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05 - 06.10.2008
SOMMARIO
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PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 6 OTTOBRE 2008 - ANTEMERIDIANO)
-
SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 6 OTTOBRE 2008 - POMERIDIANO)
PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 6 OTTOBRE 2008 -
ANTEMERIDIANO)
- RIFLESSIONE DEL SANTO PADRE
In apertura della Prima Congregazione Generale di questa mattina, lunedì
6 ottobre 2008, dopo la lettura breve dell’Ora Terza, il Santo Padre
Benedetto XVI ha tenuto la seguente riflessione:
Cari Fratelli nell'Episcopato,
cari fratelli e sorelle,
all'inizio del nostro Sinodo la Liturgia delle Ore ci propone un brano
del grande Salmo 118 sulla Parola di Dio: un elogio di questa sua
Parola, espressione della gioia di Israele di poterla conoscere e, in
essa, di poter conoscere la sua volontà e il suo volto. Vorrei meditare
con voi alcuni versetti di questo brano del Salmo.
Comincia così: "In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in
caelo... firmasti terram, et permanet". Si parla della solidità della
Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria
vita. Ricordiamoci della parola di Gesù che continua questa parola del
Salmo: "Cieli e terra passeranno, la mia parola non passerà mai".
Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un
niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra
essere niente. Ma già la parola umana ha un forza incredibile. Sono le
parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai
pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la
storia, la realtà.
Ancor più la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E
per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo
cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare,
sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della
Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa
della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce
chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla
carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto
questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi
banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose,
che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo
ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul
successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la
Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e
più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro
concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in
questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto.
Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in
permanenza. E così questi primi versetti del Salmo ci invitano a
scoprire che cosa è la realtà e a trovare in questo modo il fondamento
della nostra vita, come costruire la vita.
Nel successivo versetto si dice: "Omnia serviunt tibi". Tutte le cose
vengono dalla Parola, sono un prodotto della Parola. "All'inizio era la
Parola". All'inizio il cielo parlò. E così la realtà nasce dalla Parola,
è "creatura Verbi". Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a
servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è
pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un
luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in
cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura. "Omnia
serviunt tibi". La storia della salvezza non è un piccolo avvenimento,
in un pianeta povero, nell'immensità dell'universo. Non è una cosa
minima, che succede per caso in un pianeta sperduto. È il movente di
tutto, il motivo della creazione. Tutto è creato perché ci sia questa
storia, l'incontro tra Dio e la sua creatura. In questo senso, la storia
della salvezza, l'alleanza, precede la creazione. Nel periodo
ellenistico, il giudaismo ha sviluppato l'idea che la Torah avrebbe
preceduto la creazione del mondo materiale. Questo mondo materiale
sarebbe stato creato solo per dare luogo alla Torah, a questa Parola di
Dio che crea la risposta e diventa storia d'amore. Qui traspare già
misteriosamente il mistero di Cristo. È quello che ci dicono le Lettere
agli Efesini e ai Colossesi: Cristo è il protòtypos, il primo nato della
creazione, l'idea per la quale è concepito l'universo. Egli accoglie
tutto. Noi entriamo nel movimento dell'universo unendoci a Cristo. Si
può dire che, mentre la creazione materiale è la condizione per la
storia della salvezza, la storia dell'alleanza è la vera causa del
cosmo. Arriviamo alle radici dell'essere arrivando al mistero di Cristo,
a questa sua parola viva che è lo scopo di tutta la creazione. "Omnia
serviunt tibi". Servendo il Signore realizziamo lo scopo dell'essere, lo
scopo della nostra propria esistenza.
Facciamo ora un salto: "Mandata tua exquisivi". Noi siamo sempre alla
ricerca della Parola di Dio. Essa non è semplicemente presente in noi.
Se ci fermiamo alla lettera, non necessariamente abbiamo compreso
realmente la Parola di Dio. C'è il pericolo che noi vediamo solo le
parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo.
Non troviamo nelle parole la Parola. Sant'Agostino, in questo contesto,
ci ricorda gli scribi e i farisei consultati da Erode nel momento
dell'arrivo dei Magi. Erode vuol sapere dove sarebbe nato il Salvatore
del mondo. Essi lo sanno, danno la risposta giusta: a Betlemme. Sono
grandi specialisti, che conoscono tutto. E tuttavia non vedono la
realtà, non conoscono il Salvatore. Sant'Agostino dice: sono indicatori
di strada per gli altri, ma loro stessi non si muovono. Questo è un
grande pericolo anche nella nostra lettura della Scrittura: ci fermiamo
alle parole umane, parole del passato, storia del passato, e non
scopriamo il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi
nelle parole del passato. Così non entriamo nel movimento interiore
della Parola, che in parole umane nasconde e apre le parole divine.
Perciò c'è sempre bisogno dell'"exquisivi". Dobbiamo essere in ricerca
della Parola nelle parole.
Quindi l'esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente
un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il
movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle
parole umane. Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la
Parola, possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare
veramente in parole umane la Parola di Dio. Preghiamo il Signore perché
ci aiuti a cercare non solo con l'intelletto, ma con tutta la nostra
esistenza, per trovare la parola.
Alla fine: "Omni consummationi vidi finem, latum praeceptum tuum nimis".
Tutte le cose umane, tutte le cose che noi possiamo inventare, creare,
sono finite. Anche tutte le esperienze religiose umane sono finite,
mostrano un aspetto della realtà, perché il nostro essere è finito e
capisce solo sempre una parte, alcuni elementi: "latum praeceptum tuum
nimis". Solo Dio è infinito. E perciò anche la sua Parola è universale e
non conosce confine. Entrando quindi nella Parola di Dio, entriamo
realmente nell'universo divino. Usciamo dalla limitatezza delle nostre
esperienze e entriamo nella realtà, che è veramente universale. Entrando
nella comunione con la Parola di Dio, entriamo nella comunione della
Chiesa che vive la Parola di Dio. Non entriamo in un piccolo gruppo,
nella regola di un piccolo gruppo, ma usciamo dai nostri limiti. Usciamo
verso il largo, nella vera larghezza dell'unica verità, la grande verità
di Dio. Siamo realmente nell'universale. E così usciamo nella comunione
di tutti i fratelli e le sorelle, di tutta l'umanità, perché nel cuore
nostro si nasconde il desiderio della Parola di Dio che è una. Perciò
anche l'evangelizzazione, l'annuncio del Vangelo, la missione non sono
una specie di colonialismo ecclesiale, con cui vogliamo inserire altri
nel nostro gruppo. È uscire dai limiti delle singole culture nella
universalità che collega tutti, unisce tutti, ci fa tutti fratelli.
Preghiamo di nuovo affinché il Signore ci aiuti a entrare realmente
nella "larghezza" della sua Parola e così aprirci all'orizzonte
universale dell'umanità, quello che ci unisce con tutte le diversità.
Alla fine ritorniamo ancora a un versetto precedente: "Tuus sum ego:
salvum me fac". Il testo italiano traduce: "Io sono tuo". La parola di
Dio è come una scala sulla quale possiamo salire e, con Cristo, anche
scendere nella profondità del suo amore. È una scala per arrivare alla
Parola nelle parole. "Io sono tuo". La parola ha un volto, è persona,
Cristo. Prima che noi possiamo dire "Io sono tuo", Egli ci ha già detto
"Io sono tuo". La Lettera agli Ebrei, citando il Salmo 39, dice: "Un
corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo". Il
Signore si è fatto preparare un corpo per venire. Con la sua
incarnazione ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io
sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo,
perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo. Nel cammino della
Parola, entrando nel mistero della sua incarnazione, del suo essere con
noi, vogliamo appropriarci del suo essere, vogliamo espropriarci della
nostra esistenza, dandoci a Lui che si è dato a noi.
"Io sono tuo". Preghiamo il Signore di poter imparare con tutta la
nostra esistenza a dire questa parola. Così saremo nel cuore della
Parola. Così saremo salvi.
[00020-01.04] [NNNNN] [Testo originale: italiano]
SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÍ, 6 OTTOBRE 2008 -
POMERIDIANO)
- RELAZIONI SUI CONTINENTI
-
RELAZIONE DI S.EM.R. CARD. ALBERT VANHOYE, S.I., RETTORE EMERITO DEL
PONTIFICIO ISTITUTO BIBLICO DI ROMA (FRANCIA)
Alle ore 16.30 di oggi, alla presenza del Santo Padre, con la recita
dell’Adsumus ha avuto luogo la Seconda Congregazione Generale, per
lettura in Aula delle Relazioni sui Continenti sul tema della XII
Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi La Parola di Dio
nella vita e nella missione della Chiesa.
Presidente Delegato di turno S.Em.R. Card. William Joseph LEVADA,
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Dopo un tempo di interventi liberi dei Padri sinodali sulle Relazioni
sui Continenti, prima dell’intervento di S.Em.R. Card. Albert Vanhoye,
S.I., Rettore Emerito del Pontificio Istituto Biblico di Roma (FRANCIA),
è intervenuto l’Invitato Speciale Shear-Yashuv Cohen, Rabbino Capo di
Haifa (ISRAELE).
A questa Congregazione Generale, che si è conclusa alle ore 18.55 con la
preghiera dell’Angelus Domini, erano presenti 245 Padri.
RELAZIONI SUI CONTINENTI
-
Per l’Africa: S.E.R. Mons. John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo di
Abuja (NIGERIA)
-
Per l’Asia: S.E.R. Mons. Thomas MENAMPARAMPIL, S.D.B., Arcivescovo di
Guwahati (INDIA)
-
Per l’America: S.Em.R. Card. Oscar Andrés RODRÍGUEZ MARADIAGA, S.D.B.,
Arcivescovo di Tegucigalpa, Presidente della Conferenza Episcopale
(HONDURAS)
-
Per l’Europa: S.Em.R. Card. Josip BOZANIĆ, Arcivescovo di Zagreb
(CROAZIA)
-
Per l’Oceania: S.E.R. Mons. Michael Ernest PUTNEY, Vescovo di Townsville
(AUSTRALIA)
Pubblichiamo qui di seguito, le Relazioni sui Continenti:
-
Per l’Africa: S.E.R. Mons. John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo di
Abuja (NIGERIA)
Nell’Istrumentum Laboris, (IL) n° 7b, leggiamo la seguente osservazione,
che consideriamo pertinente.
“Nelle Chiese locali di origine più recente l’uso della Bibbia fra i
fedeli è più ampio che altrove.”
Entro i limiti di tempo concessimi da questa presentazione, vorrei
spiegare, sebbene in modo succinto, quanto tale affermazione valga per
il continente africano. Due importanti eventi biblici, celebratisi
recentemente in Africa, ci hanno permesso di testimoniare e di
documentare questa realtà. Il primo è stato il Quarantesimo Anniversario
del documento conciliare Dei Verbum, celebrato a giugno 2005 con un
incontro ad Abuja, Nigeria, sull’Apostolato biblico in Africa. Il
secondo ha avuto luogo all’inizio di quest’anno quando la Federazione
Biblica Cattolica si è riunita in plenaria per la prima volta nel
continente africano, a Dar es Salaam, in Tanzania. In ambedue le
occasioni, abbiamo sentito parlare di ciò che Dio ha fatto per portare
la Sua parola in ogni angolo dell’Africa, in particolare a partire del
Concilio Vaticano II. Oggi, guardando il nostro continente, possiamo
dire che la parola di Dio è la buona novella che è stata disseminata in
ogni dove. Ci sono sfide da affrontare, ma anche tanti motivi di
consolazione.
Per la mia breve presentazione, ho deciso di adottare il triplice schema
in cui è articolato l’argomento del Sinodo, che troviamo sia nei
Lineamenta sia nell’Instrumentum Laboris, ovvero:
(a) la Parola di Dio in Africa
(b) la Parola di Dio nella vita della Chiesa in Africa e
(c) la Parola di Dio nella missione della Chiesa in Africa.
I. LA PAROLA DI DIO IN AFRICA
1. Semina Verbi nella tradizione africana. I documenti pre-sinodali
sottolineano l’importanza del concetto generale della Parola di Dio, ben
oltre i testi delle Scritture. La Parola di Dio è il dialogo fra Dio e
l’umanità intera, che raggiunge ogni persona umana, di qualsiasi età
abbia e ovunque si trovi. Il Sinodo africano ha finalmente e
definitivamente riabilitato la religione e le culture tradizionali
africane riconoscendo ufficialmente, con un autorevole documento, che la
Religione tradizionale africana è una fede monoteistica che crede e
adora l’unico vero Dio, “il Creatore” (EIA 57). Si tratta dello stesso
Dio che mai si è reso inaccessibile a tutti coloro che lo cercano con un
cuore puro (LG 15). Ovviamente, a causa delle umane imperfezioni, questo
Dio spesso viene avvicinato con immagini o riflessioni confuse. Tuttavia
la verità fondamentale è che l’Essere Supremo, Creatore del cielo e
della terra, è l’oggetto della adorazione e delle preghiere della nostra
Religione Tradizionale africana. Le fondamentali norme etiche delle
religioni del nostro continente, pur nella loro imperfezione, riflettono
i raggi della “luce che illumina ogni uomo.” (Gv 1, 9). Tutto ciò non è
avvenuto senza la grazia di Dio, come afferma chiaramente il Concilio
Vaticano II (LG 15). Ciò è dovuto non solo a una preparatio evangelica
alla successiva accoglienza del messaggio del Vangelo, ma anche a un
ambiente già predisposto e a un terreno fertile per l’annuncio della
Parola di Dio sia attraverso le scritture sia attraverso il ministero
della Chiesa (EIA 57).
Credo sia importante riconoscere questo aspetto, se vogliamo spiegarci
perché la fede Cristiana si è diffusa così rapidamente durante il secolo
scorso nel continente africano, quale “opera meravigliosa della grazia
divina” (EIA 33). Il mio defunto padre, che fu uno dei primi ad
abbracciare il Cristianesimo nel nostro villaggio, intorno al 1920, mi
spiegò che quando divenne cristiano, non dovette accettare un nuovo Dio,
perché era lo stesso Olorun, l’Essere Supremo Yoruba, che aveva già
conosciuto nella Religione tradizionale. Egli edificò su questo la sua
fede cristiana, con la grazia di Dio e la presenza dei missionari che
predicavano il Vangelo. Dunque, perfino nel cosiddetto Continente Nero,
la luce dell’Eterna Parola di Dio non è mai mancata.
2. L’Africa nelle Sacre Scritture. Parola di Dio sono le Sacre Scritture
che raccontano le storie del popolo di Dio durante l’Antica e la Nuova
Alleanza, e vediamo che nella storia divina il continente africano è
sempre stato molto presente. Sin dall’inizio il patriarca Abramo si
rifugiò in Egitto (Gen. 12, 10-20). Non dobbiamo inoltre dimenticare che
lo stesso Egitto divenne l’ “incubatrice” storica del popolo di Israele.
La famiglia di Giacobbe – Israele – che abbandonò la terra di Caanan per
l’Egitto su invito di Giuseppe, comprendeva soltanto 70 persone (Es 1,
5). Rimasero nella Terra di Goshen per circa 430 anni, (Es 12, 40). E
quando ci fu l’Esodo, erano diventati una grande nazione di 600.000
uomini, “senza contare le loro famiglie” (Es 12, 37). Ma se noi, invece,
contiamo le loro famiglie, considerando una media minima di cinque
persone ciascuna, parliamo allora di un totale intorno ai tre milioni di
persone che si misero in viaggio! Fu pertanto in Egitto che Israele, in
quanto nazione, si sviluppò al suo inizio. Così, per il popolo di
Israele, l’Egitto non è solo la terra della persecuzione e dell’esodo,
ma anche del rifugio e della protezione. Per gran parte della sua
storia, Israele fu un piccolo stato stretto fra grandi nazioni: l’Egitto
a sud, la Siria a nord, la Mesopotamia a est.
