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05 - 01.10.2005
SOMMARIO
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PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005 - ANTEMERIDIANO)
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SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005 - POMERIDIANO)
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PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005 - ANTEMERIDIANO)
Dopo la lettura breve dell’Ora Terza il Santo Padre Benedetto XVI ha
tenuto la seguente riflessione:
Cari fratelli,
questo testo dell'Ora Terza di oggi implica cinque imperativi ed una
promessa. Cerchiamo di capire un po' meglio che cosa l'Apostolo intende
dirci con queste parole.
Il primo imperativo è molto frequente nelle Lettere di San Paolo, anzi
si potrebbe dire è quasi il «cantus firmus» del suo pensiero: «gaudete».
In una vita così tormentata come era la sua, una vita piena di
persecuzioni, di fame, di sofferenze di tutti i tipi, tuttavia una
parola chiave rimane sempre presente: «gaudete».
Nasce qui la domanda: è possibile quasi comandare la gioia? La gioia,
vorremmo dire, viene o non viene, ma non può essere imposta come un
dovere. E qui ci aiuta pensare al testo più conosciuto sulla gioia delle
Lettere paoline, quello della «Domenica Gaudete», nel cuore della
Liturgia dell'Avvento: «gaudete, iterum dico gaudete quia Dominus
propest».
Qui sentiamo il motivo del perché Paolo in tutte le sofferenze, in tutte
le tribolazioni, poteva non solo dire agli altri «gaudete», lo poteva
dire perché in lui stesso la gioia era presente: «gaudete, Dominus enim
prope est».
Se l'amato, l'amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se
posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in
situazioni di tribolazione, rimane nel fondo del cuore la gioia che è
più grande di tutte le sofferenze.
L'apostolo può dire «gaudete» perché il Signore è vicino ad ognuno di
noi. E così questo imperativo in realtà è un invito ad accorgersi della
presenza del Signore vicino a noi. È, una sensibilizzazione per la
presenza del Signore. L'Apostolo intende farci attenti a questa -
nascosta ma molto reale - presenza di Cristo vicino ad ognuno di noi.
Per ognuno di noi sono vere le parole dell'Apocalisse: io busso alla tua
porta, ascoltami, aprimi.
È quindi anche un invito ad essere sensibili per questa presenza del
Signore che bussa alla mia porta. Non essere sordi a Lui, perché le
orecchie dei nostri cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo
che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alle
nostre porte. Riflettiamo, nello stesso momento, se siamo realmente
disponibili ad aprire le porte del nostro cuore; o forse questo cuore è
pieno di tante altre cose che non c'è spazio per il Signore e per il
momento non abbiamo tempo per il Signore. E così, insensibili, sordi
alla sua presenza, pieni di altre cose, non sentiamo l'essenziale: Lui
bussa alla porta, ci è vicino e così è vicina la vera gioia, che è più
forte di tutte le tristezze del mondo, della nostra vita.
Preghiamo, quindi, nel contesto di questo primo imperativo: Signore
facci sensibili alla Tua presenza, aiutaci a sentire, a non essere sordi
a Te, aiutaci ad avere un cuore libero, aperto a Te.
Il secondo imperativo «perfecti estote», così come si legge nel testo
latino, sembra coincidere con la parola riassuntiva del Sermone della
Montagna: «perfecti estote sicut Pater vester caelestis perfectus est».
Questa parola ci invita ad essere ciò che siamo: immagini di Dio, esseri
creati in relazione al Signore, «specchio» nel quale si riflette la luce
del Signore. Non vivere il cristianesimo secondo la lettera, non sentire
la Sacra Scrittura secondo la lettera è spesso difficile, storicamente
discutibile, ma andare oltre la lettera, la realtà presente, verso il
Signore che ci parla e così all’unione con Dio. Ma se vediamo il testo
greco troviamo un altro verbo, «catartizesthe», e questa parola vuole
dire rifare, riparare uno strumento, restituirlo alla piena
funzionalità. L'esempio più frequente per gli apostoli è rifare una rete
per i pescatori che non è più nella giusta situazione, che ha tante
lacune da non servire più, rifare la rete così che possa di nuovo essere
rete per la pesca, ritornare alla sua perfezione di strumento per questo
lavoro. Un altro esempio: uno strumento musicale a corde che ha una
corda rotta, quindi la musica non può essere suonata come dovrebbe. Così
in questo imperativo la nostra anima appare come una rete apostolica che
tuttavia spesso non funziona bene, perché è lacerata dalle nostre
proprie intenzioni; o come uno strumento musicale nel quale purtroppo
qualche corda è rotta, e quindi la musica di Dio che dovrebbe suonare
dal profondo della nostra anima non può echeggiare bene. Rifare questo
strumento, conoscere le lacerazioni, le distruzioni, le negligenze,
quanto è trascurato, e cercare che questo strumento sia perfetto, sia
completo perché serva a ciò per cui è creato dal Signore.
E così questo imperativo può essere anche un invito all'esame di
coscienza regolare, per vedere come sta questo mio strumento, fino a
quale punto è trascurato, non funziona più, per cercare di ritornare
alla sua integrità. È anche un invito al Sacramento della
Riconciliazione, nel quale Dio stesso rifà questo strumento e ci dà di
nuovo la completezza, la perfezione, la funzionalità, affinché in quest'anima
possa risuonare la lode di Dio.
Poi «exortamini invicem». La correzione fraterna è un'opera di
misericordia. Nessuno di noi vede bene se stesso, vede bene le sue
mancanze. E così è un atto di amore, per essere di complemento l'uno
all'altro, per aiutarsi a vederci meglio, a correggerci. Penso che
proprio una delle funzioni della collegialità è quella di aiutarci, nel
senso anche dell'imperativo precedente, di conoscere le lacune che noi
stessi non vogliamo vedere - «ab occultis meis munda me» dice il Salmo -
di aiutarci perché diventiamo aperti e possiamo vedere queste cose.
