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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

XI COETUS GENERALIS ORDINARIUS
SYNODI EPISCOPORUM
2-23 octobris 2005

Eucharistia: fons et culmen vitae et missionis Ecclesiae


Questo Bollettino è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico.
Le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione plurilingue

05 - 03.10.2005

SOMMARIO

PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005 - ANTEMERIDIANO)
SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005 - POMERIDIANO)

PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 3 OTTOBRE 2005 - ANTEMERIDIANO)

Dopo la lettura breve dell’Ora Terza il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto la seguente riflessione:
Cari fratelli,
questo testo dell'Ora Terza di oggi implica cinque imperativi ed una promessa. Cerchiamo di capire un po' meglio che cosa l'Apostolo intende dirci con queste parole.
Il primo imperativo è molto frequente nelle Lettere di San Paolo, anzi si potrebbe dire è quasi il «cantus firmus» del suo pensiero: «gaudete».
In una vita così tormentata come era la sua, una vita piena di persecuzioni, di fame, di sofferenze di tutti i tipi, tuttavia una parola chiave rimane sempre presente: «gaudete».
Nasce qui la domanda: è possibile quasi comandare la gioia? La gioia, vorremmo dire, viene o non viene, ma non può essere imposta come un dovere. E qui ci aiuta pensare al testo più conosciuto sulla gioia delle Lettere paoline, quello della «Domenica Gaudete», nel cuore della Liturgia dell'Avvento: «gaudete, iterum dico gaudete quia Dominus propest».
Qui sentiamo il motivo del perché Paolo in tutte le sofferenze, in tutte le tribolazioni, poteva non solo dire agli altri «gaudete», lo poteva dire perché in lui stesso la gioia era presente: «gaudete, Dominus enim prope est».
Se l'amato, l'amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione, rimane nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze.
L'apostolo può dire «gaudete» perché il Signore è vicino ad ognuno di noi. E così questo imperativo in realtà è un invito ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi. È, una sensibilizzazione per la presenza del Signore. L'Apostolo intende farci attenti a questa - nascosta ma molto reale - presenza di Cristo vicino ad ognuno di noi. Per ognuno di noi sono vere le parole dell'Apocalisse: io busso alla tua porta, ascoltami, aprimi.
È quindi anche un invito ad essere sensibili per questa presenza del Signore che bussa alla mia porta. Non essere sordi a Lui, perché le orecchie dei nostri cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alle nostre porte. Riflettiamo, nello stesso momento, se siamo realmente disponibili ad aprire le porte del nostro cuore; o forse questo cuore è pieno di tante altre cose che non c'è spazio per il Signore e per il momento non abbiamo tempo per il Signore. E così, insensibili, sordi alla sua presenza, pieni di altre cose, non sentiamo l'essenziale: Lui bussa alla porta, ci è vicino e così è vicina la vera gioia, che è più forte di tutte le tristezze del mondo, della nostra vita.
Preghiamo, quindi, nel contesto di questo primo imperativo: Signore facci sensibili alla Tua presenza, aiutaci a sentire, a non essere sordi a Te, aiutaci ad avere un cuore libero, aperto a Te.
Il secondo imperativo «perfecti estote», così come si legge nel testo latino, sembra coincidere con la parola riassuntiva del Sermone della Montagna: «perfecti estote sicut Pater vester caelestis perfectus est».
Questa parola ci invita ad essere ciò che siamo: immagini di Dio, esseri creati in relazione al Signore, «specchio» nel quale si riflette la luce del Signore. Non vivere il cristianesimo secondo la lettera, non sentire la Sacra Scrittura secondo la lettera è spesso difficile, storicamente discutibile, ma andare oltre la lettera, la realtà presente, verso il Signore che ci parla e così all’unione con Dio. Ma se vediamo il testo greco troviamo un altro verbo, «catartizesthe», e questa parola vuole dire rifare, riparare uno strumento, restituirlo alla piena funzionalità. L'esempio più frequente per gli apostoli è rifare una rete per i pescatori che non è più nella giusta situazione, che ha tante lacune da non servire più, rifare la rete così che possa di nuovo essere rete per la pesca, ritornare alla sua perfezione di strumento per questo lavoro. Un altro esempio: uno strumento musicale a corde che ha una corda rotta, quindi la musica non può essere suonata come dovrebbe. Così in questo imperativo la nostra anima appare come una rete apostolica che tuttavia spesso non funziona bene, perché è lacerata dalle nostre proprie intenzioni; o come uno strumento musicale nel quale purtroppo qualche corda è rotta, e quindi la musica di Dio che dovrebbe suonare dal profondo della nostra anima non può echeggiare bene. Rifare questo strumento, conoscere le lacerazioni, le distruzioni, le negligenze, quanto è trascurato, e cercare che questo strumento sia perfetto, sia completo perché serva a ciò per cui è creato dal Signore.
E così questo imperativo può essere anche un invito all'esame di coscienza regolare, per vedere come sta questo mio strumento, fino a quale punto è trascurato, non funziona più, per cercare di ritornare alla sua integrità. È anche un invito al Sacramento della Riconciliazione, nel quale Dio stesso rifà questo strumento e ci dà di nuovo la completezza, la perfezione, la funzionalità, affinché in quest'anima possa risuonare la lode di Dio.
Poi «exortamini invicem». La correzione fraterna è un'opera di misericordia. Nessuno di noi vede bene se stesso, vede bene le sue mancanze. E così è un atto di amore, per essere di complemento l'uno all'altro, per aiutarsi a vederci meglio, a correggerci. Penso che proprio una delle funzioni della collegialità è quella di aiutarci, nel senso anche dell'imperativo precedente, di conoscere le lacune che noi stessi non vogliamo vedere - «ab occultis meis munda me» dice il Salmo - di aiutarci perché diventiamo aperti e possiamo vedere queste cose.
