chiesa che si trovano fuori dal suo territorio, all’esterno del territorio relativamente piccolo che mi compete e di trovare settori missionari per le numerose vocazioni missionarie con cui Dio ha benedetto la nostra Chiesa. Che strano mondo! In occidente lamentano costantemente la mancanza di vocazioni, aggiungendo che tanto viene messo a rischio a motivo di questo stato di cose; in oriente il bene delle anime è a rischio, perché le circostanze non ci consentono di sfruttare le nostre vaste risorse. Se esiste un peccato contro la povertà nella Chiesa, questo va visto nella mancanza di propensione a mettere insieme le risorse; se c’è un modo di moltiplicare i pani, esso consiste nell’affrontare coraggiosamente una situazione che esige generosità e di pensare in grande nella vigna del Signore. Supplico quindi i miei confratelli vescovi di fare questo sacrificio e contribuire all’opera di Dio.

Ma, ancora una volta, ciò si risolverebbe in una supplica per una causa persa se il magistero della Chiesa sulle Chiese orientali non diventa parte integrante della formazione permanente dei vescovi. Abbiamo ancora una lunga strada da fare poiché, come è ben noto, il modo in cui la Chiesa concepisce se stessa è una dissertazione infinita - una sinfonia incompiuta, se volete, giacché le grazie di Dio sono maggiori delle nostre lacune. In tal modo i vescovi saranno sensibili al fatto che, dal momento che sono stati ordinati vescovi, non appartengono soltanto a una Chiesa latina o orientale, bensì alla Chiesa universale. Ciò ci permetterà di essere qualificati agenti di comunione in tutte le Chiese della Chiesa cattolica.

[00229-01.06] [in189] [Testo originale: inglese]

S.Em.R. Card. Vinko PULJIĆ, Arcivescovo di Vrhbosna, Presidente della Conferenza Episcopale (Bosnia-Erzegovina)

L'uomo di oggi sente un urgente bisogno di speranza. Lo mettono in evidenza i tragici avvenimenti del secolo che abbiamo lasciato dietro, come pure le diverse minacce, soprattutto quelle di intolleranza e di indifferenza, che si alzano agli orizzonti di questo nuovo secolo appena cominciato. I problemi che assillano l’umanità di oggi sono molteplici e non sono di facile soluzione. La risposta concreta della Chiesa a tali problemi è il coraggioso e perseverante annuncio del Vangelo di Cristo e del suo messaggio di perdono, di riconciliazione e di pace; del suo messaggio di speranza per ogni singola persona e per tutti i Popoli.

Il testimone privilegiato di tale messaggio è Vescovo, uomo che in qualità di erede autentico degli Apostoli si è messo in servizio del Vangelo; uomo che si è reso maestro e pastore dei fratelli, disponibile al costante dialogo ed ai colloqui fidati, gioioso della propria vocazione.

Per quanto concerne la Chiesa che è in Bosnia ed Erzegovina, i suoi Pastori si impegnano insieme con i loro sacerdoti, consacrati e fedeli laici per fare sì che la loro testimonianza diventi lievito della società e sia in grado di trasmettere la luce del Vangelo nelle realtà economiche, sociali e politiche del loro Paese. Mentre la maggior parte dei consacrati che operano sul territorio delle circoscrizioni ecclesiastiche locali rimangono fedeli al carisma del loro Istituto e si impegnano senza riserve per la promozione dell'opera apostolica, del bene della Chiesa e della società civile, alcuni membri dell'Ordine dei Frati Minori Francescani o quelli espulsi cercano, purtroppo, di imporre il proprio punto di vista alle singole Diocesi, sostituendo i carismi autentici con i pseudocarismi, una minaccia seria per la Chiesa e per la sua unità organizzativa e dottrinale. Basti ricordare i tristi eventi che nell'estate scorsa hanno visto come protagonisti alcuni appartenenti del suddetto Ordine e un autodichiarato vescovo: un diacono veterocattolico espulso dalla sua comunità, oppure una sistematica disobbedienza degli stessi religiosi che vi è da anni nella Diocesi di Mostar-Duvno.

Con dolore si può constatare che il mondo di oggi è diviso. Tale divisione riguarda vari settori ed ha diverse origini. Ci sono, purtroppo, anche le divisioni della Chiesa, Corpo mistico di Cristo e sacramento universale di salvezza. Cresce la coscienza che la divisione offusca lo sguardo verso il futuro.

Il superamento delle divisioni esistenti della Chiesa e del mondo attuale offrirà una carica speciale di speranza all'umanità del nostro tempo. La Chiesa non può rimanere divisa ed è chiamata ad essere una, santa, cattolica ed apostolica; è chiamata ad essere comunione e rimanere unita sia al livello locale che al livello universale, sempre con il Successore di Pietro a capo. Grazie al Vangelo, la Chiesa si presenta al mondo come una forza vitale capace a renderlo più unito. In tale luce, il dialogo ecumenico riacquista un nuova carica. Lo stesso vale pure per il dialogo interreligioso.