Nel Nuovo Testamento, l’Egitto è ancora la terra del rifugio per la
Sacra Famiglia, (Mt 2, 13-15). Nella passione, fu un africano, ovvero
Simone di Cirene, che aiutò Gesù a portare la croce (Mt 15, 21). Nel
giorno di Pentecoste, molti pellegrini vennero dall’Africa, dall’“Egitto
e dalle parti della Libia vicino a Cirene” (At 2, 10). L’eunuco etiope
(At 8, 26-39) fu uno dei primi a portare a casa il messaggio cristiano,
nel cuore dell’Africa.
Per tanto non dobbiamo stupirci che alcuni dei primi nuclei cristiani,
che produssero teologia e teologi, ma anche martiri e confessori,
abbiano avuto origine in Africa Settentrionale – Alessandria, Cartagine
e Ippona, per menzionarne solo alcuni. Tutto ciò viene riconosciuto e
celebrato nell’Esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II, Ecclesia
in Africa, n. 31. Credo sia importante ricordare tutto ciò affinché
cessiamo di pensare all’Africa come a una terra nuova ed estranea alla
storia della salvezza che le Sacre Scritture hanno conservato per noi.
Il nostro continente può vantarsi di essere una “terra biblica” in un
modo tale che molte delle grandi nazioni cristiane non possono neppure
accostare.
3. Le Scritture nell’Africa di oggi. Il Concilio Vaticano II stabilì che
tutti i fedeli dovessero avere ampio accesso alla Parola di Dio
contenuta nelle Sacre Scritture (DV 22). E molti sforzi sono stati fatti
sin da allora per permetterne la conoscenza ai cristiani dell’Africa.
Tuttavia, sono ancora molte le difficoltà da superare.
3.1. I testi delle Scritture in se stessi possono costituire un problema
in molti luoghi. Infatti, il costo della Bibbia, che in molte parti del
mondo può essere irrilevante, in Africa può arrivare a uno stipendio
mensile. Dunque, molti non dispongono di denaro sufficiente per
possedere una Bibbia. In tal senso, ci si è impegnati a stampare Bibbie
a prezzi accessibili. A questo proposito, dobbiamo elogiare il lavoro
dei nostri fratelli protestanti, che hanno fatto di questo compito una
priorità del loro apostolato. In molti luoghi la Chiesa Cattolica ha
unito i suoi sforzi a quelli di altri cristiani, in particolar modo
nell’ambito della Società Biblica e tale collaborazione sta dando molti
frutti.
3.2. A parte il problema dei testi, vi è anche la questione della
lingua. Infatti la Bibbia non ha ancora trovato una traduzione adeguata
in molte lingue. Pertanto l’accesso diretto alla Parola di Dio contenuta
nelle scritture resta precluso a coloro che conoscono solo quelle
lingue. Ecco quindi l’importanza della traduzione, che non è un compito
facile. E anche in questo dobbiamo ringraziare l’assiduo lavoro dei
nostri fratelli protestanti, che in molte parti dell’Africa si sono
dedicati alla traduzione della Bibbia. La Chiesa Cattolica, soprattutto
dopo il Concilio Vaticano II, si è impegnata fortemente in questo
compito, sebbene non senza grandi difficoltà. Assai spesso i mezzi a
disposizione per raggiungere l’obbiettivo, nonché le competenze
necessarie a questo fine, sono molto carenti. Ciò nonostante, le
traduzioni sono molto importanti in Africa, perché non si tratta
soltanto di trasporre in un’altra lingua la Parola di Dio, ma anche di
diffondere la parola scritta in un continente in cui l’analfabetismo è
ancora largamente diffuso. In simili circostanze, la traduzione della
Bibbia nelle lingue locali rende i testi sacri disponibili e accessibili
anche alle persone che non sanno leggere: infatti, ascoltandone la
lettura nella propria lingua, possono ricevere la Parola di Dio
attraverso l’ascolto. In una cultura ampiamente orale, quale quella
Africana, l’importanza dell’ascolto della Parola di Dio non può essere
sottovalutata. Dopo tutto, il Signore ha detto: “Beati coloro che
ascoltano la Parola di Dio e la osservano!” (Lc 11, 28). Sebbene sia
convinto che debbano essere benedetti anche coloro che leggono la Parola
di Dio, forse debbono esserlo di più coloro che l’ascoltano
semplicemente.
3.3. Tuttavia, anche dopo aver ascoltato la Parola di Dio letta nelle
nostre lingue, resta il compito di interpretarla per impregnare del vero
significato del messaggio dello Spirito Santo coloro cui essa è rivolta.
E qui abbiamo il compito dell’interpretazione, dell’esegesi sia a
livello scientifico che popolare. Abbiamo ricevuto grande testimonianza
delle meraviglie che lo Spirito Santo ha operato nei cuori e nelle menti
dei cristiani che si avvicinano in semplicità alla Parola di Dio, con
fede e amore profondi. Esiste una specie di “istinto spirituale”
cristiano per la giusta comprensione della Parola di Dio, che talora fa
vergognare alcuni esegeti per le loro speculazioni irresponsabili. Sia i
Lineamenta (n. 19, 25) sia l’Instrumentum Laboris (n. 38) parlano
finalmente della Lectio Divina. A partire dal Concilio Vaticano II, ciò
ha contribuito grandemente all’apostolato biblico in Africa, e in tal
senso abbiamo messo a punto vari metodi di lettura, meditazione e
applicazione delle Scritture alla vita della nostra gente. Per esempio,
solo per menzionarne qualcuno, il monastero di Dzogbegan, nel Togo
settentrionale, e il Centro pastorale di Lumko in Sudafrica hanno dato
vita ad alcuni metodi di studio, che sono stati utilizzati in tutto il
mondo, spesso con delle modifiche, ma sempre con grande profitto.
3.4. I nuovi mezzi di comunicazione. Sebbene la mia presentazione sia
succinta, non posso non menzionare la sfida che rappresentano i nuovi
mezzi di comunicazione. Oggigiorno, computer e satelliti hanno
rivoluzionato la comunicazione. Se dobbiamo diffondere la Parola di Dio,
com’è volontà del Padre, non possiamo ignorare cosa sta accadendo
nell’ambito delle nuove tecnologie della comunicazione. Purtroppo, il
divario tecnologico si allarga ogni giorno di più fra le nazioni ricche
e quelle povere, ma la buona novella è che proprio queste stesse
tecnologie stanno in molti modi colmando la distanza. I telefoni
cellulari e Internet hanno raggiunto anche le zone più remote, prive di
elettricità e di telefonia fissa. Le possibilità dunque di diffondere la
Parola di Dio vanno al di lá di ogni immaginazione. In molte parti
dell’Africa esistono numerosi e creativi progetti per diffondere il
messaggio delle scritture con mezzi diversi dai testi e dai libri
tradizionali. Dunque, sono urgentemente necessari una solidarietà e una
condivisione di risorse a livello mondiale.
II. LA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA CHIESA AFRICANA
“La Parola di Dio sorregge la Chiesa lungo tutta la sua storia” (Lin.
19) e ciò vale anche per la storia della Chiesa in Africa.
1. La Chiesa primitiva fu edificata sulla Parola di Dio contenuta nelle
Sacre Scritture. Ciò è altrettanto vero per la chiesa primitiva
dell’Africa settentrionale. Tale tradizione ha proseguito ininterrotta
fino ai nostri giorni. In tal senso, le Chiese copte dell’Egitto e
dell’Etiopia si fondano ampiamente sulle Scritture, così come altre
Chiese di rito orientale.
2. Tuttavia, oggi, l’attenzione è rivolta soprattutto alle Chiese più
giovani dell’Africa sub-sahariana. Mentre la tradizione della Chiesa
Cattolica che si è insediata in alcune parti dell’Africa nel XV secolo è
rimasta inalterata per 500 anni in paesi come il Mozambico e l’Angola,
la chiesa che oggi si trova in molte parti del continente è frutto di
un’evangelizzazione più recente, risalente soprattutto al XX secolo,
ovvero un “periodo di rapida crescita”, come è detto al numero 33 di
Ecclesia in Africa. I missionari che portarono la fede cattolica in
Africa alla fine del XIX secolo e durante la maggior parte del XX furono
uomini e donne del loro tempo, figli dei paesi da cui provenivano. E’
dunque naturale che la Bibbia, in quanto testo scritturale, non fosse
una priorità nella vita della chiesa di quei tempi. Ed è per questo che
le prime comunità cattoliche avevano maggior familiarità con le dottrine
apprese attraverso il catechismo e le preghiere dei missionari che non
dalle citazioni dei capitoli e dei versetti della Bibbia. Tuttavia ciò
non significa che essi fossero ignoranti delle Sacre Scritture, poiché
lo stesso catechismo si basava, indirettamente, su di esse. Ancor più
importante fu allora la liturgia. Durante la messa, venivano letti dei
brani che poi venivano commentati nelle omelie. E sebbene il messale
preconciliare contemplasse meno letture di quello odierno, queste erano
ben assortite e venivano tratte sia dall’Antico che dal Nuovo
Testamento. Inoltre non dobbiamo sottovalutare l’ampio uso delle
narrazioni bibliche, molto famose presso i giovani e i bambini.
Attraverso tali pubblicazioni, gran parte delle storie essenziali della
Bibbia, contenute sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, vennero
imparate con grande profitto. Naturalmente, vi erano delle Bibbie
cattoliche disponibili, ma, come le traduzioni, non erano largamente
diffuse. Si soleva dire che mentre i protestanti andavano in chiesa
portando la Bibbia con sé, i cattolici ci andavano con i loro rosari e i
loro messali, quando ne avevano.
3. Poi venne il Concilio Vaticano II con la sua rivoluzione biblica che
aprì le Sacre Scritture alla vita della Chiesa. Il Concilio ha dato
orientamenti molto chiari non solo nella Dei Verbum, particolarmente al
capitolo 6, ma anche in altri documenti, come la Costituzione dogmatica
sulla liturgia Sacrosanctum Concilium e in quella sulla formazione dei
sacerdoti Optatam Totius, in cui le Scritture vennero definite “l’anima
della teologia” (OT 16). Tali orientamenti vennero accolti con grande
serietà dalla Chiesa d’Africa. Possiamo dire che fu allora che si
verificò un’esplosione di entusiasmo nei confronti della Parola di Dio
contenuta nelle Sacre Scritture. I laici in particolar modo si
dimostrarono assetati della Parola delle Sacre Scritture. Cercarono di
apprendere tutto il possibile e talvolta, per ansia di conoscenza,
furono disposti ad abbeverarsi ai pozzi avvelenati dei territori non
cattolici.
Il Concilio affidò la responsabilità di interpretare in modo corretto le
Sacre Scritture direttamente alla guida delle Chiese locali, ovvero i
Vescovi, i quali non hanno trascurato il loro dovere. Quasi tutte le
Conferenze episcopali hanno una Commissione biblica e per l’orientamento
dell’apostolato biblico. Tali Commissioni sono legate alle Conferenze
episcopali anche a livello regionale e continentale. A livello
continentale, la SECAM possiede un ufficio di coordinamento denominato
Centro Biblico per l’Africa e il Madagascar (BICAM). In passato si
trovava a Nairobi, ma adesso la sede centrale della SECAM risiede ad
Accra, in Ghana. La struttura continentale è coordinata ed integrata a
livello mondiale attraverso la Federazione Biblica Cattolica di cui la
Chiesa Africana costituisce uno dei maggiori componenti. Mediante questa
struttura, il Magistero della Chiesa in Africa ha cercato di
incoraggiare, promuovere e coordinare l’uso delle Scritture nella
Chiesa. Alcuni progetti riguardanti la diffusione della Bibbia, come
produzione di testi, traduzioni e pubblicazioni di materiale biblico
sono rigorosamente supervisionati da personale competente, che viene
incaricato dalle autorità preposte. Ciò ha dato molti frutti nella
maggior parte delle nazioni africane.
A questo riguardo, la Chiesa africana apprezza sinceramente il ruolo di
molti Istituti di Vita Consacrata, incaricati specificamente si svolgere
l’apostolato biblico. Per esempio, possiamo ricordare i Padri e le
Figlie di San Paolo (la famiglia paolina), che pubblicano molte Bibbie e
altro materiale correlato, nonché la Congregazione della Parola Divina.
In ambito di esegesi scientifica, la Chiesa africana si è assunta
seriamente la responsabilità di garantire che gli esegeti e i teologi
africani siano adeguatamente sostenuti e incoraggiati, nonché guidati,
nel loro lavoro. La SECAM dispone di una commissione biblica, chiamata
“Commibible” dalla fusione fra le due parole inglesi Biblical e
Commission, Commissione Biblica. Il suo compito è quello di
supervisionare il lavoro del BICAM e di altri organismi di apostolato
biblico in Africa. Parallelamente, ma strettamente legata al Commibible,
vi è poi l’Associazione degli esegeti biblici africani, denominata PACE
(Associazione panafricana degli esegeti cattolici). Questa
organizzazione tiene regolarmente congressi e incontri scientifici,
circa uno ogni due anni, in cui la discussione delle questioni
scritturali avviene ad altissimo livello, in ambito di riflessione
scientifica. Le loro pubblicazioni hanno ricevuto il plauso e il
rispetto di organismi paritetici in altre regioni della Chiesa
universale. Il loro lavoro merita tutto il nostro sostegno e
incoraggiamento
III. LA PAROLA DI DIO NELLA MISSIONE DELLA CHIESA IN AFRICA
Per ora, abbiamo visto molte delle opere che la Chiesa sta realizzando,
nella sua missione africana, attraverso la Parola di Dio. Ora mi
limiterò a sottolineare solo alcuni punti.
1. Evangelizzazione primaria. In primo luogo, l’Africa è ancora un
continente di prima evangelizzazione. Recenti statistiche rivelano che
la percentuale di cattolici in Africa si aggira ancora intorno al 14%,
(EIA 38). Ciò è da considerarsi una messe copiosa (EIA 74). Il compito
dell’evangelizzazione primaria richiede, naturalmente, che la Parola di
Dio venga annunciata e proclamata in tutta la sua potenza e il suo
vigore, il che comporta che la Scrittura venga presentata in modo
adeguato a coloro che stiamo esortando ad accogliere il messaggio
cristiano. La catechesi mediante la quale realizziamo l’evangelizzazione
primaria si è sempre più radicata nelle Sacre Scritture, secondo gli
orientamenti del Direttorio generale per la Catechesi, nonché l’esempio
del Catechismo della Chiesa Cattolica.
2. La cura pastorale. È inoltre missione della Chiesa guidare i suoi
membri affinché vivano coerentemente la fede Cristiana nella vita e
nelle occupazioni di ogni giorno. E in tal senso la Parola di Dio
contenuta nelle Scritture è un punto di riferimento costante “una luce
sul nostro cammino” Sal 119,105. Le lezioni delle Sacre Scritture, sia
dell’Antico che del Nuovo Testamento, sono sempre valide, poiché la
Parola di Dio dura in eterno. I cristiani che, vivendo nel mondo, devono
testimoniare il messaggio del Vangelo, sono così stimolati a conoscere
le fonti della loro fede, approfondendo in particolar modo la Parola di
Dio ispirata contenuta nelle Sacre Scritture. Dunque le Scritture hanno
un ruolo importantissimo nella missione pastorale della Chiesa verso i
propri membri.
3. Ecumenismo. Ma la Chiesa ha una missione da compiere anche fuori dal
suo ovile. Cominciamo con i cristiani che non appartengono alla nostra
Chiesa. Abbiamo già menzionato la nostra collaborazione, fondata
sull’ecumenismo, per la produzione di testi biblici e traduzioni.
