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04 - 03.10.2005
SOMMARIO
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PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005, ANTEMERIDIANO)
♦ AVVISI
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PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005, ANTEMERIDIANO)
Questa mattina lunedì 3 ottobre 2005 alle ore 09.00, alla presenza del
Santo Padre, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, con il canto dell’Ora
Terza, aperto dall’inno Veni, Creator Spiritus, hanno avuto inizio i
lavori dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, con
la Prima Congregazione Generale. Il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto
la riflessione.
Presidente Delegato di turno S.Em.R. il Sig. Card. Francis ARINZE,
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina del
Sacramenti.
L’assemblea sinodale aperta ieri da Benedetto XVI, che ha presieduto la
solenne Concelebrazione Eucaristica nella Patriarcale Basilica di San
Pietro in Vaticano, raccoglierà fino al 23 ottobre 2005 una
rappresentanza dei Presuli del mondo sul tema L’Eucaristia: fonte e
culmine della vita e della missione della Chiesa.
Sono intervenuti a questa Prima Congregazione Generale il Presidente
Delegato, S.Em.R. il Sig. Card. Francis ARINZE, Prefetto della
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina del Sacramenti, per il
Saluto del Presidente Delegato; S.E.R. Mons. Nikola ETEROVIĆ, Segretario
Generale del Sinodo dei Vescovi, per la Relazione del Segretario
Generale; S.Em.R. il Sig. Card. Angelo SCOLA, Patriarca di Venezia
(Italia), per la Relatio Ante Disceptationem del Relatore Generale.
Pubblichiamo qui di seguito i testi integrali degli interventi,
pronunciati in Aula:
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SALUTO DEL PRESIDENTE DELEGATO, S.EM.R. IL SIG. CARD. FRANCIS ARINZE,
PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEL
SACRAMENTI
●
RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE DEL SINODO DEI VESCOVI, S.E.R. MONS.
NIKOLA ETEROVIĆ
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RELATIO ANTE DISCEPTATIONEM DEL RELATORE GENERALE, S.EM.R. IL SIG.
CARD. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA (ITALIA).
La Prima
Congregazione Generale dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo
dei Vescovi si è conclusa alle ore 12.20 con la Recita dell’Angelus
Domini guidata dal Santo Padre.
Erano presenti 241 Padri Sinodali.
La Seconda Congregazione Generale avrà luogo questo pomeriggio 3 ottobre
2005 alle ore 16.30 con l’inizio della discussione generale sul tema
sinodale.
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SALUTO DEL PRESIDENTE DELEGATO, S.EM.R. IL SIG. CARD. FRANCIS ARINZE,
PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEL
SACRAMENTI
Beatissimo Padre
1. Con spirito di fede, con ringraziamento alla Divina Provvidenza per
il Vostro Pontificato, nella gioia cristiana, ma anche con senso di
responsabilità, noi veniamo qui convocati da Vostra Santità, Successore
di Pietro e Vicario di Cristo. Questa XI Assemblea Generale Ordinaria
del Sinodo dei Vescovi, convocata prima dal Vostro Predecessore, di
venerata e indimenticabile memoria, il Servo di Dio, Papa Giovanni Paolo
II, e riconvocata poi da Vostra Santità non molto tempo dopo la Sua
elezione alla Sede Petrina, ci offre l’occasione di riflettere su di un
tema che tocca il cuore e la vita della Chiesa: “L’Eucaristia: fonte e
culmine della vita e della missione della Chiesa”.
2. Non è un segreto che il mistero eucaristico è un tema molto caro a
Vostra Santità. Infatti, nella prima omelia pronunciata da Vostra
Santità la mattina dopo la sua elezione il 20 aprile 2005 nella Cappella
Sistina, Ella disse tra l’altro ai Cardinali e al mondo: “In maniera
quanto mai significativa, il mio Pontificato inizia mentre la Chiesa sta
vivendo lo speciale Anno dedicato all’Eucaristia. Come non cogliere in
questa provvidenziale coincidenza un elemento che deve caratterizzare il
ministero al quale sono stato chiamato? L’Eucaristia, cuore della vita
cristiana e sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa, non
può non costituire il centro permanente e la fonte del servizio petrino
che mi è stato affidato” (Omelia del 20/04/2005, n. 4, in L’Osserv. Rom.
94, 21 aprile 2005, p. 9).
3. di grande importanza per la Chiesa che i rappresentanti del Collegio
dei Vescovi di tutta la Chiesa si raccolgano intorno al Successore di
Pietro per riflettere e pregare sul grande Mistero della Fede. Veniamo
dalle Chiese particolari o diocesi come rappresentanti delle Conferenze
Episcopali e delle Chiese Orientali, ma anche dalla Curia Romana,
dall’Unione dei Superiori Generali, e alcuni sono stati nominati da
Vostra Santità.
Veniamo per riflettere su di un tema che tocca il cuore pulsante della
vita della Chiesa. Nella santissima Eucaristia, infatti, come dice il
Concilio Vaticano II, “è racchiuso tutto il bene spirituale della
Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua” (Presbyt. Ordinis, 5).
L’Eucaristia “si pone al centro della vita ecclesiale” (Eccl. de Euch.,
3).
Per due anni tutta la Chiesa ha in modo particolare riflettuto,
discusso, meditato e pregato sul Mistero Eucaristico. Conferenze
Episcopali, Sinodi delle Chiese Orientali, diocesi, parrocchie, istituti
superiori di studio cattolici, seminari, monasteri, istituti religiosi,
associazioni o movimenti cattolici e altri gruppi nella Chiesa hanno
preso iniziative in tal senso. Ecco ora questa nobile Assemblea che
cerca di raccogliere insieme i frutti di questi contributi sotto la
guida del Vicario di Cristo e Successore di Pietro.
4. Ci benedica, Santo Padre. Ci guidi. Ci accompagni.
Che la Vergine Maria, “donna eucaristica” (Eccl. de Euch., 53),
interceda per noi.
Che lo Spirito Santo ci dia la luce, la fede, la sapienza, la carità
pastorale, il coraggio evangelico, la gioia dell’annuncio e la
consapevolezza della nostra responsabilità davanti a Dio, davanti alla
Chiesa e anche davanti al mondo, di fare il nostro dovere in queste tre
settimane per il bene del popolo santo di Dio.
[00019-01.05] [NNNNN] [Testo originale: italiano]
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RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE DEL SINODO DEI VESCOVI, S.E.R. MONS.
NIKOLA ETEROVIĆ
Padre Santo,
Eminentissimi ed Eccellentissimi Padri,
Cari Fratelli e Sorelle,
Per la prima volta in qualità di Segretario Generale del Sinodo dei
Vescovi ho l’onore di rivolgere la parola ai membri di questa illustre
Assemblea, salutando ben volentieri tutti i presenti con le parole di
San Paolo apostolo: “grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal
Signore Gesù Cristo” (1 Cor 1, 3).
Rivolgo un saluto deferente al Santo Padre Benedetto XVI che presiede la
prima Assemblea del Sinodo dei Vescovi del Suo pontificato. Al contempo,
ringrazio Sua Santità per avere confermato la convocazione della
presente assise sinodale e per averne seguito da vicino la preparazione.
A nome di tutti i padri sinodali Gli sono grato in anticipo per la Sua
presenza e per ogni prezioso contributo allo svolgimento dei lavori che
hanno per scopo promuovere la vita e la missione della Chiesa
universale, nel segno dell’Eucaristia.
Saluto cordialmente tutti i 256 membri dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, di cui 177 sono eletti, 40 di nomina
Pontificia e 39 ex officio e 10 Superiori Generali. Tra essi vi sono 55
cardinali, 8 patriarchi, 82 arcivescovi, 123 vescovi e 12 religiosi.
Quanto agli uffici svolti, vi sono 36 Presidenti di Conferenza
Episcopale, 234 Ordinari, 4 Coadiutori, 14 Ausiliari e 4 Emeriti.
I menzionati padri sinodali provengono da tutti i continenti e cioè 50
dall’Africa, 59 dall’America, 44 dall’Asia, 95 dall’Europa e 8
dall’Oceania.
Grato per avere accolto l’invito, rivolgo il mio deferente pensiero ai
Delegati fraterni, rappresentanti di 12 Chiese e comunità ecclesiali.
Estendo i più sentiti saluti agli Uditori, agli Esperti, agli
Assistenti, ai Traduttori ed al personale tecnico, senza il cui concorso
non si potrebbero svolgere adeguatamente i lavori. Infine, uno speciale
saluto e ringraziamento rivolgo ai generosi Collaboratori della
Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, la cui opera mi è stata di
particolare sostegno in questa mia prima esperienza sinodale.
Con l’Apostolo delle Genti a tutti auguro la grazia e la pace, doni con
cui Dio Uno e Trino benedirà i nostri lavori collegiali per il bene
della Chiesa e dell’umanità.
La presente relazione è composta di VI parti:
I) Considerazioni preliminari;
II) Periodo tra la X e l’XI Assemblea Generale Ordinaria;
III) Preparazione dell’XI Assemblea Generale Ordinaria;
IV) Novità nella metodologia sinodale;
V) Attività della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi;
VI) Conclusione.
I) Considerazioni preliminari
“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima
della mia passione” (Lc 22, 15). Con queste parole pronunciate durante
l’ultima cena, Gesù Cristo introdusse il racconto dell’istituzione del
sacramento dell’Eucaristia. Tutti e tre i Vangeli sinottici coincidono
sul significato delle parole pronunciate sul pane e sul vino che, per la
grazia dello Spirito Santo, sono diventati il corpo e il sangue del
Signore Gesù (cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-25; Lc 22, 14-20). Le parole
furono accompagnate da gesti concreti: “prese il pane e, pronunziata la
benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli” (Mt 26, 26). Tali parole
e gesti indicano chiaramente la volontà di Gesù Cristo di istituire
l’Eucaristia nell’ambito della cena pasquale ebraica, prefigurazione
della sua morte e resurrezione, anticipo del banchetto escatologico
delle nozze dell’Agnello immolato. La narrazione dell’evangelista
Giovanni (cfr. Gv 6) rende ancora più evidente che Gesù di Nazaret da
tempo stava preparando il grande sacramento. Egli, infatti, si presentò
alla gente, quasi all’inizio dell’attività pubblica, come il pane vivo,
disceso dal cielo per la vita del mondo (cfr. Gv 6, 51).
L’Eucaristia che Gesù Cristo istituì in presenza degli apostoli,
radunati con lui attorno alla tavola, è inscindibilmente legata alla
Chiesa, dall’inizio fino alla fine dei tempi. Per espressa volontà del
Signore “fate questo in memoria di me” (1Cor 11, 24), il sacramento
dell’Eucaristia, celebrato nella Chiesa, doveva tramandarsi di
generazione in generazione, come la più preziosa eredità, come il
Testamento d’amore del Signore Gesù. Si tratta di sacra Tradizione, come
testimonia San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti (cfr. 1Cor 11,
23-26), che per la divina Provvidenza è pervenuta nella sua purezza
originale fino ai nostri giorni. Dobbiamo continuamente ringraziare Dio
Uno e Trino per tale inestimabile grazia, perché l’Eucaristia, grande
dono e mistero, continua ad essere celebrata, adorata e vissuta nella
Chiesa. Essa rappresenta il cuore della Chiesa, la fonte e il culmine
della sua vita e della sua attività di evangelizzazione e di promozione
umana.
Eredità spirituale del Papa Giovanni Paolo II
Il tema dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi
incentrato sull’Eucaristia fu voluto dal Papa Giovanni Paolo II di v. m.
Coloro che conoscono bene la sua opera e la sua missione ecclesiale non
possono non percepire dei significativi richiami del Servo di Dio
all’esempio dell’unico Maestro e Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio e
Figlio dell’Uomo.
Infatti, la riscoperta dell’Eucaristia, celebrata e vissuta
adeguatamente nella Chiesa, sembra essere anche il contenuto del
Testamento spirituale del Papa Giovanni Paolo II. Avvertendo che si
avvicinava la sua ora, egli, con lo Spirito del Signore, cercò di
concentrare le sue energie sull’essenziale e cioè, sul Santissimo
Sacramento. La mirabile presenza del Signore glorioso sotto le specie
del pane e del vino fu il sostegno della sua fede viva, la fonte della
grande speranza e la ragione dell’incisiva carità. Si è trattato di
un’esperienza maturata soprattutto durante 59 anni di sacerdozio, di cui
44 vissuti da Vescovo, che ha spinto il compianto Pontefice a riproporre
il tema dell’Eucaristia alla riflessione della Chiesa universale.
L’ultima sua enciclica è stata Ecclesia de Eucharistia. La sua penultima
Lettera Apostolica è Mane nobiscum Domine. L’ultima iniziativa pastorale
a livello della Chiesa universale è l’Anno dell’Eucaristia. In questa
prospettiva non sorprende che pure l’XI Assemblea Generale Ordinaria del
Sinodo dei Vescovi abbia per tema l’Eucaristia. Con la sua celebrazione
si chiuderà l’Anno dell’Eucaristia. Incominciata dal Papa Giovanni Paolo
II la preparazione dell’XI Assemblea Generale Ordinaria, essa sarà
portata a termine dal suo successore, il Santo Padre Benedetto XVI.
L’annuncio della presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, Testamento del
suo amore divino, rimane la fonte inesauribile della vita e della
missione della Chiesa. L’esperienza di fede eucaristica del Servo di Dio
Giovanni Paolo II, lasciataci come sua eredità spirituale, non mancherà
di influire in modo positivo anche sull’attività dell’assise sinodale
che incomincia i suoi lavori.
Nella scelta del tema dell’XI Assemblea Generale Ordinaria è possibile
percepire anche un’intuizione profetica del Papa Giovanni Paolo II. Egli
ha voluto favorire la riflessione a livello della Chiesa Cattolica circa
la prassi eucaristica, verificando come sono applicati nelle Chiese
particolari i grandi pronunciamenti del Magistero sul sublime Sacramento
della presenza vera, reale e sostanziale di Gesù Cristo risorto
nell’Eucaristia, sorgente dell’unità e della comunione ecclesiale.
Desiderava accertare come il sacramento dell’Eucaristia sia percepito e
vissuto e quale influsso abbia nella vita dei fedeli, delle famiglie,
delle comunità e dell’intera società. La sua intenzione di fondo era,
poi, un rilancio dell’Eucaristia, inestimabile dono di Dio alla sua
Chiesa, tramite un’appropriata catechesi a tutti i livelli, un rinnovato
culto liturgico, un rafforzato servizio della carità, che ha la fonte
permanente nel pane spezzato per noi uomini e nel vino versato per la
nostra salvezza.
II) Attività tra la X e l’XI Assemblea Generale Ordinaria
Ricordo dell’Em.mo Card. Jan Pieter Schotte
Evocando in questa assise collegiale l’eredità spirituale del Papa
Giovanni Paolo II, è doveroso, con animo grato al Signore, ricordare
anche uno dei suoi più vicini collaboratori, Sua Eminenza il Signor
Card. Jan Pieter Schotte, C.I.C.M., che per quasi 19 anni fu Segretario
Generale del Sinodo dei Vescovi. Durante tale periodo l’Em.mo Porporato
svolse preziosi servizi ecclesiali. In particolare, ha organizzato 12
Assemblee sinodali, di cui 4 (1987; 1990; 1994; 2001) Assemblee Generali
Ordinarie, 1 (nel 1985) Assemblea Generale Straordinaria e 7 Assemblee
Speciali (nel 1991 I per l’Europa; nel 1994 per l’Africa; nel 1995 per
il Libano; nel 1997 per l’America; nel 1998 per l’Asia; nel 1998 per
l’Oceania; nel 1999 II per l’Europa). Sua Eminenza il Card. Jan Pieter
Schotte incominciò anche la preparazione dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria. Meno di un anno prima che il Signore della vita lo chiamasse
a sé il 10 gennaio 2005, Papa Giovanni Paolo II volle nominare l’11
febbraio 2004 il sottoscritto a succedergli nell’ufficio della
Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi. Anche tale successione si è
svolta nel segno del mistero dell’Eucaristia, tema dell’XI Assemblea
Generale Ordinaria, in quanto ho preso da lui il testimone mentre il
cammino sinodale era già in moto, per certo inserito in una tradizione
ben consolidata e con risultati assai positivi.
Infatti, Sua Eminenza il Signor Card. Jan Pieter Schotte, terminata
felicemente la X Assemblea Generale Ordinaria, che sul tema Il Vescovo:
Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo fu
celebrata dal 30 settembre al 27 ottobre 2001, ha incominciato, in
stretta unione con il Sommo Pontefice, a preparare la prossima XI
Assemblea Generale Ordinaria.
Prima della conclusione della X Assemblea Generale Ordinaria, il 26
ottobre 2001, l’Em.mo Card. Segretario Generale presiedette la prima
riunione del X Consiglio Ordinario, appena costituito, rilevando che 6
padri sinodali facevano parte per la prima volta di un tale organismo
collegiale. Dopo avere approfondito la mutua conoscenza, ai membri
furono indicati i compiti del Consiglio Ordinario secondo le norme
vigenti del Sinodo dei Vescovi. In particolare, fu affermato che il
Consiglio è chiamato a mantenere vivo lo spirito collegiale dell’assise
sinodale e a riproporre il contenuto delle Proposizioni, risultato
preminente del Sinodo dei Vescovi, in un documento da sottoporre al
Santo Padre in vista della pubblicazione dell’Esortazione post-Sinodale.
Il X Consiglio Ordinario si è riunito 8 volte dal febbraio 2002 fino al
novembre del 2004. In particolare, la seconda riunione si è svolta dal 6
all’8 febbraio 2002, la terza nei giorni 13 e 14 giugno 2002, la quarta
dal 5 al 7 novembre, la quinta dal 26 al 27 marzo 2003, la sesta dal 1
al 2 luglio 2003, la settima dal 23 al 24 ottobre 2003 e l’ottava nei
giorni 16 e 17 novembre 2004.
Le prime 4 riunioni si sono concentrate quasi esclusivamente sulla
rielaborazione del materiale della X Assemblea Generale Ordinaria, in
vista della redazione dell’Esortazione post-Sinodale Pastores gregis che
il Papa Giovanni Paolo II ha firmato e promulgato il 16 ottobre 2003, in
occasione del XXV anniversario del Pontificato. Al solenne atto svoltosi
nell’aula Paolo VI in presenza di numerosi pellegrini hanno partecipato
i tre Presidenti Delegati: le loro Eminenze i Signori Cardinali:
Giovanni Battista Re, Ivan Dias e Bernard Agré, il Relatore Generale Sua
Eminenza il Sig. Card. Edward Egan e il Relatore Generale Aggiunto Sua
Eminenza il Sig. Card. Jorge Mario Bergoglio, il Segretario Generale Sua
Eminenza il Sig. Card. Jan Pieter Schotte, il Segretario Speciale Sua
Eccellenza Mons. Marcello Semeraro. A lato del Papa Giovanni Paolo II
stavano il Decano del Collegio dei Cardinali Sua Eminenza il Sig. Card.
Joseph Ratzinger e il Segretario di Stato Sua Eminenza il Sig. Card.
Angelo Sodano. Il Sommo Pontefice consegnò simbolicamente il documento
ai tre Presidenti Delegati, ai due Relatori Generali, al Segretario
Speciale e a cinque vescovi, uno di ogni continente.
Nel frattempo, all’inizio dell’anno 2003, l’Em.mo Segretario Generale ha
inviato la Relatio circa labores peractos della X Assemblea Generale
Ordinaria alle Istituzioni che ne hanno il diritto. Nel documento sono
tra l’altro indicati i seguenti dati statistici: all’assise sinodale
hanno partecipato 247 membri, di cui 175 eletti, 35 di nomina Pontificia
e 37 ex officio. La X Assemblea Generale Ordinaria ha avuto 25
Congregazioni generali, 17 sessioni dei Circoli minori. I padri hanno
approvato 67 Propositiones. III) Preparazione dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria
Tema dell’XI Assemblea Generale Ordinaria
Il tema e la data della celebrazione dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria furono discussi in varie occasioni.
Al termine della X Assemblea Generale Ordinaria i padri sinodali
espressero i loro pareri circa l’argomento della prossima assise
sinodale. Inoltre, per incarico del Papa Giovanni Paolo II, la
Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi consultò in merito anche le
Conferenze Episcopali, i Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui
iuris, i Dicasteri della Curia Romana, l’Unione dei Superiori Generali.
I risultati furono esaminati durante la terza riunione del X Consiglio
Ordinario nei giorni 13 e 14 giugno 2002. Alla luce dei risultati
ottenuti, i membri del Consiglio hanno formato la terna dei temi da
sottoporre alla decisione del Sommo Pontefice. Al primo posto vi fu il
tema dell’Eucaristia nella vita e nella missione della Chiesa.
Nel corso della successiva quinta riunione del X Consiglio Ordinario, il
26 marzo 2003, l’Em.mo Card. Segretario Generale informò i membri che il
Papa Giovanni Paolo II aveva scelto il tema dell’Eucaristia per la
prossima XI Assemblea Generale Ordinaria, con raccomandazione di porre
l’accento sulla parrocchia in relazione al ministero e culto
eucaristico. Pertanto, si concretizzò il tema sull’Eucaristia come fonte
e culmine della vita e della missione della Chiesa e si incominciò a
riflettere circa le idee portanti dei Lineamenta, documento che ha per
scopo di favorire la discussione a livello della Chiesa universale
sull’argomento dell’assise sinodale.
Elaborazione dei Lineamenta
La sesta riunione del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del
Sinodo dei Vescovi, tenutasi il 1 e il 2 giugno 2003, fu dedicata
all’esame delle bozze dei Lineamenta. Come di consueto, il testo fu
oggetto di studio in due gruppi di lavoro, divisi secondo la lingua
italiana ed inglese. Nell’incontro congiunto si raggiunse il consenso
circa la struttura e le modifiche da apportare al progetto. Il lavoro
procedette con buoni risultati nella riunione del 23 e 24 novembre 2003
in modo che i Lineamenta, arricchiti dalle risposte che man mano
pervenivano, poterono essere pubblicati nel mese di febbraio dell’anno
2004.
La discussione in seno al X Consiglio Ordinario fu seguita con grande
interesse dal Papa Giovanni Paolo II il quale, nell’udienza concessa il
29 novembre 2003 all’Em.mo Segretario Generale Card. Jan Pieter Schotte,
approvò definitivamente il tema dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del
Sinodo dei Vescovi “Eucharistia: fons et culmen vitae et missionis
Ecclesiae”. La data prevista della celebrazione era dal 2 al 29 ottobre
2005.