Naturalmente, questa grande opera di misericordia, aiutarci gli uni con gli altri perché ciascuno possa realmente trovare la propria integrità, la propria funzionalità come strumento di Dio, esige molta umiltà e amore. Solo se viene da un cuore umile che non si pone al di sopra dell'altro, non si considera meglio dell'altro, ma solo umile strumento per aiutarsi reciprocamente. Solo se si sente questa profonda e vera umiltà, se si sente che queste parole vengono dall'amore comune, dall'affetto collegiale nel quale vogliamo insieme servire Dio, possiamo in questo senso aiutarci con un grande atto di amore. Anche qui il testo greco aggiunge qualche sfumatura, la parola greca è «paracaleisthe»; è la stessa radice dalla quale viene anche la parola «Paracletos, paraclesis», consolare. Non solo correggere, ma anche consolare, condividere le sofferenze dell'altro, aiutarlo nelle difficoltà. E anche questo mi sembra un grande atto di vero affetto collegiale. Nelle tante situazioni difficili che nascono oggi nella nostra pastorale, qualcuno si trova realmente un po' disperato, non vede come può andare avanti. In quel momento ha bisogno della consolazione, ha bisogno che qualcuno sia con lui nella sua solitudine interiore e compia l'opera dello Spirito Santo, del Consolatore: quella di dare coraggio, di portarci insieme, di appoggiarci insieme, aiutati dallo Spirito Santo stesso che è il grande Paraclito, il Consolatore, il nostro Avvocato che ci aiuta. Quindi è un invito a fare noi stessi «ad invicem» l'opera dello Spirito Santo Paraclito.
«Idem sapite»: sentiamo dietro la parola latina la parola «sapor», «sapore»: Abbiate lo stesso sapore per le cose, abbiate la stessa visione fondamentale della realtà, con tutte le differenze che non solo sono legittime ma anche necessarie, ma abbiate «eundem sapore», abbiate la stessa sensibilità. Il testo greco dice «froneite», la stessa cosa. Cioè abbiate lo stesso pensiero sostanzialmente. Come potremmo avere in sostanza un pensiero comune che ci aiuti a guidare insieme la Santa Chiesa se non condividendo insieme la fede che non è inventata da nessuno di noi, ma è la fede della Chiesa, il fondamento comune che ci porta, sul quale stiamo e lavoriamo? Quindi è un invito ad inserirci sempre di nuovo in questo pensiero comune, in questa fede che ci precede. «Non respicias peccata nostra sed fidem Ecclesiae tuae»: è la fede della Chiesa che il Signore cerca in noi e che è anche il perdono dei peccati. Avere questa stessa fede comune. Possiamo, dobbiamo vivere questa fede, ognuno nella sua originalità, ma sempre sapendo che questa fede ci precede. E dobbiamo comunicare a tutti gli altri la fede comune. Questo elemento ci fa passare già all'ultimo imperativo, che ci dà la pace profonda tra di noi.
E a questo punto possiamo pensare anche a «touto froneite», ad un altro testo della Lettera ai Filippesi, all'inizio del grande inno sul Signore, dove l'Apostolo ci dice: abbiate gli stessi sentimenti di Cristo, entrare nella «fronesis», nel «fronein», nel pensare di Cristo. Quindi possiamo avere la fede della Chiesa insieme, perché con questa fede entriamo nei pensieri, nei sentimenti del Signore. Pensare insieme con Cristo.
Questo è l'ultimo affondo di questo avvertimento dell'Apostolo: pensare con il pensiero di Cristo. E possiamo farlo leggendo la Sacra Scrittura nella quale i pensieri di Cristo sono Parola, parlano con noi. In questo senso dovremmo esercitare la «Lectio Divina», sentire nelle Scritture il pensiero di Cristo, imparare a pensare con Cristo, a pensare il pensiero di Cristo e così avere i sentimenti di Cristo, essere capaci di dare agli altri anche il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo.
E così l'ultimo imperativo «pacem habete et eireneuete», è quasi il riassunto dei quattro imperativi precedenti, essendo così in unione con Dio che è la pace nostra, con Cristo che ci ha detto: «pacem dabo vobis». Siamo nella pace interiore, perché essere nel pensiero di Cristo unisce il nostro essere. Le difficoltà, i contrasti della nostra anima si uniscono, si è uniti all'originale, a quello di cui siamo immagine con il pensiero di Cristo. Così nasce la pace interiore e solo se siamo fondati su una profonda pace interiore possiamo essere persone della pace anche nel mondo, per gli altri.
Qui la domanda, questa promessa è condizionata dagli imperativi? Cioè solo nella misura nella quale noi possiamo realizzare gli imperativi, questo Dio della pace è con noi? Come è la relazione tra imperativo e promessa?
Io direi che è bilaterale, cioè la promessa precede gli imperativi e rende realizzabili gli imperativi e segue anche tale realizzazione degli imperativi. Cioè, prima di tutto quanto facciamo noi, il Dio dell'amore e della pace si è aperto a noi, è con noi. Nella Rivelazione cominciata nell'Antico Testamento Dio è venuto incontro a noi con il suo amore, con la sua pace.
E finalmente nell'Incarnazione si è fatto Dio con noi, Emmanuele, è con noi questo Dio della pace che si è fatto carne con la nostra carne, sangue del nostro sangue. È uomo con noi e abbraccia tutto l'essere umano. E nella crocifissione e nella discesa alla morte, totalmente si è fatto uno con noi, ci precede con il suo amore, abbraccia prima di tutto il nostro agire. E questa è la nostra grande consolazione. Dio ci precede. Ha già fatto tutto. Ci ha dato pace e perdono e amore. È con noi. E solo perché è con noi, perché nel Battesimo abbiamo ricevuto la sua grazia, nella Cresima lo Spirito Santo, nel Sacramento dell'Ordine abbiamo ricevuto la sua missione, possiamo adesso fare noi, cooperare con questa sua presenza che ci precede. Tutto questo nostro agire del quale parlano i cinque imperativi è un cooperare, un collaborare con il Dio della pace che è con noi.
Ma vale, dall'altra parte, nella misura nella quale noi realmente entriamo in questa presenza che ha donato, in questo dono già presente nel nostro essere. Cresce naturalmente la sua presenza, il suo essere con noi.
E preghiamo il Signore che ci insegni a collaborare con la sua precedente grazia e di essere così realmente sempre con noi. Amen!