Naturalmente, questa grande opera di misericordia, aiutarci gli uni con
gli altri perché ciascuno possa realmente trovare la propria integrità,
la propria funzionalità come strumento di Dio, esige molta umiltà e
amore. Solo se viene da un cuore umile che non si pone al di sopra
dell'altro, non si considera meglio dell'altro, ma solo umile strumento
per aiutarsi reciprocamente. Solo se si sente questa profonda e vera
umiltà, se si sente che queste parole vengono dall'amore comune,
dall'affetto collegiale nel quale vogliamo insieme servire Dio, possiamo
in questo senso aiutarci con un grande atto di amore. Anche qui il testo
greco aggiunge qualche sfumatura, la parola greca è «paracaleisthe»; è
la stessa radice dalla quale viene anche la parola «Paracletos,
paraclesis», consolare. Non solo correggere, ma anche consolare,
condividere le sofferenze dell'altro, aiutarlo nelle difficoltà. E anche
questo mi sembra un grande atto di vero affetto collegiale. Nelle tante
situazioni difficili che nascono oggi nella nostra pastorale, qualcuno
si trova realmente un po' disperato, non vede come può andare avanti. In
quel momento ha bisogno della consolazione, ha bisogno che qualcuno sia
con lui nella sua solitudine interiore e compia l'opera dello Spirito
Santo, del Consolatore: quella di dare coraggio, di portarci insieme, di
appoggiarci insieme, aiutati dallo Spirito Santo stesso che è il grande
Paraclito, il Consolatore, il nostro Avvocato che ci aiuta. Quindi è un
invito a fare noi stessi «ad invicem» l'opera dello Spirito Santo
Paraclito.
«Idem sapite»: sentiamo dietro la parola latina la parola «sapor»,
«sapore»: Abbiate lo stesso sapore per le cose, abbiate la stessa
visione fondamentale della realtà, con tutte le differenze che non solo
sono legittime ma anche necessarie, ma abbiate «eundem sapore», abbiate
la stessa sensibilità. Il testo greco dice «froneite», la stessa cosa.
Cioè abbiate lo stesso pensiero sostanzialmente. Come potremmo avere in
sostanza un pensiero comune che ci aiuti a guidare insieme la Santa
Chiesa se non condividendo insieme la fede che non è inventata da
nessuno di noi, ma è la fede della Chiesa, il fondamento comune che ci
porta, sul quale stiamo e lavoriamo? Quindi è un invito ad inserirci
sempre di nuovo in questo pensiero comune, in questa fede che ci
precede. «Non respicias peccata nostra sed fidem Ecclesiae tuae»: è la
fede della Chiesa che il Signore cerca in noi e che è anche il perdono
dei peccati. Avere questa stessa fede comune. Possiamo, dobbiamo vivere
questa fede, ognuno nella sua originalità, ma sempre sapendo che questa
fede ci precede. E dobbiamo comunicare a tutti gli altri la fede comune.
Questo elemento ci fa passare già all'ultimo imperativo, che ci dà la
pace profonda tra di noi.
E a questo punto possiamo pensare anche a «touto froneite», ad un altro
testo della Lettera ai Filippesi, all'inizio del grande inno sul
Signore, dove l'Apostolo ci dice: abbiate gli stessi sentimenti di
Cristo, entrare nella «fronesis», nel «fronein», nel pensare di Cristo.
Quindi possiamo avere la fede della Chiesa insieme, perché con questa
fede entriamo nei pensieri, nei sentimenti del Signore. Pensare insieme
con Cristo.
Questo è l'ultimo affondo di questo avvertimento dell'Apostolo: pensare
con il pensiero di Cristo. E possiamo farlo leggendo la Sacra Scrittura
nella quale i pensieri di Cristo sono Parola, parlano con noi. In questo
senso dovremmo esercitare la «Lectio Divina», sentire nelle Scritture il
pensiero di Cristo, imparare a pensare con Cristo, a pensare il pensiero
di Cristo e così avere i sentimenti di Cristo, essere capaci di dare
agli altri anche il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo.
E così l'ultimo imperativo «pacem habete et eireneuete», è quasi il
riassunto dei quattro imperativi precedenti, essendo così in unione con
Dio che è la pace nostra, con Cristo che ci ha detto: «pacem dabo vobis».
Siamo nella pace interiore, perché essere nel pensiero di Cristo unisce
il nostro essere. Le difficoltà, i contrasti della nostra anima si
uniscono, si è uniti all'originale, a quello di cui siamo immagine con
il pensiero di Cristo. Così nasce la pace interiore e solo se siamo
fondati su una profonda pace interiore possiamo essere persone della
pace anche nel mondo, per gli altri.
Qui la domanda, questa promessa è condizionata dagli imperativi? Cioè
solo nella misura nella quale noi possiamo realizzare gli imperativi,
questo Dio della pace è con noi? Come è la relazione tra imperativo e
promessa?
Io direi che è bilaterale, cioè la promessa precede gli imperativi e
rende realizzabili gli imperativi e segue anche tale realizzazione degli
imperativi. Cioè, prima di tutto quanto facciamo noi, il Dio dell'amore
e della pace si è aperto a noi, è con noi. Nella Rivelazione cominciata
nell'Antico Testamento Dio è venuto incontro a noi con il suo amore, con
la sua pace.
E finalmente nell'Incarnazione si è fatto Dio con noi, Emmanuele, è con
noi questo Dio della pace che si è fatto carne con la nostra carne,
sangue del nostro sangue. È uomo con noi e abbraccia tutto l'essere
umano. E nella crocifissione e nella discesa alla morte, totalmente si è
fatto uno con noi, ci precede con il suo amore, abbraccia prima di tutto
il nostro agire. E questa è la nostra grande consolazione. Dio ci
precede. Ha già fatto tutto. Ci ha dato pace e perdono e amore. È con
noi. E solo perché è con noi, perché nel Battesimo abbiamo ricevuto la
sua grazia, nella Cresima lo Spirito Santo, nel Sacramento dell'Ordine
abbiamo ricevuto la sua missione, possiamo adesso fare noi, cooperare
con questa sua presenza che ci precede. Tutto questo nostro agire del
quale parlano i cinque imperativi è un cooperare, un collaborare con il
Dio della pace che è con noi.
Ma vale, dall'altra parte, nella misura nella quale noi realmente
entriamo in questa presenza che ha donato, in questo dono già presente
nel nostro essere. Cresce naturalmente la sua presenza, il suo essere
con noi.
E preghiamo il Signore che ci insegni a collaborare con la sua
precedente grazia e di essere così realmente sempre con noi. Amen!
[00020-01.03] [NNNNN] [Testo originale: italiano]
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SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÍ, 3 OTTOBRE 2005 - POMERIDIANO)
● INTERVENTI IN AULA (INIZIO)
Alle ore 16.30 di oggi, alla presenza del Santo Padre a partire delle
ore 17.55, con la recita dell’Adsumus ha avuto luogo la Seconda
Congregazione Generale, per l’inizio degli interventi dei Padri Sinodali
in Aula sul tema sinodale. Presidente Delegato di turno S.Em.R. il Sig.
Card. Francis ARINZE, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e
la Disciplina dei Sacramenti.
A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la
preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 241 Padri.
