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14 - 08.10.2005
SOMMARIO
♦ COMMEMORAZIONE DEL XL ANNIVERSARIO DELL’ISTITUZIONE DEL SINODO DEI
VESCOVI
Questo pomeriggio, sabato 8 ottobre 2005, alla ore 16.30, con la
preghiera dell’Adsumus, ha avuto inizio la Speciale Congregazione
Generale per la Commemorazione del XL Anniversario dell’Istituzione
del Sinodo dei Vescovi.
In apertura, il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi,S.E.R.
Mons. Nikola ETEROVIĆ ha introdotto i lavori con il seguente
discorso:
Sinodo dei Vescovi:espressione privilegiata della collegialità
episcopale
Beatissimo Padre, Venerabili Padri Sinodali, Carissimi Fratelli e
Sorelle.
È una grande grazia di Dio Uno e Trino celebrare il 40° anniversario
dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi nel corso di un’Assemblea
sinodale. Tale provvidenziale coincidenza situa i partecipanti a
questo atto commemorativo in medias res. Infatti, è superfluo
descrivere dettagliatamente l’attività sinodale a coloro che vi
stanno prendendo parte attivamente.
Tuttavia il 40mo anniversario del Sinodo dei Vescovi è un’occasione
per approfondire la natura teologica e giuridica di questa
istituzione che, nata nel Concilio Vaticano II, ha cercato di
mantenerne lo spirito e la metodologia di lavoro adattata alle sue
proprietà. Non entrando nei risultati concreti, tema che oltrepassa
queste parole d’occasione, per 4 decadi, il Sinodo dei Vescovi ha
avuto il grande merito di sviluppare la dimensione sinodale del
corpus episcoporum, di fomentare la collegialità episcopale tra i
Vescovi e con il Santo Padre, Vescovo di Roma e Capo del collegio
stesso in un ambiente di profonda comunione ecclesiale. Nelle
Assemblee sinodali si sperimenta la vera collegialità episcopale,
anche se in modo diverso che nei concili ecumenici.
Prima di ascoltare la parola degli Em.i Oratori, vorrei indicare
alcuni dati statistici concernenti il Sinodo dei Vescovi.
Istituito il 15 settembre 1965, il Sinodo dei Vescovi ha finora
avuto 4 Presidenti, quattro Pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo I,
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sua Santità Benedetto XVI sta
presiedendo per la prima volta un Sinodo dei Vescovi. Durante il
breve pontificato, Giovanni Paolo I non ha praticamente avuto modo
di esercitare l’ufficio di Presidente del Sinodo. Pertanto, Paolo VI
e Giovanni Paolo II sono due Romani Pontefici che hanno segnato la
storia del Sinodo dei Vescovi. Di 11 Assemblee Generali Ordinarie,
finora celebrate, 4 hanno avuto luogo nel corso del Pontificato del
Servo di Dio Paolo VI, rispettivamente nel 1967, nel 1971, nel 1974
e nel 1977. Lo stesso Pontefice ha tenuto 1 Assemblea Generale
Straordinaria nel 1969.
Per numero di assemblee sinodali celebrate, il Servo di Dio,
Giovanni Paolo II può essere denominato il Papa del Sinodo. Egli ha
presieduto 6 Assemblee Generali Ordinarie, nel 1980, nel 1983, nel
1987, nel 1990, nel 1994 e nel 2001; 1 Assemblea Generale
Straordinaria, nel 1985, e 8 Assemblee Speciali: 1980 per l’Olanda;
1991 I per l’Europa; 1994 per l’Africa; 1995 per il Libano; 1997 per
l’America; 1998 per l’Asia; 1998 per l’Oceania e 1999 II per
l’Europa.
Nella sua ormai insigne storia, il Sinodo dei Vescovi ha avuto 4
Segretari Generali: dal 1967 al 1979 Sua Eccellenza Mons. Ladislao
Rubin; dal 1979 al 1985 Sua Eccellenza Mons. Jozef Tomko; dal 1985
al 2004 Sua Eminenza il Card. Jan Pieter Schotte, C.I.C.M., dal 1985
al 2004. Dall’11 febbraio 2004, tale ufficio è ricoperto da Sua
Eccellenza Mons. Nikola Eterović.
Risultato delle esperienze sinodali sono state, tra l’altro, 8
Esortazioni Apostoliche post-Sinodali: l’Evangelii nuntiandi;
Catechesi tradendae; Familiaris consortio; Reconciliatio et
paenitentia; Christifideles laici; Pastores dabo vobis; Vita
consecrata e Pastores gregis.
Occorre, poi, menzionare le 6 Esortazioni Apostoliche post-Sinodali
delle Assemblee Speciali: Ecclesia in Africa; Una speranza nuova per
il Libano; Ecclesia in America; Ecclesia in Asia; Ecclesia in
Oceania; Ecclesia in Europa.
I menzionati documenti hanno avuto un grande influsso sulla vita
della Chiesa Cattolica.
In tutte le 21 Assemblee sinodali hanno partecipato 3.972 padri, di
cui in 11 Assemblee Generali Ordinarie 2.474, in 2 Assemblee
Generali Straordinarie 311 e in quelle Speciali 1.187. Il numero più
ridotto riguarda il Sinodo per l’Olanda con 19 padri sinodali. Il
numero più elevato si riferisce all’attuale 11a Assemblea Generale
Ordinaria con 256 padri sinodali.
Il Sinodo dei Vescovi ha avuto il privilegio che due cardinali
Relatori Generali delle Assemblee Generali Ordinarie,
rispettivamente del 1974 e del 1980, siano diventati Pontefici. Si
tratta dell’Em.mo Card. Karol Wojtyła e, poi, di Sua Eminenza il
Card. Joseph Ratzinger.
Nei 40 anni il Sinodo dei Vescovi ha conosciuto varie modifiche
nella metodologia di lavoro. In quest’assemblea stiamo sperimentando
l’ultima, fatta secondo le sagge indicazioni del Santo Padre
Benedetto XVI, che ha grande esperienza sinodale.
Il Sinodo dei Vescovi è al servizio della comunione ecclesiale
attraverso il collegio episcopale che ha per capo il Vescovo di
Roma. Come la Chiesa è sempre viva e giovane, per la grazia dello
Spirito Santo, così anche il Sinodo dei Vescovi rimane aperto
all’ispirazione dello Spirito del Signore risorto e presente nella
Sua Chiesa, soprattutto nel sacramento dell’Eucaristia, per la
gloria di Dio Padre e la salvezza del mondo.
Il segno tangibile della giovinezza del Sinodo è pure il fatto che
oltre la metà dei padri sinodali dell’XI Assemblea Generale
Ordinaria partecipa per la prima volta ad un’assemblea sinodale. È
un segno di speranza per il futuro della Chiesa che, nonostante le
avversità di varia indole, piena di fiducia nella divina
provvidenza, continua a svolgere la missione affidatale dal Signore
Gesù: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole
nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo” (Mt 28, 19).
Quindi, sono state presentate in Aula le seguenti relazioni e
comunicazioni:
I. RELAZIONI
● Il Sinodo dei Vescovi compie 40 anni - Aspetti teologici del
Sinodo dei Vescovi
S.Em.R. Card. Jozef TOMKO, Prefetto emerito della Congregazione per
l'Evangelizzazione dei Popoli, Presidente del Pontificio Comitato
per i Congressi Eucaristici Internazionali
● Quattro decenni di sviluppo istituzionale - Aspetti giuridici del
Sinodo dei Vescovi
S.Em.R. Card. Péter ERDÖ, Arcivescovo di Esztergom-Budapest
II. COMUNICAZIONI
● Il Sinodo Particolare per Batavia - Assemblea Speciale per i Paesi
Bassi
S.Em.R. Card. Adrianus SIMONIS, Arcivescovo di Utrecht (Membro
dell'Assemblea sinodale)
● Convocation of the Special Assembly -Assemblea Speciale per
l'Africa
S. E. R. Mons. Paul VERDZEKOV, Arcivescovo di Bamenda (Membro
dell'Assemblea sinodale e del Consiglio postsinodale)
● Le Synode des Évêques dans son Assemblée Speciale pour le Liban -
Assemblea Speciale per il Libano
S.E.R. Mons. Cyrille Salim BUSTROS, M.S.S.P., Eparca di Newton,
Stati Uniti d'America (Relatore Generale dell'Assemblea sinodale e
membro del Consiglio postsinodale)
● Frutos del Sínodo de América - Assemblea Speciale per l'America
S.Em.R. Card. Juan SANDOVAL IÑIGUEZ, Arcivescovo di Guadalajara
(Relatore Generale dell'Assemblea sinodale e membro del Consiglio
post-sinodale)
● Some positive results of the Special Assembly for Asia of the
Synod of Bishops - Assemblea Speciale per l'Asia
S.Em.R. Card. Paul SHAN KUO-HSI, S.I., Vescovo di Kaohsiung
(Relatore Generale dell'Assemblea sinodale e membro del Consiglio
post-sinodale)
● The Special Assembly of the Synod of Bishops for Oceania -
Assemblea Speciale per l'Oceania
S.E.R. Mons. John Atcherley DEW, Arcivescovo di Wellington (Membro
dell'Assemblea Speciale) legge il testo del Cardinale Thomas S.
Williams, Arcivescovo emerito di Wellington (Presidente delegato
dell’Assemblea Speciale)
● II Assemblea Especial para Europa del Sínodo de los Obispos - I e
II Assemblea Speciale per l'Europa
S. Em. R. Card. Antonio Maria Rouco V ARELA, Arcivescovo di Madrid
(Relatore Generale della II Assemblea Speciale e membro del
Consiglio post-sinodale)
Pubblichiamo qui di seguito il testo integrale delle relazioni e
comunicazioni presentate in Aula:
I. RELAZIONI
● Il Sinodo dei Vescovi ha 40 anni - Aspetti teologici del Sinodo
dei Vescovi
S.Em.R. Card. Jozef TOMKO, Prefetto emerito della Congregazione per
l'Evangelizzazione dei Popoli; Presidente del Pontificio Comitato
per i Congressi Eucaristici Internazionali
Introduzione
Il Sinodo dei Vescovi ha compiuto quarant'anni. Paolo VI lo ha
annunciato nella sua allocuzione all'inizio dell 'ultima sessione
del Concilio Vaticano II e lo istituì con il motu proprio
"Apostolica sollicitudo" del 15 settembre 1965. Da allora, esso è
ormai entrato nella vita della Chiesa cattolica come un organismo
vivo che esprime, qualifica e anima la vita della Chiesa. Oggi
ringraziamo Dio per la sua esistenza.
Sono stato chiamato dalla fiducia del Santo Padre Benedetto XVI, su
proposta dell'Eccellentissimo Segretario Generale, a commemorare
questo anniversario illustrando gli aspetti teologici del Sinodo dei
Vescovi. Ringrazio per la gradita designazione che è per me non solo
un onore ma soprattutto un'occasione di rendere la personale
testimonianza della vitalità dell'istituto sinodale, come l'ho
sperimentata nei lunghi anni. Ho potuto assistere alla prima
assemblea generale del Sinodo nel 1967 come uno dei cinque segretari
speciali. Nel luglio 1979 il giovane Papa Giovanni Paolo II mi ha
chiamato a sostituire il primo Segretario Generale del Sinodo dei
Vescovi, Mons. Wladyslaw Rubin, nominato Cardinale. In sei anni di
attività ho potuto organizzare sotto la personale guida dell'amato
Pontefice due Assemblee generali (sul matrimonio e la famiglia e
sulla riconciliazione e la penitenza) e l'Assemblea particolare per
l'Olanda, lanciando la preparazione di due altre Assemblee: quella
generale ordinaria sui laici e l'altra straordinaria sugli
adempimenti del Concilio Vaticano II. Nell 'aprile del 1985 ho
passato le redini della Segreteria Generale del Sinodo al compianto
Cardinale Jan Schotte, ma in seguito ho potuto assistere quale
Prefetto del Dicastero missionario a tutte le Assemblee sinodali,
con funzione di Presidente Delegato per l'Assemblea speciale per
l'Asia.
Mi sia concessa venia se menziono queste esperienze per poter di più
corroborare la mia gioiosa testimonianza sul Sinodo dei Vescovi. Il
tempo assegnatomi mi obbliga ad essere fin troppo sintetico
sull'istituzione sinodale che concentra varie realtà teologiche, in
specie ecclesiologiche. Dividerò il discorso in seguenti temi: 1°
Fonti, origine e sviluppi del Sinodo dei Vescovi, 2° Struttura e
finalità, 3° Basi ecclesiologiche: communio e collegialitas, 4°
Rappresentanza dell'intero Episcopato, 5° Il voto collegiale al
Sinodo, 6° Conclusione.
1. Fonti, origine e sviluppi del Sinodo dei Vescovi
Come ha rilevato Giovanni Paolo II, il Sinodo dei Vescovi è
germogliato nel fertile terreno del Concilio Vaticano II ed ha
potuto vedere il sole grazie alla sensibile mente di Paolo VI. Pur
avendo qualche limitata analogia con altre forme collegiali come i
sinodi romani, medievali, regionali, patriarcali, il "sobor" e il
"synodos endemousa" delle chiese orientali, il Sinodo dei Vescovi è
un'istituzione nuova, diversa da queste forme e anche dal Concilio
Ecumenico (1).
Paolo VI ha colto un'imprecisa idea, che girava nell'ambiente
conciliare, di un consiglio stabile dei Vescovi che affiancasse il
Papa e la Curia Romana nel reggere la Chiesa universale, e
nell'aprire l'ultima sessione del Concilio Vaticano II ha, in data
15 settembre 1965, con il motu proprio "Apostolica sollicitudo"
solennemente istituito il Sinodo dei Vescovi, per "rafforzare con
più stretti vincoli la Nostra unione con i Vescovi,... affinchè non
Ci venga a mancare il sollievo della loro presenza, l'aiuto della
loro prudenza ed esperienza, la sicurezza del loro consiglio,
l'appoggio della loro autorità", nonché "per dare ai medesimi la
possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più efficace
alla Nostra sollecitudine per la Chiesa universale"(2). Dopo questa
introduzione, Paolo VI ha dato in 12 articoli un solido impianto
teologico e giuridico al nuovo istituto sulle basi dei decreti
conciliari già approvati.
Il Sinodo dei Vescovi ha potuto trovare ancora la menzione nei due
Decreti votati nella susseguente ultima sessione del Vaticano II, e
cioè nel Decreto sui Vescovi "Christus Dominus", al n.5, e in quello
sulle missioni "Ad Gentes", al n.29.
Giovanni Paolo II, che si riteneva "cresciuto nel Sinodo" (3), ne ha
approfondito la teologia, consolidata l'autonomia, accresciuta
l'autorità e collegialità. Membro di tutte le Assemblee sinodali,
presente in tutte da Arcivescovo o da Papa, salvo in una (per
solidarietà con il Cardinale Wyszynski, impedito dal governo),
relatore al Sinodo del 1974, Egli ha elaborato un'elevata "visione"
teologica e giuridica sull'istituzione sinodale ed ha voluto
sottolinearne l’autorità collegiale anche nel titolo delle
Esortazioni apostoliche con l'aggiunta "post-sinodali". Già nel 1972
il giovane Arcivescovo Karol Wojtyla ha pubblicato sul settimanale
cattolico "Tygodnik powszechny" un lungo e penetrante studio
teologico sul Sinodo dei Vescovi (4) che è stato tradotto in
italiano nel 1980 (5). In prossimità del ventennio del Sinodo il
Consiglio della Segreteria Generale del Sinodo ha dedicato cinque
giorni, dal 26 al 30 aprile 1983, allo studio della natura e del
funzionamento del Sinodo (6). Alla fine della riunione il Papa ha
rivolto ai partecipanti un denso discorso che è una profonda sintesi
del suo pensiero. In esso accenna alle tre fasi del Sinodo dei
Vescovi: preparativa, assembleare e la terza che chiama
"post-sinodale" e individua nell' applicazione concreta che viene
data alle conclusioni sinodali. Più tardi, nel 1994, il Sinodo
speciale, continentale, sull' Africa gli ha fornito l'occasione per
considerare come terza fase, - cioè "celebrativa" come l'ha chiamata
-, la solenne consegna delle conclusioni alle particolari chiese
direttamente interessate.
Un ulteriore sviluppo si è avuto con il nuovo Codice di Diritto
Canonico nel 1983, che tratta succintamente del Sinodo dei Vescovi
nei canoni 342-348, rimandando per i dettagli al "diritto
peculiare", cioè al motu proprio "Apostolica sollicitudo" (AS) e al
Regolamento del Sinodo dei Vescovi.