Con Dispaccio del 18 dicembre 2003, Sua Eminenza il Sig. Card. Angelo
Sodano, Segretario di Stato, comunicò ufficialmente all’Em.mo Segretario
Generale del Sinodo dei Vescovi la menzionata decisione del Papa
Giovanni Paolo II. Pertanto, il 13 febbraio 2004 furono pubblicati su
“L’Osservatore Romano” il tema e la data dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Ovviamente, il Sommo Pontefice seguì da vicino anche la redazione dei
Lineamenta, il cui testo si stava scrivendo in 8 lingue: latino,
italiano, francese, spagnolo, portoghese, inglese, tedesco e polacco. Il
documento, appena pubblicato nel mese di febbraio 2004, in primo luogo
fu inviato alle Istituzioni che ne hanno diritto: Conferenze Episcopali,
Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, Dicasteri della
Curia Romana, Unione dei Superiori Generali. Poi se ne diede una più
larga diffusione attraverso i mezzi di comunicazione sociale a tutta la
Chiesa universale. Alla fine del Documento si trovava un Questionario
che doveva aiutare sia la riflessione sull’Eucaristia, insigne
Sacramento della nostra fede, sia la redazione delle risposte da far
pervenire alla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi entro il 31
dicembre 2004.
Preparazione dell’Instrumentum laboris
La recezione dei Lineamenta è stata assai positiva, come risulta anche
dal numero delle risposte ed osservazioni pervenute. Al riguardo può
essere utile indicare i dati statistici relativi alle risposte ai
Lineamenta degli ultimi Sinodi, con particolare riguardo alle
istituzioni di natura collegiale, come sono le Conferenze Episcopali e i
Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris.
Risposte delle Conferenze Episcopali per le diverse Assemblee Generali
Ordinarie:
1974 De evangelizatione (75,38 %)
1977 De catechesi (67,18 %)
1980 De familia (50,37 %)
1983 De reconciliatione et paenitentia (42,75 %)
1987 De christifidelibus laicis (59,85 %)
1990 De formatione sacerdotum (63,94 %)
1994 De vita consecrata (66,05 %)
2001 De episcopo (62,50 %)
2005 De Eucharistia (94,69 %)
Vale la pena notare che per questa Assemblea sinodale, quanto ai Sinodi
delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, la percentuale è stata del
73 % [1].
I Dicasteri della Curia Romana hanno risposto al 100 %. È venuta pronta
e ben elaborata anche la risposta dell’Unione dei Superiori Generali.
La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi ha ricevuto pure 110
osservazioni da parte di singoli Vescovi, sacerdoti, religiosi,
religiose e laici di tutto il mondo.
L’alta percentuale delle risposte e osservazioni è assai significativa.
In particolare occorre rilevare le risposte del quasi 95 % delle
Conferenze Episcopali, la più alta per un’Assemblea Generale Ordinaria
[2]. Tali dati statistici indicano chiaramente il grande interesse delle
Chiese particolari e di altre istituzioni ecclesiali per il tema
dell’attuale assise sinodale. Al contempo, sono indizio delle loro
attese per l’influsso del Sinodo dei Vescovi nella vita della Chiesa e
della sua missione nel mondo. Inoltre, dalle risposte si percepisce che
i Lineamenta hanno favorito la riflessione, spesso ben organizzata,
sulla percezione e la celebrazione dell’Eucaristia nelle rispettive
diocesi, parrocchie, istituzioni, organizzazioni e comunità ecclesiali.
La vasta discussione, accompagnata dalla preghiera, è stata di notevole
aiuto alle Chiese locali per verificare il grado dell’intelligenza del
sacramento dell’Eucaristia, la frequenza della partecipazione alle
celebrazioni eucaristiche, soprattutto di domenica e nei giorni di
precetto, le conseguenze della fede eucaristica nella vita personale,
familiare e sociale. Varie Diocesi hanno approfittato di tale occasione
sia per avere dati più precisi sulla prassi della fede dei propri
fedeli, sia per promuovere un’azione di catechesi allo scopo di favorire
una maggiore conoscenza del mistero del Santissimo Sacramento e di
promuoverne varie forme di celebrazione e di adorazione.
In altri luoghi, invece, è stata incaricata una Commissione della
Conferenza Episcopale di redigere la risposta ai Lineamenta, delimitando
la discussione ecclesiale sul tema. La riflessione è stata ancora meno
presente quando a rispondere al Questionario sono stati degli esperti
incaricati da alcune Conferenze Episcopali.
Ad ogni modo, i dati pervenuti alla Segreteria Generale sono stati molto
utili per avere un panorama assai fedele del modo in cui il sacramento
dell’Eucaristia è percepito e celebrato nella Chiesa universale con
caratteristiche proprie secondo le Tradizioni spirituali, i diversi riti
e le particolari connotazioni geografiche e culturali.
Le risposte di enti d’indole collegiale e quelle pervenute da singoli
fedeli a titolo personale formano l’abbondante materiale che è stato
debitamente studiato. Grazie all’aiuto di alcuni esperti e sotto la
responsabilità della Segreteria Generale, esso è stato anche incorporato
e sintetizzato nell’Instrumentum laboris.
Nella sua redazione un ruolo importante ha avuto il X Consiglio
Ordinario. Nella riunione dal 15 al 16 novembre 2004 è stato deciso lo
schema del Documento, tenendo conto della natura delle risposte e delle
osservazioni pervenute. Il Papa Giovanni Paolo II ha ricevuto in Udienza
i membri del X Consiglio Ordinario il 16 novembre, incoraggiando il loro
lavoro al servizio della Chiesa universale, che “attinge dall’Eucaristia
le energie vitali per la sua presenza e la sua azione nella storia degli
uomini” (L’Osservatore Romano, 17 novembre 2004, p. 5).
Al riguardo, occorre ricordare che non poche risposte sono pervenute
dopo la data indicata del 31 dicembre 2004. Ma anche esse sono state
tenute nella dovuta considerazione durante il laborioso e delicato
lavoro di redazione dell’Instrumentum laboris. Il Segretario Generale ha
presentato il documento il 7 luglio 2005 in una Conferenza stampa. Come
di consueto, esso è stato pubblicato in 8 lingue e diffuso tramite i
mezzi di comunicazione sociale.
Mentre procedevano i lavori di preparazione dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria, il Papa Giovanni Paolo II nominò il 12 marzo 2005 i tre
Presidenti Delegati: le loro Eminenze Reverendissime i Signori
Cardinali: Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto
Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Juan Sandoval Í iguez,
Arcivescovo di Guadalajara, Messico, e Telesphore Placidus Toppo,
Arcivescovo di Ranchi, India. Al contempo, Sua Santità nominò il
Relatore Generale, Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale
Angelo Scola, Patriarca di Venezia, e il Segretario Speciale, Sua
Eccellenza Reverendissima Monsignor Roland Minnerath, Arcivescovo di
Dijon, Francia.
Partecipazione alle assise sinodali del Papa Giovanni Paolo II
Il Signore della vita aveva, intanto, chiamato a sé il Suo fedele
Servitore Giovanni Paolo II il 2 aprile 2005. Così, il Sinodo dei
Vescovi perse il suo Presidente che ha avuto grandi meriti per lo
sviluppo di questa istituzione ecclesiale e collegiale. Con il decesso
del Papa Giovanni Paolo II è venuto a mancare l’unico Vescovo in
esercizio che fu padre sinodale di tutte le assise dalla fondazione del
Sinodo dei Vescovi fino alla sua ultima Assemblea Generale Ordinaria
nell’ottobre del 2001. In particolare, come Arcivescovo di Cracovia, il
Card. Karol Wojtyla fu Membro di 5 assemblee sinodali: nel 1969, 1971,
1974 e 1977. Quanto alla prima Assemblea Generale Ordinaria del 1967,
per solidarietà con l’Arcivescovo di Varsavia, Card. Stefan Wyszyński, a
cui il governo comunista vietò l’uscita dal Paese, il Card. Wojtyla
rinunciò a recarsi a Roma. Al riguardo, esiste una assai interessante
corrispondenza tra la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e i
delegati polacchi assenti, che testimonia di una loro partecipazione
spirituale ai lavori sinodali. Nell’anno 1974 il Card. Karol Wojtyla fu
Relatore Generale per l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi sul tema “Evangelizzazione nel mondo moderno”.
Durante il fecondo e lungo Pontificato di quasi 27 anni, il Papa
Giovanni Paolo II ha convocato 15 Assemblee sinodali, di cui 6 Assemblee
Generali Ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990, 1994, 2001); 1 Assemblea
Generale Straordinaria (nel 1985) e 8 Assemblee Speciali (1980 per i
Paesi Bassi; 1991 I per l’Europa; 1994 per l’Africa, 1995 per il Libano,
1997 per l’America, 1998 per l’Asia, 1998 per l’Oceania, 1999 II per
l’Europa). Inoltre, il Papa Giovanni Paolo II ha iniziato anche la
preparazione dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi, lasciandone la conclusione in eredità al suo Successore, Sua
Santità Benedetto XVI.
Nella celebrazione dell’Eucaristia i fedeli, unendosi al Signore Gesù
risorto, oltrepassano i limiti del tempo e dello spazio e, come membri
della comunità dei santi, gioiscono anche per la gloria dei fratelli già
ammessi alla presenza di Dio nell’eternità beata o per la lieta attesa
di coloro che si stanno purificando per potere quanto prima vedere
l’unico Santo faccia a faccia (cfr. 1Cor 13, 12). Partecipando a tale
grande mistero nella celebrazione del pane e del vino, a nome di tutti i
padri sinodali ringrazio Dio Uno e Trino per la cara Persona del Papa
Giovanni Paolo II e per il suo esimio servizio ecclesiale in favore del
Popolo di Dio, svolto per la maggiore lode e gloria di Dio Padre, Figlio
e Spirito Santo. Animati dalla grazia dello Spirito Santo, crediamo che
il Servo di Dio Giovanni Paolo II dal cielo intercederà anche per il
buon esito di questa Assemblea sinodale, perché porti abbondanti frutti
ai cattolici, ad altri cristiani, ai credenti di religioni non cristiane
come pure a tutti gli uomini di buona volontà.
Attività sinodale del Santo Padre Benedetto XVI
La successione apostolica permette alla Chiesa di Gesù Cristo di
continuare la sua missione nella storia, trasmettendo alle nuove
generazioni il deposito integro della fede, che forma i costumi e regola
la disciplina dei fedeli. Grazie ai moderni mezzi di comunicazione
sociale, i cattolici sparsi nel mondo intero, come pure numerosi fedeli
appartenenti alle Chiese e comunità cristiane oppure a varie
denominazioni religiose, hanno seguito con grande partecipazione il
periodo eccezionale della fine del Pontificato del Papa Giovanni Paolo
II e dell’inizio di quello del suo successore, Benedetto XVI. Si è
trattato di una grazia insigne del Signore alla sua Chiesa, la quale ha
potuto sperimentare, tra l’altro, l’importanza delle strutture
collegiali nella successione apostolica e, in particolare, per quanto
concerne l’elezione del Romano Pontefice, del collegio cardinalizio.
In questa sede, mentre ho il grande onore di rinnovare il più devoto
saluto al Santo Padre Benedetto XVI, che per la prima volta compie il
suo diritto innato di convocare e di presiedere un’Assemblea sinodale,
svolgo il dovere assai gradito di ricordare alcuni dati concernenti la
sua partecipazione alle precedenti assise sinodali. Eletto Arcivescovo
di München e Freising il 25 marzo 1977, Sua Eminenza il Signor Card.
Joseph Ratzinger ha partecipato a 16 Assemblee sinodali, dal 1977 fino
alla presente XI Assemblea Generale Ordinaria. In concreto, da
Arcivescovo di München e Freising l’Em.mo Card. Joseph Ratzinger prese
parte a 2 Assemblee Generali Ordinarie, del 1977 e del 1980. Durante la
seconda, celebrata sul tema La famiglia cristiana, egli fu Relatore
Generale. Chiamato dal Papa Giovanni Paolo II, il 15 febbraio 1982, a
dirigere la Congregazione per la Dottrina della Fede, Sua Eminenza ha
partecipato a 5 Assemblee Generali Ordinarie (del 1983, 1987, 1990, 1994
e 2001), all’Assemblea Generale Straordinaria del 1985 e a 7 Assemblee
Speciali, tutte eccetto quella per i Paesi Bassi del 1980. Occorre
ricordare che l’Em.mo Card. Joseph Ratzinger fu Presidente Delegato
dell’Assemblea Generale Ordinaria svoltasi nel 1983 sul tema La
penitenza e la riconciliazione nella missione della Chiesa.
Considerando che ogni Assemblea sinodale dura circa quattro settimane, è
facile concludere che il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato al Sinodo
dei Vescovi circa 14 mesi, un’anno e 2 mesi, cioè una parte
significativa dei 54 anni di vita sacerdotale, di cui 28 da Vescovo. A
tale dato concernente la presenza all’assise sinodale occorre aggiungere
la sua partecipazione ai lavori dei Consigli della Segreteria Generale
del Sinodo dei Vescovi, dato che l’Em.mo Card. Joseph Ratzinger ha fatto
parte di 4 Consigli Ordinari (1980, 1983, 1987 e 1990) e 2 Straordinari
(1983 e 1997) della medesima Segreteria Generale.
IV) Novità nella metodologia sinodale
Grazie a tale grande esperienza, il Santo Padre Benedetto XVI ha ben
volentieri indicato alcune innovazioni nella metodologia sinodale, allo
scopo di favorire ancora di più la natura collegiale del Sinodo dei
Vescovi.
Facendo sua l’iniziativa del Papa Giovanni Paolo II, il Santo Padre ha
deciso di portare a termine la celebrazione dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, modificandone la data. Infatti, il 12
maggio 2005 fu reso noto in modo ufficiale che il Sommo Pontefice aveva
confermato la celebrazione della menzionata assise sinodale e il tema
scelto, deliberando che i lavori si svolgessero non per quattro, bensì
per tre settimane e cioè dal 2 al 23 ottobre p. v. Con tale decisione,
Sua Santità ha voluto concentrare maggiormente i lavori per favorirne
ancora di più l’aspetto collegiale e sinodale. Per tale ragione, i
lavori si svolgeranno pure di sabato pomeriggio.
L’accorciamento della durata complessiva dell’Assemblea sinodale è il
risultato di diversi fattori. Da una parte, del desiderio degli stessi
Padri sinodali di non assentarsi a lungo dalle proprie sedi, anche se la
normativa canonica non pone alcun limite circa l’assenza dei Vescovi
dalla Diocesi nel caso specifico del Sinodo dei Vescovi. Dall’altra
parte, la riduzione della durata della celebrazione del Sinodo trova la
sua ragione, come si vedrà più avanti, nella ridistribuzione dei tempi
destinati alle diverse attività sinodali (Congregazioni generali,
Circoli minori, ecc.), allo scopo di rendere la procedura più agile ed
efficiente.
Il modo di procedere è indicato dettagliatamente nel Vademecum che ogni
partecipante ha ricevuto all’inizio dell’assise sinodale. In esso è
contenuta la prassi collaudata nei precedenti Sinodi, che si regola
secondo le norme della Lettera Apostolica Apostolica sollicitudo e dell’Ordo
Synodi, promulgati dal Papa Paolo VI di v. m., e secondo le successive
revisioni e aggiunte. Inoltre, il Vademecum fa riferimento al Codice di
Diritto Canonico e al Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.
Alcune novità del metodo sinodale sono già percepibili dal Calendario
dei lavori, che è inserito alla fine del Vademecum. Intanto, sono
previste 23 Congregazioni generali e 7 sessioni dei Circoli minori. Ciò
è stato causato dalle modifiche della metodologia sinodale e dalla
riduzione del tempo di lavoro. Al riguardo, mi permetto di indicare le
più significative innovazioni.
1) Ogni padre sinodale potrà intervenire in aula sinodale per 6 e non
per 8 minuti, come era nella prassi precedente. Tale riduzione è dovuta
al restringimento dei lavori a tre settimane, rimanendo il numero dei
partecipanti invariato, circa 250. È superfluo notare che i padri
potranno rilasciare interventi scritti più ampi, che saranno oggetto di
attenta considerazione da parte del Segretario Speciale.
2) Inoltre, tale riduzione è dovuta principalmente all’introduzione
durante il dibattito, di un’ora di discussione libera, dalle 18 alle 19,
ogni giorno al termine delle Congregazioni Generali. Si tratta di una
novità significativa per i partecipanti e per i Presidenti Delegati.
Essi saranno i moderatori delle discussioni in aula. I padri sinodali,
da parte loro, potranno chiedere ulteriori informazioni ai confratelli
che avessero già parlato in aula, riferendo anche sulla situazione della
propria Chiesa particolare. Il libero scambio di pareri e di esperienze
permetterà, si spera, di approfondire le questioni di maggiore
attualità, soprattutto d’indole pastorale, connesse con la celebrazione
del sacramento dell’Eucaristia, sorgente dell’unità e vincolo della
comunione ecclesiale.
Non è superfluo indicare che la libera discussione dovrà essere
circoscritta al tema del Sinodo: L’Eucaristia: fonte e culmine della
vita e della missione della Chiesa. Come risulta dall’Instrumentum
laboris, si tratta di un argomento assai ricco di aspetti, sia
dottrinali che pastorali, che meritano di essere approfonditi, tenendo
presente la prassi nelle rispettive Chiese particolari. Pertanto, non
sarebbe adeguato richiamare altri temi che, per quanto attuali, non sono
connessi con quello dell’Assemblea sinodale. Al riguardo, i Presidenti
Delegati avranno il compito di tenere la discussione entro i limiti
stabiliti.
3) Allo scopo di rendere più ordinata la discussione, i padri sinodali
sono cordialmente pregati di seguire nei loro interventi la struttura
dell’Instrumentum laboris. Come è noto, tale documento è composto di 4
parti. Pertanto, si auspica che la discussione incominci con i temi
della prima parte, e che, poi, continui con quelli della seconda e della
terza per arrivare all’ultima, la quarta parte. Tale ordine di
interventi richiede una certa disciplina. Ogni padre sinodale dovrebbe
già i primi giorni del Sinodo indicare la parte a cui vorrebbe
riferirsi, segnalando magari il numero del rispettivo paragrafo. È
probabile che tale metodo sia più facile per i Vescovi scelti dalle
Conferenze Episcopali con oltre 100 membri, che hanno diritto di essere
rappresentati da 4 padri sinodali. Ognuno di essi potrebbe scegliere di
intervenire su una parte distinta. Ovviamente, non si negano interventi
su altri temi d’interesse. I membri delle Conferenze Episcopali con meno
rappresentanti, dei Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche
sui iuris, dei Dicasteri della Curia Romana e dell’Unione dei Superiori
Generali sono pure pregati di seguire tale ordine logico. Iscrivendosi
quanto prima, essi indicheranno il numero dell’Instrumentum laboris a
cui vogliono riferirsi o, eventualmente, la parte del documento. La
Segreteria Generale ne terrà conto e, quando non vi saranno più
richieste di interventi sulla prima parte, incominceranno a parlare i
padri che si sono iscritti per la seconda e così via. Ad ogni modo, non
si rifiuteranno possibili interventi sparsi. Bisogna però rilevare che
questo metodo, previsto nell’Ordo Synodi, rimedia alle osservazioni
critiche di non pochi padri, perché, altrimenti, gli interventi durante
la prima fase dei lavori sinodali rischiano di diventare dispersivi e,
dunque, difficili da seguire. Inoltre, l’ordine nell’esposizione
dovrebbe favorire la discussione e, dunque, l’approfondimento dei temi
di maggiore interesse, specialmente durante l’ora del dibattito libero.
Non è superfluo ricordare che, se un padre non desidera pronunciare
pubblicamente il suo intervento, può consegnarne il testo scritto alla
Segreteria Generale, che s’incaricherà di studiarlo e di prenderlo in
considerazione ugualmente come gli altri testi letti in aula. Nella
misura in cui diminuissero gli interventi, si potrebbe eventualmente
adoperare il tempo reso disponibile per favorire ulteriormente la
discussione libera.
4) Considerando il tempo ridotto dell’Assemblea sinodale e dell’ampia
discussione in aula, si è dovuto abbreviare il numero delle sedute dei
13 Circoli minori, organizzati secondo le 6 lingue del Sinodo: latino,
francese, inglese, italiano, spagnolo e tedesco. Pertanto, i membri dei
circoli minori sono pregati di concentrarsi principalmente
sull’elaborazione delle proposizioni. Ogni proposizione, concisa e
breve, dovrebbe trattare un solo argomento. Sarebbero da evitare le
prolisse esposizioni della dottrina tradizionale della Chiesa. I padri
sinodali dovrebbero piuttosto formulare consigli intesi a favorire un
rinnovamento della prassi pastorale della Chiesa e a promuovere
l’applicazione dottrinale e spirituale del sacramento dell’Eucaristia
nella celebrazione liturgica e nella vita personale, familiare e sociale
dei fedeli.
5) Per incoraggiare una maggiore partecipazione, il Santo Padre
Benedetto XVI ha approvato la proposta che si applichi alla composizione
della Commissione per il Messaggio quanto previsto nell’Ordo Synodi per
le Commissioni di studio (cfr. Art 8 § 2). Pertanto, anche la
Commissione per il Messaggio sarà composta di 12 membri, di cui 4 di
nomina Pontificia, compresi il Presidente e il Vice-Presidente, mentre
gli altri 8 membri saranno eletti dai padri sinodali, tenendo conto
delle qualità auspicate per tale ufficio come, per esempio, le doti
professionali e tecniche in materia, la conoscenza delle lingue. Per
assicurare un’adeguata rappresentanza, si propone di scegliere cinque
candidati, uno per continente, un rappresentante delle Chiese Orientali
Cattoliche sui iuris, uno della Curia Romana e uno dell’Unione dei
Superiori Generali.
Al riguardo, è opportuno tenere conto della raccomandazione che i Padri
sinodali chiamati a svolgere un ufficio sinodale non assumano alcun
altro incarico all’interno del Sinodo. Tale norma ha per scopo di
favorire una distribuzione equa degli incarichi tra i membri
dell’Assemblea sinodale.
6) Nell’XI Assemblea Generale Ordinaria è abbastanza alto il numero di
Uditori e di Esperti. La ragione principale consiste nelle modifiche
della metodologia sinodale e nella riduzione della durata dell’assise
sinodale, che richiedono necessariamente un forte impegno. All’assise
sinodale partecipano 32 Esperti, che seguiranno gli interventi dei padri
e assisteranno principalmente il Segretario Speciale nello svolgimento
dei suoi compiti.
