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24 - 14.10.2009
SOMMARIO
- INTERVENTI “IN
SCRIPTIS” DEI PADRI SINODALI
- INTERVENTI
“IN SCRIPTIS” DEI DELEGATI FRATERNI
-
INTERVENTI “IN SCRIPTIS” DEGLI UDITORI E UDITRICI
- AVVISI
Mentre proseguono oggi 14 ottobre (Sessioni II e III), nel pomeriggio di
domani 15 ottobre (Sessioni IV) e dopodomani 16 ottobre 2009 (Sessioni V
e VI) i lavori dei Circoli minori (Sessioni II, III e IV) - per la
stesura e l’approvazione da parte di ogni Circolo Minore dei progetti di
testi per le Proposizioni (le formule di consenso sinodale riguardanti
alcuni argomenti considerati importanti dai Padri sinodali, suggerimenti
offerti al Santo Padre come frutto del lavoro sinodale) - pubblichiamo
gli interventi “In scriptis” dei Padri sinodali e degli Uditori e
Uditrici, non pronunciati in Aula.
Nella Quindicesima Congregazione Generale di domani mattina 15 ottobre
2009 verranno presentati le Relazioni dei Circoli Minori, i cui
riassunti (preparati dai Relatori dei Circoli Minori) verranno
pubblicati sul prossimo Bollettino N. 25.
INTERVENTI “IN SCRIPTIS” DEI PADRI SINODALI
I seguenti Padri sinodali hanno consegnati solo per iscritto un
intervento:
-
S.Em.R. Card. Gabriel ZUBEIR WAKO, Arcivescovo di Khartoum (SUDAN)
-
S. E. R. Mons. Désiré TSARAHAZANA, Vescovo di Toamasina (MADAGASCAR)
-
S. E. R. Mons. Lewis ZEIGLER, Arcivescovo Coadiutore di Monrovia,
Presidente della Conferenza Episcopale (LIBERIA)
-
S. E. R. Mons. Arlindo GOMES FURTADO, Vescovo di Santiago de Cabo Verde
(CAPO VERDE)
-
S. E. R. Mons. Rudolf DENG MAJAK, Vescovo di Wau, Presidente della
Conferenza Episcopale (SUDAN)
-
S. E. R. Mons. Giuseppe FRANZELLI, M.C.C.J., Vescovo di Lira (UGANDA)
-
S. E. R. Mons. Ayo-Maria ATOYEBI, O.P., Vescovo di Ilorin (NIGERIA)
-
S. E. R. Mons. António Francisco JACA, S.V.D., Vescovo di Caxito
(ANGOLA)
-
S. E. R. Mons. Mathieu MADEGA, Vescovo di Port-Gentil (GABON)
-
S. E. R. Mons. Augustine SHAO, C.S.Sp., Vescovo di Zanzibar (TANZANIA)
-
S. E. R. Mons. Jean ZERBO, Arcivescovo di Bamako (MALI)
-
S. E. R. Mons. Beatus KINYAIYA, O.F.M. Cap., Vescovo di Mbulu (TANZANIA)
Pubblichiamo di seguito il riassunto degli interventi non pronunciati in
Aula, ma consegnati per iscritto dai Padri sinodali:
- S.Em.R. Card. Gabriel ZUBEIR WAKO, Arcivescovo di Khartoum (SUDAN)
La cosa più importante per noi africani è di non permettere a noi stessi
di essere convinti, dominati e guidati da ciò che gli ultimi secoli
della nostra storia ci hanno fatto, dalla tratta degli schiavi
all’attuale globalizzazione ultra-liberale. Tuttavia, dietro a questa
evidente verità, c’è oggi, per ogni africano, un’esigenza radicale: il
bisogno di combattere con tutte le nostre forze contro la nostra
irrilevanza, la nostra incoerenza e il nostro ontologico svilimento di
noi stessi, al fine di costruire una nuova società priva di dittature e
di impotenza.
Come africani, ora tutti noi dobbiamo avere coraggio, credere in noi
stessi, accettarci e conquistare un posto di rispetto tra le nazioni del
mondo. A garantire la stabilità sono anzitutto il coraggio della “storia
completa” su di noi, la visione onesta della nostra esistenza, la nostra
storia e la nostra realtà nei suoi alti e bassi, nei suoi momenti tristi
e lieti.
Il problema tra il sud e il nord del Sudan è vecchio quanto il Sudan
stesso. Ciò che ora è noto come il “problema del sud” è una rete di
questioni complesse che vanno dalle disuguaglianze nello sviluppo tra
nord e sud alle disparità nelle opportunità concesse dal governo
centrale ai popoli delle due parti del paese. A queste si aggiungono poi
le differenze razziali e religiose tra i due popoli.
L’isolamento del Sudan rappresenta una delle realtà più dolorose. La
comunità internazionale, le ONG e gli altri paesi vicini si sono sempre
schierati a scapito dei deboli. L’Africa ha bisogno di pieno rispetto e
l’Africa deve darlo a se stessa. La firma dell’Accordo di pace nel 2005
ha significato la fine del conflitto in Sudan. È stato necessario un
grande lavoro per attuare l’accordo. In questo periodi di grandi
incertezze con una pace molto delicata, il Sudan ha bisogno del mutuo
intervento delle persone che amano la pace.
La situazione instabile nel sud - e in misura sempre maggiore anche nel
nord - non consente più un’efficacia degli aiuti allo sviluppo e
dell’attuazione dell’accordo di pace. La comunità internazionale non può
fare molto di più che reagire e dare aiuto. Il massimo che si possa fare
è gestire il conflitto ed evitare che si aggravi.
Questo sinodo è volto a disegnare un’autentica road map per la salvezza
dell’Africa.
L’ultimo sinodo era incentrato sulla filosofia della comunità africana
come Famiglia di Dio. Il presente sinodo dovrebbe basarsi sull’ontologia
di vita africana! Ciò riabiliterebbe il passato africano nel presente
come fattore per edificare una nuova Africa. Cristo è venuto perché
abbiamo la vita, e perché l’abbiamo in abbondanza (Gv 10, 10).
[00282-01.04] [IS001] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Désiré TSARAHAZANA, Vescovo di Toamasina (MADAGASCAR)
Quello che accade nel nostro continente africano interpella la nostra
coscienza cristiana. Molti padri sinodali hanno già spiegato che le
cause della povertà, dei conflitti spesso sanguinosi sono molteplici e
quindi non intendo insistere su questo argomento, ma vorrei rivolgermi
soprattutto a noi discepoli di Cristo, chiamati ad essere il sale della
terra e la luce del mondo: non c’è forse un divario tra la fede e la
vita che conduciamo? Questa domanda non è rivolta solo ai nostri
dirigenti, ai nostri politici, ma a tutti noi, membri della Chiesa.
Ogni anno, in occasione dell’assemblea plenaria noi vescovi del
Madagascar iniziamo la riunione rendendo gli altri partecipi di ciò che
avviene in ogni diocesi. Nel 2007 questo ci ha portati a celebrare un
sinodo nazionale sulla vita dei sacerdoti. Abbiamo osservato che i
nostri sacerdoti hanno bisogno di essere sostenuti, aiutati affinché la
loro predicazione si traduca in fatti. Le parole, per quanto importanti,
non sono sufficienti senza la testimonianza di vita. Come si dice da
noi, la parola può suscitare l’entusiasmo, ma è soprattutto la
testimonianza ad attirare.