2. Struttura e finalità del Sinodo
Riprendendo quasi letteralmente il voto espresso nel Decreto del
Concilio Vaticano II "Christus Dominus" (num.5), Paolo VI ha
istituito il Sinodo come " consiglio permanente di Vescovi per la
Chiesa universale", soggetto direttamente al Papa, ed ha precisato
la sua natura come:
"a) un'istituzione ecclesiastica centrale, b) rappresentante tutto
l'episcopato cattolico, c) perpetua per su natura" (AS, art.I). Le
finalità sono descritte nell'art.II dell'AS. Nell'art.III viene
assegnata al Sinodo la sua funzione: "Al Sinodo dei Vescovi spetta
per sua natura il compito di dar informazioni e consigli. Potrà
anche godere di potestà deliberativa, quando questa gli sia stata
conferita dal Romano Pontefice, al quale spetta in tal caso
ratificare le decisioni del Sinodo".
Il nuovo Codice di Diritto Canonico delimita la struttura e le
fmalità del Sinodo nei primi due dei sette canoni. Nel can.342 ne
presenta quasi una definizione giuridico-teologica: "Il Sinodo dei
Vescovi è un' Assemblea dei Vescovi i quali, scelti dalle diverse
Regioni dell'orbe, si riuniscono in tempi determinati per favorire
una stretta unione fra il Romano Pontefice e i Vescovi stessi, e per
prestare aiuto con il loro consiglio al Romano Pontefice nella
salvaguardia e nell'incremento della fede e dei costumi,
nell'osservanza e nel consolidamento della disciplina eccleiastica e
inoltre per studiare i problemi riguardanti l'attività della Chiesa
nel mondo". Voglio notare che il Decreto del Concilio Vaticano II Ad
Gentes" attribuisce al Sinodo il compito poco menzionato nella
prassi di "seguire con particolare sollecitudine l'attività
missionaria" (AG,n.29). Il can.343 stabilisce: "Spetta al Sinodo dei
Vescovi discutere sulle questioni proposte ed esprimere dei voti,
non però dirimerle ed emanare decreti su tali questioni, a meno che
in casi determinati il Romano Pontefice, cui spetta in questo caso
ratificare le decisioni del Sinodo, non gli abbia concesso potestà
deliberativa".
Queste descrizioni sono essenziali anche sotto l’aspetto teologico.
3. Basi teologiche: communio e collegialitas.
Come si colloca l'istituzione del Sinodo dei Vescovi nella Chiesa?
Su quali basi teologiche ed in specie ecclesiologiche poggia?
Paolo VI nel Documento costitutivo del Sinodo lo definisce come "uno
speciale consiglio permanente di sacri pastori" e parla
genericamente della "viva unione (del Papa) con i Vescovi",
sperimentata durante il Concilio che potrebbe portare anche dopo il
Concilio al popolo cristiano la larga abbondanza di benefici" (7).
Senza menzionare espressamente la collegialità, egli la utilizza nel
significato elaborato nella Costituzione dogmatica "Lumen Gentium" e
nella "Nota praevia".
Giovanni Paolo II trova la fondazione teologica del Sinodo dei
Vescovi remotamente nell 'unità della Chiesa che si esprime
concretamente e dinamicamente nella vita di comunione tra le singole
chiese locali, e di collegialità tra tutti i Vescovi, incluso in
particolare quello di Roma. Le due realtà intimamente collegate, la
comunione e la collegialità, tornano continuamente nei suoi discorsi
sul Sinodo, ma con particolare vigore e rigore nell' Allocuzione al
Consiglio della Segreteria Generale del 30 aprile 1983. Egli
afferma: "Il Sinodo è lo strumento della collegialità ed un potente
fattore della comunione...Si tratta di uno strumento efficace,
agile, tempestivo, puntuale a servizio di tutte le chiese locali e
della collegialità" (8). L'unità dinamica ossia la "communio"
ecclesiale è per Giovanni Paolo II l'ultimo fondamento in cui si
radica il Sinodo dei Vescovi che sorge come un'esigenza dell'unità e
della comunione. Ma allo stesso tempo il Sinodo, una volta esistente
e funzionante, diventa uno strumento che trova nell'unità e nella
comunione ecclesiale la sua più profonda finalità. Attraverso la
viva collegialità dei Vescovi, compreso quello di Roma, il Sinodo
dei Vescovi raggiunge la comunione dei fedeli tutti nelle chiese
particolari.
La ricca visione del Sinodo dei Vescovi del grande Papa parte quindi
dalla esigenza della comunione e tocca una delle note fondamentali
della Chiesa e cioè la sua unità, esigenza nella quale questo
Organismo trova le sue radici ultime e ad essa contribuisce. Ma la
base immediata della "sinodalità" è la collegialità, o come Egli si
esprime nella prima Enciclica "Redemptor hominis ", "il principio
della collegialità"(9). Per Giovanni Paolo II il Sinodo dei Vescovi
è "un'espressione particolarmente fruttuosa e lo strumento della
collegialità" (lO), ed anche "un'espressione privilegiata della
collegialità episcopale, con la quale i pastori delle diocesi
partecipano con il Vescovo di Roma alla sollecitudine per tutte le
chiese" (11).
Però di quale collegialità parlava Giovanni Paolo II e parliamo noi
in rapporto al Sinodo dei Vescovi? Come è ben noto, il Concilio
Vaticano II nella Costituzione dogmatica "Lumen Gentium" e nella
"Nota praevia" parlano del Collegio dei Vescovi e del suo potere nel
senso di una stretta collegialità. Come si esprime Giovanni Paolo
II, "tutti i Vescovi della Chiesa con a capo il Vescovo di Roma,
successore di Pietro, "perpetuo e visibile principio e fondamento
dell'unità" (LG,23) dell 'episcopato, formano il collegio che
succede a quello apostolico con a capo Pietro. La solidarietà che li
lega e la sollecitudine per l'intera Chiesa si manifestano in sommo
grado quando tutti i Vescovi sono radunati "cum Petro et sub Petro"
nel Concilio ecumenico. Tra il Concilio e il Sinodo esiste
evidentemente una differenza qualitativa, ma, ciò nonostante, il
Sinodo esprime la collegialità in maniera altamente intensa seppur
non uguale a quella realizzata dal Concilio" (12).
Secondo il Concilio Vaticano II il Collegio dei Vescovi "esercita la
potestà sulla Chiesa universale anche mediante l'azione congiunta
dei Vescovi sparsi nel mondo, se essa come tale è indetta o
liberamente recepita dal Romano Pontefice, così che si realizzi un
vero atto collegiale" (CJ.C., can.337, §2 e LG,22). Il Concilio
ammette tuttavia, oltre la collegialità nel senso stretto anche
altre forme di collegialità nel senso più largo. Giovanni Paolo II
si muove nel contesto di questa collegialità che si può applicare,
con varia gradualità e intensità, a diverse forme in cui può trovare
la sua espressione "l' affectus collegialis" (che non è un semplice
sentimento!) dei gruppi più ristretti dei Vescovi, come per esempio
il Collegio cardinalizio, le Conferenze episcopali e altre strutture
collegiali a carattere internazionale o continentale (cfr. Enc.
“Redemptor hominis”, 5).
4. Il Sinodo dei Vescovi come rappresentanza dell'intero episcopato
Ma come si deve allora intendere la qualità attribuita da Paolo VI
nello stesso Documento costitutivo al Sinodo dei Vescovi come
"rappresentante di tutto l’episcopato cattolico" (AS, art.I) e come
si spiega alla luce del Decreto conciliare "Christus Dominus" la
natura collegiale del Sinodo dei Vescovi "che rappresentando tutto
l'episcopato cattolico, insieme dimostra che tutti i Vescovi sono
partecipi, in gerarchica comunione, della sollecitudine della Chiesa
universale" (CD, 5) ? L'inciso, per di più, è stato omesso nella
descrizione strettamente giuridica del Sinodo nel Codice di Diritto
Canonico (del 1983), can.342. Nel primo ventennio si discuteva se i
Vescovi partecipanti con il Papa al Sinodo rappresentassero l'intero
episcopato cattolico, ossia il collegio dei Vescovi nel senso
proprio, oppure soltanto nel senso morale. Nel primo caso il Sinodo
potrebbe agire a nome del Collegio episcopale ed avere il potere
deliberativo per sua natura (suapte natura). Nel secondo caso
bisogna intendere questa rappresentanza nel senso che attraverso i
Vescovi scelti e partecipanti viene rispecchiata la composizione
dell'intero episcopato anche nella sua distribuzione geografica, per
cui questo gruppo di Vescovi al Sinodo non può avere il potere
deliberativo di per sé ma solo per delega del Papa.
Il vero significato dell'inciso è stato chiarito nel senso
morale-teologico e non nel senso proprio giuridico sulla base degli
Atti del Concilio Vaticano II, ed in specie della Relazione del
Vescovo Mons.J.Gargitter, Relatore per questa parte del Decreto
"Christus Dominus". Anche la Costituzione dogmatica "Lumen Gentium"
esclude ai singoli Vescovi la possibilità di decidere con atti di
giurisdizione sulle altre chiese particolari (LG, 23), ciò che vale
pure per i gruppi di Vescovi. La loro sollecitudine riguarda la
promozione e la difesa dell'unità della fede e della disciplina
comune, la propagazione della fede e l'amore per tutto il Corpo
mistico, in specie per le membra povere, sofferenti e perseguitate
(Cfr.ibid.). La rappresentanza dell'intero episcopato cattolico al
Sinodo deve essere intesa in tal senso. Non si vede come questa
"rappresentanza" sia di tale natura da poter - senza un ricorso
speciale ai poteri primaziali petrini- essere considerata capace di
un atto strettamente collegiale dell'intero collegio, oppure
vincolare l'intero collegio e tutta la Chiesa. Né si vede come il
Sinodo con tali poteri deliberativi "suapte natura" differisca dal
Concilio ecumenico.
Pur riconoscendo che il numero dei Vescovi necessari per
"rappresentare" l'intero episcopato non può essere stabilito secondo
un criterio rigidamente matematico (in alcuni Concili ecumenici era
piuttosto basso), sembra fuori ogni misura supporre che 200 Vescovi
possano obbligare con le loro deliberazioni 4. 700 Vescovi e più di
un miliardo di cattolici, senza che un tale potere venga loro
delegato da colui che è il principio dell'unità nella Chiesa, cioè
dal Papa.
Il Card.Ratzinger l'ha espresso in maniera lapidaria in una frase:
"La suprema autorità su tutta la Chiesa, di cui gode il Collegio dei
Vescovi unito al Romano Pontefice può essere esercitata solo in due
modi: in modo solenne nel Concilio Ecumenico, in altro modo con un
atto comune dei Vescovi sparsi per tutta la terra (LG, 22). Ma
secondo la tradizione cattolica, orientale e occidentale, non si può
concepire che i Vescovi possano concedere ad alcuni Vescovi da loro
scelti questa loro facoltà partecipativa al governo della Chiesa
universale" (13)
In conclusione, i Vescovi nel Sinodo rappresentano l'episcopato
cattolico del mondo in maniera morale e manifestativa e il loro voto
è per sé consultivo, potendo diventare deliberativo soltanto per
delega del Romano Pontefice.
5. Il voto consultivo al Sinododei Vescovi
Il Card. Wojtyla si è soffermato sull'importanza teologica del voto
sinodale fin dal 1972, vedendo il suo peso "principalmente nel modo
collegiale di pronunciarsi, come pure in ciò che viene dichiarato"
(14). A distanza di undici anni ha sviluppato questa riflessione
affermando: "Tale collegialità si manifesta principalmente nel modo
collegiale di pronunciarsi da parte dei pastori delle chiese locali.
Quando essi, specialmente dopo una buona preparazione comunitaria
nelle proprie chiese e collegiale nelle proprie Conferenze
episcopali, con la responsabilità per le proprie chiese particolari
ma assieme con la sollecitudine per la Chiesa intera, testimoniano
in comune la fede e la vita di fede, il loro voto, se moralmente
unanime, ha un peso qualitativo ecclesiale che supera l'aspetto
semplicemente formale del voto consultivo"(15).
In tale maniera teologica il grande Papa supera il lato puramente
formale e giuridico del voto sinodale e lo colloca nel contesto
della Chiesa come organismo di comunione di fede. Ho avuto modo di
sperimentarlo in concreto, quando Egli domandava se tutte le
proposizioni approvate dal Sinodo fossero incluse nei relativi
progetti dei Documenti finali. Egli, inoltre, desiderava che tali
Documenti fossero anche nel titolo designati non solo come suoi ma
anche come sinodali. Da qui si è avuta la serie delle Esortazioni
non solo "apostoliche" ma anche "post-sinodali".
Questa impostazione delle proposizioni approvate nel Sinodo è quindi
considerata dal Papa teologicamente e qualitativamente più
vincolante che una semplice consultazione qualsiasi. Ma essa è anche
più esigente nei riguardi delle Conferenze episcopali, dei Vescovi
partecipanti e di tutti i Vescovi del mondo, sia nella preparazione
collegiale e comunitaria delle assemblee sinodali, che
nell'applicazione delle loro conclusioni. Così "il Sinodo fa
risaltare il nesso intimo tra la collegialità e il primato" (16).
Conclusione.
Attraverso l'istituzione del Sinodo dei Vescovi il primato valorizza
l' episcopato e la collegialità, ma quasi di ritorno ne esce
valorizzata la stessa funzione primaziale, a beneficio dell' intero
organismo vivo della Chiesa. Vorrei concludere con un'immagine
Il Sinodo dei Vescovi è come un cuore, cioè come una pompa che
raccoglie prima nelle e dalle comunità del corpo ecclesiale i
suggerimenti e le esperienze positive e negative della vita della
fede nelle chiese particolari del mondo, appunto come il cuore
aspira dalle membra il sangue consumato per ossigenarlo e rimandarlo
come fonte di nuove energie nelle membra. Così pure nelle assemblee
generali e nei circoli si opera il confronto e il discernimento
evangelico delle esperienze ecclesiali alla luce della fede, e nello
spirito della comunione si formulano le direttive che, con
l'autorità del Papa, principio visibile dell'unità, vengono rifuse
come sangue ossigenato e rinnovato, verso le chiese particolari a
profitto della vita ecclesiale in tutte le parti del Corpo mistico
di Cristo Una meravigliosa osmosi ecclesiale che si compie da
quarant' anni per opera della provvidenziale istituzione del Sinodo
dei Vescovi. Perciò il nostro augurio per questo "cammino insieme"
("syn¬odos") dei Vescovi è: vivat, crescat, floreat !
Note:
(1) La bibliografia sul Sinodo dei Vescovi è ormai ampia. Si veda
in: F.DUPRE LA TOUR OSB, Le Synode des Eveques dans le contexte de
la collégialitè, Rome 2002, 325-344, più breve in: J.TOMKO, Il
Sinodo dei Vescovi, natura-metodo-prospettive, Libreria Editrice
Vaticana, 1985, p.13,n.1.
(2) PAOLO VI, Motu proprio "Apostolica sollicitudo", AAS, 57 (1965),
p.776.
(3) GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione al Consiglio della Segreteria
Generale del Sinodo dei Vescovi, 16 dicembre 1978, AAS, 71 (1980),
p.107.
(4) K. WOJTYLA, O Synodzie Biskupov, in: Tygodnik powszechny, 5
marzo 1972.
(5) "Il Sinodo dei Vescovi", traduz.ital. di A.Kurczab, in: "Karol
Wojtyla e il Sinodo dei Vescovi" (a cura di G. SARRAF), Libr.Ed
Vaticana 1980, p.305-311
(6) J.TOMKO ha curato, nell'opera citata, la pubblicazione dei
principali contributi di questa riunione di studio: TOMKO J., Il
Sinodo dei Vescovi e Giovanni Paolo I/, p.13-44; RATZINGER J., Scopi
e metodi del Sinodo dei Vescovi, p.45-58; ANTON A., La collegialità
nel Sinodo dei Vescovi,p.59-111; MARRANZINI A., Sinodo dei Vescovi e
collegialità, p.112-120; CAPRILE G., Il Sinodo dei Vescovi e il suo
funzionamento, p.121-157.
(7) PAOLO VI, Motu proprio "Apostolica sollicitudo ", introduz.
(8) GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione al Consiglio della Segreteria
Generale del Sinodo dei Vescovi, 30 aprile 1983, AAS, 75 (1983),
p.649.
(9) GIOVANNI PAOLO II, Enc. "Redemptor hominis", n. 5, AAS, 71
(1979), p.264-265.
(10) GIOVANNI PAOLO II, Omelia per l'Ordinazione episcopale di J.
Tomko, 15 settembre 1979, L'Osservatore Romano, 17 -18 settembre
1979
(11) GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione al Consiglio della Segreteria
Generale del Sinodo dei Vescovi, 23 febbraio 1980, in L
'Osserv.Rom., 25-26febbraio 1980.
(12) GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione al Consiglio della Segreteria
Generale del Sinodo dei Vescovi, 30 aprile 1983, cit., p.651
(13) J.RATZINGER, Scopi e metodi del Sinodo dei Vescovi, in: J.
TOMKO, Il Sinodo dei Vescovi, o.c., p.48.
(14) K. WOJTYLA, Il Sinodo dei Vescovi, in: Tygodnik powszechny, 5
marzo 1972.