Abbiamo notato con nostro grande piacere, e certamente a maggior gloria
di Dio, che una maggior conoscenza delle Sacre Scritture da parte dei
cattolici ci ha avvicinato ai fratelli appartenenti ad altre tradizioni
cristiane, per i quali le Scritture sono spesso la principale e forse
l’unica guida alla vita cristiana. Quando siamo capaci di leggere la
Bibbia e pregare insieme, molti malintesi vengono superati, diventa
possibile e proficuo collaborare e si promuove la missione della Chiesa
in generale. Esistono, ovviamente, delle difficoltà, soprattutto con
quei gruppi che, oltre a essere fondamentalisti, sono dichiaratamente
anti-cattolici. L’Africa, sfortunatamente, è la discarica in cui gli
altri continenti riversano ogni tipo di idee folli, come per esempio che
la nostra Chiesa non “rispetta” la Bibbia, e per tanto, non può essere
considerata veramente cattolica. Molti dei nostri membri si sentono
spesso in imbarazzo per gli attacchi e gli abusi di questi gruppi,
soprattutto quando non sono adeguatamente preparati a difendere la
propria posizione di cattolici. Per questo molti dei nostri fedeli si
sono trovati nella necessità di approfondire le Scritture, proprio per
poter controbattere gli attacchi rivolti a loro e alla loro Chiesa. In
generale, comunque, credo che il contatto con i nostri fratelli
protestanti si stia gradualmente sviluppando nella giusta direzione.
4. Dimensione interreligiosa. Qui abbiamo a che fare soprattutto con le
Religioni tradizionali africane con l’ Islam. Sebbene vi siano anche
alcuni membri di altre religioni, quali l’Ebraismo, l’Induismo, il
Buddismo eccetera, essi non comportano per noi conseguenze pastorali
significative. Ciò nonostante, dobbiamo rapportarci ai nostri fratelli
africani che appartengono a queste altre religioni, armati della Parola
di Dio contenuta nelle nostre Scritture. Ho già parlato di coloro che
aderiscono alla Religione tradizionale africana, nonché dei molti valori
e delle molte verità che questa ha in comune con la nostra fede
cristiana. Nella mia esperienza, i seguaci della Religione tradizionale
africana ascoltano volentieri le storie della Bibbia e accolgono persino
molti dei suoi messaggi.In certo qual modo, lo stesso potrebbe dirsi dei
mussulmani, che fondamentalmente riconoscono Gesù almeno come profeta.
Parlano del “vangelo”, anche se potrebbe non essere necessariamente
quello che leggiamo noi. Tuttavia, vi è il patto fondamentale che Dio ha
stretto con noi attraverso i suoi profeti, pertanto, il rispetto per i
nostri testi sacri è dato in genere per scontato. Inoltre, considerati i
molti paralleli del Corano con le nostre Scritture, da cui potrebbero
essere stati estratti, esiste un ampio margine per mantenere un discorso
comune con i nostri fratelli e le nostre sorelle mussulmani. La
tragedia, tuttavia, è che non si fa abbastanza su questo versante,
poiché le rivalità fra cristiani e mussulmani, in molti luoghi, nascono
ovviamente dalle differenze, trascurando ciò che invece abbiamo in
comune. Inoltre, vi sono dei fanatici che asseriscono sfacciatamente che
il Corano non è che la versione migliorata e corretta delle nostre
Scritture. E quando costoro sono lasciati liberi di diffondere queste
loro idee che non sono di aiuto, il mutuo rispetto dei testi sacri
diventa difficile.
Il Concilio Vaticano II, in un unico e breve passaggio, ha raccomandato
di mettere a punto edizioni speciali delle Scritture per i fratelli che
professano un’altra fede. Per quanto ne so, ben poco è stato fatto a
questo riguardo. Credo che almeno in Africa dovremmo fare di più.
CONCLUSIONE
Si sta facendo molto, in questi giorni, riguardo alla Parola di Dio
nella Chiesa e, specialmente, nella vita e nella missione della chiesa
in Africa. Personalmente, ho solo cercato di riassumere e di dare scorci
generali della realtà africana. Tutto ciò è opera dello Spirito del
Signore che opera nelle nostre chiese locali. Tuttavia, molto di quanto
accade non viene documentato e resta a livello locale. Ma è proprio lì
che l’azione dello Spirito è al lavoro. Con il Sinodo speriamo che
l’entusiasmo che sta vivendo il nostro continente per la Parola di Dio
venga rafforzato e sostenuto. Inoltre, speriamo che l’aver raccontato la
nostra storia, le sfide che dobbiamo affrontare e i limiti delle nostre
risorse, ci permetta di avere più sostegno da coloro che ci hanno
aiutato nelle necessità che ho già menzionato. Noi continuiamo a essere
fiduciosi nello Spirito del Signore Gesù, l’Artefice delle Scritture e
loro grande Interprete, il quale parla a tutti coloro che le ascoltano
con il cuore. Possa la Parola di Dio, in tutta la sua ricchezza,
dimorare nei nostri cuori. Amen. (Col. 3:16).
[00012-01.15NNNN] [Testo originale: inglese]
-
Per l’Asia: S.E.R. Mons. Thomas MENAMPARAMPIL, S.D.B., Arcivescovo di
Guwahati (INDIA)
La Parola in Asia
“La Parola si è fatta carne”
1. Fu in Asia che la Parola si fece carne. Fu da lì che il Suo messaggio
salvifico fu portato in tutte le direzioni: Paolo rispose alla chiamata
del Macedone e partì per il continente occidentale; Pietro salpò per
Roma, Giacomo per la Spagna, Marco per Alessandria, Tommaso per l’India;
Ireneo andò a Lione ed altri ancora fino ai confini della terra.
2. La Parola di Dio fu accolta e meditata da uomini e comunità che la
forgiarono formando tradizioni spirituali che divennero l’eredità comune
della Chiesa primordiale. I primi Concili della Chiesa celebrati in Asia
approfondirono la riflessione. Non sapremo mai quanto della ricchezza
culturale e della serietà religiosa dell’Asia abbia permeato quei
concetti e quelle pratiche che oggi consideriamo parte del retaggio
cristiano universale, per esempio nel campo della dottrina cristiana,
della liturgia, del monachesimo, della disciplina ecclesiastica, dello
spirito missionario e in altri. Essa rimane una parte inscindibile del
nostro patrimonio comune. In effetti, non possiamo ignorare
l’“asiaticità” unica della tradizione cristiana biblica e primitiva.
La Parola annunciata
3. La storia ci insegna che i monaci siriani portarono la parola di Dio
con grande entusiasmo fino in Persia, Afghanistan, Asia centrale, Cina
occidentale e India meridionale. Essi dialogarono e inculturarono, ma
sempre condividendo il messaggio di Gesù con straordinario fervore.
Abbiamo le prove per poter affermare che essi ebbero rapporti con i
zoroastriani, i buddisti, i manichei, i taoisti, i confuciani, gli indù,
i mussulmani, nonché con le guide di altre religioni tribali, fra cui i
turchi, gli unni e i mongoli. Le comunità cristiane sorsero in luoghi
remoti come Xian (Cina). I monasteri si svilupparono come centri del
sapere, fortezze della teologia e della spiritualità (per esempio,
Edessa, Nisibis). I monaci attinsero al bagaglio delle lingue indigene,
delle culture, delle religioni e delle idee che trovarono tra i vari
popoli. Nacquero spontaneamente espressioni religiose locali.
4. Tali comunità, tutte insieme, probabilmente contavano circa 70
milioni di cristiani. Ma purtroppo, a causa del successivo emergere di
forze ostili nel cuore dell’Asia, molte di esse scomparvero o furono
gravemente indebolite. Ciononostante, le comunità dell’India meridionale
e dell’Asia occidentale continuarono ad esistere.
Resistenza delle civiltà
5. A parte queste avversità, furono anche altri i motivi per cui le
società asiatiche ignorarono la proposta cristiana. Come gli uomini di
Atene, troppo fiduciosi nella loro saggezza filosofica, non erano
disposti a prestare orecchio alla proposta (il messaggio di Paolo) che
proveniva da un altro patrimonio culturale, anche i capi delle civiltà
avanzate dell’Asia non ritennero di aver bisogno di qualcosa di più di
ciò che avevano raggiunto attraverso il loro intenso sforzo
intellettuale e la loro ricerca religiosa. Pur mantenendo sempre una
leggera curiosità per le idee e le esperienze provenienti dall’esterno,
non ritenevano che il grande bagaglio di saggezza che avevano accumulato
richiedesse di essere profondamente rivisto e incrementato.
6. Dal punto di vista storico, il fatto che il Cristianesimo venisse
proclamato religione ufficiale dell’Impero romano fece credere ai
persiani che la religione cristiana fosse fedele alleata di Roma,
l’avversario e il nemico numero uno della Persia. Da allora, l’immagine
dell’alleanza con lo straniero sarebbe rimasta legata a varie comunità
cristiane in diverse parti dell’Asia, attraverso il periodo coloniale
fino ai nostri giorni, soprattutto perché nella mente delle persone il
cristianesimo era diventato fortemente rappresentativo dell’Occidente
[1]. Fu per questo che le classi dominanti resistettero al messaggio
cristiano, mentre gruppi marginali, come piccoli gruppi etnici, comunità
tribali, pescatori, minoranze oppresse, caste più umili ed emarginati,
che consideravano le realtà sociali da una prospettiva diversa rispetto
alle classi dominanti, accolsero la potenza liberatrice della Buona
Novella (Lc 4, 18; Mt 5, 3).
Espansione cristiana
7. Abbiamo ben presente ciò che i missionari, provenienti per la maggior
parte dal mondo occidentale, hanno realizzato in seguito: le opere
compiute grazie allo zelo di persone come Saverio, Valignano, de Rhodes,
Britto, Vaz, Lievens, di persone che hanno saputo adattarsi alle
culture, come De Nobili e Ricci. Queste e molte altre anime eroiche,
penetrando nelle regioni più inaccessibili, affrontando capi tribali fra
i più ostili e superando immense barriere culturali, hanno annunciato il
Vangelo, edificato comunità, dato forma scritta alle lingue, dotato di
letteratura i gruppi linguistici; si sono dedicate a studi
antropologici, hanno fatto conoscere al mondo comunità sconosciute,
hanno suscitato interesse per le riflessioni antropologiche, sono
intervenute a nome delle comunità oppresse, hanno offerto servizi nel
campo della sanità e dell’educazione creando istituzioni imponenti,
hanno fatto pressione a favore delle riforme sociali, hanno introdotto
intere società alla modernità e hanno seminato nel cuore delle persone
delle idee perché potessero guidare la loro società verso la libertà e
offrire una leadership nella Chiesa e nella società in generale. Hanno
dato inizio alla riflessione teologica in diversi contesti culturali,
con un’edificante dose di autocritica, che ha gettato le fondamenta
dell’attuale pensiero missiologico. Ciò che è oggi la Chiesa in Asia è
dovuto al generoso servizio di queste persone [2]. E il proseguimento di
quest’opera è oggi affidato alle nostre mani.
La parola si traduce in vita: testimonianza
8. Sin dagli inizi del cristianesimo, gli evangelizzatori cristiani
ebbero sempre una forza di persuasione, perché la loro ‘Parola’ veniva
tradotta in azione. Madre Teresa ne è un esempio recente. I missionari
hanno conservato la loro creatività e hanno continuato ad esplorare
nuovi ambiti di lavoro. Il loro servizio nel campo dell’educazione e
della salute è tenuto in grande considerazione. Oltre a questi settori,
si sono dedicati alle nuove forme di povertà: analfabetismo,
disoccupazione, violenza urbana, disuguaglianza di genere e di casta,
feticidio femminile, dipendenza dalle droghe. Hanno offerto il loro
servizio ai bambini di strada, alle ragazze madri, alle famiglie
disgregate, alle persone disabili, ai malati di AIDS/HIV, ai malati
terminali, alle vittime della violenza, ai migranti, agli abitanti dei
quartieri poveri, ai diseredati e ai detenuti. E sono impegnati
attivamente per la giustizia a favore dei gruppi oppressi, nel lavoro a
favore del cambiamento sociale, nella promozione culturale, nella tutela
dell’ambiente, nella difesa della vita e della famiglia; nell’assistenza
ai deboli, agli oppressi e agli emarginati, dando voce a chi non ne ha.
9. Anche laddove il Vangelo incontra una maggiore resistenza, la
testimonianza evangelica delle opere socialmente rilevanti è bene
accetta. Il servizio sincero, sebbene silenzioso, ha una sua eloquenza.
“Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono; Per
tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro
parola” (Sal 19, 3-4). Vi sono luoghi in Asia dove il messaggio viene
“detto all’orecchio nelle stanze più interne” piuttosto che “annunziato
sui tetti” (Lc 12, 3). Questa è una scelta strategica in situazioni in
cui la libertà religiosa è limitata e non una rinuncia al proprio
dovere. Infatti il dovere di comunicare il messaggio rimane. In questo,
alcuni sono arrivati fino all’estremo e hanno testimoniato i valori
evangelici e la causa di Cristo al prezzo della propria vita.
La Parola continua a essere proclamata
10. In Asia sono stati compiuti grandi sforzi per avvicinare la Parola
di Dio alla gente. Questi sforzi, dopo il Concilio Vaticano II, si sono
intensificati. È cresciuta la consapevolezza della Bibbia. Si sono
moltiplicate le traduzioni della Bibbia [3], molte delle quali
realizzate in collaborazione ecumenica . È cresciuto l’entusiasmo per il
messaggio biblico. Sono osservate le domeniche dedicate allo studio
della Bibbia. È aumentato il numero dei gruppi di studio della Bibbia:
Comunità cristiane di base, BEC, Piccole Comunità Cristiane, Gruppi
carismatici, associazioni laiche, gruppi di giovani, riunioni di
famiglie. Piccoli gruppi di credenti leggono la Parola di Dio,
riflettono e applicano il messaggio alla loro situazione e pregano
(alcuni secondo i metodi LUMKO e ASIPA). Costoro hanno bisogno di essere
seguiti. Infatti senza una guida, l’eccessivo entusiasmo può portare le
persone ad interpretare le Scritture liberamente e anche i credenti di
lunga data possono arrivare al punto di abbandonare la Chiesa e unirsi a
qualche gruppo fondamentalista. È anche una sfida per i sacerdoti e i
religiosi a radicarsi di più nelle Scritture.
11. Gli studi biblici vengono realizzati mediante corsi per
corrispondenza, anche in vernacolo. La Bibbia e opuscoli sulla Bibbia
sono a disposizione degli studenti nelle nostre scuole, dei pazienti nei
nostri ospedali e delle persone in generale nelle diverse situazioni di
vita. Le scuole bibliche offrono un servizio innovativo. I libri che
fanno riferimento alla Bibbia continuano ad aumentare nelle nostre
biblioteche. I corsi biblici e teologici, programmati in maniera
creativa, vengono proposti ai religiosi, ai laici e ai giovani
impegnati. Stanno diventando popolari dei corsi nei fine settimana [4].
I supporti allo studio vengono prodotti su larga scala (materiale
audiovisivo, dipinti, opere d’arte, film, CD, cassette, lezioni via
Internet e messaggi sui cellulari, manifesti affissi in luoghi
pubblici). Vengono poi celebrate le settimane di studio biblico e, come
ho detto, anche le domeniche dedicate alla Bibbia. Si sta affermando
l’uso pastorale della Bibbia. La Bibbia occupa un posto di rilievo nelle
case. C’è un crescente interesse per la tradizione chiamata Lectio
divina. Le omelie spiegano la Parola di Dio durante la liturgia. Forse,
dovrebbero essere rese meno accademiche e più significative per la vita
cristiana.
12. Gli strumenti della comunicazione popolare (quali le danze, gli
sketch, le opere teatrali, le recite, i racconti) vengono abilmente
utilizzati per raccontare le storie della Bibbia. Anche la carta
stampata fornisce un’interpretazione cristiana degli eventi attuali. I
mezzi elettronici (Radio Veritas, Shalom TV) diffondono notizie e punti
di vista cattolici nei villaggi più remoti. I Centri d’informazione
cattolica sono aumentati e vi sono persone che si rivolgono a Cristo
alla ricerca di un significato. L’impegno nei confronti del messaggio
biblico costituisce un terreno comune per le iniziative ecumeniche.