L'Europa non può rimanere divisa tra l'Europa orientale e l'Europa occidentale. Il mondo non può restare diviso tra il Nord e il Sud, tra i Paesi ricchi e sviluppati ed i Paesi poveri e meno sviluppati. Le Nazioni non possono continuar ad essere divise in Nazioni civili e in Nazioni non considerate civili.

La risposta alle divisione del mondo odierno è il dialogo sincero tra le Nazioni ed i Popoli. Qualsiasi sia il tema o il motivo del dialogo, esso vede sempre coinvolto le due parti. Non c'è il dialogo se non c'è pure l'altra parte che ne sia partecipe attiva.

Un notevole contributo all'impegno per il superamento delle divisioni esistenti potrebbe essere dato particolarmente dai mezzi di comunicazione sociale, che sono in grado di essere pure mezzi privilegiati dell'annuncio del Vangelo. Quanti operano con questi mezzi e quanti li dirigono hanno una grande responsabilità.

[00230-01.03] [in190] [Testo originale: italiano]

S.E.R. Mons. Paulinus COSTA, Vescovo di Rajshahi (Bangladesh)

Parlerò a nome della Conferenza Episcopale del Bangladesh su due temi: 1) Il ruolo della proclamazione del vescovo; 2) Il suo essere un uomo di preghiera.

Un vescovo in un paese in via di sviluppo si trova ad affrontare sfide terribili in materia di miseria umana, terrorismo, guerre e conflitti etnici, disoccupazione, negazione dei diritti umani. Egli deve essere un testimone e servitore di speranza per gli uomini e le donne di oggi.

1) La proclamazione

In questo millennio dell’evangelizzazione in Asia, la proclamazione assume un ruolo speciale per i vescovi. Il vescovo prende il posto degli Apostoli in qualità di pastore per la proclamazione del Vangelo come messaggio di speranza per l’umanità straziata dai conflitti. La sua missione è di costruire la Chiesa locale ‘come comunione di comunità’ intorno a lui, suo Pastore. A dispetto delle circostanze avverse del mondo secolare, la sua predicazione della Parola e il suo esempio animeranno nel popolo la rinascita di una speranza viva.

Il vescovo è il primo maestro della fede. La maggior parte dei cattolici non conosce bene la propria religione. Di conseguenza, i cattolici si sono dimostrati vulnerabili alle aggressioni di cui sono stati fatti oggetto da ogni parte e sono usciti dalla retta via. Il vescovo deve proclamare coraggiosamente la Parola "nella sua interezza" e il popolo deve crescere nella fede. I laici hanno il diritto di conoscere gli insegnamenti dei Padri, del Vaticano II e degli ultimi Papi su delicate questioni di morale e di vita familiare, nonché sul loro ruolo nella costruzione della Chiesa. Il vescovo dovrebbe mettere a disposizione dei suoi fedeli tale conoscenza tramite pubblicazioni, sinodi diocesani, seminari, lettere pastorali, ecc.

Il vescovo è la presenza viva di Cristo nella sua Chiesa. Come buon pastore, nel suo totale dono di sé, egli costruisce un rapporto intelligente e affettuoso con il suo gregge. Come Gesù Buon Pastore, il vescovo governa e guida i poveri e i bisognosi e va in cerca delle pecorelle smarrite per ricondurle all’ovile.

2) Il vescovo, uomo di preghiera

Il vescovo è stato chiamato a vivere nella perfezione evangelica davanti a Dio e al popolo. Seguendo Gesù, che pregava costantemente per gli Apostoli, il vescovo prega e diventa un simbolo di preghiera per il suo popolo. Egli rappresenta l’elemento unificante in tutti gli aspetti della spiritualità tra la sua gente e con i confratelli vescovi sua regione.

[00231-01.03] [in191] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Vital Komenan YAO, Arcivescovo di Bouaké (Costa D’Avorio)

Ascoltando con attenzione l’importante esposizione preliminare del relatore generale, documento ricco e denso sulla missione del vescovo di oggi, mi sono sentito quasi schiacciato dal peso delle aspettative del mondo e dalla enorme polivalenza del vescovo, mandato da Gesù Cristo per tutta l’umanità. Quanti tra noi in questo periodo di celebrazione di questo santo sinodo sono sicuri di corrispondere a quanto esige la chiamata di Dio e alla realizzazione della Sua volontà nel Suo disegno di salvezza universale? Impotenza? Scoraggiamento? Abbandono?

Ma ecco che con gli interventi e le comunicazioni, con le diverse esperienze vissute attraverso la Chiesa, sono sprofondato nella contemplazione di ciò che il Signore fa delle nostre persone, delle nostre azioni, delle nostre stesse sconfitte, per amore del suo popolo in cammino. L’evocazione delle nobili e degne figure dei vescovi di ieri e di oggi rassicura, ridà conforto e forza per proseguire sulla via della speranza. Noi proseguiamo il nostro cammino e dobbiamo procedere come se vedessimo l’Invisibile, seguendo Cristo e il suo esempio.

Il vescovo, icona di Cristo.

Il passo del Vangelo di Giovanni, al capitolo 10 citato nell’Instrumentum laboris, presenta e illustra bene le qualità e le caratteristiche del vero e buon Pastore, esortando ogni vescovo degno di questo nome.