(15) GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione del 30 aprile 1983, cit., p.651
(16) Ibid, p.651
[00164-01.05] [NNNNN] [Testo originale: italiano]
● Quattro decenni di sviluppo istituzionale - Aspetti giuridici del
Sinodo dei Vescovi
S. Em. R. Card. Péter ERDÖ, Arcivescovo di Esztergom-Budapest
I. OSSERVAZIONI PRELIMINARI
La natura teologica del Sinodo dei Vescovi è stata appena presentata
in modo autorevole. Tra le basi teologiche immediate delle norme
giuridiche che regolamentano l'istituto quarantennale del Sinodo dei
Vescovi spiccano i principi che si trovano nei testi rispettivi del
Concilio Vaticano II sul collegio dei Vescovi, specialmente il
numero 22 della “Lumen Gentium” con le sue "Nota explicativa
praevia", la menzione concreta fatta sul Sinodo dei Vescovi nel
decreto “Christus Dominus” (5) che è stato approvato dopo
l'istituzione pontificia del Sinodo, avvenuta nel Motu Proprio
“Apostolica sollcitudo”[1], nonché nel ricco magistero di Papa Paolo
VI e di Giovanni Paolo II, il quale aveva a cuore in modo
particolare l'istituto del Sinodo dei Vescovi, al cui sviluppo ha
contribuito sostanzialmente durante i decenni del suo grande
pontificato. Dato che le caratteristiche fondamentali dell'istituto
del Sinodo sono state presentate in occasione del ventesimo
anniversario di questa istituzione[2], alla luce della visione di
Giovanni Paolo II, dal Cardo Jozef Tomko, allora Segretario Generale
del Sinodo dei Vescovi, ci limiteremo alla breve presentazione della
fisionomia giuridica del Sinodo dei Vescovi secondo il diritto
canonico vigente, cercando di riflettere sulla sua natura giuridica
come organo e anche sulle sue singole forme, funzioni e
manifestazioni che si sono cristallizzate nella prassi degli ultimi
decenni. In conclusione, cercheremo di individuare alcune linee
maestre del suo sviluppo ed alcuni punti centrali del suo ministero
nella promozione della collegialità episcopale e della comunione,
nonché nello studio e nella soluzione dei problemi connessi con la
missione della Chiesa nel mondo attuale.
II. LA NATURA GIURIDICA DEL SINODO DEI VESCOVI
1. Secondo i primi documenti costitutivi del Sinodo
Dopo diverse discussioni teoriche[3] oggi risulta pacifico che il
Sinodo dei Vescovi per sua natura non è un organo provvisto di
potestà di governo nella Chiesa. La sua natura e i suoi compiti sono
stati descritti già nel Motu Proprio “Apostolica sollicitudo” e
precisati nell'Ordo Synodi Episcoporum”[4].
Il documento pontificio costitutivo del Sinodo precisa la sua natura
descrivendo il Sinodo come: "a) un'istituzione ecclesiastica
centrale; b) rappresentante tutto l'episcopato cattolico; c)
perpetua per sua natura”[5]. Le finalità del Sinodo, sempre secondo
il Motu Proprio, sono: "a) favorire una stretta unione e
collaborazione fra il Sommo Pontefice e i Vescovi di tutto il mondo;
b) procurare un’ informazione diretta ed esatta circa i problemi e
le situazioni che riguardano la vita interna della Chiesa e l'azione
che essa deve condurre nel mondo attuale; c) rendere più facile
l'accordo delle opinioni almeno circa i punti essenziali della
dottrina e circa il modo di agire nella vita della Chiesa”[6]. Circa
la funzione del Sinodo il Motu Proprio stabilisce: "Al Sinodo dei
Vescovi spetta per sua natura il compito di dar informazioni e
consigli. Potrà anche godere di potestà deliberativa, quando questa
gli sia stata conferita dal Romano Pontefice, al quale spetta in tal
caso ratificare le decisioni del Sinodo"[7].
2. Secondo il vigente Codice di Diritto Canonico
Il vigente Codice di Diritto Canonico dedica un intero capitolo al
Sinodo dei Vescovi (cann. 342-348) inserendolo nella I Sezione del
Libro II che tratta della Suprema Autorità della Chiesa. La
regolamentazione adottata dal Codice riporta fedelmente le
disposizioni del Motu Proprio e dell' “Ordo Synodi Episcoporum”[8] o
rimanda al diritto peculiare (cioè a questi stessi documenti). Si
osserva comunque un certo sviluppo nel Codice rispetto ai testi
precedenti. Mentre il Motu Proprio parla di tre tipi di Assemblee
sinodali[9], cioè di Assemblea generale, straordinaria e speciale,
il Codice distingue due tipi principali: Assemblee generali e quelle
speciali, sottodistinguendo poi le Assemblee generali in ordinarie e
straordinarie (can. 345). All'Assemblea speciale è da
"assimilare"[10] quella particolare praticata per i Vescovi
olandesi[11]. L'uso della parola "particolare" per indicare tali
Assemblee sembra essere in armonia con il linguaggio canonistico,
nel quale le leggi si chiamano "particolari" se si riferiscono
soltanto ad un territorio determinato, mentre la legge "speciale"
riguarda un gruppo di persone determinate secondo un criterio
diverso da quello del territorio. Le Assemblee "speciali" convocate
per diversi continenti potrebbero essere chiamati pure "Assemblee
particolari". L'aspetto particolare, in ogni caso, va crescendo e le
Assemblee non generali (continentali ed altri) costituiscono ormai
nella prassi una forma importante del funzionamento dell'istituto
del Sinodo dei Vescovi.
a. La questione della rappresentatività
Già questa importanza dell'aspetto particolare spiega, perché il
Codice, a differenza del Motu Proprio e del decreto “Christus
Dominus”, nella definizione giuridica generale del Sinodo, data nel
canone 342, non dice più che il Sinodo è "l'Assemblea dei Vescovi
che rappresenta tutto l'Episcopato cattolico"(totius Episcopatus
catholici partes agens). I motivi dell'omissione dell'inciso utpote
totius catholici Episcopatus partes agens nel testo del canone 342
vengono indicati in allegato della risposta della Pontificia
Commissione per la Revisione del Codice di Diritto Canonico del 20
settembre 1983[12]. L'autore di questo allegato è stato Mons. Willy
Onelin, Segretario aggiunto e Relatore del coetus "De sacra
Hiererchia". I motivi da lui addotti sono:
1) L'espressione "rappresentante dell'Episcopato cattolico" è
"imprecisa giuridicamente", mentre, naturalmente "in una
dichiarazione teologica si presuppone, ed esattamente, come
affermazione di quella sollecitudine che tutti i Vescovi hanno non
solo della propria Chiesa particolare, ma anche delle altre Chiese e
della Chiesa universale", poiché secondo la Lumen Gentium (22-23) e
il Christus Dominus (6), "per divina disposizione e comando del
dovere apostolico ognuno, insieme con gli altri Vescovi, è garante
della Chiesa [13]. Dal punto di vista strettamente giuridico invece
non si può dire che un Vescovo abbia dei ruoli nelle altre Chiese,
perché la stessa Costituzione Lumen Gentium (23) dichiara che "i
singoli Vescovi, che sono a capo di Chiese particolari, esercitano
il governo pastorale sulla porzione del popolo di Dio affidata loro,
non sulle altre Chiese né su tutta la Chiesa". Teologicamente si può
dire che i Vescovi nel Sinodo devono avere sollecitudine anche di
quelle Chiese cui non presiedono, ma in senso giuridico "non si può
dire che i Vescovi nel Sinodo dei Vescovi rappresentano anche le
altre Chiese o sono delegati dalle stesse”[14]. Riflettendo oggi
sulla terminologia del Codice possiamo aggiungere, che i Vescovi
diocesani son rappresentanti ipso iure delle loro diocesi (can.
393), ma non delle altre.
2) Come secondo argomento Mons. Onclin aggiunge che, se il Sinodo
dei Vescovi rappresentasse veramente tutti i Vescovi, sarebbe come
il Concilio ecumenico e dovrebbe avere voto deliberativo, cosa che
il diritto canonico vigente non contempla.
3) Come terzo argomento viene indicato un fatto che oggi, con la
cresciuta importanza delle Assemblee particolari, diventa sempre più
attuale, e cioè che delle Assemblee speciali fanno parte soprattuto
dei Vescovi scelti da quelle regioni per le quali il Sinodo è stato
convocato. Non si può parlare quindi di rappresentanza di tutto
l'Episcopato cattolico come nota essenziale del Sinodo dei Vescovi
in generale.
Per tutto ciò è chiaro che nel Sinodo dei Vescovi non agisce
l'intero Collegio dei Vescovi, per cui i suoi atti non sono atti da
attribuire giuridicamente all'intero Collegio. (Synodus Episcoporum,
Dec. Part., Pastor Aeternus, 1967. X. 27, nr. II, 2: Leges IV, 5669:
"Celebratio Synodi Episcoporum proprie actus Collegii Episcoporum
dici nequit"). Secondo il parere autorevole del Cardo JozefTomko,
questa doveva esser stata la ragione per cui Papa Paolo VI, nel Motu
Proprio Apostolica Sollicitudo ha evitato in modo assoluto l'uso
della parola "collegialità", "intesa troppo spesso nelle discussioni
conciliari nel senso stretto canonico"[15].
Se confrontiamo la posizione giuridica del Sinodo con le forme dell'
esercizio della suprema potestà del Collegio dei Vescovi stesso che
vengono elencate nel canone 337, la differenza risulta chiarissima.
Oltre al Concilo ecumenico si danno due altre forme dell' esercizio
di questa suprema potestà: le azioni dei Vescovi dispersi nel mondo
che vengono indette o accettate come tali dallo stesso Sommo
Pontefice (§ 2), o altri modi scelti dal Papa per l'esercizio
collegiale di queste funzioni potestative (o altre funzioni del
Collegio dei Vescovi) (§ 3). Siccome il diritto che costituisce e
regolamenta l'istituto del Sinodo dei Vescovi dice espressamente di
non dare come regola generale potestà "decisionale" cioè potestà di
governo nel senso tecnico del Codice vigente al Sinodo (can. 343),
certo che il Sinodo non entra nella categoria accennata nel § 3 del
canone 337 per l'esercizio della potestà suprema del Collegio dei
Vescovi. Senza il consenso del Papa, iVescovi del mondo non
potrebbero neanche delegare dei rappresentanti per esercitare questa
funzione potestativa del Collegio, perché già la delega dovrebbe
essere un atto dell'intero Collegio che non si dà senza il consenso
del suo capo[16]. I membri eletti del Sinodo dei Vescovi vengono
eletti, inoltre, non da tutti i Vescovi cattolici[17] del mondo,
cioè da tutti i membri del Collegio dei Vescovi (cf. Lumen Gentium
22; can. 336), ma dalle Conferenze Episcopali nazionali[18], delle
quali non sono membri di diritto i Vescovi emeriti (can. 450) che
proprio negli ultimi tempi cominciano costituire una parte
importante dell’Episcopato e che sono naturalmente membri di pieno
diritto del Collegio dei Vescovi (can. 336). Questo rimane vero
anche se, secondo la risposta del 10 ottobre 1991 della Pontificia
Commissione per l'Interpretazione dei Testi Legislativi, i Vescovi
emeriti (cf. can. 402 § 1) possono essere eletti a membri
dell'Assemblea del Sinodo dei Vescovi[19].
Per quanto riguarda la questione della rappresentanza delle
Conferenze Episcopali che scelgono diversi membri del Sinodo, è
stato ufficialmente precisato che i Vescovi delegati al Sinodo
"possono esprimere il loro parere personale e nella votazione votare
secondo la propria scienza e coscienza”[20]. Questo sembra ancor più
necessario se prendiamo in considerazione la natura delle Conferenze
Episcopali e della loro funzione magisteriale, chiarita nel Motu
Proprio Apostolos suos del 21 maggio 1998[21]. Appartiene inoltre
alla fisionomia del Sinodo dei Vescovi una mutua comunicazione. Come
aveva formulato l'allora Cardinale Wojtyla nel suo intervento
nell'Aula sinodale, il 15 ottobre 1969: "Comunione...indica anche
una certa comunicazione reciproca...Una tale comunicazione consiste
in un dare non semplicemente esterno dei beni, ma implicante anche
un'interna partecipazione delle persone stesse. Essa consiste,
altresì, nel ricevere i beni”[22]. Questo processo così ricco di
scambio di beni non può essere pieno, se il risultato delle
discussioni non si esprime anche nel voto. Un mandato vincolato dei
padri sinodali, limitato da qualche Conferenza Episcopale, sarebbe
quindi una diminuzione delle funzioni del Sinodo stesso.
b. Potestà del Sinodo dei Vecovi?
Come abbiamo già accennato, il Sinodo dei Vescovi come tale non ha
potestà di governo ecclesiastico. Bisogna aggiungere però che il
chiarimento tecnico della nozione della potestas regiminis nella
Chiesa è avvenuto in modo autorevole con la promulgazione del Codice
di Diritto Canonico del 1983 (soprattutto nei cann. 129-135). Prima
si parlava spesso di potestas iurisdictionis e potestas ordinis o -
nel contesto dell' insegnamento del Concilio Vaticano II - anche di
una sacra potestas. Nel linguaggio giuridico-canonico attuale si
cerca di evitare l'uso della parola potestas per funzioni o capacità
che non entrano nell'ambito della potestà di governo. Per alcune
autorizzazioni che sono connesse con l'esercizio del sacramento
dell'ordine il Codice preferisce l'uso della parola facultas, dove
il Codice Pio - Benedettino parlava ancora di giurisdizione. È stato
precisato già nella Nota explicativa praevia aggiunta alla
Costituzione “Lumen Gentium” che, benché ogni Vescovo riceva con
l'ordinazione episcopale una partecipazione ontologica speciale alla
tria munera, alla triplice funzione o missione di Cristo (n. 2), ha
bisogno di una determinazione giuridica da parte dell'autorità
competente per poter esercitare concretamente una potestà. Secondo
il canone 129 del Codice vigente con l'ordinazione si dà una
capacità ad ottenere la potestà di governo (potestatis
regiminis..habiles sunt, qui ordine sacro sunt insigniti). Nel
diritto canonico attuale si evita ormai di chiamare "potestà" le
capacità ontologiche o i diritti soggettivi semplici.
Per tutto questo sviluppo secondo la terminologia giuridico-canonica
attuale non si potrebbe più dire in senso tecnico - come a fatto ha
suo tempo Bertrams[23] - che il Sinodo ha una "potestà consultiva"
che sarebbe inoltre "propria ed ordinaria" di questo organo della
Chiesa. Il Codice vigente conosce la divisione di "potestà ordinaria
e delegata" soltanto per quanto riguarda la potestà di governo (can.
131). Per tutto ciò non ha senso usare concetti tecnici come quello
della potestà per analizzare la funzione consultiva veramente tipica
ed importante del Sinodo dei Vescovi [24]. Il Sinodo ha il prezioso
diritto di far conoscere al Papa i suoi pareri che sono stati
accettati secondo un modello collegiale, ma questo diritto non può
chiamarsi potestà di governo[25].
Abbiamo già costatato sopra, che il Sinodo dei Vescovi non ha
neanche potestà delegata dal Collegio dei Vescovi. Qui bisogna
aggiungere che esso non può avere neppure una vera potestà di
governo delegata dai singoli Vescovi, dato che, secondo il canone
135 § 2 la potestà legislativa non può essere delegata che dalla
Suprema Autorità della Chiesa, ma anche per la potestà esecutiva e
quella giudiziaria vale che i singoli Vescovi diocesani non hanno
una potestà di governo propria e concretamente capace ad essere
esercitata per altre Chiese particolari o per la Chiesa universale.
La Costituzione “Lumen Gentium”, al suo n. 23, infatti, dice: "I
singoli Vescovi, che sono preposti alle Chiese particolari,
esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del popolo di
Dio che è stata loro affidata, non sopra le altre Chiese, né sopra
la Chiesa universale".
III. LE FUNZIONI DEL SINODO
1. Oggetti da trattare nel Sinodo
Il Codice vigente riassume le finalità, i diritti e gli obblighi del
Sinodo dei Vescovi in un elenco più conciso di quello del Motu
Proprio Apostolica Sollicitudo. Non vengono più distinti i fini
generali da quelli speciali. Secondo il canone 342 il Sinodo ha per
scopo di "favorire una stretta unione fra il Romano Pontefice e i
Vescovi" e di "prestare aiuto con...consiglio al Romano Pontefice
nella salvaguardia e nell'incremento della fede e dei costumi, nell'
osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica" e
inoltre di "studiare i problemi riguardanti l'attività della Chiesa
nel mondo". Da questo elenco risulta chiaro che cosa si può trattare
nel Sinodo. Tre sono le materie indicate, ma viene precisato nel
canone pure il punto di vista della trattazione sinodale.