I 27 Uditori, sacerdoti, persone consacrate, laici, uomini e donne,
provenienti da diverse parti del mondo, arricchiranno la discussione
sinodale con le loro testimonianze sull’importanza del sacramento
dell’Eucaristia nella loro vita personale e comunitaria, come pure nelle
molteplici attività sociali, secondo la loro propria spiritualità
eucaristica.
7) Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha voluto aumentare il numero dei
Delegati fraterni, rappresentanti di altre Chiese cristiane e comunità
ecclesiali. Sono 12 e provengono dalle Chiese Ortodosse, dalle Antiche
Chiese d’Oriente e dalle Comunità derivate dalla Riforma che hanno una
visione simile a quella cattolica del mistero dell’Eucaristia. In tale
gesto non è difficile percepire un ulteriore segno di considerazione del
Sommo Pontefice verso il dialogo ecumenico con le Chiese e comunità
ecclesiali, che credono nel Signore Gesù presente nell’Eucaristia e si
sforzano di viverne le conseguenze.
8) Come è possibile verificare, vi sono anche alcune innovazioni
d’ordine tecnico che dovrebbero favorire i lavori e, dunque, il clima di
gioiosa e responsabile collegialità episcopale ed ecclesiale. Mi
riferisco al miglioramento dell’illuminazione, al perfezionamento dei
servizi tele-video; alla votazione elettronica per questioni di minore
portata, ecc. Per tale opera è doveroso ringraziare Sua Eminenza il Sig.
Cardinale Edmund Casimir Szoka, Presidente del Governatorato della Città
del Vaticano, e anche il personale, che in relativamente breve tempo è
riuscito a introdurre significative innovazioni tecniche che, spero,
saranno di beneficio per tutti i partecipanti.
9) La Divina Provvidenza ha disposto che la celebrazione dell’XI
Assemblea Generale Ordinaria coincida con il 40 anniversario
dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi. Una sessione dei lavori sarà
dedicata alla commemorazione di tale grande evento. Sono previste due
conferenze principali, l’una d’indole teologica, l’altra di carattere
giuridico sulla natura del Sinodo dei Vescovi. Seguiranno, poi, 7 brevi
comunicazioni sui risultati positivi delle Assemblee Speciali del Sinodo
dei Vescovi. Oltre a quelle che riguardano i Sinodi continentali, vi
sarà una relazione sui Sinodi per i Paesi Bassi e per il Libano. In
seguito, tempo permettendo, si potranno, tramite un libero scambio di
pareri, approfondire alcuni temi per cercare di migliorare ulteriormente
la metodologia sinodale per il bene della Chiesa e della società, in cui
i cristiani vivono ed operano.
V) Attività della Segreteria Generale
La preparazione dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi ha occupato grande parte dell’attività della Segreteria Generale
del Sinodo dei Vescovi negli ultimi tempi. Tuttavia, essa ha continuato
a svolgere anche altre attività. Di esse mi permetto di indicare
brevemente le seguenti.
La Segreteria Generale ha intrapreso il lavoro di aggiornamento dell’Ordo
Synodi, in conformità alle norme canoniche, soprattutto del Codice di
Diritto Canonico e del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, emanati
dopo la promulgazione dell’Ordo. Dopo la presente Assemblea Generale
Ordinaria tale iniziativa continuerà, arricchita dall’esperienza della
presente assise sinodale con le sue già annunciate innovazioni
metodologiche.
Riunione dei Consigli della Segreteria Generale
Dall’ultima Assemblea Generale Ordinaria dell’ottobre 2001 la Segreteria
Generale del Sinodo dei Vescovi ha avuto varie riunioni con i membri dei
Consigli della medesima. Si tratta di un’esperienza assai valida per
circa 100 Vescovi, provenienti da tutte le parti del mondo, che tramite
la Segreteria Generale forniscono al Santo Padre informazioni sulle
situazioni ecclesiali e sociali nei rispettivi Paesi, accompagnate da
consigli intesi a consolidare la presenza della Chiesa, a favorire
l’evangelizzazione, a promuovere la pace, la riconciliazione e la
giustizia nei singoli Paesi o regioni. Tali incontri sono molto utili
perché non solamente portano qualificate notizie circa l’applicazione
delle Esortazioni post-Sinodali, bensì, in un dialogo collegiale,
permettono di condividere le speranze e le preoccupazioni dei
confratelli nell’esercizio del loro ministero episcopale. Gli incontri
dei rispettivi Consigli con il Santo Padre, quando ciò è possibile,
rappresentano momenti d’intensa comunione e di profonda collegialità
episcopale. Gli indirizzi del Sommo Pontefice pronunciati in tali
occasioni sono stati di grande conforto non solamente per i membri dei
Consigli, bensì per tutti i Vescovi delle rispettive Chiese particolari,
parti vive dell’unica Chiesa Cattolica, della quale il Vescovo di Roma è
segno e garanzia di unità e di comunione.
Come già detto, il X Consiglio Ordinario della Segreteria Generale si è
riunito 8 volte. Inoltre, vi sono state le seguenti riunioni dei 6
Consigli Speciali della Segreteria Generale.
Il Consiglio Speciale per l’Europa si è riunito 3 volte, nelle seguenti
date: dal 21 al 23 novembre 2003, il 6 maggio 2005 e il 14 maggio 2005.
Il Consiglio Speciale per l’America ha avuto 4 riunioni: nei giorni 20 e
21 giugno 2001, 2 e 3 ottobre 2002, 14 ottobre 2003 e 5 novembre 2004.
Il Consiglio Speciale per l’Oceania ha avuto 3 sessioni: il 23 novembre
2001, dal 28 al 31 maggio 2002 e nei giorni 18 e 19 del febbraio 2004.
Il Consiglio Speciale per il Libano si è riunito 2 volte: nei giorni 22
e 23 maggio 2002 e il 16 e il 17 marzo 2004.
Il Consiglio Speciale per l’Asia ha svolto 4 riunioni: il 20 e il 21
novembre 2001, dal 19 al 21 novembre 2002, il 18 e il 19 novembre 2003 e
il 18 e il 19 novembre 2004.
Il Consiglio Speciale per l’Africa ha avuto un’attività più intensa,
dovuta anche alla preparazione della II Assemblea Speciale per l’Africa
del Sinodo dei Vescovi. Infatti, i membri del menzionato Consiglio si
sono riuniti 6 volte: il 7 e l’8 giugno 2001, l’11 e 12 giugno 2002, il
18 e il 19 giugno 2003, il 15 e il 16 giugno 2004, il 24 e il 25
febbraio 2005 e il 21 e 22 giugno 2005.
Come è noto, il 13 novembre 2004 il Papa Giovanni Paolo II espresse
l’intenzione di convocare la II Assemblea Speciale per l’Africa del
Sinodo dei Vescovi. Il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto propria tale
volontà. Nel pronunciamento del 22 giugno 2005, confermando la decisione
del suo Predecessore, egli ha precisato: “desidero annunciare la mia
intenzione di convocare la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del
Sinodo dei Vescovi”. Al contempo, Sua Santità ha specificato lo scopo di
tale riunione collegiale: “Nutro grande fiducia che tale Assise segni un
ulteriore impulso nel continente africano all’evangelizzazione, al
consolidamento e alla crescita della Chiesa e alla promozione della
riconciliazione e della pace”.
Attualmente il Consiglio Speciale per l’Africa della Segreteria
Generale, con l’aiuto di alcuni esperti, sta preparando i Lineamenta
della menzionata assise sinodale che a suo tempo, con l’approvazione del
Santo Padre, saranno resi noti. Tutti i fedeli, soprattutto i
partecipanti all’XI Assemblea Generale Ordinaria sono invitati a pregare
perché la II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi
rafforzi la presenza della Chiesa nell’intera Africa, dia un nuovo
dinamismo all’evangelizzazione e alla promozione umana e i figli della
Chiesa diventino ancora di più fautori della riconciliazione, della pace
e della giustizia nel grande continente africano.
VI) Conclusione
“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22,
15). La parola del Signore risuona nella Chiesa da duemila anni e raduna
intorno alla mensa eucaristica i cristiani, uomini e donne, membri del
Popolo di Dio, che, nutrendosi del pane disceso dal cielo, ricevono la
vita in abbondanza (cfr. Gv 10, 10).
Nell’Eucaristia, pertanto, si manifesta un cammino in duplice direzione.
Nel Gesù Cristo, morto e risorto, Dio stesso viene incontro all’uomo
redento, lo purifica dai suoi peccati, lo nutre con il pane vero, quello
che dà la vita al mondo (cfr. Gv 6, 33), accompagnandolo durante il
pellegrinaggio terrestre verso la patria celeste. A tale percorso
discendente del Signore Gesù, corrisponde quello ascendente dell’uomo
che nel profondo anela ad incontrare Dio, in quanto creato a sua
immagine (cfr. Gen 1, 27). Nonostante vari tentennamenti e possibili
sbandamenti, connessi con il dono della libertà, nell’incontro con Dio
l’uomo trova se stesso, il senso della sua esistenza e la meta del suo
destino eterno, che consiste nella visione beatifica. Nell’Eucaristia
avviene pertanto l’incontro tra Dio e l’uomo. Essa è la forma per
eccellenza della presenza di Dio nel sacramento dell’umanità glorificata
di Gesù Cristo, il quale si offre come cibo e bevanda in ogni
celebrazione eucaristica. Al contempo, accostandosi all’Eucaristia,
l’uomo ottiene dal Signore Gesù la grazia che trasforma la sua vita. In
tale sublime sacramento trova la verità su Dio e sulla propria esistenza
e sul mondo creato, la forza per rimanere fedele alla vocazione
cristiana in mezzo alle tentazioni del mondo, l’ardore della carità per
essere testimone dell’amore di Dio soprattutto nei riguardi dei poveri e
dei piccoli (cfr. Mt 25, 31-44). Nutrendosi alla mensa del Signore, il
fedele è chiamato a mettere in pratica nella vita d’ogni giorno
l’insegnamento del Maestro il quale non è venuto per essere servito, ma
per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20, 28).
L’icona eloquente di tale attitudine è la lavanda dei piedi (cfr. Gv 13,
1-15). Tale attitudine di servizio eucaristico è percepibile in modo
particolare nella vita dei santi che hanno raggiunto in grado eccellente
la perfezione della vocazione cristiana, grazie al sublime sacramento
dell’Eucaristia che stava al centro della loro vita. Essi ci offrono un
esempio sempre attuale della spiritualità eucaristica come cammino
privilegiato verso la perfezione cristiana. Essi, inoltre, intercedono
continuamente per noi, affinché, comunicando al Corpo e al Sangue di
Gesù Cristo, diventiamo sempre di più ciò che per grazia già siamo:
figli di Dio, membri della Chiesa, cioè del Corpo mistico di Gesù Cristo
(cfr. Col 1, 18).
Tra i santi un posto del tutto particolare occupa la Beata Vergine Maria,
“Donna Eucaristica” (cfr. EE 53). Essa precede la grande schiera dei
beati e dei santi riconosciuti dalla Chiesa, di cui alcuni sono
ricordati al N. 76 dell’Instrumentum laboris. Ad essi bisogna aggiungere
una moltitudine immensa, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (cfr Ap
7, 9), la cui santità è nota solo agli occhi di Dio. Tra loro, portati
sulle ali della fede, osiamo sperare si trovi anche il Papa Giovanni
Paolo II e tanti altri Vescovi, che durante la vita terrena hanno svolto
ammirevoli servizi alla Chiesa promovendo, in particolare, la
collegialità episcopale. Tra loro, l’Em.mo Card. Jan Pieter Schotte può
essere indicato come esempio di servitore fedele alla Chiesa e al Santo
Padre, la cui persona raccomandiamo alla misericordia di Dio buono e
clemente.
In quest’Anno dell’Eucaristia, tutta la Chiesa accompagna con la
preghiera la celebrazione del Sinodo dei Vescovi. Come all’inizio della
Chiesa per san Pietro Apostolo (cfr. At 12, 5), così ora una preghiera
particolare sale incessantemente a Dio per il Santo Padre Benedetto XVI,
all’inizio del suo Pontificato, in quest’alba del Terzo millennio del
cristianesimo. I fedeli, grati a Dio Onnipotente per la sua elezione
alla sede di Roma, invocano su di Lui l’abbondanza dei doni dello
Spirito Santo, perché, scorgendo i segni dei tempi, possa guidare la
barca di Pietro (cfr. Gv 21, 11) verso il porto tranquillo, non temendo
eventuali burrasche e tempeste, ma affidandosi al Signore Gesù Cristo,
l’unico capace di sedarle (cfr. Mt 8, 23-27).
Tale preghiera corale include, poi, i successori degli apostoli, i
Vescovi, chiamati a partecipare alla sollecitudine per la Chiesa
universale del Vescovo di Roma e Capo del collegio episcopale.
L’orazione pertanto accompagna i lavori dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Sotto la guida dello Spirito del
Signore risorto, la presente assise sinodale possa essere di grande
aiuto al Ministero del Sommo Pontefice e dei Vescovi, nella collegialità
e nella comunione gerarchica. Il servizio ecclesiale del Sinodo dei
Vescovi diventa prezioso soprattutto mentre cerca di approfondire le
applicazioni pastorali della fede nel sacramento dell’Eucaristia, che da
duemila anni rappresenta la sorgente della vita della Chiesa e la
ragione della sua missione nel mondo. Unendosi all’intercessione della
Chiesa del cielo, il Popolo di Dio supplica il Signore, affinché sia
apportato nuovo slancio alla celebrazione del sublime mistero del pane
della vita (cfr. Gv 6, 35) e del calice della nuova alleanza (cfr. Lc
22, 20), sia suscitato un rinnovato amore per l’adorazione del
Santissimo Sacramento e sia ravvivata la creatività della carità
fraterna viste le grandi attese dell’uomo contemporaneo e delle
crescenti necessità del nostro mondo.
Grazie per il paziente ascolto. Buon lavoro nel nome del Signore.
Note
[1] Alla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi non sono pervenute
risposte dal Sinodo della Chiesa Siro-Malabarese, dal Patriarcato di
Antiochia dei Maroniti e dal Consiglio della Chiesa Etiopica.
[2] La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi non ha ricevuto
risposte dalle Conferenze Episcopali di: Gabon, Iran, Laos e Cambogia,
Namibia, Pacifico, Turchia.
[00008-01.15] [NNNNN] [Testo originale: latino]
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RELATIO ANTE DISCEPTATIONEM DEL RELATORE GENERALE, S.EM.R. IL SIG.
CARD. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA (ITALIA)
INTRODUZIONE
Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo
I. Stupore eucaristico
II. L’Eucaristia implica evangelizzazione
III. L’Eucaristia e la ratio sacramentalis della Rivelazione
CAPITOLO PRIMO
Il novum del culto cristiano
I. La “logikē latreía” (Rm 12, 1)
II. Il valore del rito eucaristico
III. La celebrazione eucaristica fa la Chiesa
1. Una prima conferma: il Vescovo, liturgo per eccellenza
2. Una seconda conferma: la natura del tempio cristiano
3. Una terza conferma: “Intercomunione”?
CAPITOLO SECONDO
L’azione eucaristica
I. Elementi distintivi della celebrazione eucaristica
1. Indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica
a. Il dono eucaristico: né diritto né possesso
a1. Assemblee domenicali in attesa di sacerdote
a2. Viri probati?
2. Adorazione
3. Atteggiamento di confessione e penitenza
a. I divorziati risposati e la comunione eucaristica
4. Ite missa est
II. Ars celebrandi e actuosa participatio
CAPITOLO TERZO
Dimensione antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia
I. Due premesse
1. Eucaristia ed evangelizzazione
2. Eucaristia, interculturalità e inculturazione
II. Dimensione antropologica dell’Eucaristia
III. Dimensione cosmologica dell’Eucaristia
IV. Dimensione sociale dell’Eucaristia CONCLUSIONE
L’esistenza eucaristica nel travaglio contemporaneo
I. Ripresa sintetica
II. Un auspicio finale
INTRODUZIONE
Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo
I. Stupore eucaristico
Quando celebrano l’Eucaristia, “i fedeli possono rivivere in qualche
modo l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: “si aprirono loro gli
occhi e lo riconobbero” (Lc 24, 31) [1]. Per questo Giovanni Paolo II
afferma che l’azione eucaristica suscita stupore [2]. Lo stupore è la
risposta immediata dell’uomo alla realtà che lo interpella. Esprime il
riconoscimento che la realtà gli è amica, è un positivo che incontra le
sue attese costitutive. San Paolo, scrivendo ai Romani, ne spiega la
ragione: la realtà custodisce il disegno buono del Creatore. A tal punto
che l’Apostolo ha potuto dire degli uomini “che soffocano la verità
nell’ingiustizia” che sono “inescusabili” perché “pur conoscendo Dio” -
dal momento che “dalla creazione del mondo in poi le sue perfezioni
invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da
Lui compiute” - “non gli hanno reso gloria né gli hanno reso grazie come
a Dio” (cfr. Rm 1, 19-21).
Incertezza e timore, invece, possono subentrare in un secondo tempo
nell’esperienza dell’uomo, quando, a causa della finitudine e del male,
in lui si fa strada la paura che la positività della realtà non
permanga.
Così, da una parte, l’azione eucaristica, come del resto l’intero
cristianesimo in quanto sorgente di stupore [3], si inscrive
nell’esperienza umana come tale. Tuttavia, dall’altra, Essa si manifesta
come un avvenimento inatteso e del tutto gratuito. Nell’Eucaristia si
rivela che quello di Dio è un disegno di amore. In Essa il Deus Trinitas,
che in Se stesso è amore (cfr. 1Gv 4, 7-8), si abbassa nel Corpo donato
e nel Sangue versato da Cristo Gesù, fino a farsi cibo e bevanda che
alimentano la vita dell’uomo (cfr. Lc 22, 14-20; 1Cor 11, 23-26).
Come i due di Emmaus, rigenerati dallo stupore eucaristico, ripresero il
proprio cammino (cfr. Lc 24, 32-33) così, il popolo di Dio,
abbandonandosi alla forza del sacramento, è sospinto a condividere la
storia di tutti gli uomini.
Giovanni Paolo II con grande lungimiranza, subito fatta propria da
Benedetto XVI, volle prolungare i benefici frutti del Grande Giubileo
nello speciale Anno Eucaristico [4], stabilendo che questa XI Assemblea
Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi fosse dedicata a L’Eucaristia,
fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. La solenne
celebrazione eucaristica con cui ieri l’abbiamo iniziata nella Basilica
di San Pietro, ci ha oggettivamente aperti a quell’atteggiamento di
stupore che, se opportunamente assecondato durante i nostri lavori,
contribuirà a far riscoprire la centralità e la bellezza dell’Eucaristia
alla Chiesa sparsa in tutto il mondo.
Perché l’Eucaristia è l’affascinante cuore della vita del popolo di Dio
destinato alla salvezza dell’umanità intera? Perché essa svela e rende
presente nell’oggi della storia Gesù Cristo come senso compiuto
dell’umana esistenza in tutte le sue dimensioni personali e comunitarie
[5]. E lo documenta a livello antropologico, cosmologico e sociale.
“Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”
[6]: nell’Eucaristia questa centrale affermazione conciliare rivela
tutto il suo realismo. Nel pane e nel vino, frutti della terra e del
lavoro, è ricapitolata l’offerta totale che l’uomo, uno di anima e di
corpo [7], fa di sé, dei suoi affetti e del suo operare; è espresso il
suo rapporto di permanente interazione col cosmo e, nello stesso tempo,
si documenta la sua originaria solidarietà con tutti i fratelli uomini,
a partire dalla famiglia e dalle comunità più prossime per giungere fino
agli estremi confini della terra.
Nel dono eucaristico è consentito al credente l’accesso alla Verità
vivente e personale che fa “liberi davvero” (cfr. Gv 8, 36).
Nell’Eucaristia l’invito di Gesù “se vuoi essere perfetto” (Mt 19, 21)
assume tutta la sua pregnanza. L’uomo è provocato ad uscire da se stesso
verso gli altri e la realtà tutta, perché sia soddisfatto il desiderio
inestirpabile di felicità che porta nel proprio cuore [8].
Nell’Eucaristia Gesù diviene concretamente Via a quella Verità che dà la
Vita (cfr. Gv 14, 6) [9].
In Essa, la Chiesa, realtà nello stesso tempo personale e sociale,
diviene concretamente un popolo di popoli, quella mirabile entità etnica
sui generis di cui parlava Paolo VI [10].
Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa “è l’intero
Triduum Paschale, ma questo è come raccolto, anticipato e ‘concentrato’
per sempre nel dono eucaristico” in quanto attua “una misteriosa
‘contemporaneità’ tra quel Triduum e lo scorrere dei secoli” [11]. Per
questo, da duemila anni il popolo santo di Dio, a qualunque generazione,
ceto, razza o cultura appartenga, conviene ogni domenica nell’ecclesia
eucaristica, confessando pubblicamente la propria fede. L’Eucaristia,
infatti, in se stessa e nella sua connessione con il settenario
sacramentale, svela tutta la portata del mistero della fede [12]. Ciò
spiega concretamente la ragione per cui anche nei tempi e nei luoghi di
maggior travaglio la Chiesa, sostenuta dallo Spirito, non è mai venuta
meno. Ad impedirlo ha contribuito proprio la prassi bimillenaria [13] di
porre al centro l’azione eucaristica domenicale.
Sono questi, in estrema sintesi, i motivi che possono suscitare lo
stupore eucaristico in uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo. La
presente Relatio ante disceptationem intende illustrarli un poco. Nel
quadro preparatorio tracciato dai Lineamenta prima e dall’Instrumentum
laboris poi, senza pretesa di completezza, ma senza evitare i principali
problemi, essa ha il solo scopo di aprire il dialogo tra i Padri
Sinodali.
Per comodità ne anticipo le articolazioni. Dopo aver fatto riferimento
allo stupore eucaristico, l’Introduzione (Eucaristia: la libertà di Dio
viene incontro alla libertà dell’uomo) evidenzia il nesso
dell’Eucaristia con l’evangelizzazione e con la ratio sacramentalis
propria della Rivelazione. Nel Primo Capitolo (Il novum del culto
cristiano) cercherò di mettere in luce la novità del culto cristiano. Il
Secondo Capitolo (L’azione eucaristica) tratterà dell’azione eucaristica
nei suoi elementi distintivi e nel necessario nesso tra ars celebrandi e
actuosa participatio. Un Terzo Capitolo (Dimensione antropologica,
cosmologica e sociale dell’Eucaristia) vuole mostrare come l’Eucaristia
possieda intrinsecamente una dimensione antropologica, una dimensione
cosmologica e una dimensione sociale. La Conclusione (L’esistenza
eucaristica nel travaglio contemporaneo) offrirà una ripresa sintetica
della materia svolta per terminare con un breve auspicio circa i nostri
lavori.