Così, tra le diverse risoluzioni prese vi sono:
Un maggiore discernimento nella scelta e nella formazione dei futuri
sacerdoti.
La creazione di un centro nazionale per la formazione permanente dei
sacerdoti.
La partecipazione della famiglia nella formazione dei sacerdoti.
Senza dimenticare l’importanza dell’accompagnamento spirituale dei
sacerdoti.
Allo stesso modo, gli sforzi per aiutare i laici a vivere la loro fede
nella politica devono essere una grande sollecitudine della Chiesa. Il
cambiamento delle mentalità, la conversione dei cuori: è questa una
grande sfida per l’Africa, affinché lo sviluppo sia tangibile, affinché
regnino la giustizia e la pace.
[00283-01.04] [IS002] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Lewis ZEIGLER, Arcivescovo Coadiutore di Monrovia,
Presidente della Conferenza Episcopale (LIBERIA)
Uno negli ambiti in cui possiamo servire è il ministero dei giovani.
Nella situazione post-bellica che viviamo in Liberia i giovani sono
vulnerabili. Hanno bisogno di formazione. Hanno bisogno di un
orientamento morale e di una guida.
Nel campo dell’istruzione, la Chiesa in Liberia offriva soprattutto una
formazione accademica. Ma durante la guerra civile ha dovuto spostarsi
su un altro piano per rispondere alle esigenze dei giovani, soprattutto
di quelli privi dei mezzi per andare oltre l’educazione elementare. La
Chiesa ha introdotto programmi di sviluppo per i giovani nelle aree
rurali, insegnando agricoltura, falegnameria, muratura e meccanica. La
durata prevista di tutti questi programmi è di due anni. Sono dei
semplici programmi di formazione, svolti però in modo professionale. Per
ogni indirizzo vengono accettati venti studenti per volta.
Questi programmi sono nati durante la guerra perché i giovani avevano
bisogno di essere aiutati. Un sacerdote ha ideato questo modo per farlo.
Sono quindi stati realizzati i programmi, che funzionano bene; e i
giovani mostrano interesse...
Per coloro che hanno concluso gli studi con successo e sono stati bravi
sono state trovate delle occupazioni presso le ONG e le aziende. Anche
la diocesi ricorre ad alcuni di loro. Il programma prosegue e ha aiutato
molti giovani a trovare lavoro per mantenersi. Ha anche aiutato a
distoglierli da attività che li avrebbero messi nei guai, specialmente
se non avevano niente da fare.
Durante questo periodo ricevono anche altri tipi di formazione. Imparano
a leggere e a scrivere (questo per coloro che non sono andati a scuola),
pregano insieme tutti i giorni e ricevono un’istruzione catechetica e
vengono informati sull’Hiv/Aids.
[00284-01.04] [IS003] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Arlindo GOMES FURTADO, Vescovo di Santiago de Cabo
Verde (CAPO VERDE)
Quando la democrazia funziona e le strutture di uno stato di diritto si
rafforzano, i partiti politici si sorvegliano e controllano
reciprocamente, soprattutto nell’uso dei beni dello stato e nella
implementazione di progetti sociali e di sviluppo. In tal modo molti
problemi sociali vengono risolti più facilmente e la popolazione
raggiunge più rapidamente una migliore qualità di vita.
Sotto questo aspetto, Capo Verde ha compiuto grandi progressi nel
settore dell’istruzione, della salute, delle infrastrutture e della
speranza di vita.
Le sfide, tuttavia, continuano a essere numerose: l’instabilità della
struttura familiare, causata dall’emigrazione, dal divorzio e dal timore
generalizzato dell’impegno familiare costituito dal matrimonio, senza
prima aver fatto una esperienza; carenza nell’educazione civica e nel
senso civico; la situazione di bambini a rischio e la delinquenza
giovanile; la disoccupazione che raggiunge un indice elevato,
soprattutto fra i giovani; l’invasione delle sette, con le false
promesse e il predominio nella comunicazione sociale, spesso aggressive
nei confronti della Chiesa cattolica; il pericolo dell’entrata in forze
dell’islam, dovuto alla forte immigrazione dei fratelli vicini del
continente, e la prospettiva di un grande investimento nella promozione
dell’islam nell’unico paese cattolico della regione.
Circa un terzo degli abitanti del paese è coinvolto in un modo o
nell’altro nel sistema d’insegnamento, a causa della grande scommessa
costituita dall’istruzione per tutti e dell’attitudine alla promozione e
alla concorrenza. Ora tutto ciò esige dalla Chiesa un altro livello di
responsabilità, di pastorale e di formazione dei suoi operatori. È in
tutte queste sfere della società che noi cristiani siamo chiamati a
essere sale della terra e luce del mondo, con la necessaria discrezione,
con la visibilità di chi è disponibile a servire, con la leggerezza
propria della gratuità, ma con l’efficacia necessaria, perché il
Vangelo, la fede, la speranza, l’ospitalità, l’onestà e il rispetto per
i diritti di tutti e di ciascuno possano procedere di pari passo.
[00285-01.03] [IS004] [Testo originale: portoghese]
- S. E. R. Mons. Rudolf DENG MAJAK, Vescovo di Wau, Presidente della
Conferenza Episcopale (SUDAN)
Adempiendo ai compiti che Dio ci ha affidato, in mezzo ai subbugli del
nostro paese, noi vescovi cattolici del Sudan abbiamo dedicato il nostro
ministero pastorale alla ricerca di una riconciliazione e di una pace
concreta in Sudan. Abbiamo avviato dialoghi diretti con i leader
sudanesi, scritto, avvicinato o chiesto l’intervento diretto della
comunità internazionale, dei paesi fratelli, dei nostri fratelli nella
fede dei paesi dell’AMECEA, del SECAM e dei vescovi sudafricani, ai
quali siamo molto grati, domandando con insistenza di mostrare
solidarietà e di cooperare con le iniziative di pace in Sudan.
In seno alla nostra Conferenza episcopale, abbiamo rafforzato la
Commissione di giustizia e pace, che ha delle sedi in tutte e nove le
diocesi del Sudan. Questa commissione è molto attiva nella risoluzione
efficace dei conflitti, rendendo possibile la riconciliazione tra i
diversi gruppi etnici del Sudan. È stato dedicato molto interesse al
dialogo interreligioso, che naturalmente ha molto poco successo.
Nelle diocesi e in tutti i ministeri pastorali fra i sudanesi colpiti
dalla guerra e sofferenti, i vescovi si dedicano anche a curare i traumi
e a guarire le ferite attraverso azioni spirituali e attraverso i
sacramenti. In particolare, nella maggior parte del Sudan, le Chiese si
sono impegnate nelle attività di sviluppo socio-economico. Le cose più
elementari di cui hanno bisogno le persone, come il cibo, l’assistenza
sanitaria, le scuole e lo sviluppo sociale sono state fornite - per
tutto il lungo periodo di conflitto nel paese - dalla Chiesa.
Attualmente in Sudan vi sono semi di potenziali violenze.