Sulla fede e sui costumi si deve trattare per la loro salvaguardia e
incremento, cioè "non si può mettere in dubbio la fede della
Chiesa," ma si può esaminare, cercare le più adeguate espressioni
della fede, non solo quelle verbali "ma , in vari modi, reali”[26].
Così non possono essere oggetto di discussione i documenti del Sommo
Pontefice come tali, "poiché l'autorità del Sinodo proviene da
quella del Papa, ma anche il Concilio Ecumenico, come assemblea del
Collegio dei Vescovi, non ha nessuna autorità attualmente o
potenzialmente opposta al suo Capo”[27]. Ciò non impedisce la
ricerca di dare una spiegazione più chiara o una più profonda
esposizione all'argomento. Per quanto riguarda l'esame dei documenti
dei dicasteri della Curia Romana approvati in forma semplice dal
Sommo Pontefice, una discussione rispettosa sembra pensabile. Il
Sinodo certamente potrebbe esprimere - come scrisse Papa Benedetto
XVI, allora Cardinale Joseph Ratzinger - un consiglio anche per
confermare o modificare una disposizione disciplinare[28]. Così
siamo arrivati all'aspetto disciplinare della funzione del Sinodo.
Quanto all'osservanza e al consolidamento della disciplina, dalla
formula usata nel Codice si vede che non si tratta, tra i compiti
del Sinodo, di indebolire la disciplina, ma neanche di riformare
soltanto per il cambiamento stesso. Una modifica a qualche norma
giuridico-canonica non è scopo di sè, ma deve consolidare quella
disciplina che risponde alla realtà teologica della Chiesa, alla
realtà dei sacramenti e, in generale, alla missione della Chiesa
considerata teologicamente con sensibilità anche per le situazioni
che si presentano nella vita quotidiana. Per la conoscenza di queste
situazioni il Sinodo può essere un quadro istituzionale utilissimo,
prestando occasione allo scambio di informazioni ed esperienze, per
fornire notizie dalle chiese particolari al Romano Pontefice, dal
Sommo Pontefice ai singoli Vescovi, ma anche tra i Vescovi. Quanto
al carattere giuridico e alla forma di questa attività del Sinodo,
il canone 343 chiarisce che al Sinodo non spetta dirimere le
questioni "ed emanare decreti su di esse, a meno che in casi
determinati il Romano Pontefice, cui spetta in questo caso
ratificare le decisioni del Sinodo, non gli abbia concesso potestà
deliberativa". Per tale concessione però non conosciamo alcun
esempio nella storia di questa istituzione. In conformità a quello
che abbiamo detto sulle questioni dottrinali, vale anche in materia
disciplinare che il Sinodo non può mettere in discussione delle
norme disciplinari di diritto divino. In questi casi può trattarsi
piuttosto dei modi migliori della loro esecuzione. Per norme di puro
diritto umano sono pensabili delle proposte di modifiche,
indirizzate al Romano Pontefice.
Il terzo campo in cui il Sinodo è chiamato a prestare aiuto al
Successore di Pietro è lo studio dei problemi riguardanti l'attività
della Chiesa nel mondo. In questo settore sembra ancor più
necessario lo scambio di informazioni e notizie, e ciò non soltanto
per i Vescovi e per le chiese particolari che sono direttamente
interessate nella questione trattata, ma anche per tutti gli altri
che possono organizzare aiuti spirituali e materiali per i più
bisognosi e possono vedere la propria situazione nel contesto più
grande della Chiesa universale e del mondo. Tale confronto sembra
pure utilissimo per poter valutare o, se del caso, anche
ridimensionare conflitti o pretese teologicamente problematiche che
si presentano nella propria chiesa locale. Benché il Sinodo debba
dare i suoi consigli al Romano Pontefice, può sembrare a volte
necessario che esso alzi la sua voce nell'unità sui grandi problemi
del mondo. La forza di tali manifestazioni è tuttavia più grande se
anche queste prese di posizioni vengono dirette non ai 'mass-media,
ma al Papa, il quale potrà poi rilasciare una dichiarazione con
riferimento anche al consiglio sinodale. Quando tuttavia il Sinodo
dei Vescovi o qualsiasi altro organo ecclesiale prende posizione in
queste questioni generali del mondo, bisogna tener presente che tali
organi partecipano all'esercizio della missione della Chiesa stessa.
La competenza della Chiesa, infatti, si estende in questo campo a
due ambiti principali, come riassume, in base al n. 76 della Gaudium
et spes, il canone 747 § 2. Essi sono l'esposizione dei principi
morali circa l'ordine sociale, e la facoltà di giudicare le attività
umane, in quanto lo esigono i diritti fondamentali della persona
umana o la salvezza delle anime.
La situazione del mondo può essere trattata anche da un altro punto
di vista, cioè sotto l'aspetto dell'attività della Chiesa che deve
svolgersi a volte tra circostanze straordinarie o del tutto nuove.
Così può essere a volte opportuno che il Sinodo, oltre a proporre
delle dichiarazioni di tipo teologico-morale, suggerisca al Romano
Pontefice qualche norma giuridico-canonica perché l'attività della
Chiesa possa rispondere meglio alle circostanze del mondo.
2. Il modo di esercitare le funzioni del Sinodo
La formula usata nel canone 342 chiarisce che i Vescovi partecipanti
al Sinodo danno i loro consigli al Romano Pontefice, cioè non al
Collegio dei Vescovi, nè direttamente all'intero popolo di Dio e
neanche alle autorità politiche o al mondo. A questo accento
giuridico risponde in modo eccellente il genere delle esortazioni
apostoliche post-sinodali, nelle quali il Sommo Pontefice utilizza
la ricchezza dei consigli del Sinodo e si rivolge all'intera Chiesa
o ad una parte di essa. Benché il Motu Proprio “Apostolica
Sollicitudo” abbia accennato al fatto che i Vescovi radunati al
Sinodo "apportano al Supremo Pastore della Chiesa un aiuto”[29],
parlando dei consigli esso non precisava ancora che questi consigli
vanno dati al Romano Pontefice[30]. La più chiara precisazione
adottata nel Codice è in armonia con quella affermazione generale
che si trova nel canone 334, dove parlando del Romano Pontefice
viene ribadito che il Sinodo dei Vescovi (insieme con il Collegio
dei Cardinali o anche con altre istituzioni come sarebbero, secondo
gli interpreti, gli organi della Curia Romana) è una delle
espressioni dell'aiuto e della collaborazione che i Vescovi prestano
al Succesore di Pietro. Non ci sono però casi o questioni indicati
nel diritto canonico, nei quali il Papa dovrebbe consultare il
Sinodo dei Vescovi. Il Sinodo quindi ha il diritto di esprimere la
propria opinione o il proprio desiderio verso il Romano Pontefice,
se egli lo domanda, ma il Pontefice non è giuridicamente obbligato a
chiedere un consiglio sinodale. Per conseguenza non esistono atti
pontifici, per la validità dei quali sarebbe necessaria una tale
consultazione nel senso del canone 127.
"Il fatto che il Sinodo abbia normalmente una funzione solo
consultiva - come ribadisce Giovanni Paolo II, nella sua esortazione
apostolica post-sinodale “Pastores gregis”[31] - non ne diminuisce
l'importanza. Nella Chiesa, infatti, il fine di qualsiasi organo
collegiale, consultivo o deliberativo che sia, è sempre la ricerca
della verità o del bene della Chiesa. Quando poi si tratta della
verifica della medesima fede, il consensus Ecclesiae non è dato dal
computo dei voti, ma è frutto dell'azione dello Spirito, anima
dell'unica Chiesa di Cristo".
Quanto al metodo concreto che si è sviluppato lungo i decenni,
possiamo costatare che esso è interamente collegiale nel senso che
tutto il dinamismo sinodale viene animato da tale spirito. Seguendo
l'elenco del Cardo Jozef Tomko e confrontandolo con lo sviluppo
degli ultimi anni si delinea il quadro seguente:
l. La scelta del tema viene fatta in modo collegiale, perché la
Segreteria del Sinodo chiede alle Conferenze Episcopali di
presentare temi per la futura assemblea. Le proposte vengono
studiate dal Consiglio della Segreteria generale. Il Consiglio
presenta poi il risultato delle sue analisi con i propri
suggerimenti al Santo Padre.
2. Successivamente il Consiglio elabora i Lineamenta che si inviano
alle Conferenze Episcopali. Sin dalla preparazione del Sinodo del
1983 sulla riconciliazione e sulla penitenza, i Lineamenta vengono
pubblicati. Questo favorisce certamente una discussione più larga
dell' argomento.
3. Le reazioni e i suggerimenti vengono sintetizzate dalle
Conferenze Episcopali, dai Sinodi delle Chiese cattoliche orientali
sui iuris, dai Dicasteri della Curia Romana, dall'Unione dei
Superiori Maggiori e mandate alla Segreteria del Sinodo. In base a
questo il Consiglio della Segreteria generale del Sinodo con l'aiuto
di esperti elabora l' Instrumentum laboris. Tale documento serve
come base per il lavoro del Sinodo. Così è logico che lo ricevono
generalmente quei Vescovi che sono stati eletti dalle Conferenze
Episcopali come partecipanti al Sinodo e i presidenti delle
Conferenze Episcopali. Dal 1983 esso è stato mandato a tutti i
Vescovi, ed è stato anche pubblicato, nonostante il suo carattere
preliminare e sussidiario. Ma il fatto della pubblicazione indica
che la discussione pubblica del tema del Sinodo può anche aiutare
quello scambio di esperienze e suggerimenti che è uno degli scopi
del Sinodo stesso. Negli anni successivi sono stati pubblicati anche
altri Instrumentum laboris[32].
4. I Vescovi partecipanti al Sinodo possono quindi, oltre alle loro
riflessioni personali, rendere noti all'assemblea anche i
suggerimenti dei Vescovi del loro paese, anche se non sono mandatari
nel senso giuridico più stretto della loro Conferenza Episcopale, ma
hanno un voto libero (vedi sopra). L'opinione di una Conferenza
Episcopale come tale in materia dottrinale sarebbe del resto molto
problematica sia per quanto riguarda la maggioranza necessaria che
per la qualità della presa di posizione stessa[33]. Più importante
sembra ancora la possibilità che i padri sinodali confrontano le
loro esperienze concrete della vita di fede e cercano di formulare
delle linee direttrici. All'Assemblea generale, sia negli
interventi, che dopo nelle discussioni nei circuli minores e
finalmente nella formulazione e votazione delle proposizioni o
conclusioni è abbastanza largo lo spazio per lo scambio di doni. È
anche per questo che non pochi padri sinodali tornano nella loro
patria con il senso di aver imparato molto.
5. Lo spirito e il metodo collegiale sono presenti anche alla fine
del Sinodo e nella fase successiva che negli ultimi tempi è sempre
più collegata con la redazione dei documenti, specialmente dal
Consiglio della Segreteria Generale. Questo Consiglio, secondo il
canone 348 § 1 è "composto di Vescovi, alcuni dei quali vengono
eletti,...dallo stesso sinodo dei Vescovi, altri nominati dal Romano
Pontefice; l'incarico di tutti costoro però cessa quando inizia la
nuova assemblea generale". Il documento finale o i documenti del
Sinodo possono avere varie forme. Alla fine dell'Assemblea generale
del 1971 sono state pubblicate due dichiarazioni sinodali con
approvazione pontificia[34]. Al Sinodo del 1974 non si è riusciti a
redigere un documento finale, ma si è rivolto al Papa chiedendo la
composizione di un documento in base ai lavori sinodali. Il
documento pontificio è stato chiamato poi ufficialmente "Esortazione
Apostolica”[35]. Nei Sinodi del 1977, 1980, 1983 e successivi è
stato pubblicato un Messaggio dei Padri sinodali[36], mentre le
proposizioni sono state trasmesse al Sommo Pontefice, il quale ha
raccolto i frutti del lavoro sinodale in esortazioni apostoliche
promulgate con la propria suprema autorità. Questo metodo è stato
adottato anche successivamente con la differenza che il documento
pontificio che ha seguito il Sinodo è stato chiamato "Esortazione
Apostolica post-sinodale", sin dalla “Reconciliatio et paenitentia”.
Anche le proposizioni accettate alla fine delle Assemblee generali
sono state, sin dal 1987, più volte, abusivamente, pubblicate[37]
Mentre la pubblicazione dell' “Instrumentum laboris” sembra per sua
stessa natura favorire la preparazione del Sinodo, la pubblicazione
delle Propositiones non sembra essere richiesta dalla natura delle
cose, perché questo documento si dirige unicamente al Romano
Pontefice, non essendo il Sinodo chiamato per dare consigli a tutto
il mondo, ma specialmente al Papa. Del metodo e del significato
delle esortazioni apostoliche che valorizzano i risultati dei lavori
sinodali, a proposito dell'Esortazione Apostolica “Familiaris
Consortio”, il Segretario Generale, ha rilevato all' Assemblea
generale del 1983, per volontà di Giovanni Paolo II, che questa
forma "avrebbe da un lato l'autorità morale di una assemblea così
altamente qualificata e dall'altro l'autorità giuridica oltreché
morale vincolante per tutta la Chiesa, proveniente ex munere petrino
Summi Pontificis adprobantis. Un tale documento potrebbe essere un
ulteriore segno della collegialità e della più marcata
sinodalità”[38]. Il riferimento al valore giuridico del documento
pontificio emanato dopo il Sinodo sembra esprimere prima di tutto
l'obbligatorietà anche giuridica delle dichiarazioni magisteriali
del Romano Pontefice. Ma implicitamente questa spiegazione della
natura del documento pontificio contiene anche la possibilità che il
Romano Pontefice, servendosi dei risultati dei lavori di un'
Assemblea del Sinodo dei Vescovi, magari ascoltando le notizie delle
difficoltà pratiche nelle diverse chiese particolari e le rispettive
proposte sinodali, emani una norma giuridica con contenuto
strettamente disciplinare. Tale documento potrebbe far riferimento,
anch'esso ai lavori sinodali che lo hanno preceduto. In questo senso
sembra senz'altro possibile nel futuro anche la promulgazione di un
Motu Proprio post-synodale, con contenuto disciplinare-normativo.
IV. CONCLUSIONI
Riassumendo i fenomeni dello sviluppo del Sinodo dei Vescovi risulta
prima di tutto che esso rende possibile che i grandi problemi della
vita della Chiesa e del mondo vengano affrontati in un ambiente dove
tutti hanno la possibilità di esprimere il proprio pensiero. E
questo contribuisce al consolidamento dell'unità dei Vescovi intorno
al Romano Pontefice. Tutti hanno anche la possibilità di conoscere
la posizione della Santa Sede e del Successore di Pietro, e possono
scambiare opinioni con gli altri Vescovi. L'esperienza maturata in
quarant'anni dimostra che il Sinodo è uno strumento utile che ha
reso grandi servizi al rafforzamento della comunione della Chiesa e
nel miglioramento dell'esercizio del ministero pastorale[39].
Il fatto che i risultati dei Sinodi vengano pubblicati sempre di più
in forma Esortazione Apostolica, e che dalla metà degli anni Ottanta
questa porti persino nella sua denominazione ufficiale l'espressione
"post-sinodale", sembra molto appropriato, anzi più adatto che le
altre forme praticate all'inizio della storia del Sinodo dei
Vescovi, perché è veramente il Sommo Pontefice che deve far tesoro
dei consigli sinodali che per la natura del Sinodo sono indirizzati
a lui e non direttamente al pubblico. Sembra una soluzione fortunata
anche il fatto che il Santo Padre fa menzione delle basi sinodali di
questi suoi documenti.
Alcuni si lamentano della lunghezza di questi documenti. Tale
problema è piuttosto generale nella cultura occidentale. Il pubblico
legge meno, e dei documenti lunghi moltissimi si informano
attraverso i mass-media. Accontentarsi di tali informazioni non è in
nessun modo sufficiente quando si tratta di un'Esortazione
Apostolica, ricca di sfumature teologiche e pastorali.
L'accessibilità a questi documenti anche su internet aiuta molto
nella consultazione diretta. Sembra necessario, però, cercare anche
altre forme appropriate perché la voce del Papa e dei Vescovi arrivi
ai sacerdoti e ai fedeli del mondo. Questi problemi non riguardano
solo il Sinodo dei Vescovi, perché sono tipici della cultura
odierna. Da una parte cresce la quantità dell’informazione,
dall’altra parte diventa sempre più difficile per i singoli lettori
studiare e capire a fondo tutto quello che viene offerto. Eppure è
anche necessario per l'effetto sociale di un pensiero una certa
quantità di presenza nei mass-media. Anche le consultazioni di
diversi gruppi di persone devono avere una certa frequenza e
dimensione, malgrado il peso per i partecipanti. Pare che il Sinodo
sia riuscito a trovare un giusto equilibrio anche sotto questo
aspetto.
Riguardo ai consigli sinodali in materia disciplinare sembrano
possibili anche altri generi di documenti con carattere
giuridico-normativo, nei quali il Sommo Pontefice, dopo
consultazioni così importanti coi Vescovi, come sono i Sinodi, aiuta
le chiese particolari nel risolvere i loro problemi disciplinari in
unione con la Chiesa universale. Non si tratterebbe qui di una forma
collettiva della legislazione, ma di un modo sfumato di approccio
della realtà.