13. Un forte impegno è anche quello di trasmettere fedelmente
l’insegnamento cristiano alle prossime generazioni. Ai bambini viene
impartito il catechismo tradizionale, organizzando gare, quiz, recite
che possano stimolarne l’interesse. Tuttavia, sarebbe necessario dare
maggiore importanza ad un tipo di comunicazione culturalmente
significativa. I giovani adulti studiano la Bibbia. Cercano di
approfondire la loro comprensione dei messaggi centrali della Bibbia
cercando di applicarli alla propria situazione sociale. Desiderano poter
condividere con entusiasmo la Buona Novella. È interessante osservare
che in Asia il 65% della popolazione è costituito da giovani.
La Parola alimenta la vita di preghiera e promuove la crescita della
Chiesa
“Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei”
(At 17, 22).
14. Queste parole sono rivolte a buon diritto agli asiatici di oggi;
infatti, essi continuano a considerare importanti le loro religioni in
un mondo che si sta rapidamente secolarizzando. “Nonostante l'influsso
della modernizzazione e della secolarizzazione, le religioni dell'Asia
mostrano segni di grande vitalità e capacità di rinnovamento, come si
può vedere nei movimenti di riforma all'interno dei vari gruppi
religiosi” (EA 6). Dialogare con i membri di una religione viva può
essere uno stimolo per la fede di ciascuno. Il senso del sacro che essi
promuovono è un bene per l’umanità.
15. Siamo grati a Dio che l’affluenza nelle chiese del nostro continente
sia elevata, fatto incoraggiante. La domenica è considerata sacra. Nei
villaggi sperduti dove non è possibile celebrare la Messa tutte le
domeniche, la gente si riunisce attorno alla ‘Parola di Dio’ con grande
devozione. La vita di preghiera, sia nella liturgia sia in altre
circostanze, è arricchita dalla lettura della Bibbia. Sono sempre più
numerosi i gruppi di preghiera. La Parola di Dio costituisce una potente
motivazione per l’apostolato oltre a rendere ancor più fecondo il nostro
impegno con il Vangelo. La gente accorre in gran numero ai ritiri
carismatici che annunciano la Parola di Dio in tutta la sua potenza. La
vita delle persone viene cambiata. Le preghiere di guarigione attraggono
anche moltitudini di non cristiani. Assistiamo a veri e propri miracoli
di guarigione e di conversione.
16. Si registra inoltre una crescita della Chiesa dove il nostro
personale apostolico (sacerdoti, religiose e catechisti) è attivamente
impegnato nel lavoro missionario fra ‘comunità ricettive’, si reca nei
villaggi, visita le case, stabilisce contatti individuali e di gruppo
mediante un’interazione diretta. Fra tali gruppi, possiamo ricordare
molte minoranze etniche (popolazioni tribali) che si trovano in diverse
parti della Cina, nelle isole indonesiane, nel Myanmar settentrionale,
nella Tailandia, nell’India nord-orientale e in altri luoghi che hanno
risposto con entusiasmo a questo modo di diffondere la Parola di Dio.
Pertanto, il messaggio di Gesù echeggia dalle cime dell’Himalaya fino ai
lontani oceani. E risuona in Asia centrale.
Preparazione degli annunciatori: fioritura di vocazioni in Asia
17. È chiaro che coloro che annunciano la ‘Parola’ dovrebbero ricevere
una seria formazione teologica e spirituale. La messe è invero copiosa
e, grazie a Dio, anche il numero degli operai continua ad aumentare. In
Asia le vocazioni stanno nascendo anche nelle nuove comunità cristiane.
I seminari e le case di formazione si moltiplicano, gli istituti
teologici, i centri di formazione per catechisti e altri istituti per la
formazione di religiosi e laici sono anch’essi in aumento. Quelli già
esistenti ampliano il proprio campo e diversificano i propri servizi.
18. In Asia, la vita religiosa viene compresa, se ne riconosce
l’importanza, se ne apprezza il contributo e se ne rispettano i
rappresentanti. Infatti, esistono modelli nativi di vita religiosa
appartenenti ad altre religioni asiatiche. Valori religiosi come la
rinuncia, l’austerità, il silenzio, la preghiera, la contemplazione e il
celibato sono tenuti in grande considerazione. Nascono nuove
congregazioni e istituti di vita apostolica e continuano a sorgere nuovi
movimenti religiosi poiché tale tendenza corrisponde al clima generale
prevalente nella società, in cui ogni religione si rinnova e sono molto
ricercate delle guide spirituali. In Asia, le persone religiose sono
considerate i custodi della saggezza, religiosa ma anche umana. Con una
formazione adeguata, i giovani credenti possono crescere diventando
annunciatori efficaci del messaggio cristiano.
Approfondimento della riflessione teologica
“Nel processo di incontro tra le diverse culture del mondo, la Chiesa
non trasmette soltanto le sue verità e i suoi valori rinnovando le
culture dal di dentro, ma attinge anche da esse gli elementi positivi
già presenti” (EA 21).
19. Il consolidamento della formazione teologica comporta anche
l’approfondimento della riflessione sulla Parola di Dio in un contesto,
quello dell’Asia, caratterizzato dalla povertà e dall’ingiustizia,
nonché da una pluralità di religioni, civiltà e culture. Ciò implica
l’uso di categorie di pensiero, simboli, tradizioni spirituali che
abbiano un significato per gli asiatici. È un compito, questo, molto
impegnativo per coloro che insegnano la ‘Parola’.
20. Come sappiamo, le parole hanno connotazioni differenti a seconda dei
diversi contesti culturali. Se colui/colei che insegna è troppo vicino
alle espressioni cristiane tradizionali, il messaggio potrebbe non
essere facilmente compreso da quanti non appartengono al gregge. Se però
la sua preoccupazione principale è quella di farsi capire da costoro, è
possibile che si allontani troppo dalle espressioni originali, dando
luogo a malintesi.
21. Tuttavia, non si tratta di ostacoli che non possano essere superati.
E quando ciò avviene, a seguito di studi approfonditi e di mature
riflessioni, si verifica l’inculturazione a un livello molto profondo;
l’inculturazione, infatti, va molto al di là delle apparenze.
Storicamente, il Vangelo ha superato molte barriere culturali in diverse
parti del mondo, in quello ellenico, germanico, celtico, slavo, siriaco
ed egiziano. Ogni passo ha favorito lo sviluppo della teologia e ha
arricchito la vita della Chiesa. Ma è stata necessaria una grande
sensibilità verso quella cultura e verso i sentimenti della comunità dei
credenti; parimenti, si è reso necessario un grande senso di
responsabilità verso la Chiesa locale e universale, nonché fedeltà alla
‘Parola’. Il magistero è sempre stato un valido aiuto. Proprio al fine
di favorire tale sforzo, le pubblicazioni teologiche asiatiche non
cessano di offrire una vasta gamma di riflessioni teologiche indigene.
In questo modo, la Chiesa asiatica cerca di contribuire alla “diffusione
della Parola” (At 6, 7; 12, 24; 19, 20).
22. Quando una civiltà è strettamente legata a una delle religioni più
importanti (per esempio, l’Islam, l’Induismo, il Confucianesimo, lo
Shintoismo), è necessario fare attenzione nel mutuare da quelle
religioni gli elementi adatti alla fede e all’adorazione. Se chi insegna
la ‘Parola’ inizia ad usare espressioni che i seguaci di quelle grandi
religioni considerano proprie, essi potrebbero considerarla una
violazione di ciò che per loro è sacro e percepire la comunità cristiana
come un’imposizione estranea. L’iniziativa potrebbe offendere entrambe
le comunità. Al contrario, le espressioni cristiane tradizionali
potrebbero non avere attrattiva per la mentalità collettiva della
società alla quale è rivolto il messaggio. Non intendiamo però
rinunciare ai nostri tentativi di inculturazione a causa di tali
difficoltà.
23. Quando al rispetto nei confronti delle culture e delle comunità si
aggiunge l’audacia apostolica e la fedeltà alla ‘Parola’ si apre un
nuovo territorio; e in quel mondo di civiltà si amplia lo spazio per
nuove espressioni di fede e di culto. “Grazie a questa azione nelle
chiese locali, la stessa chiesa universale si arricchisce di espressioni
e valori” (RM 52). E Cristo si incarna in quella cultura. Ma dobbiamo
procedere con cautela, perché abbiamo a che fare con comunità
estremamente e profondamente sensibili, poiché gli asiatici hanno un
profondo senso del sacro.
24. Mentre la società moderna cerca nella religione l’importanza al fine
di vedervi un significato, gli asiatici cercano principalmente la
profondità. Papa Giovanni Paolo II ha detto: “Il contatto con i
rappresentanti delle tradizioni spirituali non cristiane, in particolare
di quelle dell'Asia, mi ha dato conferma che il futuro della missione
dipende in gran parte dalla contemplazione” (RM 91). I popoli dell’Asia
ricercano la profondità spirituale che deriva dall’esperienza di Dio.
Chiunque può offrire loro questo, attira la loro attenzione. In questo
contesto, però, l’esperienza di Dio non si traduce in una specie di
rapimento estatico, ma si riflette nella sincerità, nell’autenticità,
nella genuinità, nella coerenza fra parole e fatti, nella generosità che
si dimostrano nell’impegno per il bene comune. Le persone in grado di
fare questo, quando parlano con l’unzione spirituale, riescono sempre a
farsi ascoltare.
Condivisione della Parola di Dio nei diversi contesti di vita
25. La Buona Novella di Gesù ottiene grandi risultati quando viene
diffusa nelle diverse situazioni della vita di oggi. Molto
dell’insegnamento di Gesù che è giunto fino a noi è stato impartito
durante normali incontri fra persone. I cuori venivano toccati, le vite
cambiate, in molti andavano ad aggiungersi alla comunità dei fedeli.
Questo è ciò che sta accadendo oggi in Asia, silenziosamente, ma
decisamente, grazie allo sforzo dei credenti cristiani che portano un
messaggio di pace nelle situazioni di conflitto, di giustizia dove
esistono degli oppressi, di onestà dove regna la corruzione, di
uguaglianza dove esistono differenze di casta, di genere, di razza e di
etnia, di aiuto ai poveri e agli affamati. È un modo diverso di portare
la testimonianza di Cristo, differente dalla presentazione di Cristo di
un libro impostato sulla rivendicazione della verità, su dibattiti e
disquisizioni, ma è anche un modo assai eloquente di spiegare gli
insegnamenti del Vangelo. E’ così che si traduce in vita vissuta il
messaggio cristiano.
26. In molti paesi dell’Asia, i cristiani vivono sotto una pesante
oppressione. Esistono limitazioni alla libertà, i neo-convertiti vengono
perseguitati e la comunità dei credenti è vittima di persecuzioni, come
è recentemente accaduto a Orissa (India). Tuttavia la pazienza, il
riserbo, la moderazione delle reazioni, lo spirito di perdono dimostrati
dalla comunità hanno in sé un potere di evangelizzazione. L’impegno
della comunità cristiana per il bene comune e il grande interesse per le
questioni fondamentali dell’umanità (la giustizia, la pace, la famiglia,
l’ambiente, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la sincerità,
l’onesta, il rispetto per la vita, la preoccupazione per i più poveri,
il senso profondo della responsabilità per le vicende umane) parlano da
soli. Tali questioni richiamano l’interesse generale e parlano un
linguaggio che tutti comprendono; esse sono i potenti vettori del
messaggio del Vangelo.
27. La comunità Cristiana in Asia è grata al Signore per i laici che
svolgono la missione di diffondere il Vangelo nel campo dell’educazione,
della politica, dell’amministrazione, della legislazione, della
magistratura, della scienza, della tecnologia, della famiglia, dei
servizi per i giovani, dell’arte e della musica. Gettano ponti fra
culture, identità etniche, ideologie, filosofie, interessi politici ed
economici, anche se tutto questo rimane un compito difficile da
assolvere.
28. Pietro ha esortato: “siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi
domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia, questo sia fatto
con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3, 15-16). Gran parte della teologia
cristiana degli inizi deriva dagli scritti dei Padri della Chiesa che
cercarono di spiegare la fede sia agli amici che ai nemici. Ed è così
anche oggi. I nostri teologi e pensatori cristiani in Asia cercano di
rivolgere il loro messaggio ai detrattori della religione, ai
fondamentalisti, agli ultra-modernisti, ai pensatori radicali e agli
attivisti, siano o no essi cristiani. Quanti svolgono questo servizio
meritano il nostro ringraziamento, così come tutti gli altri
evangelizzatori. Il loro operato, se svolto in modo responsabile, può
portare a nuove formulazioni, nonché a una più profonda consapevolezza
di sé della stessa comunità cristiana.
Il Vangelo produce persone spiritualmente motivate
29. Gli storici iniziano a rilevare che l’ateismo, in certi periodi
della storia, potrebbe essere scaturito da un profondo senso di
ingiustizia diffusosi nella comunità dei credenti; parimenti, alcune
forme di anticlericalismo e di apostasia potrebbero essere derivate
dall’insuccesso dei servitori della Chiesa. Scismi ed eresie potrebbero
essere stati aggravati dalle distanze culturali. D’altro canto, nei
momenti di instabilità sociale della storia umana, si verificano
cambiamenti rapidi che possono condurre perfino alle rivoluzioni.
Dobbiamo considerare che l’Asia sta attraversando proprio uno di questi
periodi, contrassegnato da improvvisi cambiamenti e da incertezze: il
rifiuto dello sfruttamento coloniale e l’accettazione di forme di
sfruttamento autoimposte, la dichiarazione d’indipendenza e
l’accettazione di nuove forme di dipendenza, la transizione verso la
democrazia ma anche l’allontanamento da essa, o il progresso verso
l’uguaglianza economica, ma anche il suo contrario: ovvero la
transizione verso la modernità accompagnata da una vigorosa
riaffermazione della cultura tradizionale.
30. Vi sono dunque dei cambiamenti in atto nelle società e nelle culture
tradizionali, e i valori vengono messi alla prova. Nonostante ciò, la
religione in Asia non sembra essersi indebolita. Si manifesta in nuove
forme, a volte anche con un pizzico di politica. Il pensiero pluralista
non ha però condotto alla completa secolarizzazione o al nichilismo, ma
ha solo insegnato il rispetto reciproco. Tuttavia non deve condurre
all’indifferenza.
31. In mezzo a tante incertezze politiche e sociali, la piccola Chiesa
d’Asia non offre alla gente una nuova Utopia, non promette di creare dei
superuomini. Cerca piuttosto un modo per creare persone moralmente e
spiritualmente motivate, nonché gruppi disposti a impegnarsi seriamente
per il bene dell’umanità. Continuerà a ricordare agli uomini il loro
eterno destino in Cristo. Il Vangelo seguita a rivelare la sua forza
interiore anche in mezzo a tante tensioni sociali.
La Parola sacra in Asia
32. Torniamo allora al punto da cui eravamo partiti: la Parola di Dio.
Anche se le persone restano ammirate dall’imponenza e dalla grandezza
delle opere cristiane, esse vengono toccate e trasformate soltanto dal
potere della Parola di Dio. L’espressione ‘Parola sacra’ ha un
significato per i popoli dell’Asia, poiché essi possiedono antichi libri
che sono considerati sacri e autorevoli, che influenzano profondamente
la loro vita e la loro cultura: credenze, comportamenti, rapporti,
culti, principi morali. Si ritiene che possano indicare la via della
salvezza. Tali libri, che sono considerati sacri, hanno un canone
definito e possono essere interpretati solo dalle persone autorizzate
(sacerdoti, monaci, studiosi e concili). Vengono letti, cantati,
salmodiati, meditati, ripetuti, memorizzati, rappresentati in icone,
annotati in bella grafia. Essi devono essere compresi dalla mente e
accettati dal cuore affinché possano trasformare la realtà umana.