[00020-01.03] [NNNNN] [Testo originale: italiano]

SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÍ, 3 OTTOBRE 2005 - POMERIDIANO)

● INTERVENTI IN AULA (INIZIO)

Alle ore 16.30 di oggi, alla presenza del Santo Padre a partire delle ore 17.55, con la recita dell’Adsumus ha avuto luogo la Seconda Congregazione Generale, per l’inizio degli interventi dei Padri Sinodali in Aula sul tema sinodale. Presidente Delegato di turno S.Em.R. il Sig. Card. Francis ARINZE, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 241 Padri.

● INTERVENTI IN AULA (INIZIO)

Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:

- S.Em.R. Card. José SARAIVA MARTINS, C.M.F., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi (CITTÀ DEL VATICANO)
- S.E.R. Mons. Donald William WUERL, Vescovo di Pittsburgh (STATI UNITI D'AMERICA)
- S.Em.R. Card. Stephen Fumio HAMAO, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (CITTÀ DEL VATICANO)
- S.E.R. Mons. Robert LE GALL, O.S.B., Vescovo di Mende (FRANCIA)
- S.E.R. Mons. Philippe GUENELEY, Vescovo di Langres (FRANCIA)
- S.E.R. Mons. John Patrick FOLEY, Arcivescovo titolare di Neapoli di Proconsolare, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (CITTÀ DEL VATICANO)
- S.B.R. Ignace Pierre VIII ABDEL-AHAD, Patriarca di Antiochia dei Siri, Capo del Sinodo della Chiesa Sira Cattolica (LIBANO)
- Rev. P. Joseph William TOBIN, C.SS.R., Superiore Generale della Congregazione del Santissimo Redentore
- S.E.R. Mons. Bruno FORTE, Arcivescovo di Chieti-Vasto (ITALIA)
- S.E.R. Mons. Alberto GIRALDO JARAMILLO, P.S.S., Arcivescovo di Medellín (COLOMBIA)
- S.E.R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Vescovo titolare di Voghenza, Vicohabentia, Vescovo ausiliare di Roma, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense in Roma (ITALIA)
- S.E.R. Mons. Tadeusz KONDRUSIEWICZ, Arcivescovo di Madre di Dio a Mosca (FEDERAZIONE RUSSA)
- S.E.R. Mons. Cristián CARO CORDERO, Arcivescovo di Puerto Montt (CILE)
- Rev. P. Josep Maria ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani)

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

- S.Em.R. Card. José SARAIVA MARTINS, C.M.F., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi (CITTÀ DEL VATICANO)

1. Tra i vari aspetti del Mistero eucaristico, va sottolineato, innanzitutto, la sua essenziale dimensione pasquale, di cui parla, a varie riprese, l'IL.
"Non si può disgiungere la morte di Cristo dalla sua risurrezione" (IL, 7). Questa appartiene, infatti, anch'essa, al sacrificio Redentore di Cristo (Rom 4, 24-25). Egli è morto per risorgere. Il Venerdì Santo non avrebbe alcun senso senza la Domenica di Risurrezione. Gesù non ha mai separato questi due eventi salvifici. Anzi, Egli ha affermato sempre, con estrema chiarezza, l'inscindibile legame tra di essi. Orbene, essendo l'Eucaristia la ri-attualizzazione, nel tempo e nella storia, del Sacrificio di Cristo, essa rende presente non soltanto la sua morte, ma anche la sua risurrezione (cf IL, 8), l'intero mistero pasquale. Lo sottolinea con forza l'Enciclica "Ecclesia de Eucharistia", quando afferma che il "Sacrificio eucaristico rende presente non solo il mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero della sua risurrezione, in cui il Sacrificio trova il suo coronamento" (EdE; 14). L'Eucaristia è, in altre parole, il memoriale della Pasqua di Cristo.
2. E proprio in quanto memoriale della Pasqua di Cristo, l'Eucaristia è "sorgente ed epifania di comunione" (MND, 19) sia nella sua dimensione verticale, in rapporto cioè a Cristo, sia nella sua dimensione orizzontale, cioè tra i suoi discepoli.
L'Eucaristia è, prima di tutto, la sorgente della più profonda, sublime e radicale comunione con il Redentore. Alla richiesta dei discepoli di Emmaus di rimanere con loro, Gesù rispose con un dono molto più grande: cioè mediante il sacramento dell 'Eucaristia, trovò il modo di rimanere, non soltanto con loro, ma in loro. Ricevere l'eucaristia è entrare in comunione profonda con Gesù. "Rimanete in me ed io in voi" (Gv 15,4) (MND, 19).
Ma l'intima e misteriosa comunione con Cristo realizzata nell'Eucaristia, non può essere né compresa né pienamente vissuta, al di fuori della "comunione ecclesiale". La prima porta necessariamente alla seconda. Questa scaturisce necessariamente da quella. La Chiesa, si legge nella MND, è il Corpo di Cristo; si cammina 'con Cristo' nella misura in cui si è in rapporto 'con il Corpo mistico' (MND, 20). L' "Ut unum sint” di Cristo si attua pienamente nell' Eucaristia. Le prime comunità cristiane costituivano un "cuore solo ed un'anima sola" in virtù della partecipazione al banchetto eucaristico, alla "fractio panis".
L'Eucaristia, dunque, unendo vitalmente gli uomini a Cristo, li unisce anche tra di loro. Lo stesso Cristo diviene, nell'Eucaristia, vincolo vivente tra i membri del suo Corpo. L'Eucaristia abbatte tutte le barriere culturali e sociali, per fare di tutti coloro che lo ricevono una sola Comunità di fede, di speranza e di amore, per incamminarli verso quell'unità che trova il suo modello e la sua perfezione nell'unità della stessa SS. Trinità. Ma, oltre ad essere sorgente, l’Eucaristia è anche l'epifania o manifestazione della comunione dei fedeli con Cristo e tra loro (cf MND, l9 ss.). Mai come nella celebrazione dell'Eucaristia, la Chiesa è, ed appare, così perfettamente una, una koinonia, una comunione. La Chiesa è una perché una è l'Eucaristia. Il Concilio parla di "ecclesiologia di comunione": si tratta, ovviamente, di una ecclesiologia di comunione eucaristica, perché radicata nel sacramento dell'altare.
In questo contesto, va sottolineata, inoltre, la valenza fortemente ecumenica dell' Eucaristia. Il vero ecumenismo, infatti, non consiste tanto nell'andare noi verso i nostri fratelli separati o nel venire loro verso di noi, bensì nell'andare, noi e loro, sotto la guida dello Spirito, verso Colui che ha voluto rimanere con noi sotto le specie eucaristiche.
Fonte ed epifania della comunione ecclesiale, l'Eucaristia non può non essere altresì sorgente inesauribile di gioia: di quella gioia pasquale che scaturisce dal Signore Risorto presente nell’Eucaristia. I primi cristiani "nelle loro case spezzavano il pane prendendo cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio" (Att. 2,46-47).