Tutte insieme, queste contese e incertezze creano un clima di
instabilità in cui potrebbero verificarsi violenze tra nord e sud. Ciò
che adesso serve con urgenza è cercare di gestire il conflitto per
evitare che si aggravi.
Al fine di prevenire e controllare futuri conflitti, occorre elaborare
delle attività per la gestione e la risoluzione dei conflitti tra le
diverse tribù e i politici. Ciò esige una reazione rapida alle prime
avvisaglie di violenza nel sud, attenzione per la sicurezza della
popolazione e controllo delle armi di piccolo calibro piuttosto che
disarmi forzati. Occorre con urgenza un approccio regionale per far
fronte alle minacce dell’Esercito di Resistenza del Signore.
[00286-01.04] [IS005] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Giuseppe FRANZELLI, M.C.C.J., Vescovo di Lira (UGANDA)
La Buona Novella di Cristo, nostra riconciliazione, giustizia e pace,
che ha toccato e cambiato la nostra vita personale e quella delle nostre
comunità cristiane, non ci è stata data per nostro uso e consumo
esclusivi. È una Parola tesa a compiere in pienezza il suo cammino e a
comunicare la stessa vita - in pienezza - al mondo intero. La Chiesa
esiste per condividere questo dono. L’evangelizzazione è la nostra
missione.
Gli ultimi 15 anni hanno visto in Africa sia successi che fallimenti in
questo campo. Il sogno di una radio continentale non si è
materializzato. D’altra parte, abbiamo ora 163 radio diocesane che
trasmettono la Buona Novella in tutta l’Africa. In alcune località, le
televisioni diocesane stanno cercando di farsi strada. Per citare
qualche esempio concernente la radio, abbiamo sentito testimonianze
sugli effetti positivi delle radio diocesane sulla formazione della
coscienza e della consapevolezza in paesi in cui predomina la pace, come
lo Zambia e il Madagascar.
Nei lunghi anni di guerra nel nord dell’Uganda, Radio-Wa, una piccola
radio diocesana, ha avuto un ruolo decisivo nel ritorno a casa di
centinaia di bambini-soldato rapiti e di ribelli dell’LRA.
Nella situazione delicata e difficile del dopoguerra nel Sud Sudan,
l’impegno degli Istituti missionari comboniani, in collaborazione con i
vescovi di tutte le diocesi del paese e con l’aiuto di altre
organizzazioni cattoliche internazionali, ha dato vita alla Sudan
Catholic Radio Network (SCRN). A cominciare da Radio Bakhita, a Juba,
questa rete di stazioni radio cattoliche, una volta completata,
collegherà le otto diocesi della regione, superando la frammentazione
etnica e sostenendo il processo di pace e di riconciliazione in Sudan.
Infatti, poiché i media e le nuove tecnologie di informazione e
comunicazione sono i nuovi aeropaghi (IL 144), le nostre Chiese locali
devono fare della comunicazione una priorità pastorale. Ciò implica,
però, che noi dobbiamo essere pronti a investire e pagare il costo di
ciò. I mezzi di comunicazione sociale sono dispendiosi.
Talvolta i media possono risultare troppo onerosi per le finanze di ogni
singola diocesi.
In tal caso, la sinergia e la cooperazione di varie diocesi e
congregazioni missionarie, con l’aiuto delle Chiese sorelle e di
organizzazioni internazionali, possono ottenere definitivamente ciò che
sarebbe altrimenti impossibile.
[00287-01.04] [IS006] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Ayo-Maria ATOYEBI, O.P., Vescovo di Ilorin (NIGERIA)
Se la Chiesa di Dio in Africa vuole approfondire il suo servizio a
favore della riconciliazione, della giustizia e della pace, deve pregare
come Gesù affinché, con una nuova effusione della sua potenza, lo
Spirito Santo ci possa rinnovare e rendere agenti di un nuovo ordine
mondiale nella sfera spirituale, sociopolitica, economica e medica e
rendere possibile una rivoluzione africana nel campo delle scienze.
Senza l’aiuto della potenza dall’Alto, che sola può farci contribuire
spiritualmente, socialmente, moralmente e scientificamente al progresso
dell’umanità, non potremo essere veramente sale efficace della terra e
luce che porta con sé lo splendore. Pertanto, potremmo non essere presi
in considerazione dalla comunità delle nazioni. È ora che noi africani
ci svegliamo per dare inizio alla nostra rinascita. Dobbiamo pregare, e
pregare per farlo.
Le Scritture ci dicono che Gesù ha pregato in molti posti. Per uscire
dalle difficoltà ed essere meno dipendenti dalla creatività altrui,
dobbiamo rivolgerci a Dio nella preghiera. Le cose non possono
migliorare senza una preghiera personale consapevole, coerente, costante
e impegnata. La necessità di perseverare nella preghiera,
nell’ascetismo, nella predicazione, nell’insegnamento e nell’azione non
potrà mai essere sottolineata abbastanza nella ricerca della
riconciliazione, della giustizia e della pace.
Nessuno può raggiungere il cuore altrui se non ha prima toccato il cuore
del Dio della riconciliazione, della giustizia e della pace.
La nostra gente non si aspetta da noi che siamo dei direttori di banca o
dei politici per cambiare le cose al meglio, bensì che siamo formatori
della loro coscienza, uomini e donne spirituali, che spronano le persone
ad adempiere alle loro responsabilità di cittadini come sale della terra
e luce del mondo.
[00288-01.05] [IS007] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. António Francisco JACA, S.V.D., Vescovo di Caxito
(ANGOLA)
La guerra civile e fratricida che ha devastato l’Angola negli ultimi
trent’anni, oltre al suo seguito di morti, ha lasciato traumi profondi
nel nostro popolo: migliaia di famiglie distrutte e disgregate; migliaia
di vedove e orfani, migliaia di ex militari, senza sufficiente
assistenza e destinati, alcuni, all’abbandono, e una parte del nostro
popolo che continua a vivere sulla soglia della povertà, ecc.
Se, da una parte, ci sono investimenti significativi per la
ricostruzione delle infrastrutture distrutte dalla guerra - e ciò è
lodevole - dall’altra, poco o quasi niente si è fatto per aiutare a
ricostruire il tessuto umano gravemente ferito dai lunghi anni di guerra
civile. Le conseguenze già si fanno sentire, in particolare con
l’aumento allarmante della criminalità fra i giovani e gli adolescenti.
La preoccupazione della società angolana oggi è nota. La disperazione si
sta impossessando delle famiglie più povere, prive del necessario per
vivere, e molti genitori non sanno più come dare un’educazione ai propri
figli. Le nostre chiese e i santuari diventano così, molte volte, locali
di rifugio, per chiedere aiuto, piangere sulle proprie pene e cercare
una parola di consolazione. Una parola di consolazione che le famiglie
non sempre trovano poiché - e lo dico con grande tristezza - molti
nostri sacerdoti, impegnati in molte altre cose, non sono disponibile ad
occuparsi di loro e non prestano loro la necessaria attenzione
pastorale, soprattutto nel sacramento della Riconciliazione e nel
ministero dell’ascolto.