● INTERVENTI IN AULA (INIZIO)
Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:
- S.Em.R. Card. José SARAIVA MARTINS, C.M.F., Prefetto della
Congregazione delle Cause dei Santi (CITTÀ DEL VATICANO)
- S.E.R. Mons. Donald William WUERL, Vescovo di Pittsburgh (STATI UNITI
D'AMERICA)
- S.Em.R. Card. Stephen Fumio HAMAO, Presidente del Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (CITTÀ DEL VATICANO)
- S.E.R. Mons. Robert LE GALL, O.S.B., Vescovo di Mende (FRANCIA)
- S.E.R. Mons. Philippe GUENELEY, Vescovo di Langres (FRANCIA)
- S.E.R. Mons. John Patrick FOLEY, Arcivescovo titolare di Neapoli di
Proconsolare, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni
Sociali (CITTÀ DEL VATICANO)
- S.B.R. Ignace Pierre VIII ABDEL-AHAD, Patriarca di Antiochia dei Siri,
Capo del Sinodo della Chiesa Sira Cattolica (LIBANO)
- Rev. P. Joseph William TOBIN, C.SS.R., Superiore Generale della
Congregazione del Santissimo Redentore
- S.E.R. Mons. Bruno FORTE, Arcivescovo di Chieti-Vasto (ITALIA)
- S.E.R. Mons. Alberto GIRALDO JARAMILLO, P.S.S., Arcivescovo di
Medellín (COLOMBIA)
- S.E.R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Vescovo titolare di Voghenza,
Ausiliare di Roma, Rettore Magnifico della Pontificia Università
Lateranense in Roma (ITALIA)
- S.E.R. Mons. Tadeusz KONDRUSIEWICZ, Arcivescovo della Madre di Dio a
Mosca (FEDERAZIONE RUSSA)
- S.E.R. Mons. Cristián CARO CORDERO, Arcivescovo di Puerto Montt (CILE)
- Rev. P. Josep Maria ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei
Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:
- S.Em.R. Card. José SARAIVA MARTINS, C.M.F., Prefetto della
Congregazione delle Cause dei Santi (CITTÀ DEL VATICANO)
1. Tra i vari aspetti del Mistero eucaristico, va sottolineato,
innanzitutto, la sua essenziale dimensione pasquale, di cui parla, a
varie riprese, l'IL.
"Non si può disgiungere la morte di Cristo dalla sua risurrezione" (IL,
7). Questa appartiene, infatti, anch'essa, al sacrificio Redentore di
Cristo (Rom 4, 24-25). Egli è morto per risorgere. Il Venerdì Santo non
avrebbe alcun senso senza la Domenica di Risurrezione. Gesù non ha mai
separato questi due eventi salvifici. Anzi, Egli ha affermato sempre,
con estrema chiarezza, l'inscindibile legame tra di essi. Orbene,
essendo l'Eucaristia la ri-attualizzazione, nel tempo e nella storia,
del Sacrificio di Cristo, essa rende presente non soltanto la sua morte,
ma anche la sua risurrezione (cf IL, 8), l'intero mistero pasquale. Lo
sottolinea con forza l'Enciclica "Ecclesia de Eucharistia", quando
afferma che il "Sacrificio eucaristico rende presente non solo il
mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero
della sua risurrezione, in cui il Sacrificio trova il suo coronamento" (EdE;
14). L'Eucaristia è, in altre parole, il memoriale della Pasqua di
Cristo.
2. E proprio in quanto memoriale della Pasqua di Cristo, l'Eucaristia è
"sorgente ed epifania di comunione" (MND, 19) sia nella sua dimensione
verticale, in rapporto cioè a Cristo, sia nella sua dimensione
orizzontale, cioè tra i suoi discepoli.
L'Eucaristia è, prima di tutto, la sorgente della più profonda, sublime
e radicale comunione con il Redentore. Alla richiesta dei discepoli di
Emmaus di rimanere con loro, Gesù rispose con un dono molto più grande:
cioè mediante il sacramento dell 'Eucaristia, trovò il modo di rimanere,
non soltanto con loro, ma in loro. Ricevere l'eucaristia è entrare in
comunione profonda con Gesù. "Rimanete in me ed io in voi" (Gv 15,4) (MND,
19).
Ma l'intima e misteriosa comunione con Cristo realizzata
nell'Eucaristia, non può essere né compresa né pienamente vissuta, al di
fuori della "comunione ecclesiale". La prima porta necessariamente alla
seconda. Questa scaturisce necessariamente da quella. La Chiesa, si
legge nella MND, è il Corpo di Cristo; si cammina 'con Cristo' nella
misura in cui si è in rapporto 'con il Corpo mistico' (MND, 20). L' "Ut
unum sint” di Cristo si attua pienamente nell' Eucaristia. Le prime
comunità cristiane costituivano un "cuore solo ed un'anima sola" in
virtù della partecipazione al banchetto eucaristico, alla "fractio panis".
L'Eucaristia, dunque, unendo vitalmente gli uomini a Cristo, li unisce
anche tra di loro. Lo stesso Cristo diviene, nell'Eucaristia, vincolo
vivente tra i membri del suo Corpo. L'Eucaristia abbatte tutte le
barriere culturali e sociali, per fare di tutti coloro che lo ricevono
una sola Comunità di fede, di speranza e di amore, per incamminarli
verso quell'unità che trova il suo modello e la sua perfezione
nell'unità della stessa SS. Trinità. Ma, oltre ad essere sorgente,
l’Eucaristia è anche l'epifania o manifestazione della comunione dei
fedeli con Cristo e tra loro (cf MND, l9 ss.). Mai come nella
celebrazione dell'Eucaristia, la Chiesa è, ed appare, così perfettamente
una, una koinonia, una comunione. La Chiesa è una perché una è
l'Eucaristia. Il Concilio parla di "ecclesiologia di comunione": si
tratta, ovviamente, di una ecclesiologia di comunione eucaristica,
perché radicata nel sacramento dell'altare.
In questo contesto, va sottolineata, inoltre, la valenza fortemente
ecumenica dell' Eucaristia. Il vero ecumenismo, infatti, non consiste
tanto nell'andare noi verso i nostri fratelli separati o nel venire loro
verso di noi, bensì nell'andare, noi e loro, sotto la guida dello
Spirito, verso Colui che ha voluto rimanere con noi sotto le specie
eucaristiche.
Fonte ed epifania della comunione ecclesiale, l'Eucaristia non può non
essere altresì sorgente inesauribile di gioia: di quella gioia pasquale
che scaturisce dal Signore Risorto presente nell’Eucaristia. I primi
cristiani "nelle loro case spezzavano il pane prendendo cibo con letizia
e semplicità di cuore, lodando Dio" (Att. 2,46-47).