In realtà, lo sguardo contemplativo che sembra essere il primo elemento tratto dall’atteggiamento del Buon Pastore non compare nel testo di Giovanni 10, 1-21; la stessa cosa vale per il cuore colmo di compassione. Il verbo che esprime questo sentimento o questo atteggiamento di Cristo (splagnízomai, provare compassione, essere presi da pietà, essere preso nelle viscere) non viene mai usato dall’autore del quarto Vangelo. Sono i sinottici che lo usano per evidenziare essenzialmente l’atteggiamento di Gesù davanti alle folle (cfr. Mt 9, 36; 15, 32; Mc 6, 34; 8, 2) o ai malati che lo sollecitano (cfr. Mt 14, 14; 20, 34; Mc 1, 41); A volte, Gesù stesso, senza aspettare di essere sollecitato, interviene di sua iniziativa (cfr. Lc 7, 13).

Questo sentimento che non ha niente a che vedere con la pietà o con la semplice condiscendenza, appare come un elemento importante dell’azione di Gesù terapeuta, guaritore; esso è l’elemento motore del suo agire, poiché in un certo senso comunica con le sofferenze e le legittime aspirazioni di quelli che lo seguono, lo sollecitano o lo incontrano. Questa comunione lo porta a compiere atti salvifici. Sono questi sentimenti o atteggiamenti che devono sottendere all’azione pastorale del vescovo.

Il vescovo testimone di speranza.

Contrariamente all’uso greco che utilizza il termine "elpís", sia per l’attesa della felicità sia per il timore della disgrazia, nell’Antico Testamento, la speranza, (tikwá) rimanda sempre all’attesa di un bene; è un’attesa piena di fiducia nella protezione e nella benedizione di Dio.

Se la speranza è definita nel linguaggio corrente come il sentimento che fa intravedere la probabile realizzazione di ciò che si desidera o che si spera, il termine designa anche la persona o la cosa che è oggetto di speranza.

È nel profondo di questa esperienza dolorosa (sofferenza, mancanza, handicap, bisogno) che nasce la speranza, il desiderio di voler uscire da questo stato o da questa situazione. Cristo è stato per i suoi contemporanei allo stesso tempo soggetto e oggetto di speranza. È Lui che, con il suo insegnamento, i suoi miracoli o atti di potenza, le sue parole confortanti, suscita la speranza. Egli porta anche in sé la speranza dell’umanità. Per l’apostolo Paolo, per esempio, la speranza è soprattutto "... essere con Cristo" (Fil 1, 23; 2Cor 5, 8); Paolo non aspetta più la sua felicità personale ma semplicemente qualcuno che egli ama; questo Cristo, speranza della gloria (cfr. Col 1, 24-29), egli vuole rivelarlo ai pagani; Cristo è la speranza stessa (cfr. 1Tm 1, 1). Incarnandosi, egli ha preso su di sé le debolezze dell’uomo e nel più profondo della sua passione, ha vissuto la speranza.

Questa speranza di cui deve essere testimone il vescovo ha un doppio contenuto: essa è materiale perché promotrice di una vita migliore: azioni sociali o caritative, realizzazioni socio-economiche..., ha una portata escatologica, perché deve condurre a un’altra finalità. Nell’incontro di Gesù con la samaritana (cfr. Gv 4, 1-42), incominciando dal tema dell’acqua, Cristo la conduce a desiderare l’acqua vera; Gesù le dice: "ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna". La donna gli risponde: "Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua". Lo stesso vale per gli altri temi trattati in questo testo: il culto o adorazione (cfr. Gv 4, 20-24), il Messia (cfr. Gv 4, 25-26). Gesù porta la samaritana dalle realtà immediate alle realtà spirituali. È così che dovrà agire il vescovo; portare quelli che lo sollecitano per avere un benessere materiale verso i beni spirituali, verso le realtà che vengono dall’alto. Ma la tentazione di lanciarsi e compiacersi nelle opere di beneficenza, di azioni politiche e sociali è grande. Egli ne fa la panacea della sua missione, dimenticando che agendo così, si allontana dall’obiettivo primario della Chiesa: elevare l’uomo verso i beni spirituali. Certo, queste imprese temporali fanno del vescovo un Pastore che suscita la speranza; ma egli non deve accontentarsi di suscitare questo tipo di speranza, deve sforzarsi di incarnarla con la sua vita di povertà orientata verso quella di Cristo e con la pratica delle virtù inerenti alla sua missione. Essendo allo stesso tempo soggetto e oggetto di speranza, egli diventa realmente, come il suo Maestro, testimone della speranza. Quando ci sarà il forum di riconciliazione nazionale organizzato in Costa d’Avorio, la Conferenza Episcopale debitamente invitata, trarrà da questo santo Sinodo le risorse necessarie per seminare la speranza nel cuore di questa nazione in cerca di equilibrio, di giustizia e di pace, in nomine Christi.