L’esodo della popolazione dai villaggi verso le città ha causato
profondi cambiamenti nel modus vivendi delle popolazioni. La famiglia è
stata colpita ancora una volta, in particolare per quel che riguarda
l’educazione dei figli. A titolo di esempio: i bambini, nelle grandi
città in particolare, rimangono soli a casa, poiché i genitori,
costretti a uscire all’alba per andare a lavorare, li lasciano a dormire
e, al ritorno a casa, la sera tardi, li trovano addormentati. Chi si
occupa di questi bambini per tutto il giorno? Abbandonati alla loro
sorte, hanno per compagni altri bambini, la strada, la televisione, ecc.
Abbiamo così bambini che si occupano di altri bambini, educati per
strada, alla mercé di tutto e di tutti.
Si assiste anche alla tacita invasione della televisione nella vita
familiare. È innegabile l’influenza negativa sui bambini e sui giovani
di certi programmi trasmessi dai canali nazionali e internazionali:
telenovelas, film di violenza, videoclip, musiche dal linguaggio
improprio (trasmesse anche ampiamente dalle radio), che ostentano uno
stile di vita estraneo alla nostra realtà, che incoraggiano la violenza
e altri comportamenti antisociali. È anche opportuno segnalare qui certi
contenuti diffusi attraverso Internet o il cellulare, con gli sms e i
videomessaggi, mezzi moderni di comunicazione di cui la nuova
generazione fa largo uso. In quest’ultimo campo, sono proprio
adolescenti e giovani i protagonisti della reciproca trasmissione di
messaggi indecorosi.
In molti quartieri periferici, soprattutto nelle grandi città, esistono
“sale” cinematografiche improvvisate, dove bambini e adolescenti
“consumano” ingenuamente film di violenza o non raccomandabili ai
minori.
[00289-01.04] [IS008] [Testo originale: portoghese]
- S. E. R. Mons. Mathieu MADEGA, Vescovo di Port-Gentil (GABON)
Parliamo della Famiglia “di” Dio tanto come genere quanto come specie.
Dire Famiglia di Dio, è specificare la famiglia che è di Dio, cioè “de
Deo”, “ex Deo”, persino “cum, in, per, propter, secundum Deum” : cioè
Dio come origine, Padre e fine. L' Instrumentum laboris (88) dichiara
che la paternità divina è fondamento dell'immagine Chiesa-Famiglia di
Dio. Paternità-Maternità di Dio, figliolanza e fratellanza divine degli
uomini. “Divinizzati”, siamo dunque degli “dei”, ciòè dei consanguinei
divini in modo “sacramentale”, per cui abbiamo una fratellanza “divina”,
che d'ora in poi deve superare tutte le altre fratellanze, perché
sigillata in e con il patto di sangue dell'Agnello di Dio. Essere della
Chiesa-Famiglia di Dio significa allora portare in sé ovunque, ora e
sempre l'identità divina. La riconciliazione, ad intra, tra figli di
Dio, diventa sinonimo di amore divino, una “quasi-perecoresi” nella
Famiglia stessa. Ed una volta avvenuta questa riconciliazione e
mantenuta ad intra, essa si prolunga naturalmente ad extra per essere
“sale della terra” e “luce del mondo”. Visto che ogni consanguineità
limitatamente umana rimarrà sempre inferiore alla consanguineità divina,
ebbene si afferra il perché della “rivoluzione sinodale” auspicata che,
al seguito di Colossesi 3,11, formuliamo così : “Nella Famiglia di Dio
non vi è più né donna né uomo, né autoctono né immigrato, né ricco né
povero, né sfruttatore né sfruttato, né fabbricante di armi né
venditore, né compratore né utilizzatore di armi contro l'uomo, perché
vero figlio di Dio e vero fratello o sorella!”
[00290-01.03] [IS009] [Testo originale: italiano]
- S. E. R. Mons. Augustine SHAO, C.S.Sp., Vescovo di Zanzibar (TANZANIA)
Desidero ribadire che il tema del Sinodo riguarda la zona in cui si
svolge il mio lavoro, che è per il 99% musulmano. La mia sfida è: come
portare la riconciliazione in una situazione in cui c’è chi pretende di
possedere l’intera verità, per cui tutto il modo di vivere, sia che si
tratti della cultura, dell’economia o della politica, viene diretto e
controllato da una religione? Il problema principale che affrontiamo qui
è la disparità nella distribuzione delle entrate del governo, per cui
una religione viene interamente finanziata e sostenuta mentre altre
rimangono un gruppo tollerato a meno che non si convertano!
La riconciliazione, la giustizia e la pace in Africa potranno essere una
realtà solo quando noi leader religiosi cambieremo il nostro
atteggiamento mentale riguardo alla nostra cultura, alle tradizioni e ai
tabù usati e praticati dalle religioni tradizionali africane. Il
linguaggio e i nomi dati a questi gruppi non incoraggiano affatto il
dialogo e l’apertura. Nomi come pagani e animisti non permettono di dire
la verità sulla fede di questa o quella persona. Di conseguenza ci sono
i cristiani della domenica, che negli altri sei giorni della settimana
praticano la religione tradizionale africana. La Chiesa in Africa deve
impegnarsi ogni giorno per armonizzare e portare pace nelle coscienze
dei fedeli africani, che cercano di essere discepoli autentici di
Cristo, ma si trovano ad un bivio. Suggerisco, pertanto, che questa
seconda assemblea sinodale dedichi grande attenzione alla questione del
dialogo e dell’inculturazione. Va osservato che il dialogo richiede che
si pensi in modo positivo della gente. Le persone dovrebbero anzitutto
essere viste come persone umane, al di là della loro fede religiosa; e
accettare l’altro esige una sorta di negazione di sé.
La storia della Tanzania dimostra tolleranza religiosa, ma negli ultimi
tempi questo valore tanto caro viene minato dal fondamentalismo
religioso. Mentre l’arcipelago di Zanzibar rimane per il 99% islamico,
con tribunali islamici (tribunali Kathi) lo stesso non vale per la
Tanzania continentale. Mentre la Tanzania si sforza di rimanere uno
stato laico con libertà di religione, ora subisce pressioni perché si
costruiscano tribunali islamici e perché si unisca alla OIC, tutto a
spese dei contribuenti. La strategia islamica per dimostrare di essere
una maggioranza nel paese si attua nella proliferazione delle moschee
lungo le strade e nel controllo degli affari e della politica. In
Tanzania, l’80-90% dei trasporti sulle lunghe distanze sono proprietà
dei musulmani e questo porta alla richiesta di fare del venerdì un
giorno non lavorativo.
[00291-01.04] [IS010] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Jean ZERBO, Arcivescovo di Bamako (MALI)
Nei nostri rapporti con le autorità politiche, non dovremo agire
altrimenti. Le relazioni interpersonali permettono di correggere le
ingiustizie più di quanto facciano le dichiarazioni chiassose. È questo
che hanno compreso i vescovi del Mali che ci hanno preceduto,
specialmente monsignor Luc Sangaré. Come il profeta Nathan e ispirandosi
soprattutto ai consigli e agli esempi di Gesù, non esitava a chiedere
colloqui privati ai responsabili politici a tutti i livelli. Alcuni lo
ricevevano, altri preferivano andare da lui. Grazie a questi incontri
svoltisi nel rispetto reciproco e nell’amore della verità, preparati
nella preghiera e nella meditazione, portava nemici ed avversari
politici a parlarsi, a stringersi la mano. È sulle sue orme che ci
sforziamo di camminare, affinché la nostra Chiesa sia servitrice fedele
e vigile di giustizia, riconciliazione e pace.