[00021-01.05] [IN001] [Testo originale: italiano]
- S.E.R. Mons. Donald William WUERL, Vescovo di Pittsburgh (STATI UNITI
D'AMERICA)
Il nostro impegno catechetico si svolge, oggi, nel contesto di un mondo
altamente secolarizzato. Una delle sfide maggiori che dobbiamo
affrontare come seguaci di Cristo è la grande disparità tra ciò che
vediamo nella fede come orizzonte della vita e ciò che questa cultura
secolare vede come obiettivo e fine dell’esistenza. La nostra catechesi,
specialmente sulle questioni della morale e della giustizia sociale, non
deve allontanarsi dal centro della fede, ovvero la morte e la
risurrezione di Cristo e la nostra partecipazione a questo evento
salvifico attraverso l’Eucaristia. Qualunque piano pastorale o
suggerimento emergerà per l’orientamento futuro del ministero pastorale
della Chiesa dovrà includere l’accento sul mistero fondante della
presenza e dell’azione permanente di Cristo nell’Eucaristia.
[00024-01.05] [IN004] [Testo originale: inglese]
- S.Em.R. Card. Stephen Fumio HAMAO, Presidente del Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (CITTÀ DEL VATICANO)
L’attuale panorama mondiale assistiamo a trasformazioni così grandi da
suscitare l’impressione che stia per comparire una nuova umanità. Cadono
le frontiere nazionali, popoli e razze si mescolano, si confrontano le
culture, si creano organismi sovranazionali, si ricerca un diritto
internazionale, si insegue l’unificazione sociale, politica e,
soprattutto, economica, che va sotto il nome di “globalizzazione”.
Si va così formando un unico mercato mondiale delle merci e delle idee.
È un grande vantaggio, ovviamente, ma questo processo comporta anche dei
rischi. La diversità è indubbiamente fonte di ricchezza, ma
l’abbattimento delle frontiere spesso non coincide con la
“globalizzazione della solidarietà”. Si emanano misure sempre più
restrittive nei confronti dei migranti e dei rifugiati, si adottano
procedure sempre più severe per impedire ai disagiati dei Paesi poveri
del mondo la partecipazione al benessere dei Paesi ricchi; la diversità
dello straniero è considerata spesso come una minaccia anziché un
beneficio di mutuo arricchimento.
La Chiesa Cattolica non è solo “sparsa nei cinque continenti” ma è pure
in movimento fra di essi e il sacramento dell’Eucaristia le si offre
come centro di unificazione, punto di convergenza, dimensione
qualificata dell’accoglienza delle diversità nell’unità.
Uomini e donne in movimento, con proprie modalità che si radicano nella
cultura, nella tradizione, nel rito proprio, nell’uso della lingua
vernacola, nella devozione popolare, trovano nella celebrazione
dell’Eucaristia il punto fermo della loro vita, spesso frammentata e
sconvolta: è Gesù Cristo incarnato, morto e risorto, “tutto intero...
sostanzialmente presente nella realtà del suo Corpo e del suo Sangue”.
Per questo, non basta dire che l’Eucaristia sta al centro della comunità
cristiana, bisogna anche dire che la Chiesa sta al centro
dell’Eucaristia!
La storia della Salvezza, nella quale anche le migrazioni hanno un posto
importante, ha al suo centro il sacrificio pasquale del Figlio di Dio e
la sua risurrezione e, pertanto, l’Eucaristia vi occupa un posto
centrale. Infine, l’Eucaristia tende al futuro escatologico, in quanto
pregustazione del banchetto del Regno, al quale l’umanità intera è
chiamata a partecipare. Essa ci proietta a vivere il “già” e il “non
ancora” impegnandoci nel presente storico a un adeguato e autentico
processo di inculturazione.
L’Eucaristia celebrata con e dai fratelli e sorelle in mobilità è legame
di fraternità e sorgente di accoglienza, fonte di opere buone in quanto
conduce alla testimonianza dei valori evangelici nel mondo, nell’unità
delle tre dimensioni della vita cristiana, cioè
liturgia-martyria-diaconia, per una nuova evangelizzazione: nuova nel
suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione.
Ecco che, allora, l’Eucaristia manifesta il significato dell’esistenza
cristiana sulla terra come momento nel quale la Chiesa sperimenta il suo
essere in cammino, “viandante”, “emigrante”, “pellegrina”. L’Eucaristia
è, dunque, “l’alimento dei pellegrini”, il sacramento dell’esodo che
continua, il sacramento pasquale, cioè del “passaggio”, fino a
raggiungere “l’eredità eterna” del Regno di Dio nella comunione dei
Santi.
[00025-01.07] [Testo originale: italiano]
- S.E.R. Mons. Robert LE GALL, O.S.B., Vescovo di Mende (FRANCIA)
A più riprese l’Instrumentum laboris sottolinea come l’Eucaristia sia un
dono e un mistero (nn. 12, 25, 34, 35, 48, 86) al quale dobbiamo
accedere e verso il quale dobbiamo guidare con umiltà (n. 51) e in
spirito d’adorazione (n. 65). In tal senso s’insiste, come Papa Giovanni
Paolo II nella Tertio Millennio ineunte, sul “primato della grazia” (n.
31).
In questo spirito, occorrerebbe mostrare meglio come nell’Eucaristia Dio
è il Protagonista che suscita la nostra azione e la rende grande. Il n.
25 va in questa direzione, ma resta confuso. Sarebbe opportuno osservare
più da vicino l’insegnamento della Sacrosantum Concilium al n. 7, che
esprime con chiarezza la teologia della liturgia.
La ricchezza del n. 7 della Sacrosanctum Concilium sta nel suo
riprendere la definizione della liturgia proposta da Papa Pio XII nella
Mediator Dei completandola: il culto orienta l’uomo verso Dio grazie
all’Uomo-Dio che ci conduce al Padre; è questa la linea ascendente.
Tuttavia, la linea discendente (cfr. Dies Domini, n. 43), per la quale
Dio viene a noi attraverso l’Incarnazione redentrice, viene sempre
prima: il Concilio la chiama “santificazione”, mentre la linea
ascendente è giustamente detta culto integrale esercitato dall’intero
Corpo mistico.