Una cosa è certa: vi è ancora fame di spiritualità in Asia. La serietà
con cui in Asia è considerata la religione è un bene prezioso per tutta
l’umanità e non solo per i continenti orientali. Nella psiche collettiva
delle popolazioni asiatiche i movimenti religiosi hanno attecchito più
profondamente di quelli politici e anche coloro che non desiderano
cambiare la propria fede sono desiderosi di cercare profondità
spirituali. Gli asiatici sono aperti alla Parola di Dio. Il pensiero
biblico tocca ancora la vita delle persone, riguarda i valori della
comunità, trasforma le relazioni, modifica le filosofie, influisce sui
programmi di miglioramento sociale, poiché gli asiatici sanno che “non
di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola uscita dalla bocca di Dio”
(Mt 4, 4).
Possano queste parole diventare realtà per l’Asia di oggi: “Io effonderò
il mio spirito sopra ogni persona, i vostri figli e le vostre figlie
profeteranno” (At 2, 17). Possa questo messaggio raggiungere i confini
della terra.
NOTE
[1] Visto il recente spostamento del modello cristiano verso altre parti
del mondo, questa immagine potrebbe cambiare.
[2] Qualcuno potrebbe ricordare soltanto l’alleanza fra i missionari e i
regimi coloniali, ma sarebbe assolutamente scorretto, poiché molte
furono le restrizioni che subirono e ben poche le opportunità che furono
loro concesse. Anch’essi furono perseguitati dalle autorità coloniali
anti-clericali. Dovettero avere una fede profonda per superare le
insormontabili difficoltà e continuare nella missione di diffondere il
Vangelo.
[3] Un recente rapporto dichiara che a Nanjing (Cina) la casa editrice
Amity Printing Company ha pubblicato 6 milioni di Bibbie solo nel 2007 e
che ha in programma di aumentare la produzione a 12 milioni di Bibbie
l’anno, ovvero 23Bibbie al minuto (SAR News, giugno 16-30, 2008, pag.
22). Tale iniziativa è partita nel 1987 e sono già stati pubblicati 50
milioni di copie.
Un’edizione giapponese del Dizionario di Teologia biblica è oggi
disponibile in formato elettronico. Esiste un corso molto apprezzato che
si chiama “La Bibbia in 100 settimane”.
[4]Ci si lamenta circa il modo in cui vengono insegnate le Scritture,
vale a dire in uno stile troppo accademico, non sufficientemente
orientato a un uso spirituale e pastorale della Bibbia.
[00013-01.08] [NNNNN] [Testo originale: inglese]
-
Per l’America: S.Em.R. Card. Oscar Andrés RODRÍGUEZ MARADIAGA, S.D.B.,
Arcivescovo di Tegucigalpa, Presidente della Conferenza Episcopale
(HONDURAS)
Non è pervenuto il testo dell’Intervento prima della chiusura della
redazione del Bolletino.
-
Per l’Europa: S.Em.R. Card. Josip BOZANIĆ, Arcivescovo di Zagreb
(CROAZIA)
1. Il Santo Padre Benedetto XVI, incontrando nello scorso mese di
settembre il mondo della cultura al Collège des Bernardins di Parigi,
così concludeva il suo discorso: «Ciò che ha fondato la cultura
dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane
anche oggi il fondamento di ogni vera cultura».
Parlando del rapporto tra la Parola di Dio e l’Europa si potrebbe di per
sé prendere in considerazione ogni epoca storica ed esporre gli influssi
della Bibbia sui singoli aspetti culturali, economici e politici. Ma non
è questo il compito del mio intervento, né in quanto ad estensione, né
in quanto a contenuto. Il dato incontrovertibile da cui parto è che è
impossibile dissociare l’Europa dal cristianesimo, soprattutto perché è
il cristianesimo la chiave di lettura privilegiata per comprendere il
nostro Continente nella sua totalità.
In effetti, se guardiamo dal punto di vista geografico, è difficile
delimitare l’Europa, segnarne i confini soprattutto verso l’Oriente e il
Sud-Oriente. Se consideriamo poi l’Europa dalla prospettiva politica e
dalle visioni ivi sottese, ci troviamo nella stessa difficoltà perché
l’eredità europea è molto più ampia delle organizzazioni politiche di
convivenza umana in un determinato luogo.
È evidente che il processo di cristianizzazione ha unito gli elementi
determinanti del tessuto europeo, ma la cristianizzazione, semplicemente
detto, significa l’annuncio della Parola di Dio, capace di illuminare i
diversi aspetti della vita degli uomini. È chiaro che l’Europa nella sua
evoluzione storica non è segnata solo dal Cristianesimo. Tuttavia si può
asserire con ragione che l’Europa è nata grazie al Cristianesimo, e la
Chiesa ha contribuito alla costruzione dell’Europa, grazie
all’instancabile impegno degli annunciatori della salvezza di Cristo,
come attestano in modo esemplare i santi Patroni Benedetto e Cirillo e
Metodio. Non mancano, è vero, pagine oscure della sua storia che
appaiono oggi in netto contrasto con la Buona Notizia del Vangelo; e
tuttavia, pur collegate al diffondersi della Cristianità, esse non sono
che il suo doloroso, negativo risvolto, espressione del peccato che
abita il cuore dell’uomo. Tocchiamo qui quella parte della storia
europea che appartiene al mysterium iniquitatis.Esiste un legame
indissolubile tra la Bibbia e l’Europa. Tutto ciò che ha fatto grande la
cultura europea e la sua civilizzazione - l’Europa dalle mille
Cattedrali, l’Europa custode dei tesori dell’arte, della letteratura e
della musica cristiana, l’Europa che nella forza prorompente della
carità cristiana ha saputo esprimere segni concreti della solidarietà e
del servizio ai poveri - ha il proprio punto di partenza nella Bibbia.
Temi quali la dignità della persona, il riconoscimento dei diritti
umani, la separazione tra Chiesa e Stato – solo per fare alcuni esempi –
hanno il loro nucleo sorgivo nella Bibbia. La giustizia sociale, il
diritto, la critica a qualsiasi tipo di idolatria, il rifiuto delle
false immagini di Dio, hanno il loro fondamento nella Bibbia. La Bibbia
unisce l’Oriente e l’Occidente, il Nord ed il Sud del continente come
pure le diverse Chiese e comunità cristiane.
2. Può essere fecondo leggere il rapporto tra Parola di Dio ed Europa
prendendo spunto dalla traccia dell’Instrumentum laboris, con la sua
struttura tripartita: Il mistero di Dio che ci parla – La parola di Dio
nella vita della Chiesa – La parola di Dio nella missione della Chiesa.
Tale articolazione tematica offre contenuti e metodi per un itinerario
che, applicato alla realtà europea, può certo favorire una rinnovata
presa di coscienza della centralità della Parola nella vita delle nostre
comunità. Cercherò di considerare un percorso in tre tappe: revelatio –
interpretatio – celebratio, ognuna delle quali ha al suo centro la
pratica della Lectio divina.
La Parola di Dio rivelata ci manifesta Dio che viene incontro all’uomo,
offrendogli la possibilità di scoprirLo e conoscerLo nel mistero della
propria vita. Il Dio dell’alleanza, il Dio di Gesù Cristo e del mistero
pasquale, che dà compimento alle promesse dell’Antico Testamento – nel
solco dell’eredità spirituale giudaica – è stato annunciato sul suolo
europeo dapprima ai popoli del mondo greco-romano, in circostanze che
hanno spesso richiesto la testimonianza del martirio. La revelatio ha
necessariamente implicato la presa di distanza e il superamento delle
norme vigenti nella vita di quella società, e tuttavia tale
“rivoluzione” e “ri-culturazione” sono avvenute adattandosi
all’intelligibilità e al linguaggio dell’epoca.
Anche in epoche posteriori, l’azione missionaria – attingendo alla
Rivelazione di cui era portatrice – ha portato con sé come conseguenza,
e non come scopo primario, l’inculturazione offrendo alla Parola di Dio,
interpretata mediante la Tradizione e il Magistero della Chiesa, la
possibilità di dare nuova forma alla vita degli uomini. Questo processo
si è ripetuto nel contatto della cultura romana con la cultura
franco-germanica, con i popoli slavi e gli altri popoli via via
evangelizzati. Tale dinamica ha permeato la formazione della coscienza
europea nel Medioevo, anche se le circostanze esterne erano diverse.
L’interpretatio è progredita certo durante tutte le epoche – come non
ricordare la feconda stagione della Patristica – ma è nel secondo
millennio, e soprattutto con la Riforma, che si sono prodotte le svolte
importanti, purtroppo però approdando talora a divergenze di approccio.
Tutto ciò ha generato anche scontri, ma dall’interpretazione –
necessaria compagna dell’evangelizzazione e frutto dell’azione dello
Spirito nella Chiesa e nel cuore dei credenti – è germogliato infine un
fecondo distacco da quelle fratture, evitandone di nuove. La teologia
europea e la pastorale nelle loro visioni ermeneutiche ne hanno tratto
un reciproco arricchimento. La necessità, oggi più che mai avvertita, di
promuovere la conoscenza della Bibbia è perciò anche per evitare il
pericolo di nuove letture “fondamentaliste” e derive ideologiche.
La Rivelazione non è quindi qualcosa di statico, né è qualcosa che
cronologicamente è separato dagli altri processi: ovvero, la revelatio è
sempre accompagnata dalla interpretatio, che si attua – infine – nella
celebratio. Si tratta sempre di Dio che ci parla, si tratta della
scoperta della verità sull’uomo e sul mondo, la quale diventa Parola
vissuta e celebrata, dando ragion d’essere alla missione e all’azione
nella Chiesa.
3. Oggi in Europa si avvertono i segni di un rinnovato interesse per la
Bibbia. Perciò è necessario ripartire da Dio e dall’evento della sua
Rivelazione, e al tempo stesso avere il coraggio di una nuova e più
matura proposta di Lectio divina. Parlando di Lectio divina non penso
solo alla frequentazione del testo sacro, che rimane pur sempre
riferimento essenziale per il discernimento ecclesiale. Non penso
neppure alla lettura limitata allo spazio ristretto della soggettività.
Penso piuttosto all’ascolto di Dio che continuamente agisce nella
storia, scoprendo la Sua presenza in ogni avvenimento. Ciò consentirà di
“leggere” la vita della Chiesa in Europa come luogo nel quale Egli si
rivela. È così che la Lectio divina, come lettura nello Spirito, diventa
esperienza divino-umana, il cui soggetto è Dio stesso all’opera nel
corpo ecclesiale.
In una simile prospettiva, si pone la domanda di come leggere le
divergenze di opinione nella Chiesa, i conflitti tra i popoli; ma anche
come affrontare l’emarginazione culturale del cristianesimo, la ricerca
di libertà fuori della presenza di Dio. Ora, se il cristianesimo è il
principio fondante che abbraccia e unifica l’Europa, dovremmo
riconoscere l’azione di Dio che si rivela anche nel nostro andare fuori
strada, nelle nostre discordie e conflitti, così come nella comunione,
nel rispetto e nell’altruismo. Questo ci sollecita ad un cristianesimo
che non si lascia coinvolgere nel gioco della politica e dell’economia,
fino a diventare irriconoscibile. La responsabilità dei cristiani in
Europa deve far sì che non ci si possa limitare ad una lettura
esclusivamente politica ed economica degli avvenimenti. Non assumere il
metodo che ci è offerto nella Lectio divina – e per il quale lasciamo
che “Dio ci legga” – ha conseguenze dirette sia nella celebrazione di
Dio, mistero rivelato e donato, sia nella missione della Chiesa. Nella
concezione cristiana, infatti, celebratio è sempre anche attualizzazione
dell’evento del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, il
farsi-presente-di nuovo qui e ora nella storia degli uomini
(re-praesentatio). Celebratio diventa perciò Lectio divina nel
significato più pieno. Ed è nella Chiesa che celebra il Signore risorto
che la Parola di Dio si fa carne, divenendo strumento di salvezza per
tutti gli uomini.
4. L’Europa vive la sua crisi di identità a tutti e tre i livelli
considerati. Sembra che essa voglia fuggire dal Dio rivelato e stia
cercando la fonte della sua identità rinchiudendosi nell’humanum,
concetto che è intenzionalmente vago. Quando l’uomo non ascolta ciò che
Dio dice, inevitabilmente inizia a parlare al suo posto, ma nel fondo di
questo discorso c’è la paura. L’Europa senza Dio rischia di diventare un
nido di angustia e di costruire una civiltà della paura. La Parola di
Dio restituisce speranza e gioia.
L’Europa, inoltre, entra in crisi quando non accetta la forza
interpretante della Parola di Dio, che trova nella fede e
nell’ispirazione il suo ultimo fondamento. È arduo questo compito per
tutte le discipline scientifiche e specialmente per la teologia.
L’Europa a ragione si vanta dello sviluppo del proprio pensiero
teologico, ma c’è bisogno di un ulteriore sforzo per un più proficuo
confronto con le nuove interpretazioni e ricerche scientifiche, che
spesso di proposito sono separate dai paradigmi ermeneutici della verità
cristiana. Il rifiuto della parola di Dio come istanza interpretativa
conduce l’Europa verso la cultura dello scoraggiamento e
dell’insicurezza.
Infatti, una cultura che rompa con la celebrazione cristiana, cioè con
la celebrazione del Mistero della bontà di Dio e della salvezza
realizzata in Cristo, rischia la propria gioia e spinge l’Europa nella
civiltà dell’afflizione e della tristezza, che avverte il peso della
vecchiaia e della morte. La Parola di Dio restituisce all’uomo europeo
la capacità di celebrare la vita. Là dove esiste la celebrazione dei
misteri cristiani, la Chiesa è giovane, e questo garantisce anche la
giovinezza dell’Europa.
5. La Lectio divina non è solo la forza interiore per una nuova
ispirazione all’apostolato, ma è anche il fondamento per il movimento
ecumenico e per il dialogo interreligioso. Essa è via di comprensione
della Parola di Dio, per la quale è necessaria la trascendenza. Questa è
anche il luogo della libertà nella quale si cerca la risposta umana. In
questa sua dinamica umano-divina la Lectio divina presenta perciò una
forza trasfigurante. Anzi, si può affermare che Cristo stesso è Divina
Lectio. Essere cristiani, essere cristiformi, vivere il cristianesimo,
significa “essere Lectio divina”. Rimane pressante perciò l’invito a
praticare la Lectio divina, la lettura pregata e meditata della Parola
di Dio. È necessario partire dalla Sacra Scrittura anche nelle più
ordinarie azioni pastorali, perché in essa dimora la forza della
metaforicità (del significato al di là del testo) e della
trasfigurazione (dell’esperienza del dono, esperienza al di là
dell’autosufficienza). Allora si giunge a dire con San Paolo: “Per me
vivere è Cristo”.
Quest’anno avremo la possibilità di tornare spesso sulla vita e sugli
scritti di San Paolo. L’Apostolo delle Genti interpreta la sua missione
come una “chiamata”, come un dono di Grazia e mai come un’iniziativa
autonoma. San Paolo pone le fondamenta perché la spiritualità cristiana
non sia soltanto una spiritualità dell’imitazione, ma anche una
spiritualità della conformazione. Nella prima la protagonista è l’io, la
norma è la legge e la virtù di fondo è lo sforzo costante del singolo.
Nella spiritualità della conformazione, invece, il soggetto è lo Spirito
Santo che plasma Cristo nel credente; la norma è il riconoscimento della
Grazia che sempre precede; la virtù di fondo è la disponibilità a
lasciare che Cristo prenda forma nella propria esperienza di vita.