[00021-01.05] [IN001] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Donald William WUERL, Vescovo di Pittsburgh (STATI UNITI D'AMERICA)

Our catechetical efforts today take place in the context of a highly secularized world. One of the biggest challenges that we face as followers of Christ is the great disparity betWeen what we see in faith as the horizon of life and what this secular culture sees as the goal and purpose of existence. Our catechesis particularly on moral and social justice issues must not become disconnected from the heart of our faith, the death and resurrection of Christ and our participation in that salvific event through the Eucharist. Whatever operative pastoral plan or suggestions that emerge for future orientation of the Church's pastoral ministry should include an emphasis on the foundational mystery of Christ's enduring presence and action in the Eucharist.

[00024-02.03] [IN004] [Original text: English]

- S.Em.R. Card. Stephen Fumio HAMAO, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (CITTÀ DEL VATICANO)

L’attuale panorama mondiale assistiamo a trasformazioni così grandi da suscitare l’impressione che stia per comparire una nuova umanità. Cadono le frontiere nazionali, popoli e razze si mescolano, si confrontano le culture, si creano organismi sovranazionali, si ricerca un diritto internazionale, si insegue l’unificazione sociale, politica e, soprattutto, economica, che va sotto il nome di “globalizzazione”.
Si va così formando un unico mercato mondiale delle merci e delle idee. È un grande vantaggio, ovviamente, ma questo processo comporta anche dei rischi. La diversità è indubbiamente fonte di ricchezza, ma l’abbattimento delle frontiere spesso non coincide con la “globalizzazione della solidarietà”. Si emanano misure sempre più restrittive nei confronti dei migranti e dei rifugiati, si adottano procedure sempre più severe per impedire ai disagiati dei Paesi poveri del mondo la partecipazione al benessere dei Paesi ricchi; la diversità dello straniero è considerata spesso come una minaccia anziché un beneficio di mutuo arricchimento.
La Chiesa Cattolica non è solo “sparsa nei cinque continenti” ma è pure in movimento fra di essi e il sacramento dell’Eucaristia le si offre come centro di unificazione, punto di convergenza, dimensione qualificata dell’accoglienza delle diversità nell’unità.
Uomini e donne in movimento, con proprie modalità che si radicano nella cultura, nella tradizione, nel rito proprio, nell’uso della lingua vernacola, nella devozione popolare, trovano nella celebrazione dell’Eucaristia il punto fermo della loro vita, spesso frammentata e sconvolta: è Gesù Cristo incarnato, morto e risorto, “tutto intero... sostanzialmente presente nella realtà del suo Corpo e del suo Sangue”. Per questo, non basta dire che l’Eucaristia sta al centro della comunità cristiana, bisogna anche dire che la Chiesa sta al centro dell’Eucaristia!
La storia della Salvezza, nella quale anche le migrazioni hanno un posto importante, ha al suo centro il sacrificio pasquale del Figlio di Dio e la sua risurrezione e, pertanto, l’Eucaristia vi occupa un posto centrale. Infine, l’Eucaristia tende al futuro escatologico, in quanto pregustazione del banchetto del Regno, al quale l’umanità intera è chiamata a partecipare. Essa ci proietta a vivere il “già” e il “non ancora” impegnandoci nel presente storico a un adeguato e autentico processo di inculturazione.
L’Eucaristia celebrata con e dai fratelli e sorelle in mobilità è legame di fraternità e sorgente di accoglienza, fonte di opere buone in quanto conduce alla testimonianza dei valori evangelici nel mondo, nell’unità delle tre dimensioni della vita cristiana, cioè liturgia-martyria-diaconia, per una nuova evangelizzazione: nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione.
Ecco che, allora, l’Eucaristia manifesta il significato dell’esistenza cristiana sulla terra come momento nel quale la Chiesa sperimenta il suo essere in cammino, “viandante”, “emigrante”, “pellegrina”. L’Eucaristia è, dunque, “l’alimento dei pellegrini”, il sacramento dell’esodo che continua, il sacramento pasquale, cioè del “passaggio”, fino a raggiungere “l’eredità eterna” del Regno di Dio nella comunione dei Santi.

[00025-01.07] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Robert LE GALL, O.S.B., Vescovo di Mende (FRANCIA)