Per la qualità delle nostre celebrazioni è molto importante che si
percepisca chiaramente questa articolazione nell’Opus Dei - tale
espressione è ripetuta spesso nei primi numeri della Sacrosanctum
Conclium - tra l’opus Dei facientis e l’opus Ecclesiae, ovvero tra ciò
che Dio fa per noi, con noi, e ciò che noi facciamo per lui, con lui. È
questo il senso della dossologia della Preghiera Eucaristica, momento
centrale della Messa. Si tratta di una chiave di tutta la vita
spirituale, dove il primato della grazia fa scaturire la parte migliore
della nostra libertà. Se “rendiamo grazie” è perché riceviamo la grazia.
[00026-01.04] [IN013] [Testo originale: francese]
- S.E.R. Mons. Philippe GUENELEY, Vescovo di Langres (FRANCIA)
Una delle principali preoccupazioni dei Pastori nelle comunità cristiane
è l’iniziazione all’Eucaristia. Tale iniziazione riguarda i bambini che
vengono preparati alla prima comunione, come pure i giovani e gli adulti
ai quali viene proposto un percorso catecumenale adeguato alla loro età,
che li conduce progressivamente alla celebrazione dei sacramenti
dell’iniziazione cristiana, da cui l’Eucaristia.
Ora, il legame tra il battesimo e l’Eucaristia non viene
sufficientemente sottolineato e il permanere della pratica eucaristica è
reso difficile l’indomani della prima partecipazione.
Sarebbe auspicabile che il Sinodo insistesse sullo stretto legame tra il
battesimo e l’Eucaristia, affinché essa appaia come culmine della vita
battesimale. Con i bambini piccoli che sono stati battezzati nei primi
anni d’età occorre una mistagogia affinché prendano coscienza che
l’Eucaristia si radica nella loro condizione di battezzati e alimenta
realmente la vita battesimale. Per i giovani e gli adulti, è opportuno
che, nel periodo di iniziazione ai sacramenti, la preparazione non sia
focalizzata unicamente sul battesimo e che l’iniziazione all’Eucaristia
sia svolta congiuntamente a quella del Battesimo. È consigliabile
proporre ai catecumeni di assistere alle celebrazioni eucaristiche prima
di parteciparvi pienamente attraverso la comunione.
Il contesto familiare e sociale è tale che esiste una certa ignoranza su
che cosa è l’Eucaristia. Se la pratica eucaristica è debole, forse è
perché il significato dell’Eucaristia non è stato scoperto. Occorre
proporre delle celebrazioni che preparino all’Eucaristia. Bisogna
attuare un’autentica pedagogia.
Uno sforzo notevole, che dà buoni frutti, viene svolto nelle nostre
diocesi nella preparazione al sacramento della cresima. Non è forse
opportuno ispirarsi a ciò che viene fatto a favore della cresima per
iniziare all’Eucaristia?
[00027-01.04] [IN014] [Testo originale: francese]
- S.E.R. Mons. John Patrick FOLEY, Arcivescovo titolare di Neapoli di
Proconsolare, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni
Sociali (CITTÀ DEL VATICANO)
Esprimere la richiesta che i vescovi del mondo possano trarre profitto
dalla possibilità di trasmettere televisivamente la liturgia e di porre
grande attenzione al modo in cui queste liturgie televisive vengono
celebrate.
In molte diocesi, e in verità in molte nazioni, esiste ormai una
tradizione di teletrasmettere la liturgia di domenica e nei giorni di
precetto. In seguito alle visite che ho fatto in molti paesi e alla
visione di videocassette posso testimoniare che la maggior parte di
queste liturgie televisive vengono celebrate in modo rispettoso e che
esprimono un’accurata preparazione. In ogni caso, di tanto in tanto si
potranno vedere singoli celebranti che si discostano dalle norme
liturgiche della Chiesa, e ciò può servire quantomeno a disorientare, se
non, forse, a diseducare alcuni spettatori, dando l’impressione a taluni
sacerdoti e alla gente che sia giustificato distanziarsi dalle norme
liturgiche perché lo si è visto fare alla televisione.
Le liturgie televisive dovrebbe essere considerate come normative per
ciò che vi è da aspettarsi nelle celebrazioni locali dell’Eucaristia. Il
rispetto da parte di chi celebra il rito e di chi vi prende parte, la
fedeltà alle norme liturgiche della Chiesa, la qualità della musica e la
partecipazione dei fedeli dovrebbero essere modelli di servizio
liturgico, illuminanti per il fedele ed edificanti per coloro che non
condividono la nostra fede ma che magari possono stare a guardare o
essere in ascolto, anche per curiosità. Se assistere a una liturgia
televisiva non soddisfa l’obbligo domenicale, tuttavia può e dovrebbe
aiutare ad approfondire la vita spirituale di ciascuno. La
teletrasmissione di una liturgia non è solamente un servizio per il
malato e l’anziano che non possono assistere di persona alla Messa.
Guardarla può costituire un’adeguata preparazione per la partecipazione
personale alla liturgia della Domenica oppure può essere un momento in
cui continuano il ringraziamento e la riflessione per il fedele che è
tornato a casa dopo il rito.
È interessante notare come il programma religioso regolarmente
programmato in assoluto più seguito nel mondo è la trasmissione della
Messa di Mezzanotte a Natale presieduta dal Santo Padre, che è vista in
circa 75 nazioni. Un buon numero di persone, anche tra i Protestanti,
hanno detto che questa trasmissione da Roma è diventata una tradizione
natalizia per loro, e intere famiglie si radunano intorno al televisore
per essere uniti in preghiera con il Santo Padre. Mentre alcuni paesi
dell’Europa occidentale non trasmettono questa celebrazione preferendo
le liturgie locali, dirigenti televisivi di un certo numero di Stati in
America, Asia e Africa ci hanno detto quanto sono felici di ricevere
questo programma dal Vaticano. Con la liberalizzazione dei mezzi di
comunicazione sociale negli Stati Uniti, la Messa di Mezzanotte a
Natale, dal Vaticano, resta l’unico, ripeto, l’unico programma religioso
regolarmente trasmesso dalla principale rete televisiva.
La copertura, a livello mondiale, da parte dei mezzi di comunicazione
sociale delle celebrazioni liturgiche a Roma nello scorso aprile è
stata, naturalmente, ancora maggiore rispetto a quella riservata alle
trasmissioni di Natale, della Settimana Santa e di Pasqua, ma le
opportunità che ci sono nei paesi e nelle città del mondo per
trasmissioni televisive liturgiche a frequenza settimanale o almeno
occasionale sono estremamente importanti per contribuire a soddisfare la
fame spirituale di milioni di persone che desiderano identificarsi con
Gesù, la via, la verità e la vita. Grazie!