6. Poiché provengo da Zagabria, dalla Croazia, dove nei giorni scorsi
abbiamo celebrato i dieci anni della beatificazione del Cardinale
Alojzije Stepinac, desidero aggiungere ancora un pensiero in riferimento
a Lui. Il Segretario di Stato, il Signor Cardinale Tarcisio Bertone,
nell'omelia ha illustrato un parallelismo particolarmente suggestivo tra
San Paolo e il Beato Alojzije Stepinac. Ha parlato dapprima del loro
incontro con il Cristo Risorto, e in seguito ha sottolineato: «Ciò che
ci colpisce sia nell’Apostolo Paolo che nel Cardinale Stepinac è che,
mentre quanti li perseguitavano erano schiavi di ideologie menzognere e
violente, essi, pur esteriormente privati della libertà, restavano
intimamente liberi: liberi di incoraggiare e di guidare gli amici,
sereni nel sostenere i fratelli nella fede, pronti a perdonare e pregare
per i nemici e per quelli che stavano facendo loro del male».
Noi che proveniamo dalla parte dell’Europa in cui hanno dominato vari
regimi dittatoriali, ultimo tra i quali il comunismo, abbiamo compreso
che i pastori e i fedeli hanno potuto resistere davanti alle crudeltà e
agli orrori delle ideologie solo confidando nella Parola di Dio.
Colmi dello Spirito di Cristo attinto dalle Sacre Scritture molti
cattolici e cristiani europei del ventesimo secolo hanno potuto
discernere tra il bene e il male, hanno potuto resistere alla sfida dei
totalitarismi, rivelandone la perfida e satanica deviazione. La Sacra
Scrittura ha permesso loro di scoprire non solo le debolezze degli altri
e quelle proprie, ma prima di tutto la speranza che sgorga dalla stessa
Parola di Dio. Speranza nella vita che è più forte della morte e della
distruzione, speranza nel senso che è più forte del non senso, speranza
nella cura di Dio per gli oppressi e i poveri, per coloro che sono ai
margini della società, speranza che li ha spinti a dare forma ad un
mondo migliore e più giusto.
Riappropriarsi della memoria e dell’eredità cristiana – raccogliendo la
lezione delle passate generazioni – significa pertanto, per noi europei,
tornare alla radice della nostra identità storica, attingendo alla
sorgente viva della Parola di Dio. Per noi europei la professione della
fede, nutrita di ascolto della Parola e di esperienza ecclesiale, deve
proporsi come testimonianza provocando tutti, credenti e non – per
riprendere l’auspicio con cui Giovanni Paolo II concludeva l’Esortazione
Apostolica Ecclesia in Europa – «a tracciare vie sempre nuove che
sboccano nell’“Europa dello Spirito”, per farne una vera “casa comune”,
dove c’è gioia di vivere» (EE, 121).
[00018-01.06] [NNNNN] [Testo originale: italiano]
-
Per l’Oceania: S.E.R. Mons. Michael Ernest PUTNEY, Vescovo di Townsville
(AUSTRALIA)
La Parola di Dio in Oceania
Durante la Messa di apertura della Giornata Mondiale della Gioventù a
Sydney, per la processione del Libro dei Vangeli, alcuni giovani
studenti delle isole dello stretto di Torres, nel nordest
dell’Australia, hanno eseguito una cerimonia chiamata “la venuta della
Luce”. Questa cerimonia descrive l’arrivo di un missionario europeo che
porta la Bibbia. La sua offerta della Parola di Dio inizialmente
incontra la resistenza della popolazione locale. Poi essa cambia idea e
abbraccia la Parola di Dio, che trasforma la sua vita. Dopo qualche
contatto iniziale nei secoli precedenti, la Parola di Dio è stata
portata in Oceania da missionari, sia protestanti sia cattolici, nel XIX
secolo.
Le culture dell’Oceania, diverse da quella occidentale dell’Australia e
della Nuova Zelanda, spaziano da culture letterate a culture
prevalentemente orali. Nelle prime, le Scritture vengono custodite e
lette nelle case, spesso molto più di quanto avviene in Australia o in
Nuova Zelanda. Nelle seconde, anche oggi il messaggio della Parola di
Dio viene condiviso di più attraverso la narrazione, i rituali, il canto
e la recitazione piuttosto che attraverso la semplice lettura del testo.
In molti luoghi la processione della Parola di Dio nella liturgia è
un’espressione culturale molto viva di fede nella Parola di Dio. Anche
questo è emerso in modo evidente nell’accoglienza al Santo Padre in
occasione della Giornata Mondiale della Gioventù e durante la Messa
conclusiva, quando la Parola di Dio è stata portata in processione da
pellegrini provenienti rispettivamente da Tokelau e da Fiji. Questo
riconoscimento rispettoso della Parola può insegnare molto agli
australiani e ai neozelandesi, che talvolta possono dare per scontato il
privilegio di leggere la Parola di Dio.
L’impegno straordinariamente zelante e talvolta eroico dei missionari
che hanno condiviso la Parola di Dio attraverso la predicazione del
Vangelo, i sacramenti e l’insegnamento della tradizione della Chiesa a
tante persone in tutto il Pacifico, ha portato copiosi frutti. Tali
frutti non sono stati privi di ambiguità poiché, come è stato
sottolineato in Ecclesia in Oceania, i missionari introducevano talvolta
elementi culturalmente estranei alla gente (3). È anche vero che, a
volte, elementi in contraddizione con la Parola di Dio appartenenti alla
cultura che accoglie continuano ad influenzare la vita delle persone. Di
fronte a queste sfide, c’è bisogno di personale qualificato per
insegnare nei seminari maggiori e negli istituiti di educazione
superiore nei numerosi paesi dell’Oceania.
Le nuove Chiese del Pacifico devono ora far fronte alla sfida della
transizione culturale nel momento in cui, in alcuni luoghi, passano
dalle comunità dei villaggi alla vita urbana e alla partecipazione ad
un’economia globale. A causa di questa transizione possono verificarsi
tensioni nella vita familiare e una disgregazione del tessuto sociale.
Inoltre, talvolta possono trovare difficoltà ad affrontare il processo
politico occidentale che la maggior parte di esse ha ereditato dai
colonizzatori europei, nonché minacce ambientali sempre più grandi a
causa del cambiamento climatico.
Inoltre, nei numerosi paesi dell’Oceania vi è un numero incredibile di
lingue in cui idealmente la Parola di Dio dovrebbe essere comunicata.
Per esempio, solo in Papua Nuova Guinea vi sono ottocento e
quarantasette lingue distinte. Complessivamente in Oceania vi sono mille
e duecento lingue differenti.In Australia e in Nuova Zelanda la Parola
di Dio è giunta con i primi europei che si sono stabiliti in queste
isole. La Chiesa è cresciuta e ha prosperato. Ma ora la Parola spesso
stenta ad essere ascoltata in una cultura che è indifferente.
L’Australia è uno dei paesi più secolarizzati del mondo. In Nuova
Zelanda molte più persone vengono dalle isole del Pacifico e tendono a
una maggiore religiosità, ma la cultura europea predominante è
secolarizzata come quella australiana.
Tuttavia, per una splendida settimana durante la Giornata Mondiale della
Gioventù, le strade della secolarizzata Sydney sono state piene di segni
vivi della presenza d Dio, e la resistenza della cultura è crollata
dinanzi alla potenza dello Spirito Santo presente sui volti e nelle voci
di 200.000 giovani.
Molti cattolici in Australia e in Nuova Zelanda vivono la propria vita
in un modo profondamente forgiato dalla loro fede nella Parola di Dio,
ma ciò non è sempre evidente ed è diventato quasi un segreto nella
nostra cultura dominante secolarizzata. Ciò avviene non perché le
persone non siano veramente fedeli, ma perché l’esistenza di Dio non
viene riconosciuta in alcun modo nella vita quotidiana degli australiani
comuni e di molti neozelandesi. La maggioranza vive per gran parte del
tempo come se Dio non esistesse, anche se sono credenti.
Dopo la Giornata Mondiale della Gioventù, alcuni australiani e
neozelandesi hanno la percezione che la promessa di una nuova
evangelizzazione potrebbe essere finalmente in atto, nonostante
l’apparente impermeabilità della cultura secolarizzata. Nella sua
descrizione del contesto in cui la Parola di Dio deve essere predicata
in Australia e, in grande misura, in Nuova Zelanda, il Santo Padre
durante la Giornata Mondiale della Gioventù ha parlato del “sinistro”
fenomeno della libertà e della tolleranza, tanto spesso separate dalla
verità, e di un relativismo che ha dato importanza all’“esperienza”
staccata dalla considerazione di ciò che è buono o vero. Ha descritto
con precisione la cultura secolarizzata in Australia e in Nuova Zelanda
quando ha parlato di un “deserto spirituale” e ha proseguito dicendo:
“Quanti dei nostri contemporanei si sono scavati cisterne screpolate e
vuote (cfr. Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di
quell’ultimo significato che solo l’amore può dare? Questo è il grande e
liberante dono che il Vangelo porta con sé”.
La sfida che l’Australia e gran parte dell’Oceania devono affrontare è
quella di trovare nuovi modi per permettere che questo dono del Vangelo
venga ascoltato. Tornando a guardare alle raccomandazioni di Ecclesia in
Oceania, quali la prassi della lectio divina e la formazione biblica
delle persone, è evidente che vengono adempiute solo in parte.
L’Esortazione apostolica post-sinodale aveva indicato la Parola di Dio
come “sorgente inesauribile dell'evangelizzazione” (38). La Chiesa in
Australia e in Nuova Zelanda e negli altri paesi dell’Oceania si sta
soffermando sempre più insistentemente sulla necessità di impegnarsi in
una nuova evangelizzazione in questa nostra regione, specialmente nella
cultura secolarizzata dell’Australia e della Nuova Zelanda. Tuttavia,
attualmente non sono emersi né un metodo unico né una comprensione
comune di ciò che è necessario in termini pratici.
Ritornando dalla Giornata Mondiale della Gioventù, molti giovani
pellegrini australiani hanno chiesto di avere l’opportunità, nelle loro
diocesi, di ascoltare la catechesi e svolgere incontri con domande e
risposte con i loro vescovi, tanto erano consapevoli della loro
ignoranza e ansiosi di ascoltare il messaggio del Vangelo e
l’insegnamento della Chiesa dopo l’esperienza della Giornata Mondiale
della Gioventù. Questo dà ai vescovi e ai sacerdoti una nuova
opportunità di aiutare i giovani a raggiungere una maggiore comprensione
della Parola di Dio, così come si trova nella tradizione apostolica e
nell’insegnamento della Chiesa.
La Chiesa in Oceania proclama la Parola di Dio in una cultura in cui
anche altri cercano di fare la stessa cosa. Alcuni gruppi protestanti
hanno un approccio all’evangelizzazione che ignora il contesto culturale
e talvolta si affida ad una comprensione fondamentalista della Parola di
Dio. A causa di ciò, l’evangelizzazione cattolica può essere respinta
perché non viene distinta dalla proposta alternativa.
Allo stesso tempo, i rapporti ecumenici con le maggiori Chiese cristiane
e i rapporti con la comunità ebraica, con la comunità islamica e con le
altre religioni mondiali sono un’esperienza molto positiva per la
Chiesa, in gran parte dell’Oceania. Operiamo insieme, nella nostra
cultura secolarizzata, per affermare il valore fondamentale della fede
in Dio e il diritto dei credenti a dare un contributo alla nostra
cultura secolarizzata.
Mentre queste sono alcune delle sfide con cui si confronta la Chiesa in
Oceania, vi sono anche molti segni di nuova vita e la testimonianza di
decine di migliaia di cattolici impegnati che sono rimasti fedeli
nonostante l’impatto del secolarismo. La Giornata Mondiale della
Gioventù ci ha dato grande speranza. Spetta a noi, ora, raccoglierne i
frutti.
[00016-01.08] [NNNNN] [Testo originale: inglese]
RELAZIONE DI S.EM.R. CARD. ALBERT VANHOYE, S.I., RETTORE EMERITO DEL
PONTIFICIO ISTITUTO BIBLICO DI ROMA (FRANCIA)
Il documento della Commissione Biblica Pontificia su “Il popolo ebraico
e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”
Nel 1996, dopo il suo parziale rinnovamento, la Commissione Biblica
Pontificia è stata invitata dal suo presidente, il cardinale Joseph
Ratzinger, a scegliere un nuovo tema di ricerca, che fosse importante
per la vita e la missione della Chiesa nel mondo attuale. Sono stati
proposti diversi argomenti. È stata effettuata una votazione. Il tema
che ha ottenuto il maggior numero di voti è stato “L’antigiudaismo e la
Bibbia”. Il termine “antigiudaismo” è stato preferito a “antisemitismo”
perché più preciso; infatti, vi sono altri popoli semiti oltre a quello
ebraico.
La Commissione Biblica si è successivamente dimostrata fedele alla
scelta di questo termine, ma non lo ha mantenuto nel titolo del suo
lavoro. Ha adottato una prospettiva più aperta e più positiva e ha
definito il suo tema con un’altra formulazione: “Il popolo ebraico e le
sue Scritture nella Bibbia cristiana”. Un collega ha fatto notare che
l’espressione “sue Scritture” ha un senso troppo ampio poiché, oltre
alla Bibbia ebraica essa si applica anche alla Mishna, alla Tosephta, al
Talmud. Per essere precisi, si è optato per “sacre Scritture”,
espressione usata dall’apostolo Paolo all’inizio della sua Lettera ai
Romani e che ha il vantaggio di esprimere un rispetto religioso per gli
scritti designati in questo modo.
“Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”: in
questo titolo sono indicati due temi distinti e complementari, che
corrispondono a due domande. La prima è: in quali modi “il popolo
ebraico” viene presentato nella Bibbia cristiana, ossia nell’Antico e
nel Nuovo Testamento? La seconda domanda è: quale posto occupano le
“sacre Scritture” del popolo ebraico nella Bibbia cristiana? Il
documento tratta queste due domande nell’ordine inverso. Tratta
anzitutto del posto occupato dall’Antico Testamento nella Bibbia
cristiana e poi dei modi in cui il popolo ebraico è presentato nelle due
parti di questa Bibbia, Antico e Nuovo Testamento. Diciamo subito che
questo modo più aperto e più positivo di porre le domande ha avuto come
conseguenza che il termine “antigiudaismo” non si trova più in nessun
titolo del documento, né nei titoli dei capitoli, né in quelli dei
paragrafi. Si trova invece più di una volta all’interno del testo,
perché il problema non è stato assolutamente eluso; è stato chiaramente
affrontato, ma senza occupare l’intera prospettiva, che è rimasta
anzitutto positiva, facendo del documento - è bene sottolinearlo - un
antidoto più efficace contro l’antigiudaismo.
Il lavoro della Commissione Biblica si è svolto, come al solito, in tre
fasi. Prima di tutto ogni membro della Commissione ha redatto degli
studi monografici che sono stati discussi in assemblea plenaria. In
seguito, una volta stabilito un progetto per il documento, la redazione
delle diverse parti di questo progetto è stata affidata a vari colleghi
e sottoposta successivamente a discussione. Infine, terza fase, i vari
contributi sono stati unificati in un testo unico, che è stato discusso,
rivisto e sottoposto a votazione. La redazione finale è quindi veramente
frutto di un lavoro collegiale.
Questo lavoro è stato realizzato con rigore scientifico e in uno spirito
di rispetto e di amore per il popolo ebraico. Non ci si è accontentati
di un’analisi superficiale dei testi, ma sono stati studiati e
approfonditi. Il documento non è dunque sempre di facile lettura. E sono
gli stessi testi a ispirare rispetto e amore per il popolo ebraico.