È un appello a interrogarci, specialmente in quest’anno sacerdotale, sul
modo in cui vengono trattati i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le
religiose e i catechisti anziani, malati, in pensione. Sono sistemati in
condizioni tali da permettergli di vivere veramente la promessa di Gesù:
quella di avere su questa terra padri, madri, fratelli, sorelle, figli -
cioè di essere circondati dall’affetto riconoscente di coloro, uomini e
donne, per cui hanno accettato di lasciare ogni cosa e seguire Gesù?
Vorrei invitare questo Sinodo a richiamare l’attenzione degli istituti
missionari sul modo di trattare i loro membri nell’età della pensione.
Il ritorno nel paese natale non è accettato da tutti. Infatti, se alcuni
manifestano chiaramente la volontà di rientrare nel paese natale per
andarvi in pensione, altri al contrario sentono questo ritorno come una
terribile lacerazione. Certo, l’obbedienza vincola, ma quante sofferenze
interiori vissute in silenzio vengono espresse con parole molto toccanti
nelle case di riposo.
[00292-01.04] [IS011] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Beatus KINYAIYA, O.F.M. Cap., Vescovo di Mbulu
(TANZANIA)
Il continente africano ha due volti. In alcune parti si trova l’Africa
nel suo aspetto migliore: foreste con ogni genere di flora e di fauna e
splendide montagne. Ma in altre parti, l’Africa sta soffrendo per il
degrado del suolo.
La parte migliore dell’Africa attira migliaia di turisti, che danno un
grande contributo ai nostri bilanci nazionali. Ma la cattiva notizia è
che la Chiesa in Africa non rende giustizia ai turisti cattolici che
hanno bisogno di un accompagnamento spirituale. In molti dei luoghi
frequentati dai turisti non vi sono cappellani specificamente addetti a
prendersi cura di loro. Chiedo pertanto ai padri sinodali di invitare
tutte le diocesi in cui vi è turismo a provvedere affinché i turisti
ricevano un’assistenza spirituale.
Il secondo volto dell’Africa è quello della distruzione. Il degrado del
suolo a causa di attività irresponsabili è dilagante. Di conseguenza,
l’Africa deve ora affrontare gravi siccità, erosioni del suolo e in
alcuni luoghi perfino inondazioni. Data la situazione, alcuni abitanti
di quelle aree sono costretti a diventare “rifugiati ambientali”. Questi
rifugiati per cause ambientali soffrono come tutti gli altri rifugiati.
Dobbiamo rendere giustizia anche a loro. Per questo, chiedo al sinodo di
esercitare pressioni su tutti noi e sui nostri governi, sia in Africa
sia in Europa e in America, affinché le risorse del nostro pianeta
vengano utilizzate con moderazione e in modo sostenibile.
[00293-01.04] [IS012] [Testo originale: inglese]
INTERVENTI “IN SCRIPTIS” DEI DELEGATI FRATERNI
Il seguente Delegato Fraterno ha consegnato solo per iscritto un
intervento:
-
Sua Grazia Owdenburg Moses MDEGELLA, Vescovo della Diocesi Luterana di
Iringa (TANZANIA)
Pubblichiamo di seguito il riassunto dell’intervento non pronunciato in
Aula, ma consegnato per iscritto dal Delegato Fraterno:
- Sua Grazia Owdenburg Moses MDEGELLA, Vescovo della Diocesi Luterana di
Iringa (TANZANIA)
Il mio intervento riguarda l’Instrumentum laboris, capitolo 1, sezione
11, p. 15, ultima frase. Tuttavia una gran parte è stata riportata dal
sommario del Sinodo del 13 ottobre. Vorrei parlare brevemente di tre
argomenti, vale a dire il pentimento, la resistenza e la collaborazione.
Cito testualmente: “Ciò che contamina la società africana è,
fondamentalmente, ciò che proviene dal cuore dell’uomo (cf. Mt 15,18-19;
Mc 7,15; v. anche Gen 4)”. Una speciale attenzione è rivolta a Gn 4.
Le forze che hanno sfruttato l’Africa sono sia interne che esterne. Si è
parlato molto di forze esterne in questo sinodo e nel corso degli anni.
Vorrei parlare di quelle interne.
Pentimento: Perché regnino in Africa l’autentica riconciliazione, la
giustizia e la pace e ci sia una metanoia adeguata, i capi africani, in
tutti i settori di influenza e in tutti i campi della vita, devono
essere trasformati e diventare agenti di trasformazione. Mentre la fede
è probabilmente accolta, il pentimento non lo è. La Chiesa universale
deve chiamare i capi delle nazioni africane a pentirsi delle atrocità,
delle brutalità, dei versamenti di sangue, della violenza, dell’inganno,
del cattivo uso delle risorse nazionali, dell’eccessivo ricorso al
potere, degli abusi, degli stupri, dei brogli elettorali, della
manipolazione e corruzione e di molto altro.
Resistenza: La Chiesa universale deve resistere ai capi che non temono
Dio e farli desistere. Deve portarli piuttosto a temere Dio, a
esercitare la sincerità, a rispettare la libertà, la giustizia e i
diritti e la dignità di tutti gli uomini e a impegnarsi per la pace e la
riconciliazione.
Collaborazione: Con rispetto e umiltà, presumo che nessuna denominazione
ecclesiale possa restare da sola quando si tratta di inculcare la
riconciliazione, la pace e la giustizia. Nessuna Chiesa può brillare da
sola e da sola realizzare il benessere globale. Come luce del mondo e
sale della terra, la Chiesa universale deve promuovere lo spirito di
ecumenismo con le altre denominazioni e promuovere il dialogo con le
altre fedi.