[00232-01.04] [in192] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. George PELL, Arcivescovo di Sydney (Australia)

Uno dei compiti del vescovo è incoraggiare lo sviluppo dell’autentica speranza cristiana. Si potrebbe affermare che in merito a questa speranza cristiana vi è un notevole silenzio e una certa confusione, specie quando essa tocca le cose ultime, la morte e il giudizio, il paradiso e l’inferno.

Il limbo sembra sparito, il purgatorio è scivolato nel limbo, l’inferno non viene più menzionato tranne forse per i terroristi e i rei di crimini odiosi, mentre il paradiso è il diritto umano finale e universale, o forse soltanto un mito consolatorio.

Molti occidentali sono restii ad ammettere che la vera libertà si trova soltanto nella verità e sono altrettanto restii ad accettare un Dio Creatore che chiede agli uomini di avanzare verso la verità. Similmente, si è anche osservata una certa riluttanza ad accettare che il male grave possa essere liberamente scelto e sia diverso dal frutto dell’ignoranza. Ma forse tutto questo sta cambiando per effetto dell’11 settembre.

L’insegnamento cristiano sulla Risurrezione del corpo e sul trionfo di nuovi cieli e nuove terre, la Gerusalemme Celeste, è asserzione dei valori di una vita normale dignitosa, mentre il Giudizio Finale, la separazione del bene dal male, segna il trionfo di una giustizia universale che non si trova in questa vita.

I vescovi dovrebbero incoraggiare poeti, artisti e teologi a infiammare l’immaginazione delle future generazioni rispetto al raggiungimento dei fini della speranza cristiana, come fecero per le generazioni passate due geni come Dante e Michelangelo.

[00233-01.04] [in193] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Luciano Pedro MENDES DE ALMEIDA, S.I., Arcivescovo di Mariana (Brasile)

1. Il grande Giubileo è diventato una sorgente di grazie che ha fatto un bene immenso alla Chiesa. E' stato l'incontro con Cristo vivo. Come, però, portare avanti i frutti del grande Giubileo nel nuovo millennio?

2. Siamo stati tutti colpiti dalla violenza crescente, dagli attentati terroristici, dalle ingiustizie, e dall’agnizione alla vita e dalla morte di tanti innocenti. Si intensificano i conflitti armati, l’odio e la vendetta.

3. E' in quest'ambiente d'incertezza e di sconvolgimento che avviene il Sinodo per annunziare di nuovo a tutti che "Gesù Cristo è la speranza definitiva per il mondo", l'unico salvatore che vince il peccato, supera l'odio e ci aiuta a "vincere il male con il bene".

4. Appartiene ai Successori degli Apostoli, uniti al Papa e fra loro, la priorità nell'assumere il servizio e la missione provvidenziale di annunciare e testimoniare il mistero della comunione, desiderata da Gesù. Al di là di ogni divisione e ogni discriminazione, siamo figli e figlie di Dio, chiamati a vivere la fraternità in Cristo.

5. All'inizio di questo nuovo millennio, discepoli di Gesù Cristo, siamo convocati, pastori e tutto il popolo di Dio, per attuare l'ideale di una "Chiesa vivente, evangelizzata ed evangelizzatrice" che rinnovi nei nostri giorni la bellezza della testimonianza della Chiesa nascente, secondo gli Atti degli Apostoli: "Tutti erano assidui nell'insegnamento degli apostoli, nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2, 42; 4, 32). L'amore era il fondamento di un nuovo ordine sociale che univa Giudei e gentili, uomini e donne, e membri di tutte le classi sociali, preannunzio del Regno definitivo (Ga 3, 28).

6. Desidero presentare, secondo il suggerimento della Conferenza Episcopale, la modesta testimonianza di quello che oggi sta succedendo nel Brasile, dopo la grazia del grande Giubileo 2000. Così come il grande Giubileo ha propiziato "l'incontro con Cristo vivo", così adesso, in continuità con questa grazia, stiamo mettendo mano, nei prossimi due anni, alla lettura e meditazione degli Atti degli Apostoli. Alla luce della tradizione cattolica cerchiamo di incontrare la Chiesa vivente che Gesù Cristo ha fondato e vivifica con il suo Spirito. Si tratta di vivere con passione il mistero della Chiesa di Gesù risorto che rafforza la certezza dei beni futuri (la speranza escatologica). Possa essere la Chiesa (in tutte le diocesi, parrocchie, gruppi di preghiera e riflessione, gruppi di famiglie, comunità religiose e movimenti) una Chiesa orante con Maria, Madre di Gesù, che confida nel Padre, che ascolta la Parola di Dio, docile allo Spirito Santo, in continua conversione, artefice della comunione e della riconciliazione, aperta al dialogo, missionaria, al servizio di tutti e specialmente dei poveri e promotrice intrepida e senza paura della giustizia, della solidarietà e della pace. Questo programma d'evangelizzazione diventa poco a poco una nuova Pentecoste.