II. L’Eucaristia implica evangelizzazione
I dati raccolti dall’Instrumentum laboris preparato in vista di quest’Assemblea
Sinodale mostrano che la pratica eucaristica è assai varia nelle grandi
aree del globo. Questo ha certamente a che fare con le loro
significative differenze culturali, che si esprimono in maniera evidente
anche nella qualità della partecipazione all’Eucaristia che, a sua
volta, è connessa all’autenticità dell’ars celebrandi.
Un rilievo generale, tuttavia, si impone. Lo spegnersi dello stupore
eucaristico dipende, in ultima analisi, dalla finitudine e dal peccato
del soggetto. Spesso però questo trova un terreno di coltura nel fatto
che la comunità cristiana che celebra l’Eucaristia è distante dalla
realtà. Vive astrattamente. Non parla più all’uomo concreto, ai suoi
affetti, al suo lavoro, al suo riposo, alle sue esigenze di unità, di
verità, di bontà, di bellezza. E così l’azione eucaristica, separata
dall’esistenza quotidiana, non accompagna più il credente nel processo
di maturazione del proprio io e nel suo rapporto con il cosmo e con la
società.
L’Assemblea Sinodale dovrà indagare attentamente questo stato di cose e
suggerire i rimedi possibili. Non potrà limitarsi a ribadire la
centralità dell’Eucaristia e del dies Domini. Oggettivamente essa è
fuori discussione, ma la difficoltà sta nel come ridestare lo stupore,
generato dall’Eucaristia, nei tanti battezzati non praticanti (in taluni
paesi europei possono superare l’80%). “Prima che gli uomini possano
accostarsi alla liturgia - non dobbiamo dimenticarlo -, è necessario che
siano chiamati alla fede e alla conversione” [14]. Sono quindi
indispensabili l’annuncio e la testimonianza personale e comunitaria di
Gesù Cristo a tutti gli uomini ai fini di suscitare comunità cristiane
vitali ed aperte. Inoltre la vita di tali comunità domanda una
sistematica formazione al “pensiero di Cristo” (1Cor 2, 16) (catechesi -
in modo del tutto particolare quella riguardante l’iniziazione cristiana
dei bambini e degli adulti -, cultura). Passa attraverso l’educazione al
gratuito (carità, impegno di condivisione sociale). Chiede una
comunicazione universale della vita nuova in Cristo (missione). In una
parola i fattori costitutivi dell’evangelizzazione e della nuova
evangelizzazione sono essenziali implicazioni dell’azione eucaristica.
III. L’Eucaristia e la ratio sacramentalis della Rivelazione
Il Concilio Vaticano II, soprattutto nella Costituzione Dogmatica Dei
Verbum, ha messo in evidenza il carattere di avvenimento proprio della
Rivelazione. Ha così offerto una solida base dottrinale al realismo
eucaristico che solo garantisce la contemporaneità tra il Triduum
salvifico della Pasqua e l’uomo di ogni tempo. La Costituzione
approfondisce l’insegnamento del Vaticano I in chiave cristocentrica. La
Rivelazione si compie e completa nella Persona e nella storia di Gesù
Cristo, vero uomo e vero Dio, crocifisso, morto e risorto per noi uomini
e per la nostra salvezza [15]. Nella Sua opera di redenzione Egli rivela
il volto misericordioso del Padre che, mediante la potenza dello Spirito
del Risorto, ci rende figli nel Figlio (cfr. Ef 1, 5). “Nomen Trinitatis
publicando” [16] Gesù Cristo, attraverso il dono totale della Sua vita
innocente, scioglie l’enigma dell’uomo e, in tal modo, valorizza la sua
libertà abilitandolo a decidere su di sé. Gesù Cristo, infatti, domanda
alla libertà di ogni uomo di accogliere, mediante l’obbedienza della
fede, questo Suo dono in ogni atto della propria esistenza (cfr. Ap 3,
20). Tale accoglienza implica a sua volta, da parte dell’uomo, il dono
totale di sé (cfr. Mt 19, 21). Ne consegue l’esclusione di ogni
concezione magica del sacramento in generale e dell’Eucaristia in
particolare.
L’evento unico e irrepetibile del Triduum Paschale è stato da Cristo
stesso anticipato nella Cena con i Suoi, che Egli ha fortemente voluto (cfr.
Lc 22, 15). Sedendo a mensa con gli apostoli nel cenacolo, Gesù ha
istituito l’Eucaristia. Attraverso il dono dello Spirito Santo che rende
possibile attuare efficacemente il comando “fate questo in memoria di
me” (Lc 22, 19; 1Cor 11, 25), Egli apre al credente di ogni tempo la
possibilità di aver parte alla salvezza.
Nell’azione eucaristica, pertanto, la libertà di Dio incontra
effettivamente la libertà dell’uomo. A partire da questo incontro di
libertà il cristiano, segnato dal riconoscimento del dono di Dio e della
comunione con Lui e con i fratelli, è sospinto a dare a tutta la sua
vita una forma eucaristica [17]. E questo perché nell’Eucaristia si
esprime in modo eminente quella che Fides et ratio chiama la “ratio
sacramentalis della rivelazione” [18]. Essa consente al fedele di
scoprire che, attraverso tutte le circostanze e tutti i rapporti di cui
è obiettivamente costituita l’esistenza umana, l’evento di Gesù Cristo
chiama la sua libertà ad un progressivo coinvolgimento con la vita della
Trinità. Ad accompagnarlo in questa esperienza è Gesù stesso: “io sono
con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Per
questo Egli assicura alla comunità cristiana la Sua amorevole presenza:
“dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt
18, 20). Così ha vissuto dall’inizio la comunità primitiva: “Erano
assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione
fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). E sulla
vita di questo popolo di Dio che attraversa la storia getta una luce
sfolgorante la prospettiva escatologica in cui Gesù ha collocato, fin
dalla sua istituzione, l’azione eucaristica: “Io vi dico che da ora non
berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò
nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26, 29; Mc 14, 25; Lc 22,
18).
La ratio sacramentalis implicata nel mistero della incarnazione, morte e
risurrezione di Gesù Cristo, mostra che la vita di ogni uomo è
obiettivamente vocazione. Ogni stato di vita [19] - matrimonio,
sacerdozio ministeriale, verginità consacrata - riceve dal mistero
eucaristico la radice ultima della propria forma. Pertanto, nella
convocazione eucaristica, ogni credente trova l’origine ed il senso
della propria vocazione che imprime alla sua esistenza una forma
eucaristica.
CAPITOLO PRIMO
Il novum del culto cristiano
Il dato imponente della prassi bimillennaria della celebrazione
eucaristica domenicale, decisivo per la genesi e la crescita delle
comunità cristiane di ogni tempo e luogo, non è casuale. Questo primato
dell’Eucaristia come azione si spiega esaurientemente a partire dalla
ratio sacramentalis della rivelazione da cui sgorga la forma eucaristica
dell’esistenza cristiana. Per questo occorre mettere con decisione al
centro dei nostri lavori sull’Eucaristia, fonte e culmine della vita e
della missione della Chiesa, l’approfondimento dell’azione eucaristica
stessa. Questa scelta consente di superare ogni falsa opposizione tra
teologia e liturgia.
I. La “logikē latreía” (Rm 12, 1)
Pur riconoscendo con gli studiosi una certa differenziata continuità
antropologica con i riti propri delle svariate forme religiose, in modo
particolare con i riti sacrificali dell’Antico Vicino Oriente, con le
cene ellenistiche ed in specie con i pasti sacri del giudaismo di epoca
ellenistica, è oggi da tutti riconosciuto che l’Eucaristia di Gesù
nell’Ultima Cena ha dato vita ad un novum.
L’istituzione dell’Eucaristia si inserisce in una cena rituale, il cui
contesto pasquale è ormai accertato (cfr. Mt 26, 19-20; Mc 16-18; Lc 22,
13-14; Gv 13, 1-2) [20], come quella singolare azione mediante la quale
Gesù associa i Suoi alla Sua ora e missione anticipando il sacrificio
della Sua Pasqua, strada definitiva per l’instaurarsi del Regno.
Mangiando il Suo Corpo e bevendo il Suo Sangue, i discepoli sono
incorporati a Cristo: in tal modo si attua quella comunione che
costituisce la Chiesa.
Nell’Ultima Cena Gesù Cristo, “parlando ai discepoli anche con parole
che contengono la somma della Legge e dei Profeti” [21], offre Se stesso
come unica vittima proporzionata al Padre (cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14,
22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23ss). In questo atto Egli coinvolge però
anche i Suoi, non per un formale e triste ricordo della Sua persona e
della Sua azione, ma per la permanente ed attiva partecipazione alla Sua
offerta dei discepoli fino alla fine dei tempi: “fate questo in memoria
di me” (Lc 22, 19).
Emerge così il vincolo indissolubile che lega l’Eucaristia alla Chiesa e
la Chiesa all’Eucaristia. Non a caso ecclesia è il termine tecnico che,
fin dall’inizio, indica l’azione del riunirsi eucaristico dei cristiani
(cfr. 1Cor 11, 18; 14, 4-5.19.28). “La Chiesa vive dell’Eucaristia fin
dalle sue origini. In essa trova la ragione della sua esistenza, la
fonte inesauribile della sua santità, la forza dell’unità e il vincolo
della comunione, l’impulso della sua vitalità evangelica, il principio
della sua azione di evangelizzazione, la sorgente della carità e lo
slancio della promozione umana, l’anticipo della sua gloria nel
banchetto eterno delle Nozze dell’Agnello (cfr. Ap 19, 7-9)” [22].
Da quanto detto l’azione eucaristica emerge in tutta la sua forza di
fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale del cristiano, perché esprime,
nello stesso tempo, sia la genesi che il compimento del nuovo e
definitivo culto, la logikē latreía: “Vi esorto dunque, fratelli, per la
misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente,
santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (tçn logiken
latreían)” (Rm 12, 1). In questa visione paolina del nuovo culto come
offerta totale della propria persona - “Egli faccia di noi un sacrificio
perenne a Te gradito” [23] -, è definitivamente superata ogni
separazione tra sacro e profano. Il culto cristiano non è una parentesi
all’interno di un’esistenza vissuta in un orizzonte profano. Non è
neppure un puro atto sacrificale e riparatorio delle offese o delle
prese di distanza dallo sguardo di Dio. Il nuovo culto cristiano diventa
espressione di tutta l’esistenza rinnovata: “sia dunque che mangiate sia
che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la
gloria di Dio” (1Cor 10, 31). Ogni atto di libertà del cristiano è
chiamato così ad essere atto di culto. Da qui prende forma la natura
intrinsecamente eucaristica della spiritualità cristiana.
In quanto assume l’umano in tutta la sua densità storica l’Eucaristia,
vertice del settenario sacramentale [24], rende possibile, giorno dopo
giorno, la progressiva trasfigurazione dell’uomo predestinato e chiamato
per grazia ad essere ad immagine del Figlio stesso (cfr. Ef 1, 4-5). Si
pensi alla straordinaria efficacia del Battesimo: scopriamo che i figli,
incorporati a Cristo nella Chiesa, sono nostri perché sono figli del
Padre nostro che è nei cieli. La Confermazione svela ai cresimandi,
chiamati alla testimonianza, che gli affetti ed il lavoro ricevono la
loro verità dal dono dello Spirito di Gesù Cristo morto e risorto.
Attraverso il sacramento l’esperienza determinante della vita affettiva,
il Matrimonio, viene affidata dalla Chiesa al Signore. Lui solo è in
grado di realizzare il “per sempre” dell’amore che ogni sposa e ogni
sposo, quando ama veramente, ha nel cuore. E non è forse la più umana e
delicata attenzione alla libertà - spesso ferita dal peccato - quella
che la Chiesa ci offre invitandoci alla riconciliazione con Dio e con i
fratelli nel sacramento della Penitenza? Quando poi l’uomo viene ferito
nella propria carne dalla inevitabile prova della malattia, l’Unzione
degli infermi esprime la vicinanza speciale di Gesù che tanto ha patito
ed è morto e risorto per noi. Una vicinanza del tutto particolare se
accompagnata dalla regolare possibilità offerta agli ammalati di
ricevere la Comunione e, quando è necessario, il Santo Viatico. E questo
perché noi possiamo prontamente guarire e, in ogni caso, non perdiamo la
speranza di risorgere con Lui e così di reincontrarLo e di reincontrarci
nel nostro vero corpo. Taluni, poi, non per i loro meriti ma per
iniziativa dello Spirito di Gesù, sono presi a servizio del popolo di
Dio come ministri ordinati (sacramento dell’Ordine).
In tal modo la vita liturgica delle nostre comunità non fa altro che
testimoniare come nel concreto snodarsi dell’umana esistenza - nascita,
rapporti, amore, dolore, morte, vita dopo la morte - Gesù si faccia
presente a tutti gli uomini ogni giorno, in ogni situazione [25]. Nel
quadro tracciato emerge qui nuovamente la forza della ratio
sacramentalis propria del genio cattolico.
II. Il valore del rito eucaristico
In questa visione inaugurata dall’Eucaristia cristiana non solo il culto
ma anche il rito viene ad assumere una fisionomia radicalmente nuova.
Quella cioè dell’azione di Cristo stesso che, col dono del Suo Spirito,
ammette i Suoi alla presenza del Padre per “compiere il servizio
sacerdotale” [26].
Per la sua natura di sorgente della logikē latreía l’azione rituale
eucaristica viene ad essere oggettivamente anche la più essenziale e
decisiva di tutte le azioni umane. Nel rito eucaristico infatti fa
irruzione, in un preciso istante del tempo, il significato compiuto
della storia, e quindi la sua verità. In questo modo il rito eucaristico
opera una discontinuità nel succedersi delle vicende quotidiane
dell’uomo, ma è proprio nello spazio aperto da tale discontinuità che
l’uomo impara a decidersi per la verità obiettivamente a lui donata nel
rito stesso. Questa scelta avviene nella fede: si può rapportarsi alla
verità donata solo nell’affidamento totale di sé. Pertanto l’azione
eucaristica è fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale cristiana
proprio in forza della celebrazione stessa del rito che, in tutta la sua
sostanziale pienezza, esprime adeguatamente la fede vissuta del popolo
cristiano.
Inserita temporalmente e spazialmente nella trama dell’esistenza
quotidiana, ma nello stesso tempo proveniente “dall’alto” in quanto
sacramento, cioè segno e strumento efficace della grazia divina,
l’azione rituale eucaristica diventa paradigma dell’intera esistenza
dell’uomo [27]. Il rito eucaristico non è accidentale rispetto
all’esistenza personale e sociale, né estrinseco all’inevitabile essere
dell’uomo per il mondo, ma è centro della vita reale della nuova
creatura (cfr. 2Cor 5, 17; Gal 6, 15). La sua esistenza è compiutamente
umana perciò storica, ma nello stesso tempo, in forza della memoria
eucaristica del Corpo donato e del Sangue versato del Crocifisso
Risorto, essa già vive nella prospettiva eterna della risurrezione (cfr.
1Cor 15, 19-22) [28]. Nell’azione eucaristica la liturgia terrestre è
intimamente unita con quella celeste [29]. Lo scambio di comunione tra i
vivi e i morti di cui le Messe di suffragio per i defunti sono
importante espressione, costituisce una testimonianza permanente della
fede della Chiesa nel nesso inscindibile tra vita terrena e vita eterna
[30].
Questa visione unitaria dell’azione eucaristica come cuore di tutta
l’esistenza cristiana è sempre stata presente nella coscienza
ecclesiale. Dall’immedesimazione con l’azione compiuta da Gesù così come
ci è conservata dal canone biblico, alla traditio che nel suo incessante
ritmo di trasmissione e di recezione la assicura lungo il tempo e lo
spazio; dalle variegate forme liturgiche dei primi secoli, che ancora
splendono nei riti liturgici delle antiche Chiese di Oriente, fino alla
predominante fissazione del rito romano; dalle precise indicazioni del
Concilio di Trento e del Messale di Pio V fino alla riforma liturgica
del Vaticano II: Ogni tappa della vita della Chiesa conferma che
l’azione eucaristica, fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale
cristiana, coincide con il rito sacramentale che genera e compie il
culto nuovo e definitivo (logikē latreía).
La considerazione del rito in tutta la sua pienezza consente di evitare
ogni frammentazione e giustapposizione tra l’azione eucaristica e le
esigenze della nuova evangelizzazione, che vanno dall’annuncio
testimoniale in ogni ambiente dell’umana esistenza fino alle necessarie
implicazioni antropologiche, cosmologiche e sociali che l’Eucaristia
obiettivamente mette in campo. Permette inoltre alla comunità cristiana
di perseguire simultaneamente un’accurata fedeltà alle rubriche
liturgiche ed un’attenta duttilità alle istanze di inculturazione. III.
La celebrazione eucaristica fa la Chiesa
Lo stupore eucaristico dei due discepoli di Emmaus riverbera nella
meraviglia dell’azione liturgica della celebrazione eucaristica. Essa è
l’atto di culto chiamato ad esprimere in modo eminente l’unico evento
pasquale.
Nell’Ultima Cena Gesù manifesta chiaramente coi Suoi gesti e con le Sue
parole il legame intrinseco tra l’avvento del regno del Padre e il Suo
destino personale (cfr. Mt 26, 29; Mc 14, 25, Lc 22, 15-16; Gv 12,
23-24). Nell’identificazione trasformatrice del pane e del vino con il
Corpo e il Sangue di Cristo (presenza reale [31]), l’Ultima Cena
anticipa sacramentalmente il sacrificio della nuova pasqua come la forma
mediante la quale il Padre compie, nel Figlio e con l’opera dello
Spirito Santo, il Suo disegno redentivo di salvezza: “Poi, preso un
pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio
corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso
modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la
nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi"” (Lc 22,
19-20). A nessuno sfugge la difficoltà che il linguaggio sacrificale,
impiegato dalla Scrittura e dalla tradizione della Chiesa [32], incontra
nella cultura odierna [33]. Tuttavia, se si vuol rispettare tutta la
pregnanza del dono incondizionato che Gesù Cristo fa di Se stesso,
appare oggi urgente riscoprire l’Eucaristia come sacrificio. Gesù Cristo
chiama i Suoi a quella forma integrale di culto (logikē latreía) che è
l’offerta di tutta la propria vita, in cui il cristiano viene plasmato
progressivamente proprio mediante la piena, consapevole ed attiva
partecipazione alla celebrazione eucaristica [34].
L’invito a mangiare il Suo Corpo e a bere il Suo Sangue (comunione)
costituisce la via sicura alla salvezza (cfr. Gv 6, 47-58) [35]. Il
memoriale pertanto, in continuità con la pasqua ebraica (cfr. Dt 16,
1ss), possiede la fisica concretezza dell’assunzione delle specie
eucaristiche, al riparo da ogni riduzione intellettualistica della fede.
Il frutto di quest’azione è la comunione sacramentale con Cristo (cfr.
1Cor 10, 16), resa possibile dall’amore con cui lo Spirito glorifica la
carne del Risorto. Lo stesso Spirito che mosse Cristo al dono totale di
Sé muove i Suoi ad accoglierLo nell’obbedienza della fede, li muove a
permanere in Lui ed a ricevere così la vita come Egli la riceve dal
Padre (cfr. Gv 14, 26; 16, 13).
Questo sacramento è dato per la comunione degli uomini in Cristo. Per
Paolo la koinonia è il frutto dell’Eucaristia mediante la quale i
cristiani, incorporati a Cristo, diventano un solo corpo e partecipano
di un solo Spirito (cfr. 1Cor 10, 16-17) [36]. Essi costituiscono il
nuovo popolo di Dio che, guidato dai successori degli apostoli cum et
sub il successore di Pietro, attraversa la storia con la speranza certa
che Gesù Risorto costituisce la caparra della loro personale
risurrezione (cfr. 1Cor 15, 17-20).
Al di fuori di questa comunione eucaristica e sacramentale la Chiesa non
è pienamente costituita [37]: l’Eucaristia fa la Chiesa. Il nuovo popolo
di Dio (corpo ecclesiale) si configura a partire dal Corpo eucaristico
di Cristo che rende sacramentalmente presente il Corpo di Gesù nato
dalla Santissima Vergine Maria [38]. Il corpo ecclesiale viene così ad
essere realmente plasmato come corpo di Cristo presente nel tempo e
nella storia, in forza del vincolo che lo lega inscindibilmente con il
Corpo eucaristico di Cristo [39]. Proprio nella celebrazione rituale
dell’eucaristia la Chiesa realizza la forma stessa della sua identità di
popolo radunato dall’amore di Dio.
1. Una prima conferma: il Vescovo, liturgo per eccellenza
Ciò diventa ancora più chiaro se si guarda alla venerabile tradizione
che ha sempre riconosciuto nel Vescovo il liturgo per eccellenza e
l’amministratore dei sacramenti [40]. Il Vescovo non presiede
l'eucaristia, in forza di una ragione meramente giuridica, perché è il
“capo” della chiesa locale, ma per fedeltà al comando stesso del Signore
che ha affidato il memoriale della sua Pasqua a Pietro e agli apostoli.
Li ha costituiti fedeli dispensatori dei Suoi misteri e, in forza di
questo, primi responsabili dell’annuncio evangelico nel mondo intero.
Per questa ragione “il Vescovo diocesano è la guida, il promotore e il
custode di tutta la vita liturgica. Nelle celebrazioni che si compiono
sotto la sua presidenza, soprattutto in quella eucaristica, celebrata
con la partecipazione del presbiterio, dei diaconi e del popolo, si
manifesta il mistero della Chiesa” [41]. Questo è particolarmente
evidente nell’ordinata concelebrazione eucaristica “che manifesta in
modo appropriato l'unità del sacerdozio” [42]. La comunione con il
Vescovo è la condizione perché sia legittima la celebrazione eucaristica
in favore del popolo di Dio.
Viene ancora una volta alla luce la fecondità della ratio sacramentalis
della rivelazione: il soggetto ecclesiale (personale e comunitario) non
partecipa compiutamente alla redenzione se non accoglie la modalità
sacramentale che costituisce la forma che Gesù ha scelto per permanere
all’interno delle vicende umane.