L'Instrumentum laboris souligne à plusieurs reprises comment l'Eucharistie est un don et un mystère (n. 12, 25, 34, 35, 48, 86) auquel il nous faut accéder et conduire avec humilité (n. 51) et dans un esprit d'adoration (n. 65). Dans le même sens, on insiste comme le pape Jean-Paul II dans Tertio millenio ineunte sur la “primauté de la grâce” (n. 31).
Dans ce même esprit, il faudrait mieux montrer comment dans l'Eucharistie Dieu est l'Acteur premier qui suscite notre agir et le magnifie. Le numéro 25 va dans ce sens, mais reste confus. Il conviendrait de serrer de plus près l'enseignement de Sacrosanctum Concilium dans le n. 7 qui exprime avec clarté la théologie de la liturgie.
La richesse propre du n. 7 de Sacrosanctum Concilium est de reprendre la définition de la liturgie que proposait le pape Pie XII dans Mediator Dei en la complétant: le culte oriente l'homme vers Dieu grâce à l'Homme-Dieu qui nous conduit au Père; c'est la ligne ascendante. Mais la ligne descendante (cf. Dies Domini, n. 43), par laquelle Dieu vient à nous dans l'Incarnation rédemptrice, est toujours première: le Concile l'appelle la “sanctification”, tandis que la ligne ascendante est justement appelée le culte intégral exercé par le Corps mystique tout entier.
Pour la qualité de nos célébrations, il importe beaucoup que soit perçue clairement cette articulation dans l'Opus Dei - le mot revient souvent dans les premiers numéros de Sacrosanctum Concilium - entre l'opus Dei facientis et l'opus Ecclesiæ, entre ce que Dieu fait pour nous, avec nous, et ce que nous faisons pour lui, avec lui. C'est bien le sens de la doxologie de la Prière Eucharistique, sorte de sommet de la messe. Il s'agit d'une clé de toute la vie spirituelle, où la primauté de la grâce suscite le meilleur de notre liberté. Si nous “rendons grâce”, c'est parce que nous recevons la grâce.

[00026-03.05] [IN013] [Texte original: français]

- S.E.R. Mons. Philippe GUENELEY, Vescovo di Langres (FRANCIA)

L'une des préoccupations majeures des pasteurs dans les communautés chrétiennes est l'initiation à l'Eucharistie. Cette initiation concerne les enfants qui sont préparés à la première communion, ainsi que les jeunes et les adultes auxquels est proposé un parcours catéchuménal adapté à leur âge et qui les conduit progressivement à la célébration des sacrements de l'initiation chrétienne, dont l'Eucharistie.
Or, le lien entre le baptême et l'Eucharistie n'est pas suffisamment marqué et la permanence de la pratique eucharistique est rendue difficile au lendemain de la première participation.
Il serait souhaitable que le Synode insiste sur le lien étroit entre le baptême et l'Eucharistie, pour que celle-ci apparaisse bien comme le sommet de la vie baptismale. Avec les petits enfants qui ont été baptisés dans les premières années, il faut une mystagogie, pour qu'ils prennent conscience que l'Eucharistie s'enracine sur leur état de baptisés et vient nourrir réellement cette vie baptismale. Pour les jeunes et les adultes, il convient que, durant le temps d'initiation aux sacrements, la préparation ne soit pas focalisée uniquement sur le baptême, et que l'initiation à l'Eucharistie soit conjointement effectuée avec celle du baptême. Il est conseillé de proposer aux catéchumènes d'être présents à des célébrations eucharistiques, avant qu'ils n'y participent pleinement par la communion.
Le contexte familial et social est tel qu'il existe une certaine ignorance sur ce qu'est l'Eucharistie. Si la pratique eucharistique est faible, n'est-ce pas en particulier parce que le sens de l'Eucharistie n'a pas été découvert. Il importe de prendre le temps de découvrir ce qu'est l'Eucharistie. Des célébrations qui préparent à l'Eucharistie sont à proposer. Une véritable pédagogie est à mettre en œuvre.
Un effort considérable, qui porte des fruits, est réalisé dans nos diocèses pour la préparation au sacrement de la confirmation. Ne convient-il pas de s'inspirer de ce qui est fait en faveur de la confirmation pour initier à l'Eucharistie?

[00027-03.04] [IN014] [Texte original: français]

- S.E.R. Mons. John Patrick FOLEY, Arcivescovo titolare di Neapoli di Proconsolare, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (CITTÀ DEL VATICANO)

I would ask that bishops around the world take advantage of the opportunity to telecast the liturgy and to take great care about the manner in which such telecast liturgies are celebrated.
In many dioceses and indeed in many nations, there already exists a tradition of telecasting the liturgy on Sundays and holy days of obligation. From visits to many nations and from videotapes which I have seen, I can attest that most of these televised liturgies are celebrated reverently and reflect careful preparation. Occasionally, however, individual celebrants will be seen to depart from the liturgical norms of the Church, and this can serve at least to disorient and perhaps disedify some viewers, and give some priests and people the impression that departure from liturgical norms is justified, because they have seen it on television.
Broadcast liturgies should be viewed as normative for what is to be expected in local celebrations of the Eucharist. The reverence of the celebrant and participants, the faithfulness to the liturgical law of the Church, the quality of the music and the participation of the faithful should be models of liturgical worship, inspiring for the faithful and edifying for those who do not share our faith but who may be watching or listening, even out of curiosity. While viewing a telecast liturgy does not satisfy one's Sunday obligation, it can and ought to help to deepen one's spiritual life. The telecasting of the liturgy is not merely a service for the sick and the elderly who cannot personally assist at Mass. Watching a telecast liturgy can be an appropriate preparation for personal assistance at Sunday liturgy or it can be a continued period of thanksgiving and reflection
after the worshipper has returned home.
It is interesting to note that the most widely watched regularly scheduled religious program in the world is the telecast of the Holy Father's Midnight Mass at Christmas, which is viewed in about seventy-five nations. Quite a few people, including Protestants, have said that this telecast from Rome has become a Christmas tradition with them and entire families gather around the television set to be united in prayer with the Holy Father. While a number of nations in Western Europe do not transmit this telecast, preferring to telecast local liturgies, television executives in a number of nations in America, Asia and Africa have told us how delighted they are to receive such a program from the Vatican. With the deregulation of the media in the United States, the Christmas Midnight Mass from the Vatican remains the only - I repeat, the only - regularly scheduled religious program on major network television.
The worldwide coverage of the liturgical celebrations in Rome last April was, of course,
even greater than that normally given to the telecasts at Christmas, Holy Week and Easter, but the opportunities that exist for liturgical telecasts on a weekly or at least occasional basis in nations and cities around the world are extremely important in helping to satisfy the spiritual hunger of millions who wish to identify themselves with Jesus, the way, the truth and the life. Thank you!