[00296-01.04] [DF005] [Testo originale: inglese]
INTERVENTI “IN SCRIPTIS” DEGLI UDITORI E UDITRICI
I seguenti Uditori e Uditrici hanno consegnati solo per iscritto un
intervento:
-
Sig. Ngon-Ka-Ningueyo (François) MADJADOUM, Direttore del Soccorso e
Sviluppo Cattolico [SE.CA.DEV.] (CIAD)
-
Sig.ra Marie-Madeleine KALALA NGOY MONGI, Avvocato, Ministro Onorario
dei Diritti Umani (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)
-
Rev.da Suora Marie-Bernard ALIMA MBALULA, Segretaria della Commissione
Giustizia e Pace della Conférence Episcopale Nationale du Congo (CENCO)
e della Association des Conférence Episcopales de l’Afrique Centrale
(ACEAC), Kinshasa, Rep. Dem. del Congo (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL
CONGO)
-
Dott. Victor M. SCHEFFERS, Segretario Generale della Commissione
Giustizia e Pace dei Paesi Bassi, L'Aia (PAESI BASSI)
-
Rev.da Suora Bernadette MASEKAMELA, C.S., Superiora Generale delle Suore
del Calvario (BOTSWANA)
-
Prof. Gustave LUNJIWIRE-NTAKO-NNANVUME, Segretario internazionale
Mouvement d’Action Catholique Xavéri (MAC Xavéri), ha incarichi di
responsabilit? per il laicato nella Regione di Kivu (REPUBBLICA
DEMOCRATICA DEL CONGO)
-
Sig. Kpakile FÉLÉMOU, Direttore del Centro DREAM, Conakry (GUINEA)
-
Sig.ra Rose BUSINGYE, Fondatrice e Presidente Meeting Point
International, Kampala (UGANDA)
-
Sig.ra Axelle FISCHER, Segretario Generale della Commissione “Giustizia
e Pace” Bruxelles (BELGIO)
-
Dott. Christophe HABIYAMBERE, Presidente di "Fidesco", Kigali (RWANDA)
-
Rev.da Suora Mary Anne Felicitas KATITI, L.M.S.I., Madre Provinciale
della Congregazione delle Piccole Serve di Maria Immacolata (ZAMBIA)
-
Rev.da Suora Bédour Antoun (Irini) SHENOUDA, N.D.A., Madre Provinciale
delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli, Il Cairo (EGITTO)
-
Rev.da Suora Cecilia MKHONTO, S.S.B., Superiora Generale delle Suore di
Santa Brigida (SUDAFRICA)
-
Sig. Maged MOUSSA YANNY, Direttore Esecutivo dell'Associazione dell'Alto
Egitto per l'Educazione e lo Sviluppo (EGITTO)
-
Dott. Orochi Samuel ORACH, Segretario Esecutivo Assistente del "Uganda
Catholic Medical Bureau", Kampala (UGANDA)
-
Sig. Emmanuel Habuka BOMBANDE, Direttore Essecutivo del "West Africa
Network for Peacebulding" (WANEP) (GHANA)
-
Sig. Jules Adachédé HOUNKPONOU, Segretario Generale del "Coordinamento
Internazionale delle Gioventù Operaie Cristiane" (C.I.G.O.C.) (BENIN)
-
Don Joaquín ALLIENDE, Presidente dell’Associazione Internazionale
“Kirche in Not”, Germania (CILE)
-
Dott. Munshya CHIBILO, Responsabile dei progetti di adozione a distanza,
Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII" (ZAMBIA)
-
Sig. Augustine OKAFOR, Esperto in amministrazione governativa (NIGERIA)
Pubblichiamo di seguito il riassunto degli interventi non pronunciati in
Aula, ma consegnati per iscritto dagli Uditori e Uditrici:
- Sig. Ngon-Ka-Ningueyo (François) MADJADOUM, Direttore del Soccorso e
Sviluppo Cattolico [SE.CA.DEV.] (CIAD)
In seguito al conflitto del Darfur, i profughi sudanesi sono affluiti a
Est del Ciad a partire dal 2003. Ai profughi, che sono più di 250.000,
si aggiungono più di 1.500.000 capi di bestiame. Questo arrivo in massa
ha accentuato la pressione sulle risorse naturali.
Il SECADEV (Secours Catholique et Développement) gestisce tre campi
profughi, Kounoungou, Milé e Farchana, che ospitano attualmente 55.000
persone. Coordina l’assistenza umanitaria, si occupa dell’allestimento
dei rifugi e delle infrastrutture, della distribuzione dei viveri e non,
dell’approvvigionamento di acqua potabile, dell’igiene, della bonifica e
dell’ambiente.
La convivenza pacifica tra i profughi e la popolazione ospitante è
legata al fatto che i profughi e le popolazioni ospitanti appartengono
allo stesso gruppo etnico. L’unico problema che turba questi rapporti
positivi di convivenza è quella fondiario.
Il SECADEV è una Caritas la cui missione è innanzitutto soccorrere e in
seguito “mettere in piedi”. Con i finanziamenti della rete Caritas, ha
rilanciato abbastanza rapidamente le attività agricole e l’allevamento
in alcuni villaggi.
Trattandosi di conflitti riguardanti la paglia, la legna da ardere o le
terre, si verificano aggressioni sulle donne che vanno a prendere la
legna oppure il rifiuto di dare le terre da coltivare ai profughi ecc...
Per rispondere a ciò, è stata attivata una formazione specifica per le
animatrici del settore sociocomunitario al fine di seguire e
accompagnare le donne vittime di aggressioni.
Il SECADEV fa ciò che è in suo potere per “la missione di servizio alla
pace”, serve la società senza distinzioni di etnia, di religione e di
nazionalità: tutti gli uomini sono creati a immagine di Dio e il suo
dovere è quello di soccorrere colui che è nel bisogno.
Il SECADEV lavora in un ambiente in cui l’islam è predominante (più del
90% della popolazione) e quindi la sua azione è una forma di dialogo con
l’islam. Viene riconosciuto come opera cristiana ma è apprezzato e
rispettato.
[00209-01.04] [UD025] [Testo originale: francese]
- Sig.ra Marie-Madeleine KALALA NGOY MONGI, Avvocato, Ministro Onorario
dei Diritti Umani (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)
Se è vero che il numero di cristiani cattolici è aumentato dalla prima
Assemblea sinodale, l’immagine dell’Africa ne è stata davvero
trasformata? I suoi figli migliori hanno partecipato e partecipano al
governo del loro paese, ma una volta al potere, cambiano atteggiamento,
come ha ricordato in questa sala uno dei padri sinodali che ha parlato
della coesistenza di due coscienze! Sono gli stessi che si vedono la
domenica a messa e che partecipano contemporaneamente ai cosiddetti
gruppi di risveglio e alla massoneria.
Finché ci sarà la povertà e la guerra, sarà difficile trovare famiglie
unite a immagine di quella di Nazareth, all’interno delle quali oltre
all’amore, si considererà prioritaria l’educazione. L’educazione
trasforma l’essere umano e, con i valori etici, può combattere i falsi
dei (feticismo, stregoneria, arricchimento indebito, egoismo, misticismo
ecc.).
Occorre che la nostra Chiesa:
- si impegni senza timore sulla via, non solo della denuncia, ma anche
della disapprovazione e, perché no, della condanna del comportamento
deviante dei leader cattolici;
- li inviti a ricostruire la famiglia in seno alla società attraverso
una migliore politica sociale che permetta anche l’accesso di tutti
all’istruzione;
- aumenti le sovvenzioni ai cappellani dei giovani e degli studenti;
- intensifichi la formazione dei laici e delle famiglie cristiane, in
particolare attraverso una maggiore diffusione del Compendio della
Dottrina Sociale della Chiesa, che dovrebbe essere il libro prediletto
di ogni uomo di buona volontà;
- aumenti i momenti e gli spazi di collaborazione con i diversi attori;
- assicuri il continuo sostegno dei laici cattolici impegnati in
politica attraverso meccanismi compresi da tutti.
[00210-01.04] [UD026] [Testo originale: francese]
- Rev.da Suora Marie-Bernard ALIMA MBALULA, Segretaria della Commissione
Giustizia e Pace della Conférence Episcopale Nationale du Congo (CENCO)
e della Association des Conférence Episcopales de l’Afrique Centrale
(ACEAC), Kinshasa, Rep. Dem. del Congo (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL
CONGO)
Dio ha dotato la donna di doni specifici affinché si prendesse cura
della vita. Infatti, l’accoglienza, la gratuità, il dono di sé, la
compassione, la tenerezza, la pazienza, la previdenza, la solidarietà,
l’attenzione, la bontà, la comprensione ecc. sono tutti valori presenti
nella donna e indispensabili per dare la vita.