[00028-01.04] [IN016] [Testo originale: inglese]
- S.B.R. Ignace Pierre VIII ABDEL-AHAD, Patriarca di Antiochia dei Siri,
Capo del Sinodo della Chiesa Sira Cattolica (LIBANO)
Alcune delle prime comunità sire d’Antiochia sono sorte dalle comunità
giudeo-cristiane di Gerusalemme d’Antiochia e della Mesopotamia. Per
questo, passando al cristianesimo i cristiani d’Antiochia non si sono
allontanati dalle loro antiche tradizioni soprattutto delle feste
ebraiche, come la Pasqua o Pesah, in lingua ebraica, o Feshjo, in
aramaico. Nel Signore essi hanno individuato l’autentico Agnello
pasquale e subito hanno stabilito, nelle loro meditazioni, dei
parallelismi tra l’agnello pasquale d’Egitto e l’Agnello pasquale di
Gerusalemme, che fu Gesù Cristo sulla croce, immolato già nel Cenacolo
come anticipazione.
Sant’Efrem ha sviluppato tale parallelismo scrivendo:
“In Egitto fu versato il sangue dell’agnello per la liberazione del
popolo e a Sion fu versato il sangue dell’Agnello della verità.
Contemplando questi due agnelli constatiamo le loro somiglianze e le
loro divergenze. L’agnello dell’Egitto fu come un mistero nell’ombra,
mentre l’Agnello della verità è il suo compimento.
L’Agnello pasquale, Gesù Cristo, con il suo sangue ha salvato il popolo
dai suoi errori, come l’agnello d’Egitto, dove ne furono offerti a
migliaia, ma uno solo ha salvato l’Egitto. Molti agnelli furono offerti,
ma uno solo ha dissipato l’errore. In Egitto il simbolo, ma nella Chiesa
la realtà.
Il pane che il Signore mangiò con i discepoli a Pasqua, a Pesah, e che
ha spezzato, ha sostituito il pane azzimo che diede la morte a quanti lo
mangiarono.
La Chiesa ci dona il Pane di Vita in sostituzione del pane azzimo donato
in Egitto. Maria ci ha donato il Pane di Vita in sostituzione del pane
di fatiche donato da Eva”.
In questa spiritualità la Chiesa sira vive ogni domenica dell’anno il
Mistero Pasquale, tranne nelle domeniche d’Avvento e della Quaresima. È
verso l’Eucaristia che si volgono i fedeli per ottenere la purificazione
dai peccati e il “conforto di Vita”.
Pasqua, Pesho, ha il doppio significato di passaggio e gioia.
L’Eucaristia, Pane di Vita, gioia Pasquale, fa la gioia dei credenti. Il
Dio Onnipotente si abbassa ed è portato dai poveri esseri umani. Come
dice l’anafora di San Giacomo, “È l’Uva di Vita che quanti l’hanno
crocifisso hanno pigiato senza gustare e che i credenti hanno ricevuto
senza staccarsene. È il Pane Celeste che non affama quanti lo mangiano
ed è la Bevanda spirituale che non asseta chi la beve”.
Prima di ricevere il Pane Celeste, la comunità dei fedeli prega il
Signora di donarle labbra pure per ricevere il suo Corpo e di concederle
di gioire del suo Sangue. Offrendo il Corpo e il Sangue di Cristo, il
sacerdote dice a chi si comunica: “che la brace purificatrice del Corpo
e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo serva per la remissione e il
perdono dei tuoi peccati”.
Così l’Eucaristia viene sempre vissuta come un Mistero pasquale nella
Chiesa Sira d’Antiochia.
[00030-01.05] [IN017] [Testo originale: francese]
- Rev. P. Joseph William TOBIN, C.SS.R., Superiore Generale della
Congregazione del Santissimo Redentore
Il punto da cui desidero partire è la discussione del rapporto tra
Eucaristia e Penitenza trattato al n. 23 dell’Instrumentum Laboris.
L’Instrumentum Laboris fa spesso riferimento al rapporto tra Eucaristia
e Penitenza, e spesso il rapporto tra i due sacramenti è presentato come
motivo di preoccupazione. Come possiamo aiutare le persone a
riacquistare affetto per il sacramento della Penitenza e apprezzare il
dono dell’Eucaristia come somma motivazione per amare Dio che si è
donato a noi?
Individuerò quattro livelli del problema, ovvero la comprensione
ecclesiale, sacramentale, morale e giuridica dell’Eucaristia e della
Penitenza.
Dobbiamo affrontare problemi molto gravi per quanto riguarda la tensione
tra la celebrazione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia.
Dovremmo partire dalla dimensione ecclesiale dei due sacramenti per poi
proseguire con una presentazione sacramentale adeguata di entrambi. Alla
luce di questi due aspetti fondamentali, possiamo passare alle questioni
sociali e ai problemi giurisdizionali coinvolti. È questa una via
migliore, e più fedele alla Scrittura e alla tradizione, della tendenza
a iniziare con gli aspetti morali e disciplinari, che potrebbero
provocare inutilmente delle divisioni nella Chiesa. Le realtà umane di
entrambi i sacramenti sono importanti, ma non tanto fondamentali quanto
il fatto che i sacramenti ricevono il loro significato più profondo dal
Mistero Pasquale di Cristo, che è la chiave per comprendere la Presenza
Reale di Cristo nell’Eucaristia e la liberazione dai vincoli dei peccati
gravi attraverso il sacramento della Penitenza.
[00029-01.04] [IN019] [Testo originale: inglese]]
- S.E.R. Mons. Bruno FORTE, Arcivescovo di Chieti-Vasto (ITALIA)
Il capitolo II della Parte I dell’Instrumentum laboris è dedicato al
tema “Eucaristia e comunione ecclesiale”: in particolare il n. 11 tratta
del mistero eucaristico come “espressione di unità ecclesiale”. In altri
passaggi si tocca il rapporto fra eucaristia e Chiesa: così al n. 14 si
parla dell’unità eucaristica come manifestazione dell’unità ecclesiale o
al n. 49 della celebrazione dell’eucaristia come “atto della Chiesa
nella sua universalità, anteriore a qualsiasi distinzione particolare e
locale”. Nonostante questi richiami, mi sembra che restino poco
valorizzate le potenzialità dell’ecclesiologia eucaristica, di quel
rapporto, cioè, fra l’Eucaristia e la Chiesa, che è stato concepito
dalla grande Tradizione cristiana come costitutivo ed essenziale per
l’essere e l’agire della Chiesa stessa. Ecco perché ritengo importante
sollecitare e proporre un approfondimento in questa direzione: basti
solo pensare che l’antichità cristiana designava con la stessa
espressione “Corpus Cristi” il corpo storico, il corpo eucaristico e il
corpo ecclesiale di Cristo, mostrando così le profonde connessioni del
mistero dell’unità salvifica in tutti i suoi aspetti. Si può affermare
che per la coscienza della Chiesa indivisa del primo millennio l’unità
dell’eucaristia nella molteplicità delle celebrazioni rappresenta
efficacemente l’unità della “Catholica” nella molteplicità delle
comunità locali celebranti sotto la presidenza dei loro Vescovi: la
“pericoresi ecclesiologica” - immagine e somiglianza di quella delle
divine Persone - è partecipata alla Chiesa mediante il dono
dell’eucaristia. Via privilegiata per esprimere e realizzare questa
“pericoresi” ecclesiologica sono stati nella grande tradizione cattolica
i sinodi e i concili, che nella Chiesa antica avevano sempre un rapporto
esplicito e costitutivo con l’eucaristia. Ci si chiede come nel Sinodo
dei Vescovi questa “sinodalità” o “collegialità” dei Vescovi “cum Petro
et sub Petro”, fondata ed espressa nella “communio” eucaristica delle
Chiese nell’unica Chiesa, possa essere espressa e realizzata al meglio.