2. Una seconda conferma: la natura del tempio cristiano
Una seconda conferma di come in concreto la celebrazione eucaristica fa
la Chiesa è la radicale diversità tra il tempio cristiano e quello
pagano o lo stesso tempio giudaico. Mentre il tempio pagano e quello
giudaico erano caratterizzati dalla presenza della divinità e per tale
presenza erano considerati sacri e sacralizzanti, il “luogo” di culto
cristiano consiste in un certo senso nella stessa azione della
celebrazione del mistero. Il vocabolo ecclesia indica l’azione del
riunirsi dei cristiani. Solo come conseguenza è passato ad indicare il
luogo stesso in cui, in tale riunione, si realizza la presenza divina.
Inoltre mentre nel tempio pagano e, in un certo senso, anche in quello
giudaico, l’incontro dei fedeli è in qualche modo casuale, nel luogo di
culto cristiano esso è costitutivo del tempio stesso. I singoli fedeli
sono le pietre vive del tempio (cfr. 1Pt 2, 5). Lo Spirito è il cemento
che li unifica (cfr. Ef 2, 22).
Questo spiega la cura con cui la Chiesa non cessa di offrire indicazioni
in merito all’architettura e all’arte sacra [43]. I templi, infatti,
vanno modellati sull’assemblea liturgica in actu celebrationis, come
“epifania” della communio hierarchica che è la Chiesa.
3. Una terza conferma: “Intercomunione?”
Un problema pastorale assai delicato, legato all’ambito ecumenico,
consente un’ulteriore verifica del fatto che, all’interno
dell’inscindibile nesso tra Eucaristia e Chiesa, la causalità
dell’Eucaristia sulla Chiesa (l’Eucaristia fa la Chiesa) è essenziale e
prioritaria rispetto a quella della Chiesa sull’Eucaristia (la Chiesa fa
l’Eucaristia) [44]. Questo dato conduce a sottolineare il peso decisivo
dell’Eucaristia nella prassi ecumenica.
Sono noti gli ormai numerosi sviluppi in materia [45]. Essi sono, ad un
tempo, conseguenza e causa dell’intenso lavoro ecumenico del XX secolo.
Anzitutto va rilevata la sostanziale comunione di fede tra la Chiesa
cattolica e le Chiese ortodosse in tema di Eucaristia e sacerdozio [46],
comunione che, attraverso un maggiore reciproco approfondimento della
Celebrazione Eucaristica e della Divina Liturgia, è destinata a crescere
[47]. Si deve inoltre salutare positivamente il nuovo clima a proposito
dell’Eucaristia nelle comunità ecclesiali nate a partire dalla Riforma.
Secondo gradi diversi e con qualche eccezione anche tali comunità
sottolineano sempre di più la decisività dell’Eucaristia come elemento
chiave nel dialogo e nella prassi ecumenica.
Sulla base di questi ed altri dati si può capire che, anche dopo i
pronunciamenti del Magistero in proposito [48], non cessi di porsi la
seguente questione: l’”intercomunione” di fedeli appartenenti a diverse
Chiese e comunità ecclesiali può costituire uno strumento adeguato per
favorire il cammino verso l’unità dei cristiani?
La risposta dipende da una attenta considerazione della natura
dell’azione eucaristica in tutta la sua pienezza di mysterium fidei
[49]. La celebrazione eucaristica, infatti, è per sua natura professione
di fede integrale della Chiesa.
Incastonando il sacrificio del Golgota nell’Ultima Cena il Signore
realizza la comunione della Sua Persona con i Suoi discepoli e la rende
possibile a tutti i fedeli di tutti i tempi e luoghi. La partecipazione
a tale comunione supera la capacità dell’amore umano e delle sue pur
nobili intenzioni. Mediante l’ascolto della Parola che si realizza
pienamente nell’accogliere l’offerta del Corpo e del Sangue di Cristo,
l’azione eucaristica esprime la pienezza della fede e l’unità visibile
dei fedeli al cui servizio Gesù invia gli apostoli come sacerdoti e
pastori.
Solo in quanto attua la piena professione di fede apostolica in questo
mistero l’Eucaristia fa la Chiesa. Se è l’Eucaristia ad assicurare la
vera unità della Chiesa, una celebrazione o una partecipazione
all’Eucaristia che non implichi il rispetto di tutti i fattori che
concorrono alla sua pienezza finirebbe, al di là di ogni buona
intenzione, per dividere ulteriormente e all’origine la comunione
ecclesiale. L’intercomunione, pertanto, non appare come un mezzo
adeguato per raggiungere l’unità dei cristiani [50].
Questa affermazione circa l’intercomunione non esclude che, in
circostanze del tutto speciali e nel rispetto di condizioni oggettive
[51], si possano ammettere alla comunione eucaristica, in quanto panis
viatorum, singole persone appartenenti a Chiese o comunità ecclesiali
che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso
il necessario rigore esige che si parli di ospitalità eucaristica. Siamo
in presenza della sollecitudine pastorale (storico-salvifica) della
Chiesa che viene incontro ad una particolare circostanza di bisogno di
un fedele battezzato [52]. In questi casi la Chiesa cattolica ammette
alla comunione eucaristica un fedele non cattolico se egli lo richiede
spontaneamente, manifesta adesione alla fede cattolica circa il
sacramento eucaristico ed è spiritualmente ben disposto.
Le problematiche sottostanti alla inadeguata categoria di
“intercomunione” e la prassi dell’ospitalità eucaristica urgono
un’ulteriore riflessione, a partire dall’intrinseco nesso tra Eucaristia
e Chiesa, sul rapporto tra comunione eucaristica e comunione ecclesiale.
In questo senso potrà essere utile che l’Assemblea Sinodale ritorni su
questo argomento.
Nel rispondere all’improcrastinabile urgenza del cammino ecumenico non
si deve tuttavia trascurare la via maestra. Il non poter accedere alla
concelebrazione eucaristica e alla comunione eucaristica da parte di
cristiani di diverse Chiese e comunità ecclesiali e l’eccezionalità
dell’ospitalità eucaristica, non possono essere solo causa di dolore;
piuttosto debbono rappresentare un pungolo permanente per il continuo e
comune approfondimento del mysterium fidei che esige da tutti i
cristiani l’unità nell’integrale professione di fede.
CAPITOLO SECONDO
L’azione eucaristica
Dopo aver suggerito taluni elementi di carattere metodologico per
spiegare il novum del culto e del rito cristiano, è ora opportuno
considerare da vicino l’azione eucaristica in se stessa. Anzitutto
verranno presi in esame i principali elementi distintivi della
celebrazione eucaristica. In una seconda parte saranno proposte talune
riflessioni sull’ars celebrandi e l’actuosa participatio.
I. Elementi distintivi della celebrazione eucaristica
Uno sguardo sintetico agli elementi distintivi della celebrazione
dell’Eucaristia rivela la forza dell’armoniosa ed articolata unità del
rito eucaristico. In questa sede non si intende ripercorrere in modo
completo la scansione dei diversi momenti della celebrazione
eucaristica, ma limitarsi ad identificarne il nucleo essenziale:
l’indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica.
A partire da quanto esposto fino ad ora la considereremo nella sua
natura essenziale di dono. Di conseguenza però si dovrà porre in rilievo
come, di fronte alla presenza eucaristicamente elargita di Gesù, i
fedeli siano chiamati all’adorazione, e come, davanti a un così grande
mistero, debbano confessare i propri peccati invocando il perdono. Né si
mancherà di far cenno al compito (ite missa est) che per sua natura un
simile dono genera.
1. Indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica
Nell’evoluzione storica che va dall’Ultima Cena di Gesù Cristo
all’Eucaristia di cui ancora oggi la Chiesa vive, il nucleo costitutivo
e permanente dell’azione rituale è dato dalla stretta unità tra liturgia
della parola e liturgia eucaristica [53].
In quest’unità “eulogia” ed “eucaristia” propongono alla fede dei
seguaci di Cristo il mistero pasquale attraverso l’ascolto e la
spiegazione delle Scritture (omelia [54]), indisgiungibile dalla
ripresentazione del sacrificio (preghiera eucaristica) che culmina nella
comunione con il pane ed il vino trasformati nel Corpo e nel Sangue di
Cristo [55]. Lo si vede nella struttura comparata dei racconti di
istituzione, lo si può cogliere nell’azione di Emmaus, se ne riceve
conferma nella descrizione della vita comune dei primi cristiani che
Atti 2, 42 ci offre. Così come, senza soluzione di continuità, ne dà
testimonianza tutta la storia della celebrazione eucaristica fino a
quella delineata nell’attuale Messale.
Da questa indisgiungibile unità emergono alcuni elementi costitutivi
dell’unica Eucaristia di Gesù Cristo che attua la fede dei cristiani.
Innanzitutto il dato che il protagonista dell’azione liturgica è Gesù
Cristo. Egli, concentrando la Sua Persona e la Sua storia nell’evento
della Pasqua, si rivela nello stesso tempo come sacerdote, vittima ed
altare.
In quanto sacerdote Gesù Cristo, per la potenza dello Spirito, diviene
il pontefice tra Dio Padre ed il popolo (cfr. Eb 5, 5-10) [56]. Come
testimoniano i racconti della Cena, Egli stesso interpreta la Sua
missione sacerdotale oggettivamente nell’eulogia scritturistica e
nell’offerta sacrificale. Ma Gesù è, nello stesso tempo, vittima di
propiziazione (cfr. 1Gv 2, 2; 4, 10) e in tal modo il Suo sacerdozio
implica il dono totale di Sé che si manifesta nell’offerta del pane e
del vino trasformati nel Suo Corpo donato e nel Suo Sangue versato
(sacrificio [57]), cui il popolo fisicamente prende parte (comunione
[58]). Questo sacerdote, che è anche vittima, offre il Suo sacrificio
sulla croce [59]. Inchiodato sulla croce abbassa il cielo sulla terra,
riconciliando (redenzione) l’uomo con Dio (cfr. Ef 2, 14-16; Col 1,
19-20). La croce conficcata nel Golgota finisce per esprimere l’intero
cosmo e Cristo, sacerdote e vittima, diventa una sola cosa con la croce
cui è inchiodato. Si fa così anche altare cosmico.
La consapevolezza di questo dovrebbe impedire il progressivo
affievolirsi del senso del mistero cui oggi sono esposte non poche
comunità cristiane soprattutto nella celebrazione eucaristica. Per non
cadere in una visione ‘sacrale’ certamente non cristiana, si rischia,
per così dire, di fare della liturgia una mera espressione della
dimensione “orizzontale” della comunità, dimenticando quella
“verticale”.
Gesù Cristo, unico ed irripetibile protagonista del rito eucaristico,
convoca nello Spirito l’assemblea dei cristiani, chiamata a prendere
parte nella fede (Credo), in modo articolato ed ordinato, ai santi
misteri celebrati in suo favore (Messe pro populo). Nel silenzio, nel
dialogo, nel canto, nei gesti corporei si snoda l’azione eucaristica
attraverso la quale all’assemblea dei fedeli è comunicata la salvezza
[60]. A proposito di quanto detto si avverte l’esigenza di un
approfondimento della formazione liturgica indirizzata a tutto il popolo
di Dio - la nostra catechesi dovrebbe ricuperare la fondamentale
dimensione mistagogica dei primi secoli - e, in particolare, a tutti
coloro che sono chiamati a svolgere ministeri o uffici durante la
celebrazione (presbiteri, diaconi, lettori, accoliti, ministranti,
schola cantorum).
Nell’articolarsi degli uffici della celebrazione, che si svolge
all’interno del tempio cristiano orientato all’altare, cui sono
coordinati l’ambone e la sede, il sacerdote compie il suo singolare
ministero con la particolare assistenza del diacono. Nel momento
decisivo della celebrazione egli agisce in persona Christi capitis [61]
assicurando, in forza del sacramento dell’ordine, non a caso incastonato
da Cristo stesso all’interno dell’istituzione eucaristica dell’Ultima
Cena, ciò che la comune Tradizione dell’oriente e dell’occidente chiama
l’economia sacramentale [62]. Essa è opera dello Spirito Santo invocato
durante l’Eucaristia attraverso l’epiclesi perché attui la conversione
sostanziale del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo [63] e
perché generi la res eucaristica che è l’unità della Chiesa [64].
Si capisce allora come l’indisgiungibile unità di liturgia della parola
e liturgia eucaristica sfoci nella comunione sacramentale [65], alla
quale i fedeli sono ammessi, con significativo realismo, attraverso
l’atto fisico della processione. Mediante l’assimilazione delle sacre
specie, in realtà, come ha sempre professato la Chiesa, i fedeli sono
assimilati a Cristo, a Lui incorporati, per la loro salvezza [66] e per
la salvezza del mondo [67]. Tempo e spazio, insopprimibili coordinate
della vita dell’uomo, sono assunti e trasformati dall’azione eucaristica
in vista di questa salvezza. Se la configurazione del tempio manifesta
questa trasformazione dello spazio, la bellezza e l’articolazione
dell’Anno Liturgico a partire dal Triduo pasquale passando per il dies
Domini e i tempi liturgici, esprimono eucaristicamente la redenzione del
tempo: esso non è più una successione di istanti destinati a svanire, ma
diventa sacramento dell’eterno.
a. Il dono eucaristico: né diritto né possesso
Il carattere di dono proprio dell’azione eucaristica, che implica il
comunicarsi della libertà del Deus Trinitas, in Gesù Cristo, alla
libertà degli uomini domanda che la sua gratuità non sia mai
misconosciuta. Anche se provoca grande sofferenza, la sua mancanza non
conferisce al fedele e al popolo di Dio alcun diritto all’Eucaristia.
Per la stessa ragione il dono dell’Eucaristia non può mai essere
idolatricamente “posseduto” da parte dell’uomo, non sopporta
un’attitudine quasi gnostica di preteso dominio. Né l’adorazione
eucaristica può risolversi in uno sguardo che pretenda di “comprendere”
la latens deitas, anche se Gesù Cristo, in atto di estremo abbassamento,
si lega alla permanenza delle specie.
a1. Assemblee domenicali in attesa di sacerdote
Il problema della scarsità di presbiteri va affrontato con coraggio
nell’orizzonte dell’Eucaristia come dono. Questo stato di cose ha dato
luogo ad un incremento considerevole delle Assemblee domenicali in
attesa di sacerdote” (liturgie della Parola con o senza distribuzione
della Comunione, celebrazioni della Liturgia delle Ore o di devozioni
popolari) [68].
In proposito è importante innanzitutto ribadire l’appartenenza di ogni
comunità, soprattutto parrocchiale, ad una diocesi [69]. L’Eucaristia
non è mai fatta mancare alla Chiesa particolare. Per questa ragione è
buona prassi pastorale incoraggiare al massimo la partecipazione
all’Eucaristia in una delle comunità della diocesi, anche quando ciò
richieda un certo sacrificio.
In secondo luogo è utile sottolineare chiaramente per i fedeli il
carattere propedeutico all’Eucaristia di ogni celebrazione domenicale in
attesa di sacerdote. Là dove una certa mobilità non fosse agevole, la
convenienza di queste assemblee si vedrà proprio dalla loro capacità di
accentuare nel popolo l’ardente desiderio dell’Eucaristia.
I sacrifici e fino all’eroismo compiuti da non pochi cristiani
perseguitati per vivere l’Eucaristia mostrano come la sua assenza non
possa mai essere colmata da altre pur significative forme di culto.
Vogliamo in proposito rendere omaggio alla straordinaria esperienza
eucaristica del compianto Cardinale Van Thuan durante la sua prigionia.
a2. Viri probati?
Per sopperire alla scarsità di sacerdoti, taluni, guidati dal principio
salus animarum suprema lex, avanzano la richiesta di ordinare fedeli
sposati, di provata fede e virtù, i cosiddetti viri probati. La
richiesta è spesso accompagnata dal positivo riconoscimento della bontà
della secolare disciplina del celibato sacerdotale. Essi però affermano
che questa legge non dovrebbe impedire di dotare la Chiesa di un numero
adeguato di ministri ordinati, quando la penuria di candidati al
sacerdozio celibatario assumesse proporzioni estremamente gravi.
È superfluo ribadire, in questa sede, i profondi motivi teologici che
hanno condotto la Chiesa latina ad unire il conferimento del sacerdozio
ministeriale al carisma del celibato. Si impone piuttosto la domanda:
questa scelta e questa prassi sono pastoralmente valide anche in casi
estremi come quelli cui si è fatto cenno?
Sembra ragionevole rispondere in senso positivo. Essendo intimamente
correlato all’Eucaristia, il sacerdozio ordinato partecipa della sua
natura di dono e non può essere oggetto di un diritto. Se è un dono il
sacerdozio ordinato chiede di essere incessantemente domandato (cfr. Mt
9, 37-38). E diventa assai difficile stabilire il numero ideale di
sacerdoti nella Chiesa, dal momento che essa non è una “azienda” che si
debba dotare di una determinata quota di “quadri dirigenti”!
Sul piano pratico l’improcrastinabile urgenza della salus animarum
spinge a ribadire con forza, soprattutto in questa sede, la
responsabilità che ogni Chiesa particolare ha nei confronti della Chiesa
universale e pertanto di tutte le altre Chiese particolari. Saranno,
perciò, di grande utilità le proposte che in questa Assemblea Sinodale
verranno fatte per individuare i criteri di una più adeguata
distribuzione del clero nel mondo. In proposito la strada da percorrere
appare ancora lunga.
Conviene forse anche ricordare che, lungo la storia, la Provvidenza ha
sostenuto il valore profetico ed educativo del celibato anche domandando
una speciale disponibilità per il ministero sacerdotale a realtà di vita
consacrata, nel rispetto del loro carisma e della loro storia. Si può
qui citare la prassi dell’ordinazione dei monaci nelle Chiese orientali
o all’interno della tradizione benedettina [70].
2. Adorazione
Il carattere di dono proprio dell’Eucaristia permette di superare,
proprio a partire da una attenta considerazione del rito della Messa
nella sua natura di azione liturgica, una impropria contrapposizione,
creatasi a volte a partire dall’epoca moderna, tra l’Eucaristia come
cibo che deve essere mangiato (convito) e come presenza divina da
adorare.
Se è vero che nel primo millennio l’adorazione eucaristica non si
esprimeva nelle forme da noi oggi conosciute, tuttavia si deve affermare
che, fin dall’origine, essa è stata ben presente alla coscienza del
popolo di Dio. Il secondo millennio ne ha ulteriormente esplicitato il
valore, non senza trarre beneficio dalla controversia sulla presenza
reale nel medioevo e da quelle sulla permanenza di Cristo nelle specie
eucaristiche con la Riforma.
Durante l’Ultima Cena, nei commensali la coscienza della concreta
presenza di Cristo, che si identifica con il pane ed il vino consacrati
(cfr. Mc 14, 22-24; Mt 26, 26-28; 1Cor 11, 24-25; Lc 22, 19-20)
domandando adorazione, è imponente. È innegabile quindi che la pratica
dell’adorazione eucaristica, così come si attua oggi nella Chiesa
latina, ha reso più evidente un dato che appartiene all’essenza della
fede nel mistero eucaristico [71].
Porre in alternativa il mangiare e l’adorare significa non tener conto
dell’integralità e dell’articolata unità del mistero eucaristico [72].
La Cena eucaristica non è unicamente un pasto in comune, ma è il dono
che Cristo fa di Sé. Partecipare a questo dono mangiando il Suo Corpo
implica già un essersi prostrato con fede in adorazione [73]. Pertanto
l’adorazione del Santissimo Sacramento è tutt’uno con la celebrazione da
cui proviene e a cui rinvia [74]: “Nell’Eucaristia l’adorazione deve
diventare unione” [75]. Questa piena coscienza del valore
dell’adorazione deve esprimersi fin nella rilevanza
artistico-architettonica che è dovuto alla custodia della Santissima
Eucaristia nelle nostre chiese [76].
Ovviamente però occorre ribadire con decisione che, come la manducazione,
così anche l’adorazione eucaristica è sempre un’azione ecclesiale [77].
Non può essere concepita come una pratica di pietà individualistica.
Adorare Cristo durante la consacrazione e la comunione ed adorarLo
presente nel tabernacolo, significa riconoscersi e comportarsi come
membro del Suo Corpo ecclesiale. Così quello eucaristico non è un
incontro che si esaurisce nell’atto della manducazione, ma è un incontro
permanente, come è permanente, in forza della presenza eucaristica, la
continua venuta del Signore nella Sua Chiesa [78].
Alla luce della natura ecclesiale dell’adorazione si comprende meglio
perché la pietà cristiana abbia unito all’adorazione eucaristica anche
la ‘riparazione’ per i peccati del mondo: dinanzi al Signore noi tutti
membra del Suo Corpo siamo responsabili gli uni degli altri [79].
3. Atteggiamento di confessione e penitenza
Ricevere, nella celebrazione eucaristica, il dono del Corpo e del Sangue
del Signore Gesù è l’espressione culminante della sequela di chi si
riconosce discepolo e si lascia introdurre alla comunione con Lui.
La differenza radicale tra Colui che si dona e colui che riceve il dono,
ben documentata dalla sproporzione tra l’incommensurabile ricchezza
dell’evento pasquale e l’estrema povertà delle specie del pane e del
vino, apre il fedele alla coscienza del mysterium tremendum
dell’Eucaristia. Non ci si può accostare ad Essa senza percepire tutta
la propria indegnità e senza prepararvisi invocando il perdono dei
peccati [80].
Emerge così non solo il significato dell’atto penitenziale dei riti di
introduzione, reso solenne in casi particolari dall’aspersione con
l’acqua benedetta che richiama il battesimo, ma soprattutto l’intrinseco
rapporto tra l’Eucaristia e il sacramento della riconciliazione [81].
Quando i fedeli, incorporati a Cristo per il battesimo, commettono un
peccato mortale si separano dalla comunione con Lui e con la Sua Chiesa,
la cui espressione piena è la comunione sacramentale [82]. Tuttavia il
Padre misericordioso non li abbandona, ma attraverso la medicina voluta
da Gesù stesso [83], li invita alla libera, personale, umile confessione
delle colpe per riaccoglierli con un più intenso abbraccio - attraverso
la contrizione, la confessione dei peccati, l’assoluzione da parte del
ministro, che anche qui agisce in persona Christi capitis, e la
penitenza [84] - nella comunione con Lui che si dilata a tutti i
fratelli. Per questa ragione un’adeguata catechesi eucaristica non può
mai essere disgiunta dalla proposta di un cammino penitenziale (cfr.
1Cor 11, 27-29) [85].
Nell’atteggiamento di confessione affonda le proprie radici anche la
venerabile pratica del digiuno eucaristico, alla quale, in quest’Assemblea,
sarà utile dedicare qualche riflessione.
a. I divorziati risposati e la comunione eucaristica
In quest’ottica merita particolare attenzione la singolare modalità con
cui i divorziati risposati sono chiamati a vivere la comunione
ecclesiale.