La consapevolezza di questi doni diventa allora una missione, un compito
che impegna la donna in una testimonianza specifica che la società
attende in particolare da lei. In tutti i settori in cui è chiamata a
operare, cioè in famiglia, nella Chiesa, nella politica, nella società,
la sua lotta, il suo contributo è quello di mettere la vita umana al
centro di tutte le preoccupazioni. Le donne sono chiamate ad arricchire
tutti questi settori di valori umani attraverso la loro presenza,
efficace ed efficiente.
Purtroppo, spesso non si percepiscono gli effetti di questa presenza,
soprattutto nel campo della politica. È quindi legittimo chiedersi: dove
sono le donne impegnate in politica quando i dirigenti africani adottano
leggi che distruggono l’Africa? Il silenzio delle donne sulle questioni
vitali dovrebbe preoccuparci.
La missione della donna è esigente, poiché richiede spirito
d’iniziativa, creatività, inventiva e incoraggia ad andare contro
corrente rispetto alla cultura della morte e della violenza che
condanniamo. Essa le obbliga a cambiare, dall’interno, l’organizzazione
sociale portandovi un tocco femminile.
Nello svolgimento di questa missione delicata, le donne hanno bisogno
della collaborazione degli uomini perché insieme, uomini e donne,
possano dare il proprio contributo all’umanizzazione della società.
[00238-01.04] [UD027] [Testo originale: francese]
- Dott. Victor M. SCHEFFERS, Segretario Generale della Commissione
Giustizia e Pace dei Paesi Bassi, L'Aia (PAESI BASSI)
La Chiesa in Europa non può prendere le distanze dai problemi politici,
sociali ed economici dei paesi africani. In quest’intervento desidero
mettere in luce la risposta olandese all’appello delle nostre
commissioni sorelle all’estero e in particolare in Africa.
Quando venne creata nel 1968 dalla Conferenza episcopale olandese, la
commissione olandese Justitia et Pax si assunse il compito di
risvegliare in seno alla comunità cattolica e al di fuori, la
consapevolezza della responsabilità e capacità di tutte le persone di
prender parte alla promozione della giustizia e della pace, sia nel
nostro paese che in tutto il mondo.
La Justitia et Pax olandese interpreta oggi questo compito informando,
ispirando, motivando e mobilitando i cattolici perché contribuiscano
alla promozione di una società globale giusta; influenzando inoltre i
processi sociali e politici insieme ad altri che condividono questa
visione.
La nostra solidarietà con l’operato delle commissioni sorelle per la
giustizia, la pace e la riconciliazione assume diverse forme. Le
assistiamo perché sviluppino la capacità di far valere i loro diritti, e
prendiamo attivamente parte al processo di presa di coscienza, al
sostegno e alle campagne politiche nel loro paese e in campo
internazionale, mettendo a punto una strategia che lega l’indignazione
morale (espressa da molti vescovi in questo Sinodo) a soluzioni
politiche pratiche, che vengono presentate al momento opportuno e nel
modo giusto al nostro governo, all’Unione europea e alle Nazioni Unite.
Vorrei incoraggiare tutti i vescovi a invitare i laici, uomini e donne,
a lavorare con loro nelle commissioni per la giustizia e la pace a tutti
i livelli della Chiesa.
[00239-01.04] [UD028] [Testo originale: inglese]
- Rev.da Suora Bernadette MASEKAMELA, C.S., Superiora Generale delle
Suore del Calvario (BOTSWANA)
Presento il mio argomento come “Diocesan Congregations vs Self Reliance”
(Congregazioni diocesane per l’autosufficienza dagli aiuti) per la
vostra autorizzazione. Faccio riferimento al capitolo 1
dell’Instrumentum laboris (20) che parla di autosufficienza in vista del
fatto che gli aiuti in Africa stanno diminuendo. Voglio credere che
siamo andati molto avanti come Africani e che molti dei nostri paesi
sono passati da un’estrema povertà a uno stato più accettabile negli
affari economici. Nel caso delle congregazioni diocesane, non sta
diminuendo soltanto l’aiuto dall’estero, ma anche il supporto della
diocesi è minimo, quando addirittura non esiste, per non parlare delle
loro strutture e progetti.
Le congregazioni diocesane fanno parte della struttura della Chiesa. Se
vogliono partecipare alla missione della Chiesa a tutti i livelli,
compreso quello più elevato della politica e del diritto in tutti i
campi, hanno bisogno di essere formate spiritualmente, teologicamente e
professionalmente, e mi chiedo come possano essere formate se non ci
sono i mezzi. È questa la sfida che voglio presentare non solo alla
leadership che opera con le congregazioni diocesane, ma alle
congregazioni diocesane stesse, perché si alzino e facciano qualcosa.
Secondo il mio punto di vista quindi, reverendissimi padri e madri,
credo fermamente che se noi, congregazioni diocesane, dobbiamo diventare
agenti di giustizia, pace e riconciliazione (partendo naturalmente da
noi stessi nelle nostre comunità), dobbiamo prendere iniziative più
importanti per migliorare le nostre capacità. Ciò contribuirebbe
inoltre, secondo me, a promuovere una maggior collaborazione con i capi
della Chiesa.
Il mio appello quindi alle congregazioni diocesane è il seguente:
prendere seriamente in esame la diversificazione delle nostre risorse
economiche ed essere autosufficienti. Diversificare il nostro apostolato
e formare suore che possano prender parte ai vari fori al massimo
livello. Infine preparaci a superare i confini delle nostre diocesi per
offrire la nostra competenza a livello regionale, nazionale e
internazionale.
[00244-01.04] [UD029] [Testo originale: inglese]
- Prof. Gustave LUNJIWIRE-NTAKO-NNANVUME, Segretario internazionale
Mouvement d’Action Catholique Xavéri (MAC Xavéri), ha incarichi di
responsabilit? per il laicato nella Regione di Kivu (REPUBBLICA
DEMOCRATICA DEL CONGO)
Una rapida panoramica oggettiva sull’Africa attuale ci mostra che il
60%-70% della popolazione africana ha meno di 30 anni.
Questa gioventù è in difficoltà. Benché africani, i giovani sono
maggiormente attratti da stili di vita, comportamenti, valori e idee
ispirati al mondo occidentale.
Generalmente conducono una vita priva di ideali e di speranza in un
futuro certo. Coloro che hanno l’opportunità di studiare lo fanno senza
l’aspettativa di un posto di lavoro a breve o a medio termine.
Ne consegue una disoccupazione sistematica e una dispersione della
gioventù caratterizzata dall’ingaggio nei gruppi armati, la fuga di
cervelli e l’immigrazione clandestina, la delinquenza giovanile di tutti
i tipi, la tossicodipendenza, la prostituzione ecc.
La sproporzione tra le infrastrutture educative e l’evoluzione
demografica ha effetti negativi sulla formazione qualificata dei giovani
con tutte le conseguenze che ciò comporta a ogni livello.
Moralmente vulnerabili, attraverso di loro passano le nuove ideologie,
le sette, l’omosessualità, la tossicodipendenza, il traffico di esseri
umani, il reclutamento dei mercenari e dei ribelli armati.