Spetta, peraltro, al Vescovo della Chiesa che presiede nell’amore, il
Papa, indicare o stabilire altre forme possibili che favoriscano
l’esercizio della collegialità episcopale nella luce della “communio”
generata ed espressa dalla sinassi eucaristica.
[00032-01.04] [IN022] [Testo originale: italiano]
- S.E.R. Mons. Alberto GIRALDO JARAMILLO, P.S.S., Arcivescovo di
Medellín (COLOMBIA)
La famiglia è sempre stata una preoccupazione fondamentale nella vita e
nel Magistero di Giovanni Paolo II. Guidati dal suo insegnamento,
riflettiamo su tre punti.
1. Cristo invitato dalla famiglia
Come a Cana, Cristo si fa presente. Sarà il garante dell’impegno degli
sposi, il compagno di tutta la vita della famiglia. Sarà il Pane vivo
che assicura la vita: gli sposi lo avranno come compagno di cammino come
i discepoli di Emmaus.
2. L’Eucaristia e il matrimonio
Quando si celebra il sacramento del matrimonio, nella Santa Messa “serva
ad additare, come paradigma dell’amore cristiano, l’amore di Gesù Cristo
che nell’Eucaristia ama la Chiesa come sua sposa sino a dare la vita per
essa” (Instrumentum laboris 19).
3. Due momenti privilegiati
- La prima comunione dei figli. In modo tale che si edifichi
un’esperienza di Eucaristia sin dai primi anni.
- La Santa Messa domenicale. Che sarà per la famiglia: luce, alimento
dell’unità familiare, forza di invio missionario dentro e fuori della
famiglia.
La famiglia è “Chiesa domestica”. L’Eucaristia edifica la famiglia, la
famiglia fa l’Eucaristia.
[00033-01.05] [IN024] [Testo originale: spagnolo]
- S.E.R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Vescovo titolare di Voghenza,
Ausiliare di Roma, Rettore Magnifico della Pontificia Università
Lateranense in Roma (ITALIA)
Si interviene in riferimento ai nn. 3-10 dell’Instrumentum laboris dove,
ripetutamente, emerge il problema del contesto contemporaneo all’interno
del quale si pone la celebrazione e la comprensione del mistero
eucaristico. La prima nota con la quale conviene confrontarsi è il
profondo “cambiamento culturale” in atto. È importante ribadire che
“l’eucaristia è fonte di cultura e spazio all’interno del quale si
ritrovano i comportamenti personali e sociali che manifestano lo stile
di vita del credente”. La grande sfida che attende i cristiani nei
prossimi decenni è quella di un rinnovato stile di vita che rimetta al
centro della loro esistenza il mistero eucaristico. Perché questo
avvenga è importante recuperare alcuni elementi che sono propri
dell’eucaristia:
1. L’educazione alla “bellezza” che si articola su diversi piani: da
parte del celebrante, perché comprenda il valore dell’azione liturgica,
dei segni che la compongono e il linguaggio evocativo che posseggono; da
parte di quanti hanno la cura della costruzione della chiese, perché non
cedano a ideologie che tendono a oscurare la loro presenza nel
territorio o a creare uno spazio ibrido che vanifica la percezione del
sacro. È determinante recuperare un linguaggio che per sua stessa natura
faccia comprendere il valore del luogo dove si celebra l’eucaristia e il
suo senso profondo.
2. In un periodo come il nostro, carico di una cultura che impone
l’acquisizione di ogni cosa solo in forza del desiderio del possesso o,
viceversa, che pretende il diritto solo per il fatto di vedere attuato
un desiderio, l’eucaristia esprime come porsi dinanzi all’essenziale
della vita attraverso un comportamento che si fa forte della “gratuità”.
Senza questa riscoperta difficilmente si potrà pensare di raggiungere
nel futuro obiettivi che qualifichino l’esistenza personale e creino
progresso per l’intera storia dell’umanità.
3. L’eucaristia può essere fonte di cultura che ripropone il “senso del
sacrificio come offerta di libertà”. Inutile nascondersi che ai nostri
giorni la libertà è ancora minacciata dall’inganno che essa si attui
solo per la volontà di fare ciò che si vuole. L’eucaristia diventa una
vera sfida sul piano dell’attuazione della libertà. Essa, infatti, dice
che la libertà si realizza là dove vi è rinuncia a decidere di sé per
far posto all’altro nell’amore.
4. L’eucaristia, infine, può educare a una cultura che porti a
comprendere sempre meglio “la partecipazione dei credenti per la
costruzione del mondo”. Fino alla venuta del Signore siamo chiamati a
rendere partecipi tutti del mistero che celebriamo. Esso richiede la
capacità di trasformare il mondo in modo tale che ognuno possa esprimere
al meglio se stesso. Ciò richiede la possibilità di sapere andare
incontro all’altro, condividendo il suo cammino di ricerca della verità
e diventando per ciascuno compagno di strada; nel rispetto dei tempi di
ognuno, comunque, il credente sa indicare la strada per trovare la
risposta definitiva alla domanda di senso.
[00034-01.04] [IN027] [Testo originale: italiano]
- S.E.R. Mons. Tadeusz KONDRUSIEWICZ, Arcivescovo della Madre di Dio a
Mosca (FEDERAZIONE RUSSA)
La riforma liturgica ha permesso ad una partecipazione più cosciente,
attiva e feconda dei fedeli all’Eucaristia. Però, con aspetti positivi
essa ne ha portati anche quelli negativi. L’insufficiente disciplina e
coscienza liturgica nella celebrazione dell’Eucaristia influisce
negativamente anche sui rapporti ecumenici. La violazione delle norme
liturgiche offusca la fede e la dottrina della Chiesa sull’Eucaristia, e
porta al tradimento della regola “Lex orandi - Lex credendi”.