A nessuno sfugge la diffusa tendenza alla comunione eucaristica dei
divorziati risposati, al di là di quanto indicato dall’insegnamento
della Chiesa.
Bisogna constatare che alla base di questa tendenza non vi è solo
superficialità. Al di là delle considerevoli diversità di situazioni nei
vari continenti, si deve riconoscere che - soprattutto in paesi di lunga
tradizione cristiana - non pochi battezzati si sono uniti in matrimonio
sacramentale per meccanica adesione alla tradizione. Parecchi di questi
divorziano e si risposano. Praticando la vita cristiana taluni
manifestano grave disagio e talora notevole dolore di fronte al fatto
che l’unione seguita al matrimonio impedisce loro la piena
partecipazione alla riconciliazione sacramentale e alla comunione
eucaristica. Preziose indicazioni dottrinali e pastorali sono state
offerte da Familiaris consortio e da altri documenti [86]. Occorre che
tutta la comunità cristiana sostenga i divorziati risposati nella
consapevolezza di non essere esclusi dalla comunione ecclesiale. La loro
partecipazione alla celebrazione eucaristica consente, in ogni caso,
quella comunione spirituale che, se ben vissuta, fa eco al sacrificio
stesso di Gesù Cristo.
D’altra parte l’insegnamento del Magistero in proposito non è solo teso
ad evitare il dilagare di una mentalità contraria all’indissolubilità
del matrimonio e lo scandalo del popolo di Dio. Ci pone, invece, di
fronte al riconoscimento del nesso oggettivo che unisce il sacramento
dell’Eucaristia a tutta la vita del cristiano e, in particolare, al
sacramento del matrimonio [87].
Infatti l’unità della Chiesa, che è sempre dono del Suo Sposo,
scaturisce permanentemente dall’Eucaristia (cfr. 1Cor 10, 17). Perciò
nel matrimonio cristiano, in forza del dono sacramentale dello Spirito,
il vincolo coniugale, nella sua natura pubblica, fedele, indissolubile e
feconda, è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo
sposo e la Chiesa sposa (cfr. Ef 5, 31-32) [88]. In tal modo il
reciproco consenso che marito e moglie si scambiano in Cristo e che li
costituisce in comunità di vita e di amore coniugale ha, per così dire,
una forma eucaristica.
Nella presente Assemblea saranno tuttavia da approfondire ulteriormente
e prestando grande attenzione ai complessi e assai differenziati casi,
le modalità oggettive per verificare l’ipotesi di nullità del matrimonio
canonico. Verifica che per rispettare la natura pubblica, ecclesiale e
sociale del consenso matrimoniale non potrà non avere a sua volta un
carattere pubblico, ecclesiale e sociale [89]. Quindi il riconoscimento
della nullità del matrimonio deve implicare una istanza oggettiva che
non può ridursi alla singola coscienza dei coniugi, neppure se sostenuta
dal parere di una illuminata guida spirituale.
Proprio per questo tuttavia è indispensabile proseguire nell’opera di
ripensamento della natura e dell’azione dei tribunali ecclesiastici
perché siano sempre più un’espressione della normale vita pastorale
della Chiesa locale [90]. Oltre alla continua vigilanza sui tempi e sui
costi, si potrà pensare a figure e procedure giuridiche semplificate e
più efficacemente rispondenti alla cura pastorale. Non mancano
significative esperienze in proposito in varie diocesi. I Padri
sinodali, in questa stessa Assemblea, avranno occasione di farne
conoscere altre.
Resta in ogni caso decisiva l’azione pastorale ordinaria di preparazione
remota, prossima e immediata dei fidanzati al matrimonio cristiano,
nonché l’accompagnamento quotidiano alla vita delle famiglie all’interno
della grande dimora ecclesiale. Infine riveste particolare importanza la
cura e la valorizzazione delle molte iniziative tese ad accompagnare i
divorziati risposati a vivere, nel seno della comunità cristiana, con
serenità il sacrificio obiettivamente richiesto dalla loro condizione.
4. Ite missa est
L’Eucaristia è cibo viatorum per i fedeli in cammino nella storia verso
la vita eterna. Si tratta di una verità che, in particolare, la
tradizione liturgica delle Chiese Ortodosse non ha cessato di riproporre
[91]. L’azione di lode e di grazia che si attua nella celebrazione
eucaristica, memoriale sacramentale della Pasqua di Cristo, riempie il
fedele di una singolare gratitudine. Essa non si manifesta solo nel
“ringraziamento” devoto dopo la comunione, che la prassi ecclesiale
raccomanda attraverso il silenzio e che può essere accompagnato dal
canto meditativo, ma si esprime pienamente nel mandato a dilatare questa
comunione a tutti i fratelli uomini. Questo esito missionario della
partecipazione eucaristica non ha anzitutto il carattere di un “dovere”,
ma quello della testimonianza gratuita della progressiva trasformazione
di tutta la propria esistenza resa possibile dal dono sacramentale,
accolto dall’umana libertà, a favore di tutti [92].
La testimonianza viene allora a coincidere con quella logikē latreía
mediante la quale la comunione con Cristo investe tutte le circostanze e
tutti i rapporti che si instaurano negli ambiti dell’umana esistenza.
Nella vita passata e presente della Chiesa, figura emblematica di una
tale testimonianza è il martire. Come Cristo stesso egli, per pura
grazia, fa della consegna eucaristica della propria vita un’offerta
gradita al Padre.
In tal modo e con naturalezza l’Eucaristia attraversa e trasforma la
storia personale, comunitaria e sociale. In questo consiste
primariamente la missione evangelizzatrice della Chiesa [93].
II. Ars celebrandi e actuosa participatio
Da questa visione centrata sull’Eucaristia come azione ecclesiale che si
esprime nell’unità del rito eucaristico - il cui cuore è la liturgia
della parola intrinsecamente ordinata a quella eucaristica [94], dono
accolto in spirito adorante, che domanda un atteggiamento di confessione
ed urge alla missione -, emerge un dato che merita di essere rimarcato
con decisione.
Affermare che l’Eucaristia è fonte e culmine della vita e della missione
della Chiesa significa anzitutto riconoscere la necessaria obbedienza
della Chiesa stessa nei confronti del sacramento eucaristico. Vi si
esprime il primato della traditio sulla receptio: nell’Ultima Cena
l’iniziativa è di Gesù che si consegna ai Suoi; nel passaggio dalla Cena
alla liturgia ecclesiale Paolo ci attesta che egli tramanda ciò che ha
ricevuto (cfr. 1Cor 11, 23); nel differenziarsi dei riti e nel
susseguirsi delle riforme liturgiche il criterio guida è sempre quello
del primato della traditio [95]. Pertanto in ogni celebrazione
eucaristica la comunità vive l’esperienza che fu già degli apostoli nel
cenacolo: i fedeli sono chiamati a ricevere Colui che si dona.
Questo elemento costitutivo dell’azione eucaristica conduce ad una
conseguenza pastorale decisiva: la necessità di superare ogni dualismo
tra l’ars celebrandi e l’actuosa participatio. La partecipazione
consapevole, attiva e fruttuosa del popolo di Dio [96] - soprattutto in
occasione del precetto domenicale - coincide infatti con l’adeguata
celebrazione dei santi misteri. Ancora una volta viene in primo piano il
carattere di dono proprio dell’Eucaristia. Se si cura e quando si cura
oggettivamente l’arte della celebrazione la partecipazione può diventare
veramente plena, conscia ed actuosa [97]. Si tratta di obbedire al rito
eucaristico nella sua straordinaria completezza, riconoscendone la forza
canonica e costitutiva dal momento che, non a caso, da duemila anni
assicura l’esistenza della Santa Chiesa di Dio.
Questo criterio deve orientare, nel rispetto delle svariate sensibilità
culturali, le modalità con cui sollecitare la partecipazione di tutti i
fedeli al rito stesso. Per non ridursi a mera ripetizione di formule e
di gesti, essa domanda la consapevole offerta di sé da parte di ogni
fedele che attua in tal modo il sacerdozio battesimale del popolo di
Dio. In questo contesto si comprende anche la preziosa utilità delle
norme liturgiche che la Santa Sede, le Conferenze Episcopali e gli
Ordinari mettono a disposizione delle Chiese.
Nel quadro tracciato vanno intesi e vissuti anche tutti i ministeri e
gli uffici connessi al rito liturgico. La loro funzione non è quella di
gratificare chi li svolge come suggerisce un’impropria idea di
partecipazione attiva dei fedeli, invero assai esteriore. La loro azione
essenziale ha come scopo di assicurare a tutta l’assemblea la bellezza e
la dignità oggettiva della celebrazione [98].
Senza poter entrare negli importanti problemi specifici, in questa
relazione sarà utile richiamare che anche l’arte posta a servizio
dell’azione eucaristica - soprattutto per quanto riguarda gli arredi
sacri [99] -, così come i canti e la musica, ricevono a loro volta piena
luce dall’ars celebrandi. Concorrono all’actuosa participatio se
rispettano questa oggettiva ars celebrandi [100].
CAPITOLO TERZO
Dimensione antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia
I. Due premesse
La considerazione del rito eucaristico come azione sacramentale che sola
è in grado di rendere ragione dell’Eucaristia come fonte e culmine della
vita e della missione della Chiesa, non sarebbe completa se non si
mostrasse la sua forza di trasformazione della vita personale e
comunitaria dei fedeli e, attraverso di essa, la sua fecondità nei
confronti di tutta la famiglia degli uomini e dei popoli. In altre
parole l’Eucaristia, conferendo all’esistenza cristiana forma
eucaristica, influenza non solo le persone e le comunità ecclesiali, ma
attraverso di esse anche le società, le culture, così come determina
l’interazione dell’uomo con il cosmo.
1. Eucaristia ed evangelizzazione
L’unicità dell’evento pasquale, che dà origine all’intrinseca unità di
Eucaristia e Chiesa documentata in quell’unitario atto di culto che è il
rito eucaristico, genera anche la profonda unità tra la vita e la
missione del cristiano e quella della Chiesa tutta. La testimonianza
comune del gratuito e soddisfacente incontro con Cristo sfocia
nell’annuncio e nell’invito a tutti i fratelli uomini, nessuno escluso,
a prendere parte alla vita della comunità cristiana. Perseguendo nella
comunità l’educazione alla gratuità, al pensiero di Cristo e
all’universalità, i cristiani sono spinti ad impegnarsi con tutti gli
uomini a livello culturale, ecologico e sociale.
Così concepita la vita quotidiana del soggetto cristiano (spiritualità
eucaristica), sempre personale e comunitario, attua in concreto
l’evangelizzazione e la nuova evangelizzazione in cui è sempre implicata
la promozione umana. 2. Eucaristia, interculturalità e inculturazione
L’evangelizzazione, per la natura dell’uomo e in forza del dinamismo
dell’Incarnazione, è sempre storicamente situata ed è chiamata ad
interagire con le più diverse culture. Si capisce bene pertanto la cura
che, dopo il Concilio Vaticano II, è stata posta dalle varie Chiese al
processo di inculturazione dei riti liturgici. Tale urgenza è stata
ribadita dal Magistero molte volte negli ultimi decenni [101]. Vale la
pena ricordare che la condizione decisiva per il necessario sviluppo di
questo importante processo che, per sua natura, richiede di essere
sottoposto a continua verifica, è il riconoscimento previo della
originaria interculturalità dell’evento celebrato. La celebrazione
eucaristica ripresenta l’evento pasquale che pone, per se stesso, le
condizioni della sua comunicabilità a tutte le culture umane. Essa è
resa possibile dalla universale singolarità della Persona e della storia
di Gesù Cristo che proprio attraverso l’incarnazione assume l’intera
condizione umana. Per esprimere la dimensione interculturale
dell’Eucaristia è prezioso - soprattutto in occasione di grandi
celebrazioni internazionali o nelle Chiese dove sia rilevante l’afflusso
di visitatori stranieri - l’impiego della lingua latina.
Nel rispetto di questa prospettiva, l’uso delle lingue vernacole ed il
ponderato ricorso a forme espressive peculiari nel rito, nei templi,
negli arredi e nei canti per celebrare l’azione eucaristica, che deve
rimanere in ogni caso sempre ed a qualunque latitudine l’unica
Eucaristia istituita da Cristo [102], possono diventare feconda e
paradigmatica espressione della necessità dell’inculturazione per
l’evangelizzazione [103].
Se condizione per l’inculturazione è il riconoscimento dell’interculturalità
del mistero celebrato, allora per sua natura ogni inculturazione implica
una continua evangelizzazione della cultura stessa. Questa non sarà
priva di un’inevitabile istanza “critica” nei confronti della cultura in
cui una determinata comunità cristiana si trova a vivere e a celebrare.
Nell’equilibrato nesso tra evangelizzazione e inculturazione assicurato
dalla natura interculturale dell’Eucaristia, trova spazio anche il
dialogo interreligioso [104]. Si tratta di un momento intrinseco alla
fede della comunità cristiana decisivo in contesto missionario e
soprattutto nel popolato continente asiatico. In questo ambito conviene
guardare con attenzione alle Chiese di Oriente per trarre profitto dalla
loro esperienza.
II. Dimensione antropologica dell’Eucaristia
Se l’Eucaristia è il dono dell’incontro sacramentale tra l’uomo e il Dio
di Gesù Cristo che rende “liberi davvero” (Gv 8, 36), allora tale evento
possiede per sua natura una fondamentale dimensione antropologica.
La trasformazione dell’esistenza ad opera dell’azione eucaristica si
documenta anzitutto nella tensione dei cristiani alla sequela di Cristo.
Più volte san Paolo afferma che l’esistenza della nuova creatura si
svolge tutta in Cristo (cfr. Rm 6, 11; Gal 2, 20) [105]. Nella comunione
al Corpo e al Sangue di Cristo il Deus Trinitas viene incontro all’uomo.
La Sua irruzione nel quotidiano offre all’uomo la possibilità di non
farsi richiudere nella propria finitudine e nel proprio peccato.
Questo dono personale si espande con naturalezza nella comunione tra i
cristiani: l’unità della Chiesa è, come abbiamo già ricordato, la res
del sacramento. Come documentano le narrazioni neotestamentarie circa la
comunità primitiva, la genesi sacramentale assicura l’oggettività della
comunione che tende a permeare tutti gli aspetti spirituali e materiali
dell’esistenza dei cristiani (cfr. At 2, 42-44; 4, 32-33)[106].
Dottrina, morale, ascesi e spiritualità non sono espressioni di una
generica religiosità, ma in forza della loro radice eucaristica,
diventano articolazioni unitarie del compiersi del disegno di Dio su
ogni persona e su tutta la storia: “fare di Cristo il cuore del mondo”
[107]. In tal modo tutta la vita è concepita come vocazione e questo
consente quell’imitatio Christi testimoniata lungo i secoli dai santi
nei diversi stati di vita. L’esistenza cristiana trascorre sulle orme di
quella del Maestro, tesa all’eternità eppure responsabilmente e
costruttivamente attenta ad ogni risvolto della storia [108].
Annuncio e testimonianza, catechesi, educazione cristiana personale e
comunitaria, condivisione con l’uomo e le sue espressioni fatte di
affetti, di lavoro e di riposo, fino ad affrontare delle scottanti
questioni antropologiche che oggi scuotono l’humanum (amore, matrimonio,
famiglia, vita, malattia e morte), sono per il cristiano aspetti
obiettivamente implicati nella celebrazione eucaristica domenicale.
III. Dimensione cosmologica dell’Eucaristia
Nell’azione eucaristica, che in ultima istanza poggia sull’unità in
Cristo Gesù di sacerdote, vittima ed altare, la nuova creatura è
condotta a rinnovare continuamente il suo rapporto con la materia e col
cosmo [109]. San Paolo mette in evidenza la relazione tra il fecondo
travaglio della nuova creatura e quello della nuova creazione (cfr. Rm
8, 19-23; 2Cor 5, 17). Travaglio antropologico e travaglio cosmologico
sono uniti nella sempre incombente prospettiva escatologica. È
importante evidenziare la dimensione cosmologica dell’Eucaristia, come
documenta fin dall’antichità l’orientamento stesso del tempio cristiano.
La forma eucaristica dell’esistenza consente di evitare alla radice,
almeno in linea di principio, due gravi rischi che comprometterebbero
pesantemente il rapporto uomo-cosmo.
Da un lato quello di un antropocentrismo esasperato che fa dell’uomo il
padrone assoluto del creato. Nella presentazione dei doni (i frutti
della terra e del lavoro umano: il pane e il vino a cui si unisce
l’acqua) si esprime esplicitamente che i protagonisti del rapporto
uomo-creato non sono semplicemente due, la comunità degli uomini ed il
cosmo, ma tre. Confermando quanto già contenuto nel secondo racconto
della creazione (cfr. Gn 2, 4b-25) vi è un Terzo che mette in relazione
uomo e creato: Dio che, fin dall’inizio, pose l’uomo nel “giardino”
perché lo coltivasse e lo custodisse. Uomo e cosmo sono uniti nell’unica
historia salutis guidata da Dio. Nella redenzione, Cristo apre la
prospettiva della glorificazione finale all’uomo e al cosmo,
ridimensionando definitivamente ogni pretesa antropocentristica.
Dall’altro lato l’equilibrato rapporto tra Dio, uomo e cosmo -
esplicitato dall’Eucaristia - esclude ogni biocentrismo o ecocentrismo
che conduca ad eliminare la differenza ontologica e assiologica tra
l’uomo e gli altri esseri viventi [110].
La dimensione cosmologica dell’Eucaristia trova un emblema assai
significativo nella vita di san Francesco d’Assisi. Il famoso Cantico di
frate sole appare come una documentazione potente, poeticamente
efficace, della posizione dell’uomo che vive una esistenza determinata
eucaristicamente e che, per questo, sa riconoscere ogni creatura nel suo
nesso con Dio: “Laudato sii mi’ Signore cum tucte le tue creature”. La
coscienza di san Francesco esprime l’atteggiamento di gratitudine a Dio
per e con tutte le cose. Gratitudine che egli impara proprio nel mistero
eucaristico, di cui nel suo tempo non a caso fu mirabile cantore e
difensore, in obbedienza ai decreti del Concilio Laterano IV [111].
La dimensione comunitaria dell’azione eucaristica consente inoltre ai
cristiani di non dimenticare che il creato-cosmo è un bene comune ed
universale e che l’impegno verso di esso si estende non solo alle
esigenze del presente, ma anche a quelle del futuro. Pertanto la
responsabilità verso il creato prende la fisionomia di una cura verso
questa nostra dimora che in un certo senso prolunga il corpo, e deve
trovare adeguate traduzioni a livello educativo, sociale e giuridico che
ne rispettino il valore simultaneamente di dimora e di risorsa [112].
Anche il tempio cristiano ed in esso la cappella o l’ambito riservato
alla custodia e all’adorazione con il tabernacolo, esprimendo la cura
per la dimora del Corpo eucaristico ed ecclesiale di Gesù Cristo,
possono diventare preziose risorse educative dell’assemblea ecclesiale
ad un corretto rapporto tra l’uomo ed il creato.
IV. Dimensione sociale dell’Eucaristia
Il dono totale di Sé, assicurato eucaristicamente da Cristo all’uomo di
ogni tempo, è per la salvezza di tutti. In questo senso l’Eucaristia è
per il mondo. I Vangeli sinottici ricordano nella decisiva parabola del
buon grano e della zizzania che l’impegno del seguace di Cristo ha come
campo il mondo (cfr. Mt 13 38). Balza così agli occhi come l’Eucaristia
possieda un’intrinseca dimensione sociale inseparabile da quella
cosmologica ed antropologica.
La storia della Chiesa, ricca di opere di carità e fermento creativo di
istituzioni di rilevanza civile e politica, lo documenta con dovizia di
elementi. Né mancherà, nei lavori di questi giorni, l’occasione per
averne ulteriore conferma dalle Chiese particolari qui rappresentate.
La carità è essenzialmente eucaristica [113], così come l’Eucaristia è
carità [114]. L’elemosina che i fedeli compiono in occasione della
celebrazione domenicale indica con chiarezza l’importanza di questo
nesso. Tra le innumerevoli testimonianze di santità legate alla carità
vogliamo ricordare quella della Beata Teresa di Calcutta. Il suo
carisma, profondamente marcato dal rapporto con il sacramento
eucaristico, seppe riconoscere l’amore di Cristo come sorgente
inestinguibile di condivisione nei confronti dei moribondi più miseri ed
abbandonati.
Nel frangente attuale, contrassegnato dalla violenta transizione dalla
modernità ad una nuova configurazione culturale e geopolitica
(post-modernità?), le urgenze sociali, cui il cristiano che vive la
propria esistenza in forma eucaristica deve far fronte, appaiono
particolarmente acute e differenziate. La globalizzazione, la società
delle reti, i nuovi orizzonti aperti dalle bio-tecnologie e il processo
di inevitabile mescolanza tra popoli e culture, purtroppo accompagnato
da guerre, terrorismo e violenze disumane, rendono improrogabile
l’urgenza di giustizia sociale e di pace.
La situazione di povertà e, non di rado, di endemica miseria, cui
un’ampia fetta della popolazione del globo, soprattutto in Africa, è
condannata, costituisce una ferita che inesorabilmente giudica
l’autenticità con cui i cristiani di ogni latitudine vivono
l’Eucaristia. Riunirsi ogni domenica, in qualunque luogo della terra,
per aver parte allo stesso Corpo e allo stesso Sangue di Cristo, impone
il dovere di una lotta tenace a tutte le forme di emarginazione e di
ingiustizia economica, sociale e politica cui sono sottoposti i nostri
fratelli e sorelle, soprattutto i bambini e le donne. Le forme di questa
lotta esigono criteri adeguati derivanti dal proporzionato rapporto tra
carità e giustizia che fin dai tempi apostolici l’Eucaristia ha
reclamato come necessario per la vita associata (cfr. 1Cor 11, 17-22; Gc
2, 1-6). La comunità cristiana, cosciente della sua singolare natura,
deve continuare, con appropriate analisi e operando le debite
distinzioni, a cercare i mezzi adeguati per far fronte ad un male che
oggi ha assunto dimensioni planetarie e più che mai grida vendetta al
cospetto di Dio (cfr. Gen 4, 10).