Un altro fenomeno caratteristico dello sviluppo dell'istituto del
Sinodo dei Vescovi è che le assemblee speciali o particolari,
specialmente quelle continentali sembrano diventare ormai regolari.
Dato che il Sinodo non rappresenta giuridicamente l'intero Collegio
dei Vescovi, risponde bene alla sua natura anche questa nuova forma.
L'insieme delle chiese particolari di un continente comincia formare
ormai ovunque una realtà speciale di grande importanza pastorale.
Preghiamo con fiducia la Provvidenza divina affinchè il Sinodo dei
Vescovi, questo eccellente strumento di comunione, possa portare dei
frutti preziosi anche nel futuro.
[1] PAOLO VI, Motu Proprio Apostolica sollicitudo, 15 settembre
1965: AAS 57 (1965) 775-780.
[2] J. TOMKO, Il Sinodo dei Vescovi e Giovanni Paolo II, in A. ANTON
- G. CAPRILE - A. MARRANZINI - J. RA TZINGER - J. TOMKO, Il Sinodo
dei Vescovi. Natura, metodo, prospettive, a cura di J. Tomko (Storia
e attualità XI), Città del Vaticano 1985, 13-44.
[3] Per un riassunto di queste discussioni vedi per es. TOMKO, Il
Sinodo 23-29; G. P. MILANO, Il Sinodo dei vescovi, Milano 1985,
67-68; ID., Il sinodo dei vescovi. Natura, funzioni,
rappresentatività, in AA VV., La synodalité. La participation au
gouvernement dans l'Église. Actes du VIle congrès international de
Droit canonique. Paris, Unesco, 21-28 septembre 1990, Paris 1992 (=
L'Année Canonique. Hors série, voI. I), I, 167-182; 1. L ARRIETA, El
Sinodo de los Obispos, Pamplona 1987,70-71; F. DUPRÉ LA TOUR, Le
Synode des Éveques dans le contexte de la collégia/ité. Une étude
théologique de Pastor Aeternus à Apostolos Suos (Pontificia
Universitas Sanctae Crucis. Facultas Theologiae. Thesis ad
Doctoratum in Theologia), Romae 2002, 217-237.
[4] Ordo Synodi Episcoporum Celebrandae 1966: AAS 59 (1967) 91 ss.;
Ordo Synodi Episcoporum Celebrandae Recognitus et Auctus 1969: AAS
61 (1969) 525-539; Ordo Synodi Episcoporum Celebrandae Recognitus et
Auctus cum Additamentis, Typ. PoI. Vat. 1971.
[5] PAOLO VI, Motu Proprio Apostolica sollicitudo, 15 settembre
1965, n. I: AAS 57 (1965) 776.
[6] Ibid. n. II, 776-777.
[7] Ibid. n. III, 777.
[8] Per l'iter della codificazione di questa materia vedi M. BRAVI,
Revisione e legislazione codiciale (del Sinodo), in Il Sinodo dei
Vescovi, P.U.G., Roma 1995, 169-186.
[9] PAOLO VI, Motu Proprio Apostolica sollicitudo, 15 settembre
1965, n. IV: AAS 57 (1965) 777.
[10] TOMKO 17.
[11] AAS 72 (1980) 215-250.
[12] Prot. N. 5150/83, pubblicato con l'allegato in A. ANTON - G.
CAPRlLE - A. MARRANZINI - J. RATZINGER - J. TOMKO, Il Sino do dei
Vescovi. Natura, metodo, prospettive, a cura di J. Tomko (Storia e
attualità XI), Città del Vaticano 1985, 179-181.
[13] Ibid. 180.
[14] Ibid.
[15] TOMKO 20.
[16] Cann. 331,336; Conc. Vat. II, Const. Lumen Gentium 22b; Nota
explicativa praevia 4; Decr. Christus Dominus 4, ecc.
[17] O più precisamente: aventi la piena comunione con il Successore
di Pietro. Sui diversi sensi della parola cattolico nel diritto vedi
P. ERDÖ, Il cattolico, il battezzato e ilfedele in piena comunione
[18] Ordo Synodi Episcoporum Celebrandae Recognitus et Auctus cum
Additamentis, Typ. Pol. Vat. 1971, Art. 5, § 1, 1) a.
[19] AAS 83 (1991) 1093.
[20] TOMKO 27; cf. Explicationes quaedam circa "Ordinem Synodi
Episcoporum celebrandae recognitum et auctum" (1977), art. 38.
[21] AAS 90 (1998) 641-658.
[22] Citato in TOMKO 32.
[23] W. BERTRAMS, Commentarium in Litteras Apostolicas "Apostolica
Sollecitudo", in Periodica 55 (1966) 124. Cf. DUPRÉ LA TOUR218-219.
[24] Questa posizione è stata già fonnulata prima della
promulgazione del Codice vigente (cf. W. A YMANS, Das synodale
Element in der Kirchenverfassung, Milnchen 1970,255-260), ma è stata
confennata in modo decisivo dal testo definitivo del Codice di
Diritto Canonico del 1983.
[25] Cf. A YMANS 260.
[26] J. RA TZINGER, Scopi e metodi del Sinodo dei Vescovi, in A.
ANTON - G. CAPRILE - A. MARRANZINI ¬J. RA TZINGER - J. TOMKO, Il
Sinodo dei Vescovi. Natura. metodo, prospettive, a cura di J. Tomko
(Storia e attualità XI), Città del Vaticano 1985,55.
[27] Ibid.
[28] Ibid. (il Sinodo "potrebbe... esprimere un consiglio sia per
confermare che per modificare, anche, una disciplina").
[29] PAOLO VI, Motu Proprio Apostolica sollicitudo, 15 settembre
1965, n. I: AAS 57 (1965) 776.
[30] Ibid. n. II: AAS 57 (1965) 776.
[31] N. 58.
[32] Vedi per es. GIOVANNI PAOLO II, Ep., Rursus Episcoporum et
Instrumentum laboris, Il tema, 22 aprile 1987: Enchiridion Vaticanum
X, 1140-1211, m. 1581-1731.
[33] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Motu Proprio Apostolos suos, 21 maggio
1998: AAS 90 (1998) 641-658.
[34] Decl., Ultimis temporibus, 30 novembre 1971: AAS 63 (1971)
898-922; Decl, Convenientes ex, 30 novembre 1971: AAS 63 (1971)
923-942.
[35] Evangelii Nuntiandi, cf. Decl. part., In Spiritu Sancto, 25
ottobre 1974: Leges Ecclesiae V, 6860-6863.
[36] Nuntius part., Cum iam, 28 ottobre 1977: LegesEcclesiae V,
7361-7368; Nuntius part., Nos Patres 25 ottobre 1980: Leges
Ecclesiae VI, 8061-8065; Nuntius part., Cor hominum, 25 ottobre
1983: Leges Ecclesiae VI, 8687-8688; Decl. part., Experientia
spiritualis, 8 dicembre 1985: Leges Ecclesiae VI, 9238-9247; Nuntius
part., Nos episcopi, 8 dicembre 1985: Leges Ecclesiae VI,
9247-9249;. Nuntius, Iam instante, 29 ottobre 1987: Enchiridion
Vaticanum X, 1516-1532, m. 2215-2243; Nuntius ad populum Dei, Per
viginti et quinque, 28 ottobre 1990: Leges Ecclesiae VIII,
11962-11966; Nuntius, At the end ofthe Synod, 27 ottobre 1994: Leges
Ecclesiae VIII, 13238-13244; Messaggio, Riuniti a Roma, 25 ottobre
2001: Enchiridion Vaticanum XX, 1305-1316, nr. 2016-2046.
[37] Propositiones, Post disceptationem, 29 ottobre 1987:
Enchiridion Vaticanum X, 1438-1514, nr. 2103-2214. [38] SYNODUS
EPISCOPORUM, Relatio Secretarii Generalis de laboribis Secretariae
Generalis Synodi et praesertim Consilii eiusdem Secretariae inter
duos Coetus Generales Synodi Episcoporum 1980-1983, Typ. PoI. Vat.
1983, 13. Cit. in TOMKO 22.
[39] Cf. DUPRÉ 322.
[00135-01.07[NNNNN] [Testo originale: italiano]
II. COMUNICAZIONI
● Il Sinodo Particolare per Batavia - Assemblea Speciale per i Paesi
Bassi
S. Em. R. Card. Adrianus SIMONIS, Arcivescovo di Utrecht (Membro
dell'Assemblea sinodale)
L’origine di questo Sinodo fu determinata dalla situazione molto
difficile della Chiesa in Olanda dopo il cosiddetto “Concilio di
Noordwijkerhout” degli anni 1966 - 1969, nel periodo che seguì il
Concilio Vaticano II e anche dopo il famoso catechismo olandese del
1966. In questo “Concilio di Noordwijkerhout”, organizzato dai
vescovi olandesi di allora, furono affrontati tutti quei temi che in
seguito avrebbero interessato tutta la Chiesa dell’Ovest: come
l’autorità nella Chiesa, la liturgia, il sacerdozio ministeriale in
relazione al sacerdozio comune, il celibato, la posizione della
donna nella Chiesa, l’ecumenismo e naturalmente la morale sessuale.
La tendenza di questo “Concilio” era molto progressista e aveva
suscitato la curiosità dei mass-media interessati nelle discussioni
che rappresentavano una svolta riguardo al Vaticano II.
Conseguenza fu una grande polarizzazione fra i fedeli, ancora più
rafforzata dalla nomina, come vescovo di Rotterdam, alla fine
dell’anno 1970, di un certo Cappellano Simonis e, un anno dopo, di
Mons. Gijsen. Ambedue erano considerati conservatori e “vassalli di
Roma”. Infatti la polarizzazione era anche entrata nella Conferenza
episcopale all’interno della quale andava crescendo una situazione
di conflitto e incompresione tra gli stessi Vescovi.
Anche il Cardinale Willebrands, il quale adesso ha 96 anni e che
saluta cordialmente tutti i presenti, e che nel 1975 era successo al
Cardinale Alfrink, non riusciva a ristabilire l’unità. Fu lui a
parlare prima con il Papa Paolo VI e poi con il Papa Giovanni Paolo
II. Ricordo ancora bene: era un sabato sera quando, insieme, fummo
ricevuti da Papa Giovanni Paolo II alla sua tavola. Era il dicembre
del 1978. Quella sera il Papa s’interessò solamente alla situazione
riguardante le scuole e le università cattoliche, la formazione del
clero e la novità dei cosi detti operatori pastorali: laici, uomini
e donne con una formazione completa di teologia, in numero sempre
più crescente i quali erano considerati come una nuova specie di
ministero pastorale nelle parrocchie con tutti i problemi del loro
“status” e competenze in campo liturgico e pastorale. Sono convinto
che in quella sera naque l’idea del Sinodo Speciale per i Paesi
Bassi. Dopo i colloqui personali fra il Papa e tutti i vescovi
olandesi il Sinodo fu convocato, dallo stesso Santo Padre dal 14 al
31 gennaio del 1980. Comunque sia, il Papa deve avere capito che la
problematica della Chiesa in Olanda avrebbe potuto influire, in
futuro, su tutta la Chiesa: la sua fede, la dottrina, la morale e la
disciplina. In ogni caso il Papa dedicò più di due settimane del suo
tempo prezioso per realizzare questo Sinodo, in cui furono discussi,
in segreto ma anche con franchezza, tutti i problemi “caldi” che i
Vescovi possono immaginare.
Presenti sempre il Santo Padre stesso, e il Presidente delegato, da
lui nominato, il Cardinal Danneels. Con grande stima penso a lui che
accettò questa nomina delicata, anche se poche settimane prima era
stato trasferito da Antwerpen a Brussel, come successore del
Cardinal Suenens. Erano presenti alcuni capi dicasteri, e il
Cardinal Tomko, l’allora Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
e che certamente può raccontare tanti particolari di quel Sinodo.
Presenti erano, naturalmente, tutti i 7 vescovi residenziali, due
ausiliari e due rappresentanti dei religiosi, fra cui l’attuale
vescovo di Rotterdam Mons. Van Luyn, salesiano.
Il Sinodo stesso fu un evento intenso, una vera scuola di
fraternità, di collegialità effettiva ed affettiva. Il risultato del
Sinodo venne riassunto in 44 risoluzioni riguardanti i vescovi ed il
loro compito, i sacerdoti e il loro significato essenziale, i
religiosi, i laici in genere, ed in specie gli operatori pastorali e
le loro competenze e, poi, alcuni settori della vita ecclesiale.
Durante la messa conclusiva del 31 gennaio, nella Cappella Sistina,
queste decisioni furono sottoscritte in modo solenne da tutti i 17
partecipanti, nove dei quali già sono morti.
Come Vescovi abbiamo vissuto una atmosfera di gioia, ma anche di
timore perché sapevamo che le decisioni, dopo la loro pubblicazione,
avrebbero incontrato, nella grande maggoranza dei sacerdoti e degli
operatori pastorali, un clima di scontento e disapprovazione.
Rientrati in patria tutti i Vescovi si adoperarono per incontrare,
personalmente, sacerdoti ed operatori pastorali, per spiegare
l’importanza di queste decisioni, ma, generalmente, non furono
accettate. Così che taluni Vescovi dopo un anno, pubblicamente
dichiararono che il Sinodo particolare non aveva giovato. Però, per
14 anni il Card. Schotte, successore del Card. Tomko, convocò ogni
anno una Commissione speciale, di cui anche il Card. Danneels ed io
eravamo membri, per promuovere l’applicazione delle risoluzioni
sinodali. Personalmente penso che il Sinodo particolare ha portato,
certamente, una rinnovata chiarezza nel campo della fede e della
disciplina nella nostra Chiesa. Ho vissuto questo Sinodo come
l’inizio di un processo e di una sicura strada.
E anche se le decisioni non sono ancora pienamente effettuate,
lentamente vedo una crescita nell’accettazione, soprattutto dai
giovani che non sanno niente del passato della polarizzazione ma
vogliono essere cattolici normali. Il Sinodo particolare, tuttavia,
rimane attuale per i vescovi odierni nel nostro compito di guidare
il popolo di Dio in Batavia, come chiama l’Instrumentum Laboris il
nostro paese.
[00124-01.07] [NNNNN] [Testo originale: italiano]
● Convocation of the Special Assembly -Assemblea Speciale per
l'Africa
S. E. R. Mons. Paul VERDZEKOV, Arcivescovo di Bamenda (Membro
dell'Assemblea sinodale e del Consiglio postsinodale)
Almost twenty-four years after the decision of Pope Paul VI to
establish the Synod of Bishops, his Successor, Pope John Paul II,
announced on 6 January 1989, the Solemnity of the Epiphany, that he
decided to convoke a Special Assembly for Africa of the Synod of
Bishops. It was his desire right from the very onset, “to ensure
that this Synod would be authentically and unequivocally African. At
the same time, it was of fundamental importance that the Special
Assembly should be celebrated in full communion with the universal
Church.” To this Special Assembly for Africa of the Synod of
Bishops, Pope John Paul II assigned the following theme: “The Church
in Africa and her Evangelising Mission Towards the Year 2000: ‘You
shall be my witnesses’ (Acts 1:8).”
In the eyes of Pope John Paul II, it seemed appropriate to convoke
this Special Assembly for the purpose of promoting “an organic
pastoral solidarity throughout Africa and the adjacent Islands.” He
added, furthermore, that in preparation for the Special Assembly,
all concerned “should cover all the important aspects of the life of
the Church in Africa, and in particular should include
evangelization, inculturation, dialogue, pastoral care in social
areas and the means of social communications.”
Preparation for the Special Assembly, and the celebration of the
Special Assembly itself, achieved a great deal to raise awareness
and consciousness about the unity of the Catholic Church in every
part of the African continent. In particular, African Catholics
became more conscious of the unity of Catholics of North Africa and
of Egypt with the Catholics of all the countries of the Sub-Saharan
Africa.
AFRICA HAS CHANGED SINCE THE SPECIAL ASSEMBLY
In an Address presented to the Twelfth Plenary Assembly of SECAM
held at Mondo Migliore, near Rome, in October 200, five years after
the promulgation of the Post-Synodal Apostolic Exhortation Ecclesia
in Africa, Cardinal Jan Pieter Schotte, the then-General Secretary
of the Synod of Bishops, said, inter alia:
“Of the fifty-three African countries, seventeen, or one-third, have
been the object of armed conflicts of varying length and varying
intensity, but which have once again sown death and desolation on
this continent. Cardinal Schotte went on to cite Pope John Paul II
who manifestly spoke of this political situation, saying: “Today, in
the greatest silence, intimidation and killing still continue....I
wish to address the political leaders of these countries: if violent
attainment of power becomes the norm, if democratic representation
is systematically put aside, if corruption and the arms trade
continue to rage, then Africa will never experience peace or
development.