7. Mi permetto di fare la proposta che il Sinodo dei Vescovi porti a tutti nel suo Messaggio Finale, come frutto concreto di quest'assemblea, l'appello affinché il grande Giubileo di Gesù Cristo continui nel programma "essere Chiesa nel nuovo millennio". Sia un tempo, per esempio di due anni, che possa estendersi nelle diocesi del mondo intero, di rinnovamento della fedeltà e dell'amore appassionato alla Chiesa, richiamando i fedeli allontanati, e offrendo a tutti il messaggio di salvezza.

8. Mi permetto ancora di aggiungere la proposta della Conferenza Episcopale Brasiliana che il Sinodo dei vescovi, in profonda unione con il Santo Padre, convochi in questo difficile momento i fedeli cristiani, credenti, ebrei, musulmani e persone di buona volontà, per elevare a Dio la preghiera comune e l'offerta del lavoro e dei sacrifici per la pace e la riconciliazione, fra le nazioni e gruppi in conflitto. Il mondo è in attesa di una parola, di una nostra parola speranza che rinnovi, specialmente nei giovani, la fiducia in Dio e dia senso alla vita.

[00234-01.04] [in194] [Testo originale: italiano]

S.E.R. Mons. Laurent MONSENGWO PASINYA, Arcivescovo di Kisangani, (Repubblica Democratica del Congo), Presidente del "Symposium des Conferences Episcopales d'Afrique et de Madagascar" (S.C.E.A.M.)

Un tale invito alla fiducia e alla speranza riguarda in primo luogo il Collegio Episcopale stesso in comunione con il Successore di Pietro che, sin dall’inizio del suo pontificato, ha chiesto agli uomini di non avere paura di aprire le porte al Redentore. Il messaggio di speranza pasquale ci esorta a "prendere il largo" (Tertio millennio ineunte, n. 15), a bandire la paura, soprattutto la paura delle necessarie riforme, a sollevare i problemi reali confidando pienamente nello Spirito Santo, ad abbandonare la sicurezza dei sentieri battuti per esplorare le nuove vie dell’evangelizzazione suggerite dai segni dei tempi (cfr. Lc 12, 54-56).

Ad un’umanità profondamente divisa dalle differenze sociali e da una cultura politica che integra il ricco e potente escludendo il povero e il debole, il vescovo deve proclamare il Vangelo della Chiesa-famiglia di Dio. "Che cosa hai fatto del tuo fratello?" deve gridare il vescovo a tutti coloro che si compiacciono dell’ingiustizia, dell’oppressione, della violazione dei diritti della persona e della sua dignità, del contrabbando delle armi, dell’organizzazione - ancora oggi - della schiavitù, crimine abominevole e iniquo.

A un mondo stanco e distrutto dalle guerre e dai conflitti armati, con la loro scia di odio, aggressività e violenza repressi, agli uomini storditi dai genocidi e da altri attentati alla vita, il vescovo proclama il Vangelo della vita e della pace: la vita che il Cristo e venuto a darci in abbondanza (cfr. Gv 10, 10); la vera pace, quella che solo il Cristo può dare (cfr. Gv 14, 27). Tale Vangelo obbliga il vescovo a integrare armoniosamente nazionalismo e patriottismo da un lato e fratellanza universale e carità pastorale dall’altro, esercitando il più possibile un ministero di mediazione e di riconciliazione tra fratelli nemici.

Infine, in Africa come nel terzo mondo, il vescovo deve predicare la Buona Novella liberatrice dell’autentica povertà evangelica e della Croce. Non solo perché "noi predichiamo Cristo crocifisso" (1Cor 1, 23), ma anche perché, con il suo popolo, il vescovo vive la dura esperienza della povertà. Deve spesso portare il peso della miseria e della povertà materiale e spirituale di un popolo che, per intuito e buon senso, si rivolge spontaneamente alla Chiesa per trovarvi la salvezza materiale e spirituale. Come una volta Paolo VI, durante uno dei suoi viaggi apostolici, il vescovo spesso fatica a trattenere le lacrime davanti ad un bambino scheletrico e condannato a morte a causa dell’inaridimento del cuore di quanti instaurano o appoggiano dei sistemi politici corrotti e poco rispettosi della dignità umana fondata sull’Incarnazione di Cristo.

La sacramentalità della Chiesa, percepita istintivamente dal popolo alla ricerca della salvezza integrale portata da Cristo ai poveri, agli oppressi e agli emarginati, merita una riflessione teologica più approfondita, soprattutto per quanto riguarda l’evangelizzazione del mondo politico. Anche questo fa parte del servizio al Vangelo per la speranza del mondo. Che lo Spirito di Gesù Cristo, Spirito di saggezza e consiglio, ci aiuti a farlo grazie all’intercessione materna della Vergine Maria.

[00244-01.04] [in195] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Vernon James WEISGERBER, Arcivescovo di Winnipeg (Canada)

L’Instrumentum laboris invita la Chiesa a domandarsi come Cristo e il Suo Vangelo devono essere proclamati oggi, in un momento in cui riconosciamo sia l’unità della famiglia umana che il suo pluralismo di nazioni, lingue e culture. Il messaggio del Vangelo deve penetrare in ciascuna delle nostre culture; la realizzazione di una simile evangelizzazione richiede la collaborazione del magistero della Chiesa. Quindi, il nostro Santo Padre ha detto che il ministero petrino e la collegialità episcopale "devono essere esaminati costantemente" e ha sottolineato l’importanza di tale esame per il dialogo ecumenico.