Appare evidente che l’affronto di una questione così rilevante, come
quella della giustizia sociale, non può essere disgiunto
dall’instancabile dovere di perseguire la pace. Del resto il rapporto
pace-Eucaristia, ben espresso nel rito latino dall’abbraccio fraterno
che precede la comunione, si fonda sull’incrollabile convinzione che
“Cristo stesso è la nostra pace” (Ef 2, 14). La radice eucaristica
dell’azione del cristiano per la pace lo porrà al riparo da due gravi
insidie in proposito. Quella del pacifismo utopico, da una parte, e
quella di una sorta di Realpolitik che considera inevitabile la guerra,
dall’altra. La pace invece è un compito difficile e gravoso che ci sta
sempre davanti e va pazientemente perseguito ogni giorno nella propria
persona e in tutti i rapporti, cominciando da quelli familiari, per
passare dalle comunità intermedie, fino a giungere a quelle
internazionali.
Queste decisive implicazioni sociali dell’azione eucaristica richiedono
il contributo dei cristiani per l’edificazione di una società civile,
nelle diverse aree culturali dell’umanità. Basandosi sui principi di
solidarietà e di sussidiarietà, costitutivi dell’insegnamento sociale
della Chiesa, i cristiani promuovono una società civile che poggi sulla
dignità e sui diritti della persona, anzitutto sul diritto alla libertà
religiosa, e su quelli di tutti i corpi intermedi, in particolare della
famiglia.
Nella stessa direzione i cristiani contribuiscono, con tutti gli uomini
di buona volontà e nel rispetto della natura oggi per lo più plurale
delle società, alla promozione di istituzioni statali e internazionali
che favoriscano un buon governo. Oltre a promuovere e regolare una vita
buona a livello delle singole nazioni, queste debbono concorrere
all’ormai improrogabile necessità di costruire un nuovo ordine mondiale
basato su regole condivise e vincolanti che garantiscano a tutti i
popoli la possibilità di uno sviluppo equilibrato ed integrale delle
risorse naturali e umane.
CONCLUSIONE
L’esistenza eucaristica nel travaglio contemporaneo
I. Ripresa sintetica
Nell’incontro di libertà che l’azione liturgica propizia, da duemila
anni nel rito eucaristico per l’uomo si rinnova, con particolare
intensità, l’esperienza dello stupore. Proprio nell’attuarsi del rito,
per l’abbassamento del Figlio morto in croce e risorto e attraverso il
dono dello Spirito, il Padre si mostra, si dona e si dice all’uomo.
Nell’eulogia e nell’eucaristia, nell’ascolto della parola e nella
consumazione del sacrificio, il fedele adoratore del Dio vero, dopo il
confiteor, è ammesso a comunicare al Corpo che redime in forza
dell’irrepetibile avvenimento della Pasqua di Gesù, ed è inviato a
testimoniare la redenzione al mondo intero.
L’Eucaristia diviene simultaneamente fonte e culmine della vita e della
missione della Chiesa nell’azione stessa in cui viene celebrata. Evento
pasquale, Eucaristia e Chiesa realizzano in tal modo la forma concreta
mediante la quale, lungo la storia, la Trinità viene incontro agli
uomini per salvarli.
Le meraviglie della grazia divina sono racchiuse nelle sacre specie del
pane e del vino convertite nel Corpo e nel Sangue di Cristo. In esse il
Figlio di Dio, umanato, “passo” e risorto, resta volontariamente
consegnato in attesa del libero coinvolgimento dell’uomo. La Chiesa
celebra questi misteri, si alimenta a questo cibo celeste e lo adora
riconoscendo in Gesù sacramentato la Via alla Verità e alla Vita.
L’uomo che per grazia accoglie questo dono fa ogni volta una singolare
esperienza. La misericordia amorevole della Trinità irrompe nel
susseguirsi meccanico degli instanti del suo tempo, vi opera una
benefica discontinuità che lo provoca ad una decisione. Accorgendosi
allora dell’abissale differenza tra l’infinita libertà di Dio che si
dona eucaristicamente e la pochezza dell’umana libertà il fedele si
abbandona a Cristo, trasforma la sua esistenza in offerta vivente.
Questa assume una vera e propria forma eucaristica a livello personale e
a livello sociale. La fisionomia del cristiano e della comunità dei
fedeli vive di questa forma eucaristica che progressivamente trasfigura
i ritmi dell’esistenza personale, mentre contribuisce all’edificazione
di una vita buona anche a livello sociale. Il nascere, il crescere,
l’educare, l’amare, il soffrire e il morire sono segnati dalla potenza
eucaristica che si articola in tutto il settenario sacramentale e, in
forza dell’Eucaristia, la vita dei cristiani e delle comunità trae
benefico influsso dall’accoglienza dei doni dello Spirito,
dall’incremento delle virtù, dalla scoperta che i comandamenti di Dio,
autenticamente obbediti, sono il compimento dell’amore. Si rinnova in
profondità il rapporto dell’uomo redento con il cosmo, mentre con
energia sempre risorgente i cristiani sono sospinti ad un radicale
impegno per la giustizia sociale e per l’edificazione della pace.
Soprattutto in questo tempo di singolare travaglio in cui versano tutte
le aree culturali del mondo, il cristiano che vive la propria esistenza
comunitaria in forma eucaristica, si fa instancabile annunciatore e
testimone di Gesù Cristo e del Suo Vangelo in tutti gli ambienti
dell’umana esistenza: dal quartiere alla scuola, al lavoro, al mondo
della cultura, dell’economia, della politica, delle comunicazioni
sociali ecc.
Le comunità cristiane, fondate eucaristicamente, diventano luoghi in cui
ogni uomo può fare esperienza che la sequela di Cristo apre alla vita
eterna offrendo, già dall’interno della storia, il centuplo (cfr. Mt 19,
29). Donne ed uomini di ogni ceto, etnia e cultura possono, in ogni
momento della loro vita, incontrare altri uomini e donne, i cristiani,
che in forza dell’esistenza eucaristica, si propongono loro come
compagni discreti di un cammino di libertà.
II. Un auspicio finale
Questa forma eucaristica della personalità e della comunità cristiana
non è un’utopia. Già vive pienamente in Maria, donna eucaristica. Per il
suo fiat Maria è l’emblema del dono eucaristico di sé e della Chiesa
immacolata. I Padri e il Magistero della Chiesa hanno sempre
sottolineato l’indisgiungibile rapporto tra Maria e la Chiesa [115].
Giovanni Paolo II, definendola donna eucaristica [116], ha chiamato per
nome la forma di questo rapporto. Esso fiorisce infatti sulla
partecipazione del tutto singolare della Madre all’offerta compiuta di
Sé fatta dal Figlio.
Chiediamo alla Vergine Immacolata e a tutti i Santi che i lavori di
quest’Assemblea Sinodale possano svolgersi nell’orizzonte benefico di
questa forma eucaristica.
Note
[1] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 6.
[2] Cfr. ibid., 5-6.
[3] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 10.
[4] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 6: “Questo ‘stupore’
eucaristico desidero ridestare con la presente Lettera enciclica, in
continuità con l'eredità giubilare”.
[5] Cfr. Missale Romanum, Oratio Post Communionem, I Dominica Adventus.
[6] Gaudium et spes 22.
[7] Cfr. Gaudium et spes 14.
[8] Tommaso ci ricorda che con il battesimo l’uomo è rigenerato in
Cristo (regeneratur in Christo), mentre con l’Eucaristia l’uomo porta a
perfezione la sua unione con Cristo (perficitur in unione ad Christum).
“Ecco perché mentre il battesimo viene denominato ‘il sacramento della
fede’ (sacramentum fidei), la quale è il fondamento della vita
spirituale; l’Eucaristia viene chiamata ‘il sacramento della carità’ (sacramentum
caritatis) la quale è il ‘legame perfetto’ (vinculum perfectionis)
secondo S. Paolo (Col 3, 14)”, Tommaso, Summa Theologiae III, q. 73, a.
3.
[9] Cfr. Agostino, Commento al Vangelo di San Giovanni 69, 2.
[10] “Dov’è il ‘Popolo di Dio’ del quale tanto si è parlato, e tutt’ora
si parla, dov’è? Questa entità etnica sui generis che si distingue e si
qualifica per il suo carattere religioso o messianico (sacerdotale e
profetico, se volete), che tutto converge verso Cristo, come suo centro
focale, e che tutto da Cristo deriva? Com’è compaginato? Com’è
caratterizzato? Com’è organizzato? Come esercita la sua missione ideale
e tonificante nella società, nella quale è immerso? Bene sappiamo che il
popolo di Dio ora, storicamente, ha un nome a tutti più familiare; è la
Chiesa”, Paolo VI, Udienza generale, 23 luglio 1975.
[11] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 5.
[12] “Nell’Eucaristia si compendia tutto il mistero della nostra
salvezza (totum mysterium nostrae salutis comprehenditur)”, Tommaso,
Summa Theologiae III, q. 83, a. 4. “L’Eucaristia è la più grande di
tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo
immenso amore per gli uomini”, Tommaso, Opusc. 57, nella Festa del
Corpus Domini.
[13] “Riuniti nel giorno del Signore, la domenica, spezzate il pane e
rendete grazie, dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il
vostro sacrificio sia puro”, Didachè 14, 1. Inoltre cfr. Giustino, I
Apologia 67.
[14] Sacrosanctum Concilium 9.
[15] Dei Verbum 4: “Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per
mezzo dei profeti, Dio ‘alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi
per mezzo del Figlio’ (Eb 1, 1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il
Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli
uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1, 1-18). Gesù Cristo
dunque, Verbo fatto carne, mandato come ‘uomo agli uomini’, ‘parla le
parole di Dio’ (Gv 3, 34) e porta a compimento l'opera di salvezza
affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5, 36; 17, 4). Perciò egli, vedendo il
quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14, 9), col fatto stesso della sua
presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le
opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e
la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito
di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la
testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre
del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna”.
[16] Tommaso, In I Sent., Prol.: “‘Ego sapientia effudi flumina”’ Sir
24, 40 - Venit Filius et illa flumina olim occulta effudit nomen
Trinitatis publicando”.
[17] Giovanni Paolo II, Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo 2005
n. 1.
[18] Giovanni Paolo II, Fides et ratio 13: “Si è rimandati, in qualche
modo, all'orizzonte [ratio] sacramentale della Rivelazione e, in
particolare, al segno eucaristico dove l'unità inscindibile tra la
realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del
mistero. Cristo nell'Eucaristia è veramente presente e vivo, opera con
il suo Spirito, ma, come aveva ben detto san Tommaso, ‘tu non vedi, non
comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che
appare: nasconde nel mistero realtà sublimi’. Gli fa eco il filosofo
Pascal: ‘Come Gesù Cristo è rimasto sconosciuto tra gli uomini, così la
sua verità resta, tra le opinioni comuni, senza differenza esteriore.
Così resta l'Eucaristia tra il pane comune’.”
[19] Cfr. Instrumentum laboris 25.
[20] “Insieme con i discepoli Egli celebrò la cena pasquale d’Israele,
il memoriale dell’azione liberatrice di Dio che aveva guidato Israele
dalla schiavitù alla libertà”, Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa
per la celebrazione della XX Giornata Mondiale della Gioventù nella
spianata di Marienfeld (21 agosto 2005).
[21] Ibidem.
[22] Instrumentum laboris, Prefazione.
[23] Preghiera eucaristica III.
[24] Cfr. Tommaso, Summa Theologiae III, q. 63, a. 6; q. 65, a. 3; q.
75, a. 1 ed a. 3. Inoltre cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 20.
[25] “Il condurre una vita basata sui sacramenti, animata dal sacerdozio
comune, significa anzitutto, da parte del cristiano, desiderare che Dio
agisca in lui per farlo giungere nello Spirito ‘alla piena maturità di
Cristo’ (Ef 4, 13). Dio, da parte sua, non lo tocca solo attraverso gli
avvenimenti e con la sua grazia interna, ma agisce in lui, con maggiore
certezza e forza, attraverso i sacramenti. Essi danno alla sua vita uno
stile sacramentale. Orbene, tra tutti i sacramenti, è la santissima
eucaristia che porta a pienezza la sua iniziazione di cristiano e che
conferisce all'esercizio del sacerdozio comune questa forma sacramentale
ed ecclesiale che lo aggancia [...] a quello del sacerdozio
ministeriale. In tal modo il culto eucaristico è centro e fine di tutta
la vita sacramentale (cfr. AG, 9 et 13; PO, 5)”, Giovanni Paolo II,
Dominicae Cenae 7.
[26] Preghiera eucaristica II.
[27] “Tu doni alla Chiesa di Cristo di celebrare misteri ineffabili nei
quali la nostra esiguità di creature mortali si insublima in un rapporto
eterno, e la nostra esistenza nel tempo comincia a fiorire nella vita
senza fine”, Prefazio della XIX Settimana Per Annum del Messale
Ambrosiano.
[28] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 1402-1405.
[29] Preghiera Eucaristica I: “Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa che
questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata
sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti
noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del
corpo e sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e
benedizione del cielo”. Inoltre cfr. Sacrosanctum Concilium 8.
[30] Cfr. Institutio Generalis Missalis Romani (20 aprile 2000) 379-385.
[31] Cfr. Paolo VI, Mysterium fidei 35-46; Catechismo della Chiesa
Cattolica 1373-1381; Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 15.
[32] I testi di Marco e di Matteo (Mc 14, 22-24; Mt 26, 26-28) fanno
riferimento all’alleanza sinaitica (cfr. Ex 24, 8), mentre quelli lucano
e paolino (Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23ss) alla promessa di un’’alleanza
nuova (cfr. Ger 31, 31-34). Per quanto riguarda il magistero cfr.:
Concilio di Trento, Sessio XXII. Doctrina de Ss. Missae sacrificio, DS
1738-1759; Pio XII, Mediator Dei, Parte II; Paolo VI, Mysterium fidei,
27-32; Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 12-13.
[33] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 13.
[34] Cfr. Sacrosanctum Concilium 14.
[35] “‘Se non mangiate - dice - la carne del Figlio dell’uomo e non
bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi’ (Gv 6, 53). Sembra
comandare un crimine o un’azione assolutamente ripugnante. In realtà è
invece un’espressione figurata con la quale si comanda di partecipare
alla passione del Signore”, Agostino, La dottrina cristiana, III, 16,
24.
[36] “Viene dunque lo Spirito Santo, il fuoco dopo l’acqua e così voi
diventate pane, cioè corpo di Cristo”, Agostino, Discorsi, 227, 1.
“Questo è il sacrificio dei cristiani, l’essere cioè molti e un solo
corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero col sacramento
dell’altare, che i fedeli ben conoscono, e nel quale le si mostra
chiaramente che nella cosa che si offre essa stessa è offerta”,
Agostino, La città di Dio, X, 6.
[37] L’Eucaristia diventa immagine dell’unità della Chiesa come il pane
deriva da molti grani che, macinati insieme, formano una cosa sola, cfr.
Didachè, 9, 4; Agostino, Commento al Vangelo di San Giovanni, 26, 17.
[38] “Ciò che noi consacriamo è il corpo nato dalla Vergine”, Tommaso,
Summa Theologiae III, q. 75, a. 4. L’Aquinate cita esplicitamente il De
Sacramentis di sant’Ambrogio. Cfr. anche Pascasio Radberto, De corpore
et sanguine Domini, VII: “Quibus modis dicitur corpus Christi”: CChCM,
16, 37-40.
[39] “La virtù propria di questo pane è l’unità, nel senso che,
trasformati in corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che
riceviamo. Allora esso sarà veramente il nostro pane quotidiano”,
Agostino, Discorsi, 57, 7, 7.
[40] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti,
Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004) 19-25.
[41] Institutio Generalis Missalis Romani (20 aprile 2000) 22.
[42] Sacrosanctum Concilium 57.
[43] Cfr. Sacrosanctum Concilium 122-129; Sacra Congregazione dei Riti,
Inter Oecumenici 90-99; Sacra Congregatio Rituum, Eucharisticum
Mysterium 24, 52-57; Congregazione per il Culto Divino, Liturgiae
instaurationes 70; Catechismo della Chiesa Cattolica 1179-1186; Giovanni
Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 49.
[44] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 21-23.
[45] Oltre all’importante invito di Unitatis redintegratio 22 ci
limitiamo a ricordare qui i principali documenti dei vari dialoghi
interconfessionali sull’Eucaristia. Cfr. Commissione mista
internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolico romana e
la Chiesa ortodossa, Il mistero della chiesa e dell’Eucaristia alla luce
del mistero della santa trinità (Monaco 30 giugno - 6 luglio 1982), in
Enchiridion Oecumenicum 1/2183-2197; Anglican-Roman Catholic
International Commission, Dottrina sull’eucaristia: Dichiarazione di
Windsor 1971, in Enchridion Oecumenicum 1/16-28; Anglican Consultative
council - Pontifical Council for Promoting Christian Unity, La Chiesa
come comunione (Dichiarazione congiunta 1990), in Enchiridion
Oecumenicum 3/38-106; Clarifications of Certain Aspects of the Agreed
Statements on Eucharist and Ministry of the First Anglican-Roman
Catholic International Commission, together with a Letter from Cardinal
Edward Idris Cassidy, President of the Pontifical Council for Promoting
Christian Unity (1993), in Enchiridion Oecumenicum 3/107-124;
Clarifications of Certain Aspects of the Agreed Statements on Eucharist
and Ministry of the First Anglican-Roman Catholic International
Commission, together with a Letter from Cardinal Edward Idris Cassidy,
President of the Pontifical Council for Promoting Christian Unity
(Dichiarazione dei copresidenti, 1994), Enchiridion Oecumenicum
3/305-314; Clarifications of Certain Aspects of the Agreed Statements on
Eucharist and Ministry of the First Anglican-Roman Catholic
International Commission, together with a Letter from Cardinal Edward
Idris Cassidy, President of the Pontifical Council for Promoting
Christian Unity (Lettera del card. Cassidy ai copresidenti dell’ARCIC II,
1994), in Enchiridion Oecumenicum 3/315-317; Gemeinsame
römisch-katholische/evangelisch-lutherische Kommission, Das Herrenmahl
(1978), in Enchiridion Oecumenicum 1/1207-1307; Commissione mista di
studio cattolico romana-riformata, Rapporto ufficiale del dialogo
(1979-1977) su La presenza di Cristo nella Chiesa e nel mondo, Roma,
marzo 1977, in Enchiridion Oecumenicum 1/2383-2408; Commissione Fede e
Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese, One baptism, one
Eucharist and a Mutually Recognized Ministry. Three agreed statements,
Accra 23 luglio - 5 agosto 1974, in Enchiridion Oecumenicum 1/2860-3031;
Id., Baptism, Eucharist and Ministry (Documento di Lima), in Enchiridion
Oecumenicum 1/3032-3181; Segretariato per l’unione dei cristiani,
“Baptism, Eucharist and Ministry”, Faith and Order Paper n. 111 (BEM). A
catholic response (21 luglio 1987), in Enchiridion Vaticanum
10/1914-2078.
[46] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Communionis notio
(28 maggio 1992) 17.
[47] “Anche se ancora non concordiamo nella questione
dell'interpretazione e della portata del ministero petrino, stiamo però
insieme nella successione apostolica, siamo profondamente uniti gli uni
con gli altri per il ministero vescovile e per il sacramento del
sacerdozio e confessiamo insieme la fede degli Apostoli come ci è donata
nella Scrittura e come è interpretata nei grandi Concili. In quest'ora
del mondo piena di scetticismo e di dubbi, ma anche ricca di desiderio
di Dio, riconosciamo nuovamente la nostra missione comune di
testimoniare insieme Cristo Signore e, sulla base di quell'unità che già
ci è donata, di aiutare il mondo perché creda. E supplichiamo il Signore
con tutto il cuore perché ci guidi all'unità piena in modo che lo
splendore della verità, che sola può creare l'unità, diventi di nuovo
visibile nel mondo”, Benedetto XVI, Omelia nella Solennità dei Santi
Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno 2005).
[48] Insegna il Concilio Vaticano II: “Questa ‘communicatio’ è regolata
soprattutto da due principi: esprimere l'unità della Chiesa; far
partecipare ai mezzi della grazia. Essa è, per lo più, impedita dal
punto di vista dell'espressione dell'unità; la necessità di partecipare
la grazia talvolta la raccomanda”, Unitatis redintegratio 8. Inoltre cfr.:
Orientalium Ecclesiarum 26-29; Secretariatus ad christianorum unitatem
fovendam, Directorium ad ea quae a Concilio Vaticano II de re oecumenica
promulgata sunt exsequenda, Pars prima Ad totam Ecclesiam (14 maggio
1967); Pars altera Spiritus Domini (16 aprile 1970); Instructio In
quibus rerum circumstantiis de peculiaribus casibus admittendi alios
christianos ad communionem eucharisticam in Ecclesia cattolica (1 giugno
1972); Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani,
Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’Ecumenismo
III (25 marzo 1993); Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 43-46.
[49] Catechismo della Chiesa Cattolica 1327: “In breve, l’Eucaristia è
il compendio e la somma della nostra fede: ‘il nostro modo di pensare è
conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, coincide con il
nostro modo di pensare’ (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 18,
5)”.
[50] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 44.
[51] Cfr. Codex Iuris Canonici 844; Codex Canonum Ecclesiarum
Orientalium 671; Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei
Cristiani, Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme
sull’Ecumenismo nn. 123-125, 130-132. “In questo caso, infatti,
l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna
salvezza dei singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione,
impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili
della comunione ecclesiale”, Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia
45.
[52] Cfr. Giovanni Paolo II, Ut Unum sint 46.
[53] Sacrosanctum Concilium 56: “Le due parti che costituiscono in certo
modo la Messa, cioè la liturgia della parola e la liturgia eucaristica,
sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di
culto”.
[54] La delicatezza e la straordinaria importanza della questione
dovrebbero dar luogo, nella presente Assemblea Sinodale, ad un ampio
confronto teso a raccogliere e valorizzare le più diverse testimonianze
circa la preparazione, i contenuti e le modalità di comunicazione propri
dell’omelia.
[55] È importante segnalare in merito al rapporto tra Scrittura ed
Eucaristia il fatto che la celebrazione sacramentale costituisce il
contesto paradigmatico della lettura della Sacra Scrittura e della sua
interpretazione.
[56] “Habens ergo novus sacerdos, non iam vetus Melchisedech, neque
natus caro de carne, non de sudore suo, neque de terra, cui misere et
multiplicate servit; sed novus Iesus natus de Spiritu spiritus, de donis
ac datis divinis, de coelo coelestem hostiam carnis et sanguinis offert,
dicens, non ut prius timide, neque hostiam servitutis, sed cum
exsultatione et laetitia”, Isacco della Stella, Epistola De officio
missae: PL 194, 1894 B-C.
[57] Cfr. Paolo VI, Mysterium fidei 26-34; Catechismo della Chiesa
Cattolica 1362-1372; Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 12-13.
[58] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 1384-1390; Giovanni Paolo II,
Ecclesia de Eucharistia 16-17.