WHAT HAS THE CHURCH IN AFRICA DONE WITH THE POST-SYNODAL APOSTOLIC
EXHORTATION ECCLESIA IN AFRICA?
In an effort to implement the guidelines and Orientations given by
Pope John Paul II in Ecclesia in Africa, the Church in Africa has
striven, over the last ten years, to carry out what the Special
Assembly prescribed with regard to Evangelisation, namely:
Proclamation, Inculturation, Dialogue, Justice and Peace and the
Media of Social Communication.
Mindful of the fact that only 14% of the total population of Africa
was made up of Catholics ten years ago, the Church in Africa has
striven, over the last ten years, to intensify its Proclamation of
the Gospel to Non-Christians, increasingly and unceasingly updating
her channels for that Proclamation. Mindful of Christ’s mandate:
“Go, therefore, make disciples of all nations” (Mt 28:19), the
Church in Africa has recognised, over the last ten years, that the
Proclamation of the Gospel is meant for all the people of Africa,
without exception.
With regard to Inculturation, namely, the process b y which
Catechesis takes flesh in the various African cultures, the Church
in Africa has certainly endeavoured to carry out the clear
Orientations of the Special Assembly in this regard,. Two
fundamental criteria of genuine Inculturation have ever been kept in
mind by African bishops, namely, compatibility with the Gospel and
communion with the Universal Church.
With regard to the Liturgy in particular, it must be recognised that
errors have indeed occurred, here and there, out of ignorance of
what Ecclesia in Africa actually said about Inculturation. While
such few and scattered errors certainly need to be firmly corrected,
the overall picture, with regard to Inculturation, especially in the
Liturgy, demonstrates that over the last ten years, the Church in
Africa has endeavoured to be uncompromisingly faithful to the
following words of Pope John Paul II addressed to the Bishops of
Kenya in May 1980:
“By respecting, preserving and fostering the particular riches and
values of your people’s cultural heritage, you will be in a position
to lead them to a better understanding of the mystery of Christ,
which is also to be lived in the noble, concrete and daily
experience of African life. There is no question of adulterating the
Word of God, or emptying the Cross of its power (cf. 1 Cor 1:17),
but rather of bringing Christ into the very centre of African life
and of lifting up all African life to Christ. Thus, not only is
Christianity relevant to Africa, but Christ, in the Members of his
Body, is African.”
With regard to Dialogue, the Church in Africa has certainly
endeavoured, ever since the publication of Ecclesia in Africa ten
years ago, to foster and encourage better relationships and
cooperation with other Christian Churches and Ecclesial Communities.
Wherever possible, the Church in Africa has concretely manifested
her willingness to engage in constructive dialogue and cooperation
with Islamic Communities.
With regard to dialogue with African Traditional Religion, the
Particular Churches of Africa have certainly striven over the last
ten years, in different ways, to follow the Orientations of Ecclesia
in Africa. In this Dialogue with Adherents of African Traditional
Religion, the African Bishops, while openly rejoicing on account of
the innumerable “seeds of the Word” which they contain, and on
account of the fact that they can constitute a preparation for the
Gospel, have, nevertheless, been mindful at all times of the
following words of Pope Paul VI:
“We wish to point out, above all today, that neither respect for
these religions nor the complexity of the questions raised, is an
invitation to the Church to withhold from these non-Christians the
proclamation of Christ. On the contrary the Church holds that these
multitudes have the right to know the riches of the mystery of
Christ....”
In the realm of Justice and Peace, the Church in Africa has
certainly striven to be “the voice of the voiceless” as demanded by
the Special Assembly. Active Justice and Peace Commissions have been
set up in most Parishes, in most Particular Churches, and at the
level of several Episcopal Conferences.
Finally, with regard to the Means of Social Communication, Ecclesia
in Africa certainly gave our Particular Churches much needed
impulsion towards active evangelising action in the world of the
Media which are more recognised as a cultural world of its own and
in need of being evangelised.
THE CHURCH IN AFRICA HAS CHANGED SINCE THE PROMULGATION OF ECCLESIA
IN AFRICA
The Post-Synodal Apostolic Exhortation Ecclesia in Africa, came
twenty-six years later, in harmonious continuity with the famous
phrase pronounced by Pope Paul VI in Rubaga Cathedral, Uganda, on 31
July 1969: “By now, you Africans are missionaries to yourselves. The
Church of Christ is well and truly planted on this blessed soil.”
The Pontiff was addressing the closing session of the Symposium of
Episcopal Conferences of Africa and Madagascar (SECAM).
In an Address given by the current Chairman of SECAM at Notre Dame
University, Indianapolis, on 3 March 2005, we are informed that “the
African Church itself has taken a new face since 1994...In the ten
years between 1994 and 2004...about 65% of the African episcopate
has been replaced since our last Synod ten years ago.”
In his Address to the Plenary Assembly of SECAM in October, 2300,
Cardinal Jan Pieter Schotte made the following pertinent
observation:
“While on the one hand, the rapidity of Episcopal renewal is a cause
of joy because of the new sap that is flowing in the veins of the
episcopal body and the fountain fo youth which it is procuring for
it, on the other hand, it implies a certain apprehension, for most
of the new Pastors have not fully participated in the Synod. Now the
implementation of the resolutions of Ecclesia in Africa require
first of all, a change in mentality in order to go beyond ethnic
ideology—each Pastor taking pains to act in such a way that each of
his faithful feels truly a member in a total capacity of the
Church—Family of God—to combat the corruption in society and to
encourage civil peace.”
At the General Audience on Wednesday, 22 June 2005, the Successor of
St. Peter, Benedict XVI, received the Members of the Special Council
for Africa of the Synod of Bishops. To all, Pope Benedict XVI said,
inter alia:
“In a special way, I greet the Members of the Special Council for
Africa of the Synod of Bishops who are meeting during these days at
the General Secretariat of the Synod. Confirming what my venerable
and dear Predecessor, Pope John Paul II, had decided on 13 November
last year, I wish to announce my intention to convoke the Second
Special Assembly of the Synod of Bishops for Africa. I have the hope
that such an Assembly will give a new impetus to evangelisation on
the African Continent, to a consolidation and growth of the Church
and to the promotion of reconciliation and peace.”
The decision of our Holy Father Pope Benedict XVI, to convoke, in
the future, the Second Special Assembly of the Synod of Bishops for
Africa, in harmonious continuity with the First Special Assembly,
happily meets the hopes, desires and prayers of the Catholics of the
African Continent.
[00123-01.06] [NNNNN] [Testo originale: inglese]
● Le Synode des Évêques dans son Assemblée Speciale pour le Liban -
Assemblea Speciale per il Libano
S. E. R. Mons. Cyrille Salim BUSTROS, M.S.S.P., Eparca di Newton,
Stati Uniti d'America (Relatore Generale dell'Assemblea sinodale e
membro del Consiglio postsinodale)
Le 13 avril 1975 un conflit armé éclata à Beyrouth entre les membres
d‘un parti politique chrétien et des miliciens palestiniens armés.
Ce conflit déclencha la guerre libanaise qui dura 15 ans. Commencée
pour des motifs politiques, cette guerre prit par la suite un visage
religieux, les musulmans libanais s’étant vite rangés du côté des
palestiniens qui sont en grande majorité musulmans. Ces
palestiniens, venus au Liban en réfugiés en 1948 à la suite de la
guerre israélo-arabe en Palestine, ont constitué avec le temps des
organisations armées dont l’effectif militaire a dépassé l‘effectif
même de l’armée libanaise.
Au cours de ces années de guerre, des conflits sanglants opposèrent
les chrétiens d’un côté et les musulmans soutenus par les
organisations palestiniennes armées de l’autre côté. L’armée
libanaise s’effrita, la république libanaise était sur le point de
se dissoudre. L’accord de Taëf conclu entre les parlementaires
libanais sous le patronage de l’Arabie Saoudite en 1989 mit fin à la
guerre, mais mit le Liban sous la domination directe de la Syrie.
Les libanais demeurèrent divisés tant au point de vue politique
qu’au point de vue religieux. Des chrétiens ont même pensé à la
partition du Liban en deux pays: l’un chrétien et l’autre musulman.
Devant cette situation dramatique, le Pape Jean-Paul II eut une
initiative prophétique. Il convoqua une «Assemblée Spéciale du
Synode des Evêques pour le Liban», qui se réunit à Rome en novembre
1995.
Des délégués orthodoxes et protestants y furent invités ainsi que
des délégués des trois communautés musulmanes: chiite, sunnite et
druze. Ce synode fut pour le Liban une nouvelle résurrection et une
nouvelle Pentecôte. L’Esprit d’unité et de collaboration s’y
répandit à travers toutes les institutions et structures de la
société libanaise.
L’Exhortation Apostolique qui suivit le synode fut signée par le
pape Jean-Paul II lors de sa visite historique au Liban le 10 mai
1997, qui fut accueillie avec une grande affection par tous les
libanais, chrétiens et musulmans, tant au niveau officiel qu’au
niveau populaire, qui groupa un million de personnes, ce qui veut
dire le quart de la population du Liban.
Cette Exhortation Apostolique, avec son titre “une espérance
nouvelle pour le Liban”, devint pour tous les libanais, chrétiens et
musulmans, un document de première importance, et fut l’objet de
nombreux congrès, conférences, sessions d’études dans les
universités, les paroisses, les cercles de jeunesse, à la
télévision, à la radio et dans la presse écrite. Elle fut aussi
pendant plusieurs années le document d’étude de l’ “Assemblée des
Patriarches et Évêques du Liban” car elle appelle au renouveau de
l’Église catholique au Liban tant au niveau de sa vie intérieure
qu’au niveau de ses relations avec les autres Églises Orthodoxes et
Protestantes et de ses relations avec les communautés musulmanes, et
au niveau de sa mission dans la société et la politique libanaise et
dans l‘ensemble des pays arabes. Et les libanais, tant musulmans que
chrétiens, ne cessent de répéter jusqu’à présent le mot par lequel
le pape Jean-Paul II a défini la mission du Liban: “le Liban est
plus qu’une patrie; il est un message pour l’Orient et l’Occident,
un message de convivialité et de collaboration entre diverses
religions”.
Des musulmans qui ont participé en tant que délégués au synode ont
même proposé de présenter ce message comme modèle de convivialité à
des pays tels que l’Afghanistan et l’Irak où vivent les uns à côté
des autres des croyants de diverses communautés religieuses.
Dans le climat international actuel d’‘opposition entre le monde
occidental libre et démocrate et certaines parties du monde musulman
imprégnées de fondamentalisme et d’extrémisme, le Synode pour le
Liban conserve sa mission d’appel à l’Orient comme à l’Occident,
ainsi qu’aux diverses religions du monde, pour vivre l’unité dans la
diversité, à l’image des 18 communautés religieuses qui constituent
la mosaïque de la société libanaise: l’unité dans la promotion des
valeurs humaines de paix, de justice, de collaboration et
d’acceptation de l’autre, et diversité des religions, des
communautés et des cultures. Le Synode pour le Liban a été une
grande grâce accordée par le Seigneur à tous les libanais, ainsi
qu’aux chrétiens du monde arabe, et restera, avec la mémoire du pape
Jean-Paul II, un événement d’extrême importance et de grande date
dans l’histoire du Liban et de l’Église universelle.
[00162-03.04] [NNNNN] [Texte original: français]
● Frutos del Sínodo de América - Assemblea Speciale per l'America
S. Em. R. Card. Juan SANDOVAL IÑIGUEZ,Arcivescovo di Guadalajara
(Relatore Generale dell'Assemblea sinodale e membro del Consiglio
postsinodale)
Su Santidad Juan Pablo II de feliz memoria, tuvo una intuición
profética que se convierte en una tarea para los pastores y fieles
del Continente Americano. En 1992, al celebrarse en Santo Domingo
los 500 años del comienzo de la evangelización del Nuevo Mundo, dijo
el Papa a los obispos ahí reunidos para la IV Conferencia General
del Episcopado Latinoamericano que sería conveniente celebrar alguna
reunión con los obispos de América del Norte.
La propuesta del Papa nos sorprendió por lo inesperada, pero se fue
difundiendo y encontró un eco positivo en los episcopados de uno y
otro hemisferio. De tal manera que en 1994 pudo el Papa precisar su
idea y convocar a un Sínodo de América en el contexto de la
preparación del Gran Jubileo de la Encarnación.
Estábamos acostumbrados a hablar de América del Norte, del Centro,
del Sur y del Caribe y sobre todo, estábamos acostumbrados a vivir,
en lo que a Iglesia se refiere, paralelamente. No obstante algunas
sugerencias sobre la terminología en uso, el Papa mantuvo firme la
expresión "Sínodo de América" para indicar sobre todo una tarea, la
de construir la unidad del Continente Americano en base a la fe en
Cristo.
Eran dos Iglesias: la de Estados Unidos y Canadá de más reciente
fundación, nacidas en medio de una sociedad prevalentemente
protestante, y la de América Latina que nació católica desde sus
orígenes por la acción evangelizadora de España y Portugal. Dos
iglesias que vivieron separadas, en las que se dieron contactos
esporádicos, pero podemos decir, que ni oficiales ni programados.
Ya durante los trabajos de preparación los integrantes de la
"Comisión Preparatoria del Sínodo", nos fuimos percatando de los
muchos elementos de unidad del Continente. El primero y más
importante de todos, la fe en Cristo. América es hoy el continente
cristiano, con un 62% de católicos y poco más de un 30% de hermanos
protestantes de distintas denominaciones; el deseo de libertad y de
democracia con la valoración del individuo tienen su asiento en
América; la presencia multiétnica de europeos: sajones, latinos,
eslavos, así como de los indios aborígenes y los grupos de
americanos de origen africano, se da en varios países; problemas
comunes son la pobreza, la migración, el narcotráfico, etc.
El Sínodo de América se realizó del 16 de noviembre al 12 de
diciembre de 1997, concluyendo, en la fiesta de Nuestra Señora de
Guadalupe, que es otro elemento unificador de gran importancia
religiosa y cultural para América.
El mutuo conocimiento durante y después del Sínodo se ha ido
traduciendo en cercanía afectiva y estima, en conciencia compartida
de muchos problemas comunes que requieren ser abordados en un
esfuerzo común. Este espíritu de cercanía y colaboración ha
facilitado los contactos, ya sea de Conferencias Episcopales, como
de obispos o de comunidades religiosas y movimientos de apostolado
para pedir y ofrecer ayuda, en un intercambio de dones espirituales
y materiales. Estos contactos no son ya esporádicos sino fruto del
espíritu propiciado por el Sínodo de América y la consecuente carta
post-sinodal "Ecclesia in America" de su santidad Juan Pablo II. El
lema del Sínodo "Encuentro con Jesucristo vivo, camino de
conversión, de comunión y de solidaridad de América" ha centrado en
Jesucristo todas las motivaciones para la comunión eclesial, la
colaboración y los proyectos pastoral es de las distintas iglesias.
La Secretaria General del Sínodo en nombre del Consejo post-sinodal
ha enviado sucesivas cartas circulares a las conferencias
episcopales, a los dicasterios de la Curia Romana, a los organismos
de la vida consagrada y a otras entidades eclesiásticas, solicitando
informes sobre las actividades que se están realizando en orden a
llevar a la práctica las indicaciones del documento post-sinodal.
Las respuestas recibidas ofrecen un amplio panorama de encuentros y
realizaciones que empiezan a poner en práctica la visión de unidad y
comunión que tuvo el Papa Juan Pablo II al convocar el Sínodo de
América.
Se enumeran algunos ejemplos. Han respondido a las preguntas de la
Secretaría del Sínodo 19 Conferencias Episcopales, es decir, el 80%
del total. Hay respuestas del CELAM y de las reuniones de obispos de
Estados Unidos, Canadá y Latinoamérica. Es muy significativo el
cambio de denominación de estas reuniones que antes del Sínodo de
América se llamaban "Reunión Interamericana de Obispos", ahora se
llaman "Reunión de los obispos de la Iglesia en América". En ellas
se han tratado problemas como el de la deuda externa (cfr. EA, 59),
las migraciones (cfr. EA, 65) o las respuestas que hay que dar desde
la fe en Cristo a la globalización (cfr. EA, 20, 25).
De igual manera la mayoría, por no decir la totalidad, de los
dicasterios de la Curia Romana han dado respuesta a la Secretaria
General del Sínodo sobre la aplicación de la Carta post-sinodal
"Ecclesia in America". Varios organismos de la vida consagrada han
informado de la recepción y aplicación de la carta post-sinodal.
El texto de la exhortación apostólica fue firmado por el Papa Juan
Pablo II en México en la Basílica de Guadalupe, el 25 de enero de
1999 y publicado por la Libreria Editrice Vaticana en cinco lenguas:
italiano, español, francés, inglés y portugués. Además, el texto ha
sido difundido ampliamente a través de importantes publicaciones:
por el Secretariado del Consejo Episcopal Latinoamericano, por la
Comisión Pontificia para América Latina, por la Arquidiócesis de
Guadalajara con prólogo de un servidor para difundirlo en México y
por la Conferencia Episcopal de los Estados Unidos.