“Nell'Antico Testamento il progetto di Dio è un progetto di unione
d'amore col suo popolo, amore paterno, amore coniugale, e, nonostante le
infedeltà d'Israele, Dio non vi rinuncia mai, ma ne afferma la
perpetuità (Is 54, 8; Ger 31, 3). Nel Nuovo Testamento l'amore di Dio
supera i peggiori ostacoli; gli Israeliti, anche se non credono nel suo
Figlio, inviato per essere il loro Messia salvatore, restano ‘amati’
[san Paolo lo afferma nella sua Lettera ai Romani 11, 28]. Chi vuole
essere unito a Dio è tenuto quindi ugualmente ad amarli” (n. 86,
conclusioni). La Commissione Biblica ha seguito esplicitamente
l’orientamento indicato da Papa Paolo VI nella sua omelia del 28 ottobre
1965, giorno della promulgazione del documento conciliare Nostra aetate,
che tratta dei rapporti con le religioni non cristiane, in particolare
la religione ebraica. Parlando degli Ebrei, Paolo VI auspicava che si
guardasse a loro “con rispetto e amore” e, aggiungeva, “con speranza”.
Estremamente positivo, questo orientamento non lascia spazio
all’antigiudaismo. Esso dovrebbe essere mantenuto più fedelmente.
Il documento si compone di tre ampi capitoli. Il primo si intitola “Le
Sacre Scritture del popolo ebraico, parte fondamentale della Bibbia
cristiana”. Inizialmente era stato messo “parte integrante”, il che
avrebbe significato che senza le sacre Scritture del popolo ebraico, la
Bibbia cristiana non sarebbe completa. Ciò è perfettamente vero, ma
insufficiente. L’Antico Testamento non è semplicemente un pezzo fra gli
altri della Bibbia cristiana. Ne è la base, la parte fondamentale. Se il
Nuovo Testamento si fosse stabilito su un’altra base, non avrebbe vero
valore. Senza la sua conformità alle sacre Scritture del popolo ebraico,
non avrebbe potuto presentarsi come il compimento del disegno di Dio.
Quando l’apostolo Paolo vuole esprimere l’essenziale della fede
cristiana, sottolinea due volte questa conformità dicendo: “Cristo morì
per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato
il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve” (1 Cor 15, 3-5). “La
fede cristiana non è quindi basata soltanto su degli eventi, ma sulla
conformità di questi eventi alla rivelazione contenuta nelle Scritture
del popolo ebraico” (n. 7). Questo costituisce evidentemente un legame
molto forte fra i cristiani e il popolo ebraico.
Il primo capitolo presenta una lunga dimostrazione dell’affermazione
contenuta nel suo titolo. Esso mostra anzitutto che “il Nuovo Testamento
riconosce l’autorità delle sacre Scritture del popolo ebraico”. La
riconosce implicitamente utilizzando costantemente lo stesso linguaggio
di queste sacre Scritture e facendo spesso allusione a passi di questi
testi. La riconosce anche citandola spesso esplicitamente. Il Documento
ricorda nel dettaglio i molti modi in cui sono presentate nel Nuovo
Testamento queste esplicite citazioni. Il lettore potrebbe stancarsene,
ma è questa attenzione ai dettagli precisi che dà alla dimostrazione
tutto il suo valore.
“Molto spesso il Nuovo Testamento utilizza testi della Bibbia ebraica
per argomentare”. “A questa argomentazione basata sulle Scritture del
popolo ebraico, il Nuovo Testamento riconosce un valore decisivo. Nel IV
vangelo Gesù dichiara a tale proposito che ‘La Scrittura non può essere
abolita’ (Gv 10, 35). Il suo valore deriva dal fatto che è ‘parola di
Dio’ (ibid.). “Nelle sue argomentazioni dottrinali, l’apostolo Paolo si
basa costantemente sulle Scritture del suo popolo. Paolo opera una netta
distinzione tra le argomentazioni scritturistiche e i ragionamenti
‘secondo l’uomo’, attribuendo alle prime un valore incontestabile. Per
lui le Scritture ebraiche hanno ugualmente un valore sempre attuale per
guidare la vita spirituale dei cristiani. Nella sua Lettera ai Romani
scrive: ‘Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per
nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e
dell’incoraggiamento che ci vengono dalle Scritture possediamo la
speranza’ (Rm 15, 4; cf 1 Cor 10, 11)”.
Successivamente il documento mostra che “il Nuovo Testamento attesta la
propria conformità alle Scritture del popolo ebraico”. Il Nuovo
Testamento manifesta in effetti una duplice convinzione: “da una parte
ciò che è stato scritto nelle Scritture del popolo ebraico deve
necessariamente compiersi, perché rivela il disegno di Dio, che non può
non realizzarsi, e dall’altra la vita, la morte e la risurrezione di
Cristo corrispondono pienamente a quanto viene detto in queste
Scritture”.
Il documento approfondisce molto il tema del compimento delle Scritture,
poiché si tratta di un tema assai importante per i rapporti tra i
cristiani e gli ebrei, ed è molto complesso. Questo tema viene trattato
prima nel paragrafo 8; viene ripreso più diffusamente nel capitolo 2 ai
paragrafi dal 19 al 21. Il compimento delle Scritture comporta
necessariamente tre aspetti: un aspetto fondamentale di continuità con
la rivelazione dell’Antico Testamento, ma allo stesso tempo un aspetto
di differenza su alcuni punti e un aspetto di superamento. Una semplice
ripetizione di ciò che si trova nell’Antico Testamento non è sufficiente
per poter parlare di compimento. È indispensabile un progresso decisivo.
Prendiamo, per esempio, il tema della dimora di Dio in mezzo al suo
popolo. Una prima realizzazione è stato il Tempio di Gerusalemme
costruito da Salomone. Malgrado tutto il suo splendore, questa prima
opera è risultata imperfetta. Salomone lo riconosce nel momento stesso
della dedicazione, e dice a Dio: “Ecco i cieli e i cieli dei cieli non
possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita” (1 Re 8,
27). Macchiato dai peccati del popolo, il Tempio di Salomone è stato
distrutto e gli ebrei sono stati deportati in esilio. Tornati
dall’esilio, il Tempio è stato ricostruito. Era quindi questo il
compimento del progetto di Dio? Niente affatto, perché si trattava
nuovamente di un edificio materiale, costruito dagli uomini, che non
poteva essere veramente la dimora di Dio. Era diverso dal Tempio di
Salomone, ma invece di andare verso un progresso decisivo, la differenza
andava nel senso di un arretramento. Questo osserva il profeta Aggeo,
quando domanda agli ebrei rimpatriati: “Chi di voi è ancora in vita che
abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali
condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a
un nulla ai vostri occhi?” (Ag 2, 3). Il profeta annuncia dunque un
intervento di Dio. Tale intervento si è realizzato nel mistero pasquale
di Cristo. Gesù lo aveva annunciato quando aveva detto agli ebrei:
“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,
20). L’evangelista aggiunge questa precisazione: “Ma egli parlava del
tempio del suo corpo” (Gv 2, 21). Stavolta la differenza è radicale.
Come dice San Marco, al posto di un “santuario fatto da mani d’uomo” si
tratta di un “santuario non fatto da mani d’uomo” (Mc 14, 58) e questa
differenza va nel senso di un’infinita superiorità. Il corpo glorificato
di Cristo è veramente la dimora di Dio; “È in Cristo che abita
corporalmente tutta la pienezza della divinità”, come proclama la
Lettera ai Colossesi (Col 2, 9).
Al paragrafo 8 il Documento precisa dunque che la conformità del Nuovo
Testamento alle Scritture del popolo ebraico non è totale, ma è
“accompagnata da alcuni aspetti di non conformità”. È il caso, per
esempio, delle Lettere di San Paolo. “Nella Lettera ai Galati e in
quella ai Romani, l’apostolo argomenta a partire dalla Legge” - vale a
dire dall’Antico Testamento - “per dimostrare che la fede in Cristo ha
posto fine al regime della Legge. Egli mostra che la Legge come
rivelazione ha annunciato la propria fine come istituzione necessaria
alla salvezza”.
Si può osservare che, in realtà, non esiste una “non conformità” con le
Scritture del popolo ebraico prese nel loro insieme, ma di non
conformità al loro aspetto istituzionale e di conformità al loro aspetto
profetico, che è presente nella stessa Torah. L’Antico Testamento, in
effetti, è pieno di tensioni tra questi due aspetti. Nelle Lettere di
San Paolo “la frase più significativa a questo riguardo è quella di Rm
3, 21 dove l’apostolo afferma che la manifestazione della giustizia di
Dio nella giustificazione offerta dalla fede in Cristo è avvenuta
‘indipendentemente dalla Legge’, ma è tuttavia ‘conforme alla
testimonianza della Legge e dei profeti’. In modo analogo, la Lettera
agli Ebrei mostra che il mistero pasquale di Cristo compie le profezie e
l’aspetto prefigurativo delle Scritture del popolo ebraico, ma comporta,
al tempo stesso, un aspetto di non conformità alle istituzioni antiche”.
Il sacrificio personale di Cristo è conforme agli oracoli proferiti che
denunciavano l’insufficienza dei sacrifici animali, anche se erano
prescritti dalla Legge. La situazione del Cristo glorificato è conforme
agli oracoli del Salmo 109 (110), 4 sul sacerdozio “al modo di
Melchisedek”; per questo motivo non è conforme al sacerdozio levitico.
Si riscontrano dunque spesso conformità e non conformità.
Al paragrafo 21 il Documento torna sulla nozione di compimento e afferma
che “è estremamente complessa, e può essere facilmente falsata se si
insiste unilateralmente o sulla continuità o sulla discontinuità”. La
pastorale deve dunque essere attenta a non falsare la nozione di
compimento delle Scritture. Il documento continua affermando che “la
fede cristiana riconosce il compimento, in Cristo, delle Scritture e
delle attese di Israele, ma non comprende tale compimento come la
semplice realizzazione di quanto era scritto. Una tale concezione
sarebbe riduttiva. In realtà, nel mistero di Cristo crocifisso e
risorto, il compimento avviene in modo imprevedibile. Comporta un
superamento. Gesù non si limita a giocare un ruolo già prestabilito -
quello del Messia [vittorioso] - ma conferisce alle nozioni di Messia e
di salvezza una pienezza che era impossibile immaginare prima; le
riempie di una nuova realtà; si può parlare, a questo riguardo, di
‘nuova creazione’ (2 Cor 5, 17; Gal 6, 15). [...] Il messianismo di Gesù
ha un significato nuovo e inedito. [...] È meglio perciò non insistere
eccessivamente, come fa una certa apologetica, sul valore di prova
attribuita al compimento delle profezie. Questa insistenza ha
contribuito a rendere più severo il giudizio dei cristiani sugli ebrei e
sulla loro lettura dell’Antico Testamento: più si trova evidente il
riferimento a Cristo nei testi veterotestamentari, più si ritiene
ingiustificabile e ostinata l’incredulità [della maggioranza] degli
ebrei”.
Più avanti, il Documento afferma: “Quando il lettore cristiano
percepisce che il dinamismo interno all’Antico Testamento trova la sua
realizzazione in Gesù, si tratta di una percezione retrospettiva, il cui
punto di partenza non si situa nei testi, ma negli eventi del Nuovo
Testamento proclamati dalla predicazione apostolica”. Il Documento trae
allora una conclusione che riguarda gli ebrei che non credono in Cristo:
“Non si deve perciò dire che l’ebreo non vede ciò che era annunciato nei
testi, ma che il cristiano, alla luce di Cristo e della Chiesa, scopre
nei testi un di più di significato che vi era nascosto”. L’espressione,
come si può notare, presenta molte sfumature. L’interpretazione
cristiana supera il significato letterale di alcuni testi; conferisce
loro “un di più di significato” nei testi stessi, dato che “vi era
nascosto”.
Al paragrafo 64, il Documento esprime il medesimo concetto in termini
diversi. Afferma: “I lettori cristiani sono convinti che la loro
ermeneutica dell’Antico Testamento, molto diversa, certo, da quella del
giudaismo, corrisponda tuttavia a una potenzialità di senso
effettivamente presente nei testi. Come un ‘rivelatore’ durante lo
sviluppo di una pellicola fotografica, la persona di Gesù e gli eventi
che la riguardano hanno fatto apparire nelle Scritture una pienezza di
significato che prima non poteva essere percepita”.
Ne consegue, secondo il Documento, che “i cristiani possono e devono
ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile”,
una lettura “che si trova in continuità con le sacre Scritture ebraiche
dall’epoca del secondo Tempio ed è analoga alla lettura cristiana, che
si è sviluppata parallelamente ad essa”. Ma il Documento fa chiaramente
comprendere che questa lettura, possibile per gli ebrei che non credono
in Cristo, non è invece possibile per i cristiani, in quanto implica
l’accettazione di tutti i presupposti del giudaismo, in particolare
quelli “che escludono la fede in Gesù come Messia e Figlio di Dio”.
“Ciascuna delle due letture è correlata con la rispettiva visione di
fede di cui essa è un prodotto e un’espressione, risultando di
conseguenza irriducibili l’una all’altra”. Tale presa di posizione vale
per la lettura ebraica nel suo insieme. Non vale per la lettura di tutti
i dettagli dei testi biblici, in quanto spesso tale lettura ebraica dei
dettagli non implica affatto il rifiuto della fede in Cristo.
Corrisponde semplicemente a una lettura fatta prima della venuta di
Cristo.
Il Documento può dunque affermare che “sul piano concreto dell’esegesi,
i cristiani possono, nondimeno, apprendere molto sull’esegesi ebraica
praticata da più di duemila anni, e in effetti hanno appreso molto nel
corso della storia”. Il Documento aggiunge che, reciprocamente, gli
esegeti cristiani “possono sperare che gli ebrei siano in grado di
trarre profitto anch’essi dalle ricerche esegetiche cristiane” (n. 22).
Per completare lo studio dei rapporti tra il Nuovo Testamento e
l’Antico, il documento studia i rapporti esistenti, nel giudaismo e nel
cristianesimo primitivo, tra la Scrittura e la Tradizione. E osserva
delle corrispondenze: “La tradizione dà vita alla Scrittura” e poi la
accompagna, poiché “i testi scritti non possono mai esprimere in modo
esauriente la tradizione”. La Tradizione ha determinato, in particolare,
il canone della Scrittura. Questa determinazione è avvenuta
progressivamente e non ha portato ai medesimi risultati per gli ebrei e
per i cristiani. Oltre ai libri dell’Antico Testamento, i cristiani
hanno gli scritti del Nuovo Testamento e, per l’Antico Testamento, il
canone cristiano è più esteso che il canone ebraico delle Scritture;
esso comporta i libri scritti in greco il cui testo non si trova nella
Bibbia ebraica. Il Documento rende conto di tale situazione.
Esso osserva, d’altra parte, che l’accoglienza delle Scritture non è
identica nel giudaismo e nel cristianesimo. “Per tutte le correnti del
giudaismo del periodo corrispondente alla formazione del canone, la
Legge occupava un posto centrale. In essa infatti si trovano le
istituzioni essenziali rivelate da Dio stesso e che hanno lo scopo di
governare la vita religiosa, morale, giuridica e politica della nazione
ebraica dopo l’esilio”. Nel Nuovo Testamento, invece, “la tendenza
generale [...] è di attribuire più importanza ai testi profetici,
compresi come annunciatori del mistero di Cristo. L’apostolo Paolo e la
Lettera agli Ebrei non esitano a polemizzare contro la Legge”. Tale
diversità di prospettiva è dovuta al fatto che la Chiesa di Cristo non è
una nazione. L’apostolo Paolo ha lottato strenuamente perché non
venissero imposti ai cristiani originari di nazioni pagane le leggi e i
costumi particolari della nazione ebraica.
Il secondo capitolo del documento esamina la situazione in modo più
dettagliato. Prende in considerazione i “Temi fondamentali delle
Scritture del Popolo Ebraico e loro accoglienza nella fede in Cristo”
(nn. 19-65).
Le Scritture del popolo ebraico sono raccolte nella Bibbia cristiana
sotto il nome di Antico Testamento. Il Documento fa subito osservare a
questo proposito che “definendo le Scritture del popolo ebraico ‘Antico
Testamento’, la Chiesa non ha voluto affatto suggerire che esse siano
superate e che se ne potesse ormai fare a meno. Al contrario, essa ha
sempre affermato che Antico e Nuovo Testamento sono inseparabili.