[00028-02.05] [IN016] [Original text: English]

- S.B.R. Ignace Pierre VIII ABDEL-AHAD, Patriarca di Antiochia dei Siri, Capo del Sinodo della Chiesa Sira Cattolica (LIBANO)

Certaines des premières communautés syriennes d’Antioche sont issues de Jérusalem d’Antioche et de la Mésopotamie des communautés judéo-chrétiennes. C'est pourquoi en passant au christianisme les chrétiens d’Antioche ne se sont pas détachés de leurs traditions anciennes surtout des fêtes juives, comme la fête de Pâques ou Pesah en hébreu ou Pesho en araméen. Ils ont trouvé dans le Seigneur le vrai Agneau pascal et tout de suite ils ont établi dans leurs méditations des parallélismes entre l’agneau pascal d’Egypte et l’Agneau pascal de Jérusalem, qui fut Jésus Christ sur la croix, immolé déjà au Cénacle par anticipation.
Saint Ephrem a développé ce parallélisme en écrivant:
“En Egypte fut versé le sang de l’agneau pour la délivrance du peuple et à Sion fut versé le sang de l’Agneau de la vérité. En regardant ces deux agneaux nous constatons leurs ressemblances et leurs divergences. L’agneau de l’Egypte fut comme un mystère dans l’ombre tandis que l'Agneau de la vérité est son accomplissement.
L’Agneau pascal, Jésus Christ, a sauvé par son sang le peuple de ses erreurs comme l’agneau d’Egypte, où se furent des milliers à être offerts, mais un seul a sauvé de l’Egypte.. Beaucoup d’agneaux furent offerts mais un seul a dissipé l’erreur. En Egypte le symbole, mais dans l’Eglise la réalité.
Le pain que le Seigneur mangea avec ses disciples à Pâque, au Pesah, et qu’il a rompu, a remplacé le pain azyme qui donna la mort à ceux qui l’ont mangé.
L’Eglise nous donne le Pain de Vie pour remplacer le pain azyme donné en Egypte. Marie nous a donné le Pain de Vie pour remplacer le pain de fatigues qu'Eve a donné.”
Dans cette spiritualité, l’Eglise syrienne vit tous les dimanches de l’année le Mystère Pascal, sauf les dimanches de l’Avent et du Carême. C’est vers l’Eucharistie que les fidèles se tournent pour obtenir la purification de leurs péchés et le remède de Vie.
Pâque, Pesho, a la double signification: passage et joie. L’Eucharistie, Pain de Vie, joie Pascale, fait la joie des croyants. Le Dieu tout puissant se baisse et il est porté par les pauvres humains. Comme le dit l’anaphore de Saint Jacques: “C’est le Raisin de Vie que ceux qui l’ont crucifié ont foulé sans le goûter et que les croyants ont reçu sans s’en détacher. C’est le Pain Céleste qui n’affame pas qui le mange et c’est la Boisson spirituelle qui n’assoiffe pas qui la boit.”
Avant de recevoir le Pain Céleste, la communauté des fidèles prie le Seigneur de lui donner des lèvres pures pour prendre son Corps et lui donner de jouir de son Sang. En donnant le Corps et le Sang du Christ, le prêtre dit au communiant “que la braise purificatrice du Corps et du Sang de notre Seigneur Jésus Christ te soit pour la rémission et le pardon de tes péchés.”
Ainsi l’Eucharistie est vécue toujours comme un Mystère pascal dans l’Eglise Syrienne d’Antioche.

[00030-03.05] [IN017] [Texte original: français]

- Rev. P. Joseph William TOBIN, C.SS.R., Superiore Generale della Congregazione del Santissimo Redentore

My point of departure is the discussion of the rapport between Eucharist and Penance that is found in N. 23 of the Instrumentum Laboris.
The Instrumentum laboris makes frequent reference to the relationship between Eucharist and Penance and the relationship between the two sacraments is most often presented as a reason for concern. How can we help people to regain an affection for the sacrament of Penance and appreciate the gift of the Eucharist as a supreme motivation for loving God who has given Himself to us?
I will identify four levels to the problem, namely the ecclesial, sacramental, moral and juridical understanding of Eucharist and Penance.
We face very grave problems with regard to the tension between the celebration of the sacraments of Penance and the Eucharist. We should begin with the ecclesial dimension of both sacraments, and then continue to the proper sacramental presentation of both. In the light of these two foundational aspects we may proceed to the moral questions and the jurisdictional problems involved. This is a better way, and more faithful to Scripture and Tradition, than the tendency to begin with moral and disciplinary aspects, which may needlessly provoke division in the Church. The human realities of both sacraments are important, but not as essential as the fact that the sacraments receive their deepest significance from the Paschal Mystery of Christ, which is the key to understanding the Real Presence of Christ in the Eucharist and the freeing from the bonds of grave sins in the Sacrament of Penance.

[00029-02.05] [IN019] [Original text: English]

- S.E.R. Mons. Bruno FORTE, Arcivescovo di Chieti-Vasto (ITALIA)

Il capitolo II della Parte I dell’Instrumentum laboris è dedicato al tema “Eucaristia e comunione ecclesiale”: in particolare il n. 11 tratta del mistero eucaristico come “espressione di unità ecclesiale”. In altri passaggi si tocca il rapporto fra eucaristia e Chiesa: così al n. 14 si parla dell’unità eucaristica come manifestazione dell’unità ecclesiale o al n. 49 della celebrazione dell’eucaristia come “atto della Chiesa nella sua universalità, anteriore a qualsiasi distinzione particolare e locale”. Nonostante questi richiami, mi sembra che restino poco valorizzate le potenzialità dell’ecclesiologia eucaristica, di quel rapporto, cioè, fra l’Eucaristia e la Chiesa, che è stato concepito dalla grande Tradizione cristiana come costitutivo ed essenziale per l’essere e l’agire della Chiesa stessa. Ecco perché ritengo importante sollecitare e proporre un approfondimento in questa direzione: basti solo pensare che l’antichità cristiana designava con la stessa espressione “Corpus Cristi” il corpo storico, il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale di Cristo, mostrando così le profonde connessioni del mistero dell’unità salvifica in tutti i suoi aspetti. Si può affermare che per la coscienza della Chiesa indivisa del primo millennio l’unità dell’eucaristia nella molteplicità delle celebrazioni rappresenta efficacemente l’unità della “Catholica” nella molteplicità delle comunità locali celebranti sotto la presidenza dei loro Vescovi: la “pericoresi ecclesiologica” - immagine e somiglianza di quella delle divine Persone - è partecipata alla Chiesa mediante il dono dell’eucaristia. Via privilegiata per esprimere e realizzare questa “pericoresi” ecclesiologica sono stati nella grande tradizione cattolica i sinodi e i concili, che nella Chiesa antica avevano sempre un rapporto esplicito e costitutivo con l’eucaristia. Ci si chiede come nel Sinodo dei Vescovi questa “sinodalità” o “collegialità” dei Vescovi “cum Petro et sub Petro”, fondata ed espressa nella “communio” eucaristica delle Chiese nell’unica Chiesa, possa essere espressa e realizzata al meglio. Spetta, peraltro, al Vescovo della Chiesa che presiede nell’amore, il Papa, indicare o stabilire altre forme possibili che favoriscano l’esercizio della collegialità episcopale nella luce della “communio” generata ed espressa dalla sinassi eucaristica.