Es necesario que el texto se siga difundiendo, ya sea en ediciones
completas o sintéticas con carácter de resumen, como lo han hecho
las Conferencias Episcopales de Canadá, Perú y Argentina.
Muchas Conferencias Episcopales han dedicado más de una asamblea
plenaria al estudio y aplicación de la doctrina y propuestas
pastorales de "Ecclesia in America" y a la luz de ella, han
estructurado sus planes de pastoral, vgr. Argentina, Bolivia,
Brasil, Cuba, Chile, Ecuador, Guatemala, Venezuela y México. El plan
pastoral del CELAM 1999-2003. Lleva por título "Encuentro con
Jesucristo vivo en el horizonte del tercer milenio".
Se puede afirmar, que casi no existe documento de Conferencias
Episcopales o de obispos en que no se cite la carta post- sinodal
"Ecclesia in America". Es la siembra de una semilla que ya está
comenzando a dar fruto abundante.
Proyectos que ha propiciado el espíritu del Sínodo de América, son
por ejemplo: la fiesta litúrgica de Nuestra Señora de Guadalupe del
12 de diciembre extendida a todo el Continente Americano por la
Congregación para el Culto Divino (25-3-1999); fue una petición del
Sínodo vivamente recomendada por el Papa Juan Pablo II (cfr. EA,
11).
La canonización de Juan Diego, humilde mensajero de la Virgen de
Guadalupe, realizada en México por el Papa Juan Pablo II el 31 de
julio de 2002, había sido pedida por el Consejo post-sinodal
juntamente con la Comisión Pontificia para América Latina en orden a
poner en práctica el n. 15 de "Ecclesia in America" que invita a
exaltar los frutos de santidad del Continente Americano.
El Catecismo de Doctrina Social de la Iglesia, recientemente
publicado por el Pontificio Consejo de Justicia y Paz, fue una
petición del Sínodo de América, benignamente acogida e impulsada por
el Papa Juan Pablo II.
Entre los encuentros para poner en práctica la exhortación
post-sinodal merecen destacarse el de la Comisión Pontificia para
América Latina (CAL) del 20 al 23 de marzo de 2001, de la
Conferencia de Obispos Católicos de Estados Unidos, que centró sus
esfuerzos en el año 2000 sobre los temas de evangelización, comunión
entre las iglesias locales, preparación y distribución del clero,
formación de los laicos, quehacer de la parroquia, ecumenismo,
migraciones, y comunicaciones sociales. El Pontificio Consejo para
la Cultura organizó en Puebla, México, del 4 al 7 de junio de 2001
una reunión para reflexionar sobre las posibilidades de responder a
la petición del Santo Padre en el n. 70 de "Ecclesia in America"
sobre la evangelización de la cultura. La Conferencia Episcopal de
México hizo una aplicación a la realidad nacional el año 2000 en una
carta que lleva por título: "Del Encuentro con Jesucristo a la
Solidaridad con Todos", que ha tenido hondas repercusiones en los
ámbitos religioso y social.
El Congreso Misionero Latinoamericano (COMLA) que se venía
celebrando periódicamente en el ámbito latinoamericano, adquirió
dimensión continental y pasó a ser: "Congreso Americano Misionero"
(CAM).
Un ejemplo concreto del espíritu de solidaridad lo constituye una
iniciativa denominada "Texas- Oklahoma" en el que 16 diócesis de
Estados Unidos, apadrinan a 7 diócesis de Honduras.
Los obispos de las diócesis fronterizas de México y Estados Unidos,
lugar donde se da el mayor flujo de personas que cruzan una
frontera, legal o ilegalmente, han organizado varias reuniones sobre
migrantes (cfr. EA, 65), y recientemente se ha publicado un
documento conjunto de las Conferencias Episcopales de Estados Unidos
y México sobre el tema de las migraciones.
Respondiendo a la expresado en el n. 37 de "Ecclesia in America",
algunas diócesis de uno y otro país han establecido vínculos de
hermandad y cooperación. Un ejemplo de ello es el Seminario abierto
en la ciudad de México para preparar sacerdotes que atiendan
principalmente a los fieles de habla hispana en Estados Unidos. Va
creciendo el intercambio de seminaristas y sacerdotes que van de
Estados unidos a México para aprender español y conocer la cultura,
y de sacerdotes y seminaristas que van de México a Estados Unidos a
atender pastoralmente a los hispanoparlantes.
Por razón de la brevedad del tiempo se omiten otras experiencias,
estimando que éstas son suficientes para darse una idea de los
frutos que comienza a dar el Sínodo de América, el mayor de los
cuales es, sin lugar a dudas, la nueva mentalidad que se va
difundiendo de construir la unidad del Continente Americano sobre la
base de las hondas raíces de su identidad cristiana.
En el contexto del fenómeno más o menos reciente pero irreversible
de la globalización, la intuición del Papa Juan Pablo II alertó
oportunamente a los Pastores de América en orden a caminar al ritmo
de la sociedad actual e imprimir a la globalización el sello de la
unidad y de la caridad de Cristo.
[00137-04.07] [NNNNN] [Texto original: español]
● Some positive results of the Special Assembly for Asia of the
Synod of Bishops - Assemblea Speciale per l'Asia
S. Em. R. Card. Paul SHAN KUO-HSI, S.I., Vescovo di Kaohsiung
(Relatore Generale dell'Assemblea sinodale e membro del Consiglio
postsinodale)
FOREWORD
I was asked to present a report on the positive results of the The
Special Assembly for Asia of the Synod of Bishops. To present a
brief but also comprehensive report on all the positive results
seems difficult, not only because the time given to me is too short,
but also because there is a great variety of particular Churches
with different Apostolic traditions, liturgies, spiritualities,
theological schools, missionary activities, etc., not to mention
their socio-economical, geo-political, cultural and racial
differences. I choose, therefore, to highlight only some positive
results on the following three thological areas, namely
Christological, Pneumatological and Ecclesiological for which the
Synod Fathers have had special concerns.
1. ON CHRISTOLOGICAL AREA: 'THE UNIQUENESS AND UNIVERSALITY OF
SALVATION IN JESUS' ("Ecclesia in Asia" n.14)
This fundamental article of the Christian faith has been challenged
in the last decades even by some Christian theologians. They
proposed their arguments from two sources. One source is the
statistical fact that there are so many great religions, such as
Judaism, Islam, Hinduism, Buddhism, Taoism and Christianity in Asia,
except in the Philippines is still a tiny minority after two
thousand years of Jesus' birth. Another source is from the Vatican
Council II's document"Lumen Gentium" (n.16) on the salvation of the
non-Christians. Their conclusion from both arguments is that Jesus
Christ is not the unique but one of many saviours.
Here is not the proper place to discuss and refute the above
mentioned arguments against the uniqueness and universality of
salvation in Jesus, but only to present a brief report on the
positive result of the Special Assembly in this special
Christological area. To my own knowledge, all the particular
Churches in Asia under the leadership of their Bishops now are
grasping the above mentioned article of doctrine of faith more
firmly than before the Special Assembly. And the few people, who
provoked the arguments against the article of faith, are keeping
quiet either in teaching or in writing.
2. ON PNEUMATOLOGICAL AREA: 'THE SPIRIT IS NOT AN ALTERNATIVE TO
CHRIST' ("ECCLESIA IN ASIA' N.l6)
The tendency of the above mentioned few people to separate the
activity of the Holy Spirit from that of Christ would jeopardize the
truth of Jesus as the unique Saviour of all. Most of them who
proposed that the Holy Spirit as an alternative to Christ works
separately through the other religions for the salvation of people,
would like to promote more easily the interreligious dialogue.
It is not the proper purpose of this paper to discuss and refute the
above mentioned tendency, but only to present the positive result of
the Special Assembly for Asia of the Synod of Bishops in the
Pneumatological area. After the publication of "Ecclesia in Asia",
at least I have not read any new books or articles contrary to the
consensus of the Synod Fathers and teaching of "Ecclesia in Asia" in
regard to the pneumatological theology.
3. ON ECCLESIASTICAL AREA: 'THE UNION AND UNITY OF TIlE CATHOLIC
CHURCH' ("ECCLESIA IN ASIA" DO. 24-28)
Communion and unity are the characteristics of the Catholic Church.
But some political powers in Asia assume the very internal affairs
of communion and unity of the Catholic Church as their own national
affairs. Their main purpose of doing this is to create an
"Independent Church" modeled on that of the Anglican Church.
The great concern of the Synod Fathers for the above mentioned
danger is reflected very clearly in the Post-Synodal Apostolic
Exhortation "Ecclesia in Asia" (nn. 24-28). After the publication of
"Ecclesia in Asia", both the particular Churches and the political
powers know very well that the bottomline of the Catholic Church's
doctrine of faith on communion and unity cannot be compromised,
though the danger is not yet over. But there are signs that the
position of the political powers on this area is mitigated as little
bit lately.
CONCLUSION
In a very short time and limited space I have pointed out some
positive results of the Special Assembly for Asia of the Synod of
Bishops on the above mentioned three theological areas. There are
many other positive results in many other areas, such as pastoral,
missionary, social, charitable, etc. If you want to know more, you
can read my longer report.
[00163-02.06] [NNNNN] [Original text: English]
● The Special Assembly of the Synod of Bishops for Oceania - Assemblea Speciale
per l'Oceania
S. E. R. Mons. John Atcherley DEW, Arcivescovo di Wellington (Membro
dell'Assemblea Speciale) legge il testo del Cardinale Thomas S.
Williams, Arcivescovo emerito di Wellington (Presidente delegato
dell’Assemblea Speciale)
PRE-SYNOD PLANNING
The Oceania Synod very nearly did not take place.
The notes prepared by Pope John Paul II for the 1995 Consistory to
plan for the Jubilee Year 2000 envisaged only four regional (or
continental) synods. Oceania was to be subsumed under Asia. That
seemed logical. Although the Pacific Ocean (which gives the region
its name) covers 181 millionsquare kilometres, about one-third of
the world's surface, the twenty-six nations encompassed by it
contain a population of less than 35 million, 0.6% of the world's 6
billion inhabitants.
The appeal of the Oceania Cardinals for a specifically Oceania Synod
was supported by the Consistory, and accepted by the Holy Father.
Had there been the one combined synod for Oceania and Asia, the
voice of Oceania would not have been heard. Asian concerns,
ecclesial, political and economic, the interface of the Asian Church
with the great World Religions, the Church's struggle to survive in
nations under antagonistic totalitarian regimes - these would have
taken over the agenda. The handful or two of delegates from Oceania
would have been inevitably have been marginalised. So rather than
Oceania being swallowed and silenced by artificial alignment with
Asia, the Holy Father presided over Oceania's own Assembly.
The Oceania Synod differed from the other four regional Synods in
that it was the shortest in duration, the smallest in terms of
numbers, and the most inclusive in the sense that all Oceania's
active bishops were present.
A fourth difference was that, in order to achieve a properly
balanced Synod membership, Pope John Paul II accepted the
Pre-Synodal Council's recommendation that the Curial members be
reduced from the normal 23 to 14.
PASTORAL PREPARATION
A significant number of dioceses involved their clergy, religious,
parishes and lay associations in responding to the Lineamenta. Thus,
even before the Synod had commenced, it was bearing good fruit
through the pastoral formation of the faithful as they joined their
bishops in exploring the theme of "Jesus Christ and the Peoples of
Oceania: Walking his Way, Telling his Truth, Living his Life".
THE SYNOD ASSEMBLY
The Synod proper commenced with the impressive opening Mass in St
Peter's Basilica. It included the dancing and singing which are an
intrinsic part of major liturgical celebrations in the Pacific. That
some Curial officials took exception to the sight of tattooed Samoan
men in traditional dress dancing in the Basilica was perhaps
indicative of the gulf which can exist between those striving for
inculturation in the Liturgy, and those making judgments on it from
outside the culture and from within their own cultures.
The normal Synodal process was followed over the next three weeks.
There was the inevitable dilution of heartfelt appeals and prophetic
insights voiced by individual bishops in the plenary sessions, as
consensus propositions were formulated in the “circoli minori”. The
desire to speak with a united voice ruled out putting to the vote
proposals which enjoyed considerable general support, but in regard
to which some did not wish to "rock the boat"... on the ordination
to priesthood of 'viri probati', for example, to remedy the
situation in some parts of Oceania where the Mass, as some bishops
phrased it, has become for the faithful a rare privilege rather than
a right.
In total, 48 propositions were voted on. All but a handful achieved
large majorities and were submitted to the Holy Father.
BACK IN OCEANIA
When the bishops returned to their dioceses, two or three days
travel from Rome, they found considerable interest in what had taken
place. In Australia, unfortunately, the media confused the Synod
with another meeting which had taken place a week prior to the
Synod. At the request of the Holy See, a number of Australian
bishops had met with the Heads of some Dicasteries. The "Statement
of Conclusions" from that meeting was released to the media as the
Synod commenced. As a result, the returning bishops were met with a
barrage of media interest in the "Statement", while the Synod was
virtually ignored.
PATIENT EXPECTATION
During the three full years waiting for the Post-Synodal Apostolic
Exhortation, "Ecclesia in Oceania", bishops found it difficult to
maintain the interest of their priests and people in the Synod.
Without that document, there could be no Synodal input into pastoral
planning and programmes.
Almost eleven months before "Ecclesia in Oceania" was electronically
promulgated to the local Churches on 22 November 2001, Pope John
Paul II gifted to the Church of the third millennium his remarkable
Apostolic Letter, "Novo Millennio Ineunte". There is no conflict
between the two documents, of course. Each, the regional and the
universal, complements the other. Together they assist the dioceses
as they confront the challenges ahead. "Novo millennio ineunte"
explicitly states (n.29) that the "rich legacy of reflection (in the
regional Synods) must not be allowed to disappear, but must be
implemented in practical ways".
LOOKING BACK
Nearly seven years have passed since the Oceania Synod. The
celebration of the 40th anniversary of the establishment of the
Synod of Bishops provides an opportune occasion for assessing the
benefits of the Special Assembly for Oceania.
The Synod's gifts to Oceania:
- First and foremost, the Synod confirmed Oceania's identity as a
region in its own right. More importantly, it provided a genuine
experience of 'communio': 'communio' between the dioceses of Oceania
and their 'communio' with the Church Universal. That experience
meant a great deal to the Oceania bishops. Vast distances separate
them from one another. And if Rome is the centre of the world, then
the Churches of Oceania are truly at the ends of the earth.
- A second major benefit was the guidance given through the Synod
interventions and workshop discussions, and through the Apostolic
Exhortation, "Ecclesia in Oceania", not only to the individual
bishops and Conferences, but also to the Federation of the Catholic
Bishops of Oceania, in discerning pastoral priorities and in
achieving a more effective measure of collaboration between the
dioceses of the region.
Oceania's gifts:
A regional Synod is intended to enable the dioceses of that region
to contribute to the life and mission of the Universal Church. The
Oceania Synod served to indicate some of the gifts the local
Churches of Oceania have to offer:
- Oceania has youthfulness and freshness. It comprises young nations
and young Churches. My own diocese, the Archdiocese of Wellington in
New Zealand, is one of the oldest in the region. Yet it was not
until a year after the Synod that it celebrated its 150th
anniversary.
- Oceania was able to bring its gifts to the Church through the
Synod. One is that Oceania is acquiring considerable experience in
inculturation. It has immense cultural diversity, as testified by
the more than 1,200 languages (not dialects!) spoken in the region.
Although Oceania has but 0.6% of the world's population, it has 25%
of the world's languages. Speakers of many of these languages now
live outside their home countries, particularly in Australia and New
Zealand. Immigration from other parts of the world in recent years
has resulted in even greater linguistic and cultural complexity.
- Many parts of the Oceania region are characterised by a more
relaxed way of life, and by sharing and hospitality. The clock is
not the supreme arbiter in daily life. The tradition of exchanging
gifts is a customary means of maintaining cohesion and harmony in
Polynesian, Melanesian and Micronesian societies.
- A further characteristic is that the laity are actively involved
in the life of Oceania's local Churches. Papua New Guinea and the
Pacific Islands have effective Catechist systems, and throughout the
region there are strong lay structures and sound lay formation.
- Yet another gift worthy of mention is that the local Churches of
Oceania - a goodly number of them, at least - take their place in
the Church Universal as "wounded healers". Their small size makes
them almost invisible and therefore very vulnerable players on the
world stage. Colonial powers have used the region for nuclear
testing and for dumping nuclear waste. Militaristic powers value the
region as a location for strategic bases. Economic giants over-fish
its waters, despoil its forests, pillage its mineral resources,
pollute its rivers, and threaten the rights of its indigenous
peoples. The social teachings of the Church are not for Oceania the
stuff of text-books, but engage and challenge its peoples in their
everyday lives. The local Churches of Oceania, despite comprising
relatively small minorities within their territories, are forthright
and courageous in wrestling with social justice isues. They have
been greatly heartened by the sections in "Ecclesia in Oceania"
encouraging them in their work for justice, peace and integral human
development.