Il primato e la collegialità sono entrambi doni fatti alla Chiesa e dovrebbero essere esercitati in modo da servire ed esprimere la realtà fondamentale della Chiesa come comunione di Chiese. La comunione include il riconoscimento e il rispetto reciproci, confidenza e fiducia, apertura e reciproca comunicazione. La Chiesa deve assicurare che il primato e la collegialità siano esercitati con equilibrio. A causa degli sviluppi storici, vi è una mancanza di equilibrio nell’esercizio del primato e della collegialità. Si suggeriscono due modi per migliorare questa situazione.

1) Il vescovo nella sua diocesi deve essere riconosciuto come maestro, guida, unificatore, "vicario e ambasciatore di Cristo". Il suo ruolo viene soffocato se le persone pensano che egli si limiti ad impartire i suoi insegnamenti da un livello centralizzato della Chiesa. D’altro canto quando è evidente una collaborazione piena e proficua, il vescovo può esercitare pienamente i suoi munera e il primato e la collegialità ne vengono rafforzati.

2) Entrando nel nuovo millennio, la Chiesa ha ricevuto un meraviglioso progetto pastorale contenuto in Novo millennium ineunte. Per imbarcarsi coraggiosamente e prendere il largo, cioè per portare l’evangelizzazione in una nuova era, le conferenze episcopali devono essere viste come veicolo di collegialità. Esse non costituiscono un ostacolo tra il primato e la collegialità, bensì degli strumenti moderni con cui le Chiese locali possono impegnare le loro stesse realtà culturali a sviluppare quelle caratteristiche particolari che sono il riflesso della ricchezza multiforme della saggezza di Dio. La competenza e l’autorità delle conferenze episcopali deve essere promossa e rispettata.

L’Instrumentum laboris mette in guardia dalle forze della globalizzazione e dalla sua "tendenza a ridurre ogni cosa ad un denominatore comune e a sottovalutare le diversità". Un’eccessiva centralizzazione produce, per la Chiesa, lo stesso pericolo.

[00236-01.04] [in196] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Gérard-Joseph DESCHAMPS, S.M.M., Vescovo di Bereina (Papua Nuova Guinea)

Il Sinodo dei Vescovi, istituito da Papa Paolo VI, è preposto a dare consiglio al Papa nel governo della Chiesa universale. "Quanto più salda è la unità dei vescovi con il Papa [...] tanto più ne risulta arricchita la comunione e la missione della Chiesa, tanto più lo stesso loro ministero ne sarà rafforzato" (Instrumentum laboris, 9).

Quanto sono forti l’unità e la comunione che emergono dal Sinodo, così come è adesso? La collegialità episcopale, come viene definita dal Concilio, può creare un alto grado di unità e di comunione tra il romano Pontefice e i vescovi del mondo.

I Sinodi non passano senza produrre dei frutti. I vescovi offrono i loro suggerimenti e il Papa decide. Ha il diritto di farlo. Talvolta le decisioni ci mettono molto a venire. In Oceania stiamo ancora aspettando l’Esortazione apostolica successiva al nostro Sinodo sull’Oceania tenutosi nel 1998.

Gli Apostoli dei Gentili, Paolo e Barnaba, ci hanno dimostrato, in Atti 15, come opera la collegialità e come porta risultati in questioni cruciali, quali l’inculturazione, per la vita di tutta la Chiesa.

Al Concilio è stato affermato che lo stesso potere collegiale (come quello del Concilio) può essere esercitato in unione col Papa, in certe condizioni, al di fuori del Concilio. E il Codice di Diritto Canonico, al n. 343, stabilisce che un voto deliberativo può essere espresso talvolta ai Sinodi, ma con la ratifica delle decisioni da parte del Papa.

Occorrerebbe forse progettare una struttura riveduta del Sinodo, che aiuti a trattare molti difficili problemi che si ripresentano ad ogni Sinodo nell’Assemblea generale o nei circoli minori. Questa espressione di unità e comunione può rafforzare il buon lavoro dei Sinodi dei vescovi.

[00238-01.04] [in198] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Horacio del Carmen VALENZUELA ABARCA, Vescovo di Talca (Cile)

Una parola di gratitudine al Signore per l’immenso dono di questo incontro sinodale. Insieme al Santo Padre e ai vescovi di tutto il mondo, religiosi e laici viviamo, nello Spirito Santo, un tempo prezioso di comunione che "incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa" (NMI 42). Mi riferisco fondamentalmente a tre temi:

In primo luogo rispetto all’Instrumentum laboris in generale. Il tema centrale del Sinodo, "Il Vescovo Servitore del Vangelo per la speranza del mondo", ha avuto ampia risonanza nelle nostre Chiese particolari. Prova ne è la grande ricchezza di contributi raccolti dal Documento. Questo, tuttavia, implica l’assunzione di almeno due sfide: esprimere i contenuti più in funzione delle radici ontologiche del ministero episcopale e, in secondo luogo, dare maggior peso e maggior nitidezza al filo conduttore in funzione dell’episcopato e della speranza cristiana.