[00032-01.04] [IN022] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Alberto GIRALDO JARAMILLO, P.S.S., Arcivescovo di Medellín (COLOMBIA)

La familia fue siempre preocupación fundamental en la vida y el Magisterio de Juan Pablo II. Guiados por su enseñanza meditamos tres puntos.
1.- CRISTO INVITADO A LA FAMILIA.
Como en Caná, Cristo se hace presente. Será el garante de los compromisos de los esposos, será el compañero de toda la vida de la familia. Será el Pan vivo que asegura la vida: los esposos lo harán compañero de camino como los discípulos de Emaus.
2.- LA EUCARISTÍA Y EL MATRIMONIO
Cuando se celebra el sacramento del matrimonio en la Santa Misa "este sacramento sirva para indicar, como paradigma del amor cristiano, el amor de Jesucristo, que en la Eucaristía ama a la Iglesia como a la Iglesia como su esposa hasta dar la vida por ella" Documento de trabajo 19)
3.-DOS MOMENTOS PRIVILEGIADOS
 La Primera Comunión de los hijos. De tal manera que se vaya edificando una experiencia de Eucaristía desde los primeros años.
La Santa Misa Dominical.- Que será para la familia: luz, alimento de la unidad familiar, fuerza de envío misionero dentro y fuera de la familia.
La familia es "Iglesia doméstica". La Eucaristía edifica la familia, la familia hace la Eucaristía.

[00033-04.03] [IN024] [Texto original: español]

- S.E.R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Vescovo titolare di Voghenza, Vicohabentia, Vescovo ausiliare di Roma, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense in Roma (ITALIA)

Si interviene in riferimento ai nn. 3-10 dell’Instrumentum laboris dove, ripetutamente, emerge il problema del contesto contemporaneo all’interno del quale si pone la celebrazione e la comprensione del mistero eucaristico. La prima nota con la quale conviene confrontarsi è il profondo “cambiamento culturale” in atto. È importante ribadire che “l’eucaristia è fonte di cultura e spazio all’interno del quale si ritrovano i comportamenti personali e sociali che manifestano lo stile di vita del credente”. La grande sfida che attende i cristiani nei prossimi decenni è quella di un rinnovato stile di vita che rimetta al centro della loro esistenza il mistero eucaristico. Perché questo avvenga è importante recuperare alcuni elementi che sono propri dell’eucaristia:
1. L’educazione alla “bellezza” che si articola su diversi piani: da parte del celebrante, perché comprenda il valore dell’azione liturgica, dei segni che la compongono e il linguaggio evocativo che posseggono; da parte di quanti hanno la cura della costruzione della chiese, perché non cedano a ideologie che tendono a oscurare la loro presenza nel territorio o a creare uno spazio ibrido che vanifica la percezione del sacro. È determinante recuperare un linguaggio che per sua stessa natura faccia comprendere il valore del luogo dove si celebra l’eucaristia e il suo senso profondo.
2. In un periodo come il nostro, carico di una cultura che impone l’acquisizione di ogni cosa solo in forza del desiderio del possesso o, viceversa, che pretende il diritto solo per il fatto di vedere attuato un desiderio, l’eucaristia esprime come porsi dinanzi all’essenziale della vita attraverso un comportamento che si fa forte della “gratuità”. Senza questa riscoperta difficilmente si potrà pensare di raggiungere nel futuro obiettivi che qualifichino l’esistenza personale e creino progresso per l’intera storia dell’umanità.
3. L’eucaristia può essere fonte di cultura che ripropone il “senso del sacrificio come offerta di libertà”. Inutile nascondersi che ai nostri giorni la libertà è ancora minacciata dall’inganno che essa si attui solo per la volontà di fare ciò che si vuole. L’eucaristia diventa una vera sfida sul piano dell’attuazione della libertà. Essa, infatti, dice che la libertà si realizza là dove vi è rinuncia a decidere di sé per far posto all’altro nell’amore.
4. L’eucaristia, infine, può educare a una cultura che porti a comprendere sempre meglio “la partecipazione dei credenti per la costruzione del mondo”. Fino alla venuta del Signore siamo chiamati a rendere partecipi tutti del mistero che celebriamo. Esso richiede la capacità di trasformare il mondo in modo tale che ognuno possa esprimere al meglio se stesso. Ciò richiede la possibilità di sapere andare incontro all’altro, condividendo il suo cammino di ricerca della verità e diventando per ciascuno compagno di strada; nel rispetto dei tempi di ognuno, comunque, il credente sa indicare la strada per trovare la risposta definitiva alla domanda di senso.