Quando, all’inizio del II secolo, Marcione voleva rifiutare l’Antico
Testamento, si scontrò con una totale opposizione da parte della Chiesa
post-apostolica”.
“L’appellativo di Antico Testamento [...] è un’espressione coniata
dall’apostolo Paolo per indicare gli scritti attribuiti a Mosè (cfr. 2
Cor 3, 14-15)”. Paolo parla della “lettura dell’Antico Testamento” e
dice poi “quando si legge Mosè”. Il senso dell’espressione è stato
esteso, sin dalla fine del II secolo, per applicarlo anche alle altre
sacre Scritture del popolo ebraico accolte nella Bibbia cristiana. “Oggi
in alcuni ambienti si tende a usare l’appellativo ‘Primo Testamento’ per
evitare la connotazione negativa che si potrebbe attribuire ad ‘Antico
Testamento’. Ma ‘Antico Testamento’ è un’espressione biblica e
tradizionale che non ha in sé alcuna connotazione negativa: la Chiesa
riconosce pienamente il valore dell’Antico Testamento” come Parola di
Dio. Quanto all’espressione “Primo Testamento”, si trova in latino sotto
la forma “prius testamentum” o “primo”, nella traduzione della Lettera
agli Ebrei (9, 15; “primum” in 9,18), ma non si tratta delle Scritture,
bensì dell’alleanza stretta sul Sinai; e di questa “prima alleanza”
viene detto che Dio l’ha “resa antica” quando ne ha annunciata una
“nuova”, e che era fin da allora destinata a sparire (Eb 8, 13).
Si trova dunque che, nel Nuovo Testamento è l’espressione “Primum
Testamentum” che ha una connotazione negativa, e non l’espressione
“antico testamento”.
È bene chiarire subito che il testo polemico della Lettera agli Ebrei è
in generale, consapevolmente o inconsapevolmente, ignorato nelle
dichiarazioni tranquillizzanti sulla perenne validità della prima
alleanza. Il Documento non cita questo testo, ma ne tiene conto, poiché
evita di affermare la permanente validità dell’alleanza del Sinai; parla
della validità permanente dell’“alleanza-promessa da Dio”, che non è un
patto bilaterale come l’alleanza del Sinai, spesso rotta dagli
Israeliti. Essa è “tutta di misericordia” e “non può essere annullata”
(n. 41); “è definitiva e non può essere abolita”; in questo senso,
secondo il Nuovo Testamento. “Israele continua a trovarsi in una
relazione di alleanza con Dio” (n. 42).
Nel secondo capitolo il Documento passa in rivista non meno di nove temi
fondamentali delle Scritture del popolo ebraico, che sono stati accolti
nella fede in Cristo. I primi due hanno una vasta portata, in quanto si
tratta della “rivelazione di Dio” e della situazione della “persona
umana” sotto i due aspetti contrastanti di “grandezza e miseria”. I temi
successivi definiscono il disegno di Dio, disegno “liberatore e
salvatore”, che si realizza con l’“elezione di Israele”, popolo a cui
Dio offre “l’alleanza” e “la Legge”. Gli ultimi argomenti riguardano
“preghiera e culto, il Tempio e Gerusalemme”; quindi gli oracoli divini
di “rimproveri e [di] condanne” e infine gli oracoli di “promesse”.
Il Documento constata che “il Nuovo Testamento accetta pienamente tutti
i grandi temi della teologia di Israele”, ma non si accontenta di
ripetere ciò che è stato già scritto al riguardo; li approfondisce, e
ciò esige un superamento in vista di una progressione. “La persona e
l'opera di Cristo così come l'esistenza della Chiesa si situano
[nettamente] nel prolungamento della storia d’Israele”. “Non si può
tuttavia negare che il passaggio dall'uno all'altro Testamento comporta
delle rotture. Queste non sopprimono la continuità, ma la presuppongono
[al contrario] su ciò che è essenziale. Riguardano comunque interi
settori della Legge: [vale a dire] istituzioni, come il sacerdozio
levitico e il tempio di Gerusalemme; forme di culto, come l'immolazione
di animali; pratiche religiose e rituali, come la circoncisione, le
regole sul puro e l'impuro, le prescrizioni alimentari; leggi
imperfette, come quella sul divorzio; interpretazioni legali
restrittive, riguardanti ad esempio il sabato. È chiaro che, da un certo
punto di vista - quello del giudaismo - si tratta di elementi di grande
importanza che vengono meno. Ma è altrettanto evidente che il radicale
spostamento di accento realizzato nel Nuovo Testamento era avviato già
nell'Antico Testamento e ne costituisce pertanto una lettura potenziale
legittima” (n. 64).“La discontinuità su alcuni punti è solo l'aspetto
negativo di una realtà il cui aspetto positivo si chiama progressione.
Il Nuovo Testamento attesta che Gesù, ben lontano dall'opporsi alle
Scritture d'Israele, dall'esautorarle o dal revocarle, le porta [al
contrario] a compimento, nella sua persona, nella sua missione, e in
modo particolare nel suo mistero pasquale. [...] nessuno dei grandi temi
della teologia dell'Antico Testamento sfugge alla nuova irradiazione
della luce cristologica” (n. 65).
In particolare, “Nel Nuovo Testamento l'elezione d'Israele, popolo
dell'alleanza, resta una realtà irrevocabile: questo conserva intatte le
sue prerogative [enumerate dall’apostolo Paolo in] (Rm 9, 4) e il suo
status prioritario, nella storia, in rapporto all'offerta della salvezza
(At 13, 23 [Rm 1, 16]) e della Parola di Dio (At 13, 46). Ma ad Israele
Dio ha offerto un'‘alleanza nuova’ (Ger 31, 31); questa è stata fondata
nel sangue di Gesù [Lc 22, 20; 1 Cor 11, 25]. La Chiesa si compone di
Israeliti che hanno accettato questa nuova alleanza e di altri credenti
che si sono uniti a loro. Popolo della nuova alleanza, la Chiesa è
cosciente di esistere solo grazie alla sua adesione a Cristo Gesù,
[discendente di Davide e] Messia d'Israele, e grazie ai suoi legami con
gli apostoli, tutti Israeliti. Ben lontana quindi dal sostituirsi a
Israele, la Chiesa resta solidale con esso. Il Nuovo Testamento non
chiama mai la Chiesa ‘nuovo Israele’. Ai cristiani venuti dalle nazioni
[pagane], l'apostolo Paolo dichiara che sono stati innestati sull'olivo
buono che è Israele (Rm 11, 16.17). Ma la Chiesa è consapevole [d’altra
parte] che Cristo le dona un'apertura universale, conformemente alla
vocazione di Abramo, la cui discendenza si amplia ora grazie a una
filiazione fondata sulla fede in Cristo (Rm 4,11-12 [Gal 3, 28-29])” (n.
65).
In tal modo il Nuovo Testamento si colloca, in rapporto alle sacre
Scritture del popolo ebraico, secondo una linea di profonda fedeltà, ma
di una fedeltà che è al tempo stesso creatrice, conformemente agli
oracoli profetici che annunciavano “una nuova alleanza” (Ger 31, 31) e
il dono di un “cuore nuovo” e di uno “spirito nuovo” (Ez 36, 26).
Il 3° capitolo del documento si intitola “Gli Ebrei nel Nuovo
Testamento”. Inizia con una esposizione preliminare, che non manca di
utilità, sui “Punti di vista diversi” che esistevano “nel giudaismo
postesilico”. (nn. 66-69). Sarebbe effettivamente un errore concepire il
giudaismo dell’epoca come una realtà monolitica. Occorre al contrario
constatare l’esistenza di diverse correnti di pensiero e di
comportamento, spesso opposte tra di loro. Lo storico ebreo Giuseppe
distingue tre “partiti” o scuole di pensiero, i Farisei, i Sadducei e
gli Esseni; questa lista non è completa. “Le relazioni tra i diversi
gruppi erano di tanto in tanto estremamente tese, arrivando fino
all'ostilità [...]. Gli scritti di Qumran [ad esempio] coprono di
ingiurie la gerarchia sadducea di Gerusalemme, sacerdoti cattivi
accusati di violare i comandamenti, e denigrano ugualmente i Farisei”.
Il documento rende conto di questa situazione, che si riflette negli
scritti del Nuovo Testamento; distingue diversi periodi successivi:
innanzitutto “gli ultimi secoli prima di Gesù Cristo”, quindi il I
secolo dopo Gesù Cristo, diviso in tre terzi. Il primo terzo è l’epoca
della vita di Gesù “iniziata tuttavia un po' prima, essendo Gesù nato
prima della morte di Erode il Grande avvenuta nell'anno 4 prima
[dell’inizio] della nostra era”.
Il documento ritiene “probabile che Gesù non sia appartenuto ad alcuno
dei partiti che esistevano allora in seno al giudaismo. Era
semplicemente solidale con la maggior parte del popolo. Ricerche recenti
hanno cercato di situarlo in diversi contesti del suo tempo: rabbi
carismatici di Galilea, predicatori cinici itineranti o perfino zeloti
rivoluzionari. Ma egli non si lascia racchiudere in nessuna di queste
categorie”. Quanto al gruppo dei discepoli, sembrava “riflettesse il
pluralismo allora esistente in Palestina” (n. 67).
Il secondo terzo del I secolo è l’epoca “in cui i discepoli di Cristo
risorto divennero molto numerosi e si organizzarono in chiese”. L’ultimo
terzo inizia con “la rivolta ebraica del 66-70”, che ha portato alla
guerra ebraica, alla sconfitta e alla distruzione del Tempio di
Gerusalemme. “È possibile che gli scritti cristiani risalenti a questo
periodo, quando parlano di giudaismo, siano stati influenzati, in modo
crescente, dai rapporti con questo giudaismo rabbinico in via di
formazione. In certi settori, il conflitto tra i dirigenti delle
sinagoghe e i discepoli di Gesù era acuto” (n. 69).
Dopo questa esposizione preliminare, il Documento esamina il modo in cui
gli ebrei vengono presentati nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli;
vale a dire nelle Lettere di Paolo, in quelle di Giacomo, Pietro e Giuda
e nell’Apocalisse. La prima frase è molto significativa. Afferma che
“sugli ebrei, i vangeli e gli Atti hanno una prospettiva fondamentale
molto positiva, perché riconoscono il popolo ebraico come il popolo
scelto da Dio per realizzare il suo disegno di salvezza. Questa scelta
divina trova la sua più alta conferma nella persona di Gesù, figlio di
madre ebrea, nato per essere il salvatore del suo popolo e che conduce a
buon fine la sua missione [...]. L'adesione a Gesù di un gran numero di
ebrei, durante la sua vita pubblica e dopo la sua risurrezione, conferma
questa prospettiva, e ugualmente la scelta da parte di Gesù di dodici
ebrei per partecipare alla sua missione e continuare la sua opera” (n.
70).
Un altro aspetto della situazione è espresso in seguito con questi
termini: “Accolta positivamente all'inizio da molti ebrei, la Buona
Novella [annunciata in nome di Gesù] si è scontrata con l'opposizione
dei dirigenti, che alla fine sono stati seguiti dalla maggior parte del
popolo. Ne è risultata, tra le comunità ebraiche e le comunità
cristiane, una situazione conflittuale, che ha evidentemente lasciato il
suo segno nella redazione dei vangeli e degli Atti”. (n. 70).
Questi due aspetti della situazione, il primo, molto positivo e il
secondo, negativo, si ritrovano in tutti gli scritti del Nuovo
Testamento. Il secondo aspetto ha suscitato espressioni di rimprovero e
la produzione di testi polemici. Ma il Documento fa osservare che “nel
Nuovo Testamento i rimproveri rivolti agli ebrei non sono più frequenti
né più virulenti delle accuse espresse contro gli Israeliti nella Legge
e nei Profeti. Non devono quindi servire da base all'antigiudaismo. Un
utilizzo a questo scopo è contrario all'orientamento d'insieme del Nuovo
Testamento. Un vero antigiudaismo, cioè un atteggiamento di disprezzo,
di ostilità e di persecuzione contro gli ebrei in quanto ebrei, non
esiste in alcun testo del Nuovo Testamento ed è incompatibile con
l'insegnamento che questo contiene. Ciò che esiste, sono dei rimproveri
rivolti a certe categorie di ebrei per motivi religiosi e, d'altra
parte, dei testi polemici miranti a difendere l'apostolato cristiano
contro quegli ebrei che vi si opponevano” (n. 87).
I rimproveri non corrispondono mai a un atteggiamento di odio. Il
documento ricorda che, negli Atti degli Apostoli “la colpa degli
‘Israeliti’, quella di aver ‘fatto morire l'autore della vita’ (3, 15)
[...] viene richiamata solo per giustificare un appello alla conversione
e alla fede. [L’apostolo] Pietro, del resto, attenua la colpevolezza,
non solo degli ‘Israeliti’, ma anche dei loro ‘capi’, dicendo che si
tratta di una colpa commessa ‘per ignoranza’ (3, 17). Una simile
indulgenza è impressionante. Essa corrisponde all'insegnamento [di Gesù
che ci dice di amare i nostri nemici] (Lc 6, 36-37) e al suo esempio [ha
pregato per coloro che lo crocifiggevano] (Lc 23, 34)” (n. 75). Santo
Stefano, il primo dei martiri, ha seguito fedelmente questo esempio (At
7, 60).
Quanto ai testi polemici, provocati allora dall’opposizione degli ebrei
all’apostolato cristiano, il Documento sottolinea che, “essendo la
situazione mutata radicalmente”, questi non devono “più intervenire nei
rapporti tra cristiani ed ebrei” (n. 71).
Per concludere, il Documento osserva che il Nuovo Testamento “si trova
in forte disaccordo con la grande maggioranza del popolo ebraico”,
perché è “essenzialmente una proclamazione del compimento del disegno di
Dio in Gesù Cristo [annunciato nell’Antico Testamento]” e la grande
maggioranza del popolo ebraico “non crede a questo compimento. [...] Per
quanto profondo possa essere, un tale dissenso non implica affatto
ostilità reciproca. L'esempio di Paolo in Rm 9–11 dimostra che, al
contrario, un atteggiamento di rispetto, di stima e di amore per il
popolo ebraico è il solo atteggiamento veramente cristiano in questa
situazione che fa misteriosamente parte del disegno, totalmente
positivo, di Dio”.
“Il dialogo resta possibile, poiché ebrei e cristiani posseggono un
ricco patrimonio comune che li unisce, ed è fortemente auspicabile, per
eliminare progressivamente, da una parte e dall'altra, pregiudizi e
incomprensioni, per favorire una migliore conoscenza del patrimonio
comune e per rafforzare i reciproci legami” (n. 87).
È in questa direzione che una completa docilità alla Parola di Dio
porterà la Chiesa a progredire.
[00014-01.15] [NNNNN] [Testo originale: francese]
BRIEFING PER I GRUPPI LINGUISTICI
Il primo Briefing per i gruppi linguistici avrà luogo (nei luoghi di
briefing e con gli Addetti Stampa indicati nel Bolletino N.2) domani,
martedì 7 ottobre 2008 alle ore 14.00 circa, a conclusione del Briefing
della American Bible Society alle ore 13.00 nell’aula Giovanni Paolo II
della Sala Stampa della Santa Sede (originariamente previsto per
mercoledì 8 ottobre 2008).
Si ricorda che gli operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e i
fotoreporter sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle
Comunicazioni Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).
Al Briefing della American Bible Society parteciperanno S.Em.R. il Sig.
Card. Peter Kodwo Appiah TURKSON, Arcivescovo di Cape Coast (GHANA); il
Rev. P. Thomas ROSICA, C.S.B., Direttore Esecutivo della Rete Televisiva
Cattolica del Canada “Salt and Light” (CANADA); il Rev. Dennis
DICKERSON, Presidente, Board of Trustees, American Bible Society; il
Rev. Giuseppe COSTA, Direttore della Libreria Editrice Vaticana. |