Il secondo aspetto verte sulla necessità di sottolineare la presenza della Madre di Nostro Signore nel documento, di mettere in evidenza il suo posto come modello di accoglienza, incarnazione e servizio alla Parola e, pertanto, come Madre della Speranza.

In terzo luogo, il delicato esercizio del ministero della Parola da parte del vescovo esige una certa familiarità con il Vangelo. È obbligatorio, evitando i fondamentalismi che paralizzano, avvicinarci di più allo stile del Signore. Abbiamo bisogno di portare a tutti gli ambienti l’esperienza degli uomini e delle donne del mondo rurale, i quali, ascoltando il Vangelo, sentono parlare di Dio nella propria lingua.

[00239-01.03] [IN199] [Testo originale: spagnolo]

S.Em.R. Card. Francisco Javier ERRÁZURIZ OSSA, Arcivescovo di Santiago del Cile, Presidente della Conferenza Episcopale (Cile)

Vorrei parlare di alcuni aspetti della nostra vita e della nostra missione in quanto successori degli apostoli, che si riferiscono alla speranza.

1. La prima caratteristica degli apostoli è essere stati chiamati da Gesù a essere suoi discepoli. Essi si distinguevano dagli altri discepoli perché Gesù li aveva chiamati affinché stessero con lui (cfr. Mc 3, 13) e permanessero nel suo amore e nella sua verità. Il Padre ha legato le loro vite alla persona, alla sapienza e alla missione di Suo Figlio, risvegliando in loro la meraviglia, la conversione e la fedeltà fino alla morte.

Anche noi siamo stati chiamati dal Padre dei cieli a vivere molto vicini a Gesù Cristo, ad ascoltarlo con ammirazione, permanentemente, come suoi discepoli; a servirlo percorrendo le vie del Vangelo; a fare di ogni incontro della nostra vita un incontro con Suo Figlio, una contemplazione del Suo volto e dei Suoi disegni di salvezza. Per coloro cui questa realtà risulta trasparente e per coloro che ci percepiscono come discepoli di Gesù, siamo segni di speranza, poiché essi Lo cercano, anche senza saperlo.

2. Già prima dell’incontro con Cristo, gli apostoli vivevano della speranza. Soprattutto grazie ai profeti erano a conoscenza delle promesse di Dio. Alla luce di questo, comprendiamo il breve dialogo con i primi due discepoli. Gesù poté gettare un ponte verso le loro più profonde aspirazioni con due sole parole: "Che cercate?" Dopo essere stati con lui, furono loro che annunciarono: "Abbiamo trovato il Messia" (cfr. Gv 1, 38sgg.). Avevano incontrato Gesù Cristo, nel quale tutte le promesse sono divenute un "sì" (cfr. 2Cor 1, 20).

Dalle nostre labbra deve scaturire questa stessa domanda: "Che cercate?", sapendo che l’anima dell’uomo è stata creata per cercare la felicità di Dio e parteciparvi e che tutte le sue nobili aspirazioni hanno la loro risposta in Cristo. Spetta a noi annunciare le promesse di Dio. Senza di esse non vi è speranza teologale, non vi è amicizia con Dio, non vi è condivisione autenticamente fraterna dei beni della terra. Basandoci sulle promesse, il nostro rapporto con le persone farà loro sentire che crediamo nella loro dignità e confidiamo che esse si realizzeranno in loro, perché Dio è onnipotente e fedele. Egli può e vuole invitarle a passare dalla morte alla vita, come anche a collaborare con Lui nella costruzione del Suo Regno di giustizia, amore, pace e santità.

Propongo quindi che noi tutti sviluppiamo con maggior forza la pedagogia pastorale che è coerente con le promesse della Nuova Alleanza.

3. Le promesse di Dio giungono a essere realtà viva mediante il potere di Dio. Poco prima di ascendere in cielo, Gesù disse agli apostoli che avrebbe inviato su di loro la Promessa del Padre Suo e che sarebbero stati rivestiti di potenza dall’alto (cfr. Lc 24, 49; At 1, 4). Già in quello stesso giorno di Pentecoste, i frutti del discorso di Pietro manifestarono la fecondità dell’irruzione dello "Spirito della Promessa" (cfr. Ga 3, 14). Questo nome dello Spirito rivela che colui che lo riceve già possiede nella speranza, con vera gioia, l’adempimento di tutte le promesse. Gli apostoli hanno sperimentato la sua vigorosa azione come Spirito di comunione, di santità e di audacia e fecondità missionaria.

Per quanto riguarda il nostro compito come successori degli apostoli, ogniqualvolta diciamo il nostro "sì" ai piani che Dio ci propone, confidando illimitatamente, come la Vergine Maria, nel fatto che per Lui nulla è impossibile, siamo un segno di speranza. E lo siamo ogni volta che appoggiamo iniziative dei fedeli in cui abbiamo scorto il soffio dello Spirito, ma che non hanno più alcuna proporzione con le loro forze umane, bensì solo con il potere dello Spirito della Promessa.