"ECCLESIA IN OCEANIA"
As is expected of a Post-Synodal Apostolic Exhortation, "Ecclesia in
Oceania" responds to the concerns of Synod members.
The background of all the Synod deliberations, and of the
Post-Synodal Exhortation, is “communio”: “communio” as the fruit of
God's loving initiative, and the Church as essentially a mystery of
communion. The Bishops recognised clearly that the challenge for the
Church in Oceania is to come to a deeper understanding of local and
universal 'communio', and to a more effective implementation of its
practical implications.
Against this background, the importance of inculturation was
emphasised. Authentic inculturation of the Christian Faith is
grounded in the mystery of the Incarnation. It is born out of
respect for both the Gospel message and the culture in which it is
proclaimed and welcomed. The Synod Fathers saw further inculturation
as the way leading to the fullness of ecclesial “communio”.
“Communio” is also to be the aim of evangelisation in Oceania, and
the basis of pastoral planning. The Gospel must be re-presented
through new methods of evangelisation and by further bulding on the
directives of the Second Vatican Council.
But the Synod Fathers were convinced that evangelisation cannot take
place without prayer and intensification of the interior life in
union with Christ. They recognised the need to give fresh impetus
and encouragement to the spiritual life of the faithful, and its
nourishment by a renewed appreciation of Scripture.
While the Catholics of Oceania understand well the central place of
the Eucharist in their lives, the Bishops expressed their anxiety
that many communities are deprived of the Mass for long periods
because of the diminishing number of clergy and the distance they
are required to travel. The Bishops drew attention also to the
urgent need for a renewed catechesis and practice of the Sacrament
of Penance.
The social apostolate and work for justice and peace is seen by the
Synod Fathers as integral to the Church's evangelising mission.
Events subsequent to the Oceania Synod have underlined the need for
the Church to undertake a major role in regaining and maintaining
social, political and economic stability. The Church is able to
contribute to the correct understanding of human rights and social
order. Its education, healthcare and social welfare services are
vital in the aftermath of political coups in Fiji, the decade of
warfare in Bougainville, armed insurrection in the Solomon Islands,
civil unrest in Tonga, economic recession in the Cook Islands
compelling a third of the population to emigrate, refugees from West
Papua seeking sanctuary in Papua New Guinea, and the mounting toll
of AIDS.
Other themes which emerged include: the defence and strengthening of
family life, the pastoral care of youth, the use of communications
media in the service of evangelisation, promotion of vocations,
renewal of ecumenical endeavours, protection of human life, and care
of the environment.
PASTORAL OUTCOMES
The pastoral fruits of the Oceania Synod have been many and various.
"Ecclesia in Oceania" was widely disseminated to priests and people
in English, French, Tok Pisin and a number of the Islands languages
in booklet form, through diocesan newspapers, and on the Internet.
Its content has been discussed - in priests' senates, diocesan and
parish pastoral councils, meetings of religious, adult education
programmes and special seminars.
The Post-Synodal Apostolic Exhortation, along with "Novo Millennio
Ineunte", has become a primary source of reference in pastoral
planning, and will continue to be so at parish, diocesan, conference
and Federation level.
Among national initiatives which resulted from "Ecclesia in Oceania"
was Papua New Guinea's programme of reflection and discussion in
every parish over the 18-month period from January 2003 to July
2004, culminating in a national General Assembly of the Catholic
Church. The programme was wholly based on "Ecclesia in Oceania", and
its teaching is now being put into practice through diocesan
assemblies.
While it cannot be claimed that all post-Synodal activities and new
initiatives are the direct outcome of the Synod, there is no doubt
that the ongoing work of each diocese has been given new impetus and
vitality through "Ecclesia in Oceania". The document has become the
yardstick by which to establish pastoral priorities and assess the
relevance of pastoral plans.
"Ecclesia in Oceania" has helped give direction to diocesan synods,
a number of which have already taken place or are in the planning
stages. Its study assists in preparing participants and motivating
them to carry through their decisions. As well, it is a dynamic
influence on continuing apostolic and pastoral activities, giving
them new purpose and energy.
THE FUTURE
The Oceania Synod interventions and workshops addresses a wide range
of topics. Hence "Ecclesia in Oceania" is a comprehensive document.
While it does not have the focus and immediacy of other magisterial
material, it is a road-map for the longer journey. It cannot be
treated in isolation from the Synods of Bishops on specific themes
and papal documents. Yet because it is directed intentionally to the
challenges and hopes of the local Churches of Oceania, it will long
continue as a source of inspiration and guidance.
The ripples made by the Oceania Synod will lap the shores of the
Pacific Island nations for a good time to come!
[00165-02.07] [NNNNN] [Original text: English]
● II Assemblea Especial para Europa del Sínodo de los Obispos - I e
II Assemblee Speciali per l'Europa
S. Em. R. Card. Antonio Maria Rouco V ARELA, Arcivescovo di Madrid
(Relatore Generale della II Assemblea speciale e membro del
Consiglio postsinodale)
El Siervo de Dios, Su Santidad el Papa Juan Pablo II, me hizo el
gran honor de nombrarme Relator General de la II Asamblea Especial
para Europa del Sínodo de los Obispos, que tuvo lugar en Roma del 1
al 23 de octubre de 1999. Recuerdo con viveza y emoción aquellos
días de intenso trabajo y diálogo fraterno; como todas la Asambleas
sinodales a las que he podido asistir, fue un verdadero acontecer de
Iglesia. Las deliberaciones desembocaron en la confección de un
amplio elenco de Propositiones que el Papa citará ochenta y seis
veces en su memorable Exhortación Apostólica “Ecclesia in Europa”,
firmada el 28 de junio de 2003.
A modo de evocación, sin pretensión alguna de exhaustividad,
recordaré brevemente algunos datos referentes a la ocasión de
aquella Asamblea Especial de 1999, a su composición y a sus
argumentos centrales, retomados y ampliados luego en “Ecclesia in
Europa”.
I. La ocasión: la Iglesia hace revisión jubilar de conciencia en una
Europa reunificada y amenazada
La ciudad de Berlín, símbolo de la división que marcó al Viejo
Continente durante buena parte del siglo XX, fue el lugar escogido
por Juan Pablo II para anunciar la convocatoria de la II Asamblea
Especial para Europa, durante su viaje a Alemania en 1996.
En diciembre de 1991 se había celebrado la I Asamblea Especial para
Europa del Sínodo de los Obispos "después de pasados dos años del
comienzo del colapso tan repentino y verdaderamente extraordinario
del sistema comunista, en el que tuvo una gran parte el testimonio
heroico de las Iglesias cristianas"(1). El tiempo transcurrido desde
la caída del muro de Berlín en 1989 había sido verdaderamente corto.
Para entonces, muchas iglesias apenas habían tenido tiempo de
normalizar mínimamente su vida. Por otro lado, la evolución de las
cosas en los años siguientes había sido tan rápida y, en parte, tan
poco alentadora, que parecía muy conveniente una nueva convocatoria
sinodal que permitiera reflexionar con más perspectiva sobre la
situación de Europa y de "sus dos pulmones", del Este y del Oeste.
Ése habría de ser, sin duda, para Europa el trasfondo del examen de
conciencia al que la celebración del Gran Jubileo de la Encarnación
en el año 2000 invitaba a toda la Iglesia Católica. En la carta
apostólica Tertio millennio adveniente, de 1994, el Papa había
previsto la convocatoria de un Sínodo de carácter continental para
América, Asia y Oceanía "en la línea de los ya celebrados para
Europa y África" - escribía en aquel momento(2). No dejó de causar
cierta sorpresa que, dos años después, en 1996, manifestara su
voluntad de convocar de nuevo también un sínodo continental para
Europa para "analizar la situación de la Iglesia ante el Jubileo"
con la mirada puesta en la nueva evangelización del Continente. La
II Asamblea para Europa vino así a ser la última de las
continentales convocadas en orden a la renovación jubilar de la vida
de la Iglesia, con las peculiaridades propias de la situación
europea aludida.
II. Composición: por fin, todas las Iglesias de Europa
Los 288 participantes que formaban la II Asamblea Especial para
Europa procedían de todos los países del Viejo Continente y eran de
todas las edades, desde veinticinco a ochenta y cinco años. La
mayoría, como es natural, eran miembros del episcopado europeo,
junto con algunos pocos de otros continentes. Allí estaban los
presidentes de las 32 Conferencias Episcopales de Europa y de otras
10 circunscripciones eclesiásticas, 76 obispos elegidos expresamente
por sus respectivas Conferencias para participar en esta Asamblea y
23 nombrados por el Santo Padre. A estos se añaden, igualmente como
miembros de pleno derecho, 27 presidentes de los dicasterios romanos
y 8 superiores elegidos por la Unión de Superiores Generales de
institutos de vida consagrada. Con voz, pero sin voto, formaron
parte del Sínodo 38 auditores, clérigos y laicos representantes de
diversos ámbitos significativos de la vida eclesial, así como 10
delegados fraternos, representantes de otras confesiones cristianas.
Por fin, 17 teólogos al servicio de la Secretaría especial y los 24
asistentes.
Este amplio grupo humano, en particular los obispos, hablaba todas
las lenguas de Europa, conocía por experiencia situaciones tan
diversas como las de las grandes ciudades del oeste y del este,
desde Lisboa a Moscú, la de sociedades industrializadas y
democráticas desde hace siglos o la de sociedades que habían salido
hacía tan sólo diez años de la dura experiencia de los regímenes
comunistas y se encontraban sumidas en la inestabilidad social y en
la pobreza. El mayor de ellos, el cardenal Casimiro Swiatek, de
Bielorrusia, con ochenta y cinco años, había sufrido durante largos
años las cárceles soviéticas y había logrado escapar de una condena
a muerte; el más joven, el obispo de la Rusia Europea, Klemens
Pickel, con treinta y cinco años, vivía la experiencia del humilde,
pero vigoroso renacer de la vida de la Iglesia en su inmensa
diócesis. Allí estaban obispos que ejercen su ministerio en
sociedades homogéneamente católicas (al menos culturalmente) y otros
que trabajan en entornos donde sus comunidades no son más que una
pequeña minoría.
Para la mayoría de los participantes, aquélla era la primera vez que
se veían. Más de la mitad de los obispos ni siquiera habían
participado nunca en una Asamblea sinodal. Sin embargo, la
diversidad y el desconocimiento muto, como es habitual en nuestras
Asambleas, cedieron ante la unidad católica casi palpable en tantas
cosas: la liturgia, actuante de la presencia del único Señor; la
presidencia del Papa, haciéndose puntualmente presente en el aula
sinodal, mañana y tarde, y el mismo procedimiento sinodal.
III. El argumento central: esperanza para Europa
Juan Pablo II, en su alocución a los hombres de la cultura y la
ciencia en la catedral de Maribor-Eslovenia, citada en el
Instrumentum Laboris (n° 24), había afirmado, en mayo de 1996, que
"ésta es la hora de la verdad para Europa". El Mensaje final del
Sínodo de 1999 fue una vibrante llamada a la esperanza a una Europa
en la que se percibían, ciertamente, signos de vida, pero también
preocupantes muestras de desfallecimiento y resignación. Entre los
sinodales había una profunda sintonía en torno a este diagnóstico y
también sobre los motivos fundamentales de la seriedad que encierra.
Tras la reunificación geográfica y política, pudo percibirse mejor
la magnitud del daño espiritual causado por el humanismo
inmanentista en sus diversas versiones ideológicas. En muchas
regiones de los antiguos países comunistas la mayoría de la
población está sin bautizar, mientras que en los países de tradición
católica la transmisión de la fe a las nuevas generaciones aparece
con frecuencia en peligro. La familia, la escuela, el trabajo y el
ocio se alejan de la inspiración cristiana en la vida y en las
leyes.
Sin embargo, siendo ésta la hora de la verdad para Europa, es por
eso mismo igualmente la hora del Evangelio. La convinción de los
sinodales era en este punto clara y esperanzada. El Papa aludía
también a ella en la homilía de la misa de clausura: ésta es, como
en el tiempo de la predicación de San Pedro, la hora del anuncio
renovado del kerygma; "después de veinte siglos, la Iglesia se
presenta en el umbral del tercer milenio con este mismo anuncio, que
constituye su único tesoro: Jesucristo es el Señor; en Él y en
ningún otro está la salvación”(3).
En efecto, tampoco en Europa se puede presuponer ya nada. No se
puede presuponer el conocimiento ni la comprensión de lo más
elemental de la vida y de la fe cristiana. Hay que comenzar por el
principio.
La palabra ha de ser fundamentalmente kerygmática, es decir, una
propuesta esencial y nítida del misterio de Cristo(4). Una palabra
que, por tanto, no se reduce nunca a hacerse eco de los tópicos, ni
siquiera de los valores de la cultura europea de hoy, sino que
remite al juicio de salvación que Dios ha pronunciado en la cruz del
Hijo eterno sobre la humanidad. Una palabra que anuncia el perdón de
los pecados, la resurrección y la vida eterna; que abre los
horizontes del ser humano, tentado de encerrarse sobre sí mismo y
alienado en la cultura de la pura inmanencia, a los horizontes de la
Verdad, del Bien y de la Belleza plenos. La palabra de la nueva
evangelización anunciará con humildad, pero con firmeza, que sólo el
Espíritu de Cristo conduce al hombre a la verdad y a la libertad
plenas, porque sólo en Jesucristo se ha dado el encuentro victorioso
de Dios mismo con el tiempo y con la muerte.
La vida sacramental de la Iglesia es también parte ineludible de la
nueva evangelización(5). En ella se prolonga el encuentro vivo del
Resucitado con cada uno de sus seguidores de hoy. De la Eucaristía y
de los demás sacramentos, brota la vida cristiana, que pone en los
labios de la Iglesia la palabra y hace de su corazón y de sus manos
instrumentos de la caridad del mismo Cristo. Los sinodales hablaron
mucho de la renovación de la vida sacramental a la que va unida
necesariamente la vitalización de la diaconía, del servicio del
amor(6). De este servicio también se habló mucho, dado el inmenso
abanico en el que puede y debe ejercerse: desde las instituciones de
la vida política, social y cultural de Europa, hasta las obras de
acogida de los inmigrantes y de apoyo de los que no tienen trabajo,
de los ancianos y, en general, de los marginados en las sociedades
"satisfechas" de occidente o en las todavía "insatisfechas" con los
cambios recientes en el este.
La nueva evangelización tiene y busca sus instrumentos, de los que
se habló con amplitud en la Asamblea sinodal; y tiene también su
estilo. El diálogo es el instrumento y el estilo, a la vez, de la
nueva empresa del anuncio de Jesucristo a los europeos de hoy: el
diálogo con la cultura y con la sociedad, a través de instituciones
adecuadas, entre las que destacan los centros escolares y
universitarios, así como los sanitarios y asistenciales, sin
olvidar, según recordó el cardenal Sodano, la presencia eclesial
específica en las instituciones políticas; el diálogo ecuménico
entre las diversas confesiones cristianas: se destacó, en
particular, la necesidad de la mutua inteligencia y caridad entre
católicos y ortodoxos, que no debe cesar de avanzar a pesar de las
dificultades existentes; el diálogo interreligioso con los que
profesan credos distintos, cuyo número crece hoy en Europa; diálogo
que, como los anteriores, se ha de basar en la verdad y la
comprensión recíproca a un tiempo.
En lo que toca, por así decir, al interior de la Iglesia católica,
los llamados nuevos movimientos y comunidades eclesiales son uno de
los instrumentos que el Espíritu Santo ha regalado a la Iglesia en
orden la nueva evangelización. Pero en el Sínodo se hizo también un
llamamiento al diálogo entre todos: los movimientos nuevos y las
instituciones antiguas; y, por supuesto, a la comunión de todos con
el Obispo en la Iglesia local, una de cuyas instituciones
fundamentales sigue siendo la parroquia. La nueva evangelización nos
convoca a todos y nos necesita a todos.
La Vieja Europa espera palabras de futuro y de esperanza. El Sínodo
de 1999 y la Exhortación Apostólica “Ecclesia in Europa” salen al
paso de esa espera con una propuesta y una llamada: Jesucristo y la
conversión a Él, que tiene palabras de Vida eterna.
1 Asamblea Especial del Sínodo de los Obispos para Europa,
Declaración 1, 1.
2 Carta Apost. Tertio millennio adveniente, 38.
3 Citado en Ecclesia in Europa, 18; CL 13-14; 18-22.
4 Cf. Ecclesia in Europa, Capítulo III: "Anunciar el Evangelio de la
esperanza".
5 Cf. Ecclesia in Europa, Capítulo IV: "Celebrar el Evangelio de la
esperanza".
6 Cf. Ecclesia in Europa, Capítulo V: "Servir al Evangelio de la
esperanza".
[00136-04.06] [NNNNN] [Texto original: español] |