L’Eucaristia si trova nel cuore della fede cristiana, che soffre
soprattutto per lo stravolgimento dell’Eucaristia. Il Papa Benedetto XVI
richiama alla devozione eucaristica e all’espressione coraggiosa e
chiara della fede nella presenza reale del Signore, soprattutto nella
sua solennità e correttezza. Perciò è necessario accettare il fatto che
la Liturgia ha un carattere “stabilito dall’alto e non libertario”, che
per sua essenza essa è “incorruttibile”, che “i segni visibili adoperati
nella Liturgia per evidenziare le realtà divine sono stati scelti da
Cristo o dalla Chiesa”. Corrotta vita liturgica chiede di approvazione
di un nuovo documento dottrinale con accento sull’osservazione delle
norme liturgiche.
Cristo non deve soffrire a causa degli abusi nella celebrazione
dell’Eucaristia, che deve sempre essere accolta e vissuta dai fedeli
come “sacrum”, come rinnovazione misteriosa del Sacrificio di Cristo,
come Sua energia salvifica che trasforma l’uomo e il mondo, come
rafforzamento della fede e fonte di moralità.
[00036-01.02] [IN030] [Testo originale: italiano]
- S.E.R. Mons. Cristián CARO CORDERO, Arcivescovo di Puerto Montt (CILE)
Il mio intervento riguarda due punti. Primo, la relazione tra Eucaristia
e Penitenza; secondo, tra Eucaristia e Pastorale Vocazionale.
1. La relazione tra Eucaristia e Sacramento della Penitenza è trattata
nell’Instrumentum Laboris ai nn. 22-24 e anche quando si parla di
Eucaristia, fonte della morale cristiana ai nn. 72-74.
L’”Anno della Eucaristia” ha portato in Cile palesi frutti spirituali e
pastorali nella vita della Chiesa, frutti che, in un modo o nell’altro,
si ripercuotono sulla vita della società. È stato provvidenziale che
quest’anno coincidesse con la canonizzazione di P. Alberto Hurtado, che
fu uomo eucaristico e sociale.
La mia proposta è che, vista la stretta relazione teologica, spirituale
e pastorale tra Eucaristia e
Sacramento della Penitenza, e tenendo conto delle ombre nel campo di
quest’ultimo sacramento, si dedichi un anno al Sacramento della
Penitenza, fissando come punti fondamentali:
a) Il significato del Dio vivo e vero, e la sua eclisse nella cultura
moderna
b) La necessità di salvezza e l’annuncio di Gesù Cristo, l’Agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo
c) Il senso del peccato che è diminuito o scomparso a causa della
dimenticanza di Dio e del relativismo morale
d) La conversione e la virtù della penitenza
e) La direzione e l’accompagnamento spirituale
f) La celebrazione del Sacramento della Penitenza come incontro del
peccatore che si converte delle sue miserie e di Dio che, nella sua
misericordia in Cristo, lo accoglie e lo perdona
g) Le condizioni per ricevere la S. Comunione
h) La vita nuova in Cristo, quali suoi discepoli e membri della Chiesa
2. Con riferimento al rapporto tra Eucaristia e Pastorale Vocazionale,
propongo che nell’”Anno della Penitenza” i sacerdoti vengano stimolati e
formati in modo da occuparsi della direzione spirituale dei giovani e da
dedicare tempo al Sacramento della Riconciliazione che, insieme con
l’Eucaristia, è fondamentale nella direzione spirituale.
[00037-01.06] [IN031] [Testo originale: spagnolo]
- Rev. P. Josep Maria ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei
Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria
Il numero 25 dell’ Instrumentum Laboris constata la necessità che la
celebrazione dell’Eucaristia arrivi a “formare persone e comunità
eucaristiche che amano e servono, come Gesù nell’Eucaristia”. In fondo,
stiamo dicendo che quanti si riuniscono per celebrare la Pasqua del
Signore sono, in mezzo alla società, memoria e segno vivo del Signore
che dà la vita.
Tuttavia spesso questo non succede. Durante la celebrazione si è vissuto
un bel momento, ma la vita continua il suo cammino, mossa da altre
preoccupazioni, incapace di rispondere alle esigenze che scaturiscono
dall’Eucaristia che abbiamo celebrato. La celebrazione non diventa
spiritualità nella vita dei fedeli e nemmeno si converte in dinamismo
missionario. Osserviamo una certa dicotomia tra la vita e l’Eucaristia.
Il Sinodo dovrebbe analizzare le cause di questa situazione per poter
offrire risposte pastorali adeguate. Di seguito, alcuni apprezzamenti in
questo senso.
1. In un ambiente culturale di una certa superficialità, come quello che
frequentemente osserviamo, l’Eucaristia può diventare uno in più dei
tanti avvenimenti che capitano senza lasciare un segno importante nelle
persone. Senza una vita vissuta con intensità e profondità non è
possibile vivere l’Eucaristia nel suo significato profondo. La pastorale
eucaristica deve tener ben presente questa dimensione
antropologico-culturale.
2. Si avverte la necessità di un legame più esplicito tra la
celebrazione dell’Eucaristia e la vita concreta delle persone che vi
partecipano. In effetti lo esige il numero 71 dell’ Instrumentum Laboris.
Secondo questo paragrafo, è necessario mettere maggiormente in risalto
nella catechesi eucaristica e nella celebrazione stessa, gli elementi
specifici che aiutino a trovare questo legame. Su questo punto, ci
illumina l’esperienza delle comunità ecclesiali di base e altre simili
iniziative.
3. Un terzo aspetto riguarda il linguaggio, i segni, la stessa struttura
della celebrazione e il modo di officiarla. Talvolta abbiamo
l’impressione che abbiamo dato più risalto alla dimensione culturale, a
discapito del “Memoriale e mensa comune”. Va così perduta in parte la
forza provocatrice insita nel memoriale della Pasqua di Cristo e
l’esigenza di fraternità che emerge dal partecipare insieme alla mensa
del Signore. Dovremmo, in ogni contesto culturale, cercare di mettere in
rilievo queste dimensioni così fondamentali affinché il dinamismo
dell’Eucaristia trasformi la vita dei fedeli e rappresenti un fermento
di cambiamento nella storia concreta dei popoli.
[00038-01.04] [IN032] [Testo originale: spagnolo]
Quindi sono seguiti gli interventi liberi. |