[00240-01.03] [in200] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Eduardo Vicente MIRÁS, Arcivescovo di Rosario (Argentina)

Ringrazio in modo particolare per la testimonianza di speranza che ci hanno dato le Chiese perseguitate e quelle inserite in culture che rendono molto difficile creare in esse uno spazio al vangelo di Gesù Cristo.

Vorrei insistere su alcuni temi, già presenti, in qualche modo, nelle proposte di altri padri sinodali:

1) La collegialità nella Chiesa-comunione dovrebbe essere più accentuata, come pure l’importanza delle conferenze episcopali, delle province ecclesiastiche e delle conferenze o consigli regionali, poiché il vescovo non lo si comprende se non nella collegialità. La stessa missione, che è parte dell’intima essenza della Chiesa, è strettamente legata alla collegialità. Il responsabile del mondo da evangelizzare è il Collegio insieme con Pietro, suo capo.

2) L’unità e la molteplicità di forme della Chiesa ci obbliga a valutare il rapporto fra il vescovo e i carismi. Essi devono essere valorizzati e incoraggiati. Ma è opportuno evitare che dai carismi sorgano pastorali parallele. Devono, invece, inserirsi nel piano pastorale della Chiesa locale.

3) Si dovrebbe sottolineare l’aspetto di discepolo del vescovo stesso che offre il proprio carisma alla Chiesa particolare, e in Essa si arricchisce con l’aiuto dei presbiteri, dei diaconi e degli altri fedeli. Il Vescovo non è una persona al di fuori del gregge, bensì un eletto da Dio per pascerlo e promuovere l’unità. Perciò deve fare in modo di imparare dal popolo di Dio.

4) Siccome in molti luoghi il popolo ha, del vescovo, l’immagine predominante dell’uomo influente nel potere secolare e, a volte, suo alleato, mancano dei gesti istituzionali che, per quanto piccoli e quotidiani, mostrino che egli desidera veramente servire stando vicino, essere sollecito verso tutti e lontano dalla figura del semplice amministratore. Sarebbe molto utile la rinuncia ad onori, titoli e abiti che hanno a che fare con i riconoscimenti secolari e gli impediscono di apparire "padre, fratello e amico" (Instrumentum laboris, n. 9).

5) Infine, davanti all’affermazione del Concilio Vaticano, in Gaudium et spes n. 2, secondo la quale la Chiesa "ha presente perciò il mondo degli uomini ossia l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive", è necessario che il vescovo, in quanto servitore del vangelo per la speranza del mondo, si occupi di tutte queste realtà, conoscendo e interpretando la cultura contemporanea, proponendo iniziative che contribuiscano alla dignità dell’essere umano e promuovendo l’influenza del pensiero e del peso dei valori cristiani.

[00245-01.04] [IN201] [Testo originale: spagnolo]

AVVISI

LAVORI SINODALI

Riprenderanno domani mattina mercoledì 10 ottobre 2001 alle ore 09.00 i lavori dei Circoli Minori, per l’elezione dei Relatori e la continuazione del dibattito sul tema della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

I Moderatori e i Relatori dei Circoli Minori si riuniranno domani pomeriggio mercoledì 10 ottobre 2001 alle ore 16.00.

La Quindicesima Congregazione Generale avrà luogo domani pomeriggio alle ore 17.00, per l’Auditio Auditorum II, la seconda Auditio per gli interventi degli Auditori in Aula sul tema sinodale.

"BRIEFING" PER I GRUPPI LINGUISTICI

L’ottavo "briefing" per i gruppi linguistici avrà luogo domani mercoledì 10 ottobre 2001 alle ore 13.10 (nei luoghi di briefing e con gli Addetti Stampa indicati nel Bollettino N. 2).

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).

"POOL" PER L’AULA DEL SINODO

L’ottavo "pool" per l’Aula del Sinodo sarà formato per la preghiera di apertura della Sedicesima Congregazione Generale di giovedì mattina 11 ottobre 2001.

Nell’Ufficio Informazioni e Accreditamenti della Sala Stampa della Santa Sede (all’ingresso, a destra) sono a disposizione dei redattori le liste d’iscrizione al pool.

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporters sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali per la partecipazione al pool per l’Aula del Sinodo.

Si ricorda che i partecipanti al pool sono pregati di trovarsi alle ore 08.30 nel Settore Stampa, allestito all’esterno di fronte all’ingresso dell’Aula Paolo VI, da dove saranno chiamati per accedere all’Aula del Sinodo, sempre accompagnati da un ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede, rispettivamente dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

BOLLETTINO

Il prossimo Bollettino N. 18, con l’elenco dei Relatori dei Circoli Minori eletti nella Sessione II dei Circoli Minori e riguardante i lavori della Quindicesima Congregazione Generale della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi di domani pomeriggio mercoledì 10 ottobre 2001, sarà a disposizione dei Signori giornalisti accreditati giovedì mattina 11 ottobre 2001, all’apertura della Sala Stampa della Santa Sede.

[B17-01.02]

 

 
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- Indice Sala Stampa della Santa Sede
 
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