[59] “La vittima da ammazzare non è più scelta tra i greggi di animali;
ai sacri altari non si conducono più pecore o capri: il sacrificio dei
nostri giorni è ormai il corpo e il sangue del Sacerdote stesso. E
certamente già dal tempo dei Salmi era stato profetizzato di lui: ‘Tu
sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech’ (Sal 109, 4)”,
Agostino, Discorsi 228/B, 1. “Fu prima consumato dalle sue mani nella
mistica cena, quando appunto prese e spezzò il pane, e poi dalla croce,
quando fu affisso su di essa. In quel momento, ricevuta la dignità del
sacerdozio o, meglio, poiché da sempre già la possedeva, realizzandola
anche con la sua opera, consumò il sacrificio che doveva essere offerto
per noi”, Esichio di Gerusalemme, Commento al Levitico, 1, 4.
[60] “In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo
santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione
dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e
nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai
dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna
e calice dell'eterna salvezza”, Preghiera eucaristica I.
[61] Cfr. Pier Damiani, Liber qui appellatur, Dominus vobiscum, X: PL
144, 238 D - 239 A.
[62] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1076.
[63] Cfr. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica, 5, 7.
[64] “[...] ut omnes in Christo unum simus [Gal 3, 38]. [...] Unitas
Ecclesiae ex personis innumerabilibus, diversi sexus, diversae
conditionis, diversi ordinis, diversaeque professionis, multis modis
solet significari. Hoc autem loco ab Apostolo significatur per unitatem
panis et unitatem corporis”, Baldovino di Ford, Il sacramento
dell’altare, II, 4: SC 94, 362. Inoltre cfr. Giovanni Crisostomo, Omelia
sulla Pentecoste, 1, 4.
[65] Cfr. Sacra Congregatio Rituum, Eucharisticum mysterium (25 maggio
1967) 31-41; Sacra Congregatio de Disciplina Sacramentorum, Immensae
caritatis (29 gennaio 1973); Sacra Congregatione pro Cultu Divino,
Eucharistiae sacramentum (21 giugno 1973) 13-78; Sacra Congregatio pro
Sacramentis et Cultu Divino, Inaestimabile donum (3 aprile 1980) 1-19;
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti,
Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004) 80-107.
[66] “Novum plane quod carnis Dominicae substantia, in aliena specie
sumpta, sanctificationis virtutem animae confert”, Gilberto di Hoyland,
In cantica. Sermo VIII, 8: PL 184, 46 D.
[67] “Grande davvero ed ineffabile è il sacramento, nel quale mangiamo
veramente la tua carne e beviamo veramente il tuo sangue: mistero che
incute spavento e tremore, la cui altezza respinge lo sguardo umano che
intende scrutarlo. [...] Il sacrificio della nostra redenzione, per
l’esercizio del mio ministero, si dilati per tua compassione e tuo dono
fino a recare salvezza a tutti i fedeli, vivi e defunti”, Giovanni di
Fecamp, Confessione teologica, III parte, 28.
[68] Cfr. Congregatio pro Clericis et Aliae, Instr. Ecclesiae de
Mysterio (15 agosto 1997); Congregatio pro Cultu Divino et Disciplina
Sacramentorum, Directorium de celebrationibus dominicalibus absente
presbytero (2 giugno 1988).
[69] La diocesi, come insegna il Concilio Vaticano II, è quella
“porzione del popolo di Dio affidata alle cure pastorali del vescovo,
coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore, e
da questi radunata nello Spirito Santo per mezzo del Vangelo e della
Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare nella quale è presente e
opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica”, Christus
Dominus 11.
[70] Cfr. Regola di San Benedetto 62, 1.
[71] La tradizione teologica e magisteriale ha fatto ricorso alla
categoria di transustanziazione anche per esprimere più adeguatamente
questo aspetto essenziale della fede eucaristica. Cfr. Concilio di
Trento, Sessio XIII. Decretum de Ss. Eucharistia, DS 1642 e 1652; Paolo
VI, Mysterium fidei 40 e 47; Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia
15.
[72] Cfr. XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi:
L’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa.
Lineamenta 60.
[73] Per cui Agostino può dire “nessuno mangia quella carne senza averla
prima adorata”, aggiungendo che se si mangia quella carne senza adorarla
si pecca, cfr. Agostino, Esposizioni sui Salmi 98, 9.
[74] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 25: “Il culto reso
all'Eucaristia fuori della Messa è di un valore inestimabile nella vita
della Chiesa. Tale culto è strettamente congiunto con la celebrazione
del Sacrificio eucaristico. La presenza di Cristo sotto le sacre specie
che si conservano dopo la Messa - presenza che perdura fintanto che
sussistono le specie del pane e del vino - deriva dalla celebrazione del
Sacrificio e tende alla comunione, sacramentale e spirituale [...]. Se
il cristianesimo deve distinguersi, nel nostro tempo, soprattutto per
l'arte della preghiera (NMI 32), come non sentire un rinnovato bisogno
di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione
silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo presente nel
Santissimo Sacramento?”.
[75] Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa per la celebrazione della
XX Giornata Mondiale della Gioventù nella spianata di Marienfeld (21
agosto 2005).
[76] Cfr. Codex Iuris Canonici 938.
[77] Cfr. Sacra Congregatio Rituum, Eucharisticum mysterium (25 maggio
1967) 49-67; Sacra Congregatione pro Cultu Divino, Eucharistiae
sacramentum (21 giugno1973) 1-12, 79-112; Sacra Congregatio pro
Sacramentis et Cultu Divino, Inaestimabile donum (3 aprile 1980) 20-27;
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti,
Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004) 129-145.
[78] “La presenza eucaristica di Cristo - il suo sacramentale ‘sono con
voi’ - permette alla Chiesa di scoprire sempre più profondamente il
proprio mistero, come attesta tutta l’ecclesiologia del Vaticano II, per
il quale ‘la Chiesa è in Cristo come un sacramento, o segno e strumento
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’ (LG
1). Come sacramento la Chiesa si sviluppa dal mistero pasquale della
‘dipartita’ di Cristo, vivendo della sempre nuova sua ‘venuta’ per opera
della Spirito Santo, all’interno della stessa missione del
Paraclito-Spirito di verità”, Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem
63.
[79] Giovanni Paolo II, Mane Nobiscum Domine 18: “Restiamo prostrati a
lungo davanti a Gesù presente nell'Eucaristia, riparando con la nostra
fede e il nostro amore le trascuratezze, le dimenticanze e persino gli
oltraggi che il nostro Salvatore deve subire in tante parti del mondo”.
[80] “Chi si accosta all’Eucaristia nello stato di peccato è peggiore
del demonio”, Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, 82, 6.
“Dappertutto, pertanto, viene rispettato l’ordinato svolgimento del
mistero: prima si procede al rimedio delle ferite mediante la remissione
dei peccati, successivamente l’alimento della mensa celeste vien dato in
abbondanza”, Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo san Luca, 6, 71.
[81] Cfr. Concilio di Trento, Sessio XIII. Decretum de Ss. Eucharistia,
DS 1661.
[82] Cfr. Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia 17 e 27;
Catechismo della Chiesa Cattolica 1385.
[83] “Non tutte le medicine vanno bene per tutte le malattie. [...]
Similmente il battesimo e la penitenza sono come delle medicine
depuranti (medicinae purgativae) che si somministrano per togliere la
febbre del peccato. L’Eucaristia è invece un ricostituente (medicina
confortativa) che non dev’essere concesso, se non a quanti sono già
liberi dal peccato”, Tommaso, Summa Theologiae III, q. 80, a. 4, ad 2um.
[84] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 1449-1460.
[85] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 20: “Senza questo costante e
sempre rinnovato sforzo per la conversione, la partecipazione
all'Eucaristia sarebbe priva della sua piena efficacia redentrice,
verrebbe meno o, comunque, sarebbe in essa indebolita quella particolare
disponibilità di rendere a Dio il sacrificio spirituale, in cui si
esprime in modo essenziale e universale la nostra partecipazione al
sacerdozio di Cristo”.
[86] Cfr. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 84; Congregazione per
la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa
la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati
risposati, 14 settembre 1994.
[87] Cfr. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 57.
[88] Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem 26: “Ci troviamo al centro
stesso del Mistero pasquale, che rivela fino in fondo l'amore sponsale
di Dio. Cristo è lo Sposo perché ‘ha dato se stesso’: il suo corpo è
stato ‘dato’, il suo sangue è stato ‘versato’ (cf. Lc 22, 19-20). In
questo modo ‘amò sino alla fine’ (Gv 13, 1). Il ‘dono sincero’,
contenuto nel sacrificio della Croce, fa risaltare in modo definitivo il
senso sponsale dell'amore di Dio. Cristo è lo Sposo della Chiesa, come
redentore del mondo. L'Eucaristia è il sacramento della nostra
redenzione. È il sacramento dello Sposo, della Sposa. L'Eucaristia rende
presente e in modo sacramentale realizza di nuovo l'atto redentore di
Cristo, che ‘crea’ la Chiesa suo corpo (...) Prima di tutto
nell'Eucaristia si esprime in modo sacramentale l'atto redentore di
Cristo Sposo nei riguardi della Chiesa Sposa. Ciò diventa trasparente ed
univoco, quando il servizio sacramentale dell'Eucaristia, in cui il
sacerdote agisce ‘in persona Christi’, viene compiuto dall'uomo”.
Inoltre cfr. Concilio di Trento, Sessio XXII. Decretum de Missa, DS
1740; Catechismo della Chiesa Cattolica 1617.
[89] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi
della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da
parte di fedeli divorziati risposati (14 settembre 1994) 7-8.
[90] Cfr. Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi
Legislativi, Dignitas connubii, 25 gennaio 2005.
[91] Dopo la comunione, nel rito bizantino, il sacerdote implora: “O
nostra santissima Pasqua, Cristo, Sapienza, Verbo e Potenza di Dio, fa
che possiamo partecipare a te in un modo ancora più perfetto, nella luce
inesauribile del tuo Regno a venire”, La Liturgie de saint Jean
Chrysostome, Ed. des Bénédictins de Chèvetogne, 19574, 60.
[92] “‘Quando ti siedi alla mensa di un potente, considera bene che cosa
hai davanti; metti un freno alla tua gola, sapendo che dovrai
ricambiare’ (Pr 23, 1-2). Voi conoscete qual è la mensa del Potente; su
di essa c’è il corpo e il sangue di Cristo, chi si accosta a tale mensa,
si appresti a ricambiare. E che significa: si appresti a ricambiare?
Significa che come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi
per edificare il popolo e confermare la fede, dobbiamo dare le nostre
vite per i fratelli”, Agostino, Commento al Vangelo di San Giovanni, 47,
2.
[93] Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine 24-25: “Entrare in
comunione con Cristo nel memoriale della Pasqua significa, nello stesso
tempo, sperimentare il dovere di farsi missionari dell'evento che quel
rito attualizza. Il congedo alla fine di ogni Messa costituisce una
consegna, che spinge il cristiano all'impegno per la propagazione del
Vangelo e la animazione cristiana della società. Per tale missione
l'Eucaristia non fornisce solo la forza interiore, ma anche - in certo
senso - il progetto. Essa infatti è un modo di essere, che da Gesù passa
nel cristiano e, attraverso la sua testimonianza, mira ad irradiarsi
nella società e nella cultura”.
[94] “Si deve quindi sempre tener presente che la parola di Dio, dalla
Chiesa letta e annunziata nella liturgia, porta in qualche modo, come al
suo stesso fine, al sacrificio dell’alleanza e al convito della grazia,
cioè all’Eucaristia. Pertanto la celebrazione della Messa, nella quale
si ascolta la parola e si offre e si riceve l’Eucaristia, costituisce un
unico atto del culto divino, con il quale si offre a Dio il sacrificio
di lode e si comunica all’uomo la pienezza della redenzione”, Ordo
Lectionum Missae 10.
[95] “Alcuni però per ignoranza o anche per semplicità d’animo non
ripetono nella consacrazione del calice e nella distribuzione
dell’Eucaristia quello che Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, ha fatto
ed ha prescritto di ripetere. Ho tenuto quindi necessario e conforme
alla pietà cristiana scriverti una lettera a questo proposito, anche se
qualcuno commette ancora questo errore affinché possa scoprire la verità
in tutta la sua luce e possa ritornare alle origini dell’insegnamento
divino”, Cipriano, Lettera “De sacramento calicis Dominici”, 63, 1. Cfr.
anche Basilio, Sullo Spirito Santo, 27, 66.
[96] Cfr. Sacrosanctum Concilium 11.
[97] Cfr. Sacrosanctum Concilium 14.
[98] Cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti, Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004) 43-47.
[99] Cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti, Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004) 117-128.
[100] È opportuno ricordare che l’ars celebrandi necessita di luoghi
paradigmatici di riferimento che possano aiutare tutto il popolo
cristiano. A questo proposito è opportuno richiamare l’importanza delle
celebrazioni dei Vescovi nelle Chiese Cattedrali (cfr. Institutio
Generalis Missalis Romani [20 aprile 2000] 22), nonché la singolare
funzione che possono svolgere gli istituti di vita consacrata, in
particolare le comunità monastiche (cfr. Giovanni Paolo II, Novo
Millennio Ineunte 32-34; Congregazione per gli Istituti di Vita
Consacrata, Istruzione Ripartire da Cristo 8, 25-26, 31).
[101] Cfr. Ad gentes 22; Congregazione del Culto Divino, Varietates
legitimae (25 gennaio 1994); Giovanni Paolo II, Redemptoris missio 25,
52-54, 76, 85; Id., Fides et ratio 61 e 72; Id., Ecclesia de Eucharistia
51.
[102] In questa direzione va la raccomandazione di Sacrosanctum
Concilium 38: “Salva la sostanziale unità del rito romano, anche nella
revisione dei libri liturgici si lasci posto alle legittime diversità e
ai legittimi adattamenti ai vari gruppi etnici, regioni, popoli,
soprattutto nelle missioni; e sarà bene tener opportunamente presente
questo principio nella struttura dei riti e nell'ordinamento delle
rubriche”.
[103] Si veda in proposito il Missel romain pour les diocèses du Zaïre e
l’approvazione dell’Ordo Missae per l’India. Tentativi in questo senso
sono stati fatti anche in America Latina.
[104] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptoris missio 52-55.
[105] “‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io
in lui’ (Gv 6, 56). Mangiare questo cibo e bere questa bevanda, vuol
dire dimorare in Cristo ed averlo sempre in noi”, Agostino, Commento al
Vangelo di san Giovanni, 26, 18.
[106] Come dice la lettera a Diogneto: “I cristiani né per regione, né
per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si
differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina
non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi
aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e
adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto,
testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente
paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a
tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni
patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera”, Lettera a
Diogneto V, 1-5.
[107] Liturgia delle Ore, Lunedì della Seconda Settimana, Vespri,
Antifona 3.
[108] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 20: “Conseguenza
significativa della tensione escatologica insita nell'Eucaristia è anche
il fatto che essa dà impulso al nostro cammino storico, ponendo un seme
di vivace speranza nella quotidiana dedizione di ciascuno ai propri
compiti. Se infatti la visione cristiana porta a guardare ai ‘cieli
nuovi’ e alla ‘terra nuova’ (cf. Ap 21, 1), ciò non indebolisce, ma
piuttosto stimola il nostro senso di responsabilità verso la terra
presente [...] annunziare la morte del Signore ‘finché egli venga’ (1
Cor 11, 26) comporta, per quanti partecipano all'Eucaristia l'impegno di
trasformare la vita, perché essa diventi, in certo modo, tutta ‘eucaristica’.
Proprio questo frutto di trasfigurazione dell'esistenza e l'impegno a
trasformare il mondo secondo il Vangelo fanno risplendere la tensione
escatologica della Celebrazione eucaristica e dell'intera vita
cristiana: ‘Vieni, Signore Gesù!’ (Ap 22, 20)”.
[109] Giovanni Damasceno, seguito dalla tradizione ortodossa, non esita
ad affermare: “E io onoro e tratto con venerazione la materia;
attraverso essa è stata operata la mia salvezza”, Giovanni Damasceno,
Orationes de imaginibus I, 16.
[110] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un convegno su
ambiente e salute, 24 marzo 1997, n. 5.
[111] Cfr. Francesco d’Assisi, Prima Ammonizione: “O figli degli uomini,
sino a quando avrete un cuore duro (Sal 4, 3)? Perché non conoscete la
verità e non credete nel Figlio di Dio (Gv 9, 35)? Ecco, ogni giorno
egli si umilia (Fil 2, 8), come quando dalle sedi regali (Sap 18, 15)
scese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in umili
apparenze; ogni giorno discende dal seno del Padre (Gv 1, 18; 6, 38)
sull’altare nelle mani del sacerdote. E, come ai santi apostoli apparve
in vera carne, così ora a noi si mostra nel pane sacro. E come essi, con
i loro occhi corporei, vedevano soltanto la sua carne ma lo credevano
Dio poiché lo contemplavano con gli occhi dello spirito, così pure noi,
vedendo con gli occhi del corpo il pane e il vino, dobbiamo vedere e
credere fermamente che sono il suo santissimo corpo e sangue vivo e
vero. In tal modo il Signore è sempre con i suoi fedeli, così come egli
dice: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20)”, Fonti
Francescane, Edizioni Messaggero, Padova 1980, 138.
[112] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un convegno su
ambiente e salute, 24 marzo 1997, n. 2.
[113] Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae 5: “Il culto eucaristico
costituisce l'anima di tutta la vita cristiana. Se infatti la vita
cristiana si esprime nell'adempimento del più grande comandamento, e
cioè nell'amore di Dio e del prossimo, questo amore trova la sua
sorgente proprio nel santissimo sacramento, che comunemente è chiamato:
sacramento dell'amore. L'eucaristia significa questa carità, e perciò la
ricorda, la rende presente e insieme la realizza”.
[114] “Vi è inoltre ben noto, venerabili fratelli, che l’Eucaristia è
conservata nei templi e negli oratori come centro spirituale della
comunità religiosa e parrocchiale, anzi della Chiesa universale e di
tutta l’umanità, perché sotto il velo delle sacre specie contiene Cristo
capo invisibile della Chiesa, redentore del mondo, centro di tutti i
cuori, ‘per cui sono tutte le cose e noi per lui’ (1Cor 8, 6). Ne
consegue che il culto eucaristico muove fortemente l’animo a coltivare
l’amore ‘sociale’, col quale si antepone al bene privato il bene comune;
facciamo nostra la causa della comunità, della parrocchia, della Chiesa
universale; ed estendiamo la carità a tutto il mondo, perché dappertutto
sappiamo che ci sono membra di Cristo”, Paolo VI, Mysterium fidei, 68 e
69.
[115] Cfr. Lumen gentium 52-69.
[116] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 53-58.
[00009-01.16] [NNNNN] [Testo originale: latino]
♦ AVVISI
● CONFERENZA STAMPA
● BRIEFING PER I GRUPPI LINGUISTICI
● POOL PER L’AULA DEL SINODO
● BOLLETTINO
● ORARIO DI APERTURA DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
● CONFERENZA STAMPA
La prima Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) si terrà
oggi, alle ore 12.45 nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della
Santa Sede.
I Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporters
sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio per le Comunicazioni
Sociali per il permesso di accesso.
I Signori operatori audiovisivi ammessi sono pregati di trovarsi
nell’Aula Giovanni Paolo II 30 minuti prima dell’inizio della Conferenza
Stampa; i fotoreporters ammessi 15 minuti prima. I Signori giornalisti
sono invitati a prendere posto nell’Aula 5 minuti prima dell’orario
d’inizio della Conferenza Stampa.
Interverranno i seguenti Padri Sinodali:
- Em.mo Card. Angelo Scola, Relatore Generale
- S.E. Mons. Luis Antonio G. Tagle, Vescovo di Imus (Filippine)
- S.E. Mons. Juan Matogo Oyana, C.M.F., Vescovo di Bata (Guinea
Equatoriale)
- S.E. Mons. Pierre-Antoine Paulo, O.M.I., Arcivescovo coadiutore di
Port-et-Paix (Haiti)
● BRIEFING PER I GRUPPI LINGUISTICI
Il primo briefing per i gruppi linguistici avrà luogo domani, martedì 4
ottobre 2005 alle ore 13.10, a conclusione della Terza Congregazione
Generale del mattino (nei luoghi di briefing e con gli Addetti Stampa
indicati nel Bollettino N. 2).
Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici)
sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni
Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).
● POOL PER L’AULA DEL SINODO
Il prossimo pool per l’Aula del Sinodo sarà formato per la preghiera di
apertura della Terza Congregazione Generale di martedì mattina 4 ottobre
2005.
Nell’Ufficio Informazioni e Accreditamenti della Sala Stampa della Santa
Santa Sede (all’ingresso, a destra) sono a disposizione dei redattori le
liste d’iscrizione al pool.
Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e
fotoreporters sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio per le
Comunicazione Sociali per la partecipazione al pool per l’Aula del
Sinodo.
Si ricorda che i partecipanti al pool sono pregati di trovarsi alle ore
08.30 nel Settore Stampa allestito all’esterno di fronte all’ingresso
dell’Aula Paolo VI, da dove saranno chiamati per accedere all’Aula del
Sinodo, sempre accompagnati da un ufficiale della Sala Stampa della
Santa Sede, rispettivamente dal Pontificio Consiglio per le
Comunicazioni Sociali.
● BOLLETTINO
Il prossimo Bollettino N. 5, riguardante i lavori della Seconda
Congregazione Generale dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo
dei Vescovi, sarà a disposizione dei Signori giornalisti accreditati
martedì 4 ottobre 2005, all’apertura della Sala Stampa della Santa Sede.
● ORARIO DI APERTURA DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
Sabato 1 ottobre: ore 09.00 - 14.00
Domenica 2 ottobre: ore 09.00 - 13.00
Da lunedì 3 ottobre a sabato 8 ottobre: ore 09.00 - 16.00
Domenica 9 ottobre: ore 09.00 - 13.00
Da lunedì 10 ottobre a venerdì 14 ottobre: ore 09.00 - 16.00
Sabato 15 ottobre: ore 09.00 - 18.30
Domenica16 ottobre: ore 09.00 - 13.00
Da lunedì 17 ottobre a sabato 22 ottobre: ore 09.00 - 16.00
Domenica 23 ottobre: ore 09.00 - 13.00
Da lunedì 24 ottobre a venerdì 28 ottobre: ore 09.00 - 15.00
Sabato 29 ottobre: ore 09.00 - 14.00
Domenica 30 ottobre: ore 11.00 - 13.00
Lunedì 31 ottobre: ore 09.00 - 15.00 |