[00034-01.04] [IN027] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Tadeusz KONDRUSIEWICZ, Arcivescovo di Madre di Dio a Mosca (FEDERAZIONE RUSSA)

La riforma liturgica ha permesso ad una partecipazione più cosciente, attiva e feconda dei fedeli all’Eucaristia. Però, con aspetti positivi essa ne ha portati anche quelli negativi. L’insufficiente disciplina e coscienza liturgica nella celebrazione dell’Eucaristia influisce negativamente anche sui rapporti ecumenici. La violazione delle norme liturgiche offusca la fede e la dottrina della Chiesa sull’Eucaristia, e porta al tradimento della regola “Lex orandi - Lex credendi”.
L’Eucaristia si trova nel cuore della fede cristiana, che soffre soprattutto per lo stravolgimento dell’Eucaristia. Il Papa Benedetto XVI richiama alla devozione eucaristica e all’espressione coraggiosa e chiara della fede nella presenza reale del Signore, soprattutto nella sua solennità e correttezza. Perciò è necessario accettare il fatto che la Liturgia ha un carattere “stabilito dall’alto e non libertario”, che per sua essenza essa è “incorruttibile”, che “i segni visibili adoperati nella Liturgia per evidenziare le realtà divine sono stati scelti da Cristo o dalla Chiesa”. Corrotta vita liturgica chiede di approvazione di un nuovo documento dottrinale con accento sull’osservazione delle norme liturgiche.
Cristo non deve soffrire a causa degli abusi nella celebrazione dell’Eucaristia, che deve sempre essere accolta e vissuta dai fedeli come “sacrum”, come rinnovazione misteriosa del Sacrificio di Cristo, come Sua energia salvifica che trasforma l’uomo e il mondo, come rafforzamento della fede e fonte di moralità.

[00036-01.02] [IN030] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Cristián CARO CORDERO, Arcivescovo di Puerto Montt (CILE)

Mi intervención se refiere a dos puntos. Primero, la relación entre Eucaristía y Penitencia, y segundo, Eucaristía y Pastoral Vocacional.
1) La relación entre Eucaristía y Sacramento de la Penitencia está tratado en el Instrumentum Laboris en los nn. 22-24 y al hablar de la Eucaristía, fuente de la moral cristiana (nn. 72-74).
El "Año de la Eucaristía" ha traído en Chile notorios frutos espirituales y pastorales en la vida de la Iglesia, que se proyectan, de una u otra forma, a la vida de la sociedad. Ha sido providencial que coincida este Año con la canonización del P. Alberto Hurtado, quien fue un hombre eucarístico y social.
Mi proposición es que, dada la estrecha relación teológica, espiritual y pastoral entre Eucaristía y Sacramento de la Penitencia, y habida cuenta de las sombras en el campo de este último sacramento, se dedique un año al Sacramento de la Penitencia, teniendo como puntos fundamentales.
a) El sentido de Dios vivo y verdadero su eclipse en la cultura moderna
b) La necesidad de salvación y el anuncio de Jesucristo, el Cordero de Dios que quita el pecado del mundo
c) El sentido.del pecado, que está disminuido o anulado, a consecuencia del olvido de Dios y del relativismo moral
d) La conversión y la virtud de la penitencia
e) La dirección o acompañamiento espiritual
f) La celebración del Sacramento de la Penitencia como encuentro del pecador que se convierte de su miseria y de Dios que, en su misericordia en Cristo, lo acoge y perdona
g) Las condiciones para recibir la S. Comunión
h) La vida nueva en Cristo, como discípulos de El y miembros de 1 a Iglesia
2. Con respecto a la relación entre Eucaristía y Pastoral vocacional, propongo que en el "Año de la Penitencia" se motive y forme a.los sacerdotes para realizar dirección espiritual de los jóvenes y dar tiempo al sacramento de la Reconciliación que, junto con la Eucaristía son fundamentales en la dirección espiritual.

[00037-04.04] [IN031] [Texto original: español]

- Rev. P. Josep Maria ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani)

El número 25 del Instrumentum laboris constata la necesidad de que la celebracíón. de la Eucaristía llegue a "formar personas y comunidades eucarísticas que amen y sirvan, como Jesús en la Eucaristía". En el fondo, se está diciendo que quienes se reúnen para celebrar la Pascua del Señor sean, en medio de la sociedad, memoria y signo vivo del Señor que da la vida.
Sin embargo, con frecuencia, no ocurre así. En la celebración se ha vivido un momento hermoso, pero la vida sigue por su camino, movida por otras preocupaciones, incapaz de asumir las exigencias que brotan de la Eucaristía que se ha celebrado. La celebración no se hace espiritualidad en la vida de los fieles ni se convierte en dinamismo misionero. Se observa una cierta dicotomía vida y Eucaristía El Sínodo debería analizar las causas de esta situación para poder ofrecer respuestas pastorales adecuadas. Apunto algunas apreciaciones en este sentido.
1. En un ambiente cultural de cierta superficialidad como el que observamos con frecuencia, la Eucaristía puede convertirse en uno más de esos acontecimientos que se suceden sin dejar mayor impacto en las personas. Sin una vida vivida con intensidad y profundidad no es posible vivir la Eucaristía significativamente. La pastoral eucarística ha de tener muy presente esta dimensión antropológico-cultural.
2. Se percibe la necesidad de una conexión más explícita entre la celebración de la Eucaristía y la vida concreta de las personas que participan en ella. De hecho, lo pide el número 71 del Instrumentum. Para ello es necesario resaltar más en la catequesis eucarística y en la misma celebración aquellos elementos que ayuden a encontrar esta conexión. La experiencia de las comunidades ec1esiales de base y de otras iniciativas semejantes nos iluminan sobre este punto.
3. Un tercer aspecto tiene que ver con el lenguaje, los signos, la misma estructura de la celebración y su modo de realizarla. A veces da la impresión que hemos resaltado demasiado la dimensión cultual en menoscabo de la de "Memoria y "Mesa compartida". Con ello se pierde bastante de la fuerza provocadora que tiene la memoria de la Pascua de Jesús y de la exigencia de fraternidad que surge del compartir la mesa del Señor. Deberíamos buscar, en cada contexto cultural, el modo de resaltar estas dimensiones tan fundamentales para que el dinamismo de la Eucaristía transforme la vida de los fieles y sea fermento de cambio en la historia concreta de los pueblos.

[00038-04.03] [IN032] [Texto original: español]

Quindi sono seguiti gli interventi liberi.

 
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