Futuri dirigenti delle istituzioni governative ed ecclesiali, i giovani
non godono di un’attenzione e un sostegno proporzionati al loro peso
demografico.
La sostenibilità della riconciliazione, della giustizia e della pace in
Africa, potrebbe avere come protagonisti i giovani e i movimenti
d’azione cattolica, come il Movimento Xaveri.
Questa missione da affidare loro richiede la formazione permanente dei
dirigenti. Inoltre occorrerebbe promuovere l’inculturazione, favorire e
sostenere gli incontri dei giovani e dei membri dei movimenti di diversi
paesi e di diverse regioni, per offrire loro occasioni di scambio di
esperienze di pace e di giustizia, affinché siano promotori della
convivenza pacifica, agenti di Evangelizzazione, testimoni della loro
fede nel contesto africano attuale, amando la propria cultura e
riferendosi ad essa per la trasmissione del Messaggio e lo sviluppo.
[00245-01.04] [UD030] [Testo originale: francese]
- Sig. Kpakile FÉLÉMOU, Direttore del Centro DREAM, Conakry (GUINEA)
Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 25, il Signore si riconosce nei
poveri. Nel Vangelo di Giovanni, dice ai discepoli: “Chi rimane in me e
io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv
15, 5).
Ecco la portata della Comunità di Sant’Egidio: rimanere in Cristo amando
i poveri e aprendosi alla città, al mondo. In una trentina di paesi
africani, le nostre comunità vivono secondo i ritmi della preghiera,
secondo il ritmo dei poveri; Sant’Egidio è un amico affidabile e un
aiuto fedele per tutti: prigionieri, orfani, bambini di strada,
stranieri, malati, persone affette dall’HIV/AIDS e le loro famiglie,
profughi ecc.; la lista è lunga.
Abbiamo il servizio per la pace, a vantaggio di tutti, ricchi e poveri,
oggi conosciuto grazie agli accordi di pace del Mozambico firmati nel
1992, con la mediazione della Comunità e del governo italiano. Le
università in Guinea, in Costa d’Avorio, in Camerun ecc. sono i nuovi
areopaghi in cui abbiamo spesso proposto il Vangelo. La nostra
esperienza come movimento ci fa capire quanto siano numerose le sfide
rivolte alla Chiesa in Africa, ma anche quanto lo Spirito operi. È
bellissimo vedere i laici africani impegnati nella preghiera e per i
poveri. Nei movimenti gli africani si liberano dallo spirito di
vittimizzazione, dalla rassegnazione e dalla paura inutile delle
pratiche occulte, così diffuse sul nostro continente.
I movimenti rappresentano spesso un ponte tra l’Africa e il Nord del
mondo, suscitano laici capaci di accorciare le distanze. Concludendo:
- Il Sinodo ci sembra l’occasione adeguata per incoraggiare i movimenti
dei laici, i più adatti a recuperare i giovani senza fede e a soddisfare
la sete di spiritualità della loro anima e il bisogno di un’amicizia in
grado di dare risposta ai problemi che vivono.
- I giovani, spesso spaesati, aspirano a una vita dignitosa. Ricercano
un futuro migliore e tentano di amare i propri paesi. Servire i poveri,
per loro, è anche una liberazione dalla dittatura del materialismo
pratico che minaccia le loro vite. Qui l’incontro con i musulmani è
concreto e meno esasperato. I Vescovi del Nord e quelli dell’Africa
devono essere più amici, più fiduciosi, devono far progredire la loro
visione della storia.
- I Vescovi africani dovrebbero approfittare di questo Sinodo per
mettere fine in Africa alla proroga dei mandati presidenziali scaduti o
quasi, con tutte le modalità possibili. Inoltre dovrebbero ridurre al
massimo la trasmissione del potere centrale ai discendenti. Sarete
applauditi e sostenuti dall’Africa che soffre e dal mondo intero
indignato. Corriamo il rischio che, nei prossimi dieci anni, la società
africana conosca nuovamente ribellioni, conseguenza dei mandati
presidenziali già prorogati.
[00246-01.04] [UD031] [Testo originale: francese]
- Sig.ra Rose BUSINGYE, Fondatrice e Presidente Meeting Point
International, Kampala (UGANDA)
La fede deve penetrare gli strati profondi dell'umano, deve arrivare là
dove si formano i criteri di percezione delle cose, deve penetrare anche
ciò che è considerato profano e lo trasforma in un bene per tutti.
C'è un punto di partenza. L'inizio è nel gesto di Dio.
Se l'uomo ci crede, è la strada perché possa riconoscersi e vivere
questa appartenenza, questo attaccamento a Dio, obbedendo alla sua
compagnia, la Chiesa, arrivando così alla felicità, alla giustizia e
alla pace per se stesso e per tutti. Un uomo che sa da dove viene e dove
sta andando. Dalla fede nasce un criterio nuovo di rapportarsi con le
cose, con i figli, con la scuola, la politica, l'ambiente.
Per costruire giustizia, riconciliazione e pace non possiamo non partire
dal costruire l'umano, aiutare l'uomo a essere se stesso, essere uomo;
non partire da un particolare, ma dalla sua totalità.
L'uomo "è" desiderio di giustizia, di pace, di riconciliazione. Il
Sinodo per me è una occasione di scoprire qual è il significato di
queste parole, cioè qual è il significato della vita e di tutti problemi
che ci sono in Africa e nel mondo intero. Il Sinodo è per me una
provocazione a scoprire la piena dignità della vita umana.
Senza la coscienza della nostra umanità non possiamo aiutare noi stessi
e tanto meno dare un reale aiuto agli altri. Invece di aiutare gli altri
e noi stessi, continueremo a lamentarci, ad offrire soltanto la
compassione e, pur di rispondere qualcosa, li inganniamo.
Se uno coglie il significato per sé e il valore della vita umana, tratta
se stesso e gli altri bene, ha le ragioni adeguate per il cambiamento
della vita e diventa un punto di cambiamento per tutti, come sono stati
i monaci benedettini che hanno costruito la civiltà europea. Ma quando
anche loro hanno ceduto nella fede, è entrato il dualismo e la
divisione, che porta distruzione e caos.
Dalla fede ho visto nascere un popolo nuovo, un popolo cambiato. In
Uganda un gruppo di malati di Aids poverissimi vivono spaccando sassi e
vendendoli ai costruttori; mangiano una volta al giorno. Quando hanno
saputo dello tsunami e poi dell'uragano Katrina in America, quando gli
abbiamo chiesto di pregare per le vittime, ci hanno detto: "Sappiamo
cosa vuol dire vivere senza casa, senza mangiare. Se appartengono a Dio
appartengono anche a noi". Si sono organizzati formando gruppi a
spaccare i sassi; alla fine hanno raccolto duemila dollari e li hanno
inviati all'ambasciata americana. E quest'anno dopo il terremoto a
L'Aquila hanno detto: "Questi sono italiani, il Paese del Papa; sono
nostri amici, anzi la nostra tribù" e hanno raccolto e inviato duemila
euro. I giornalisti si sono scandalizzati: sono venuti a vedere se
questa gente era povera veramente. Secondo loro non è giusto: quando uno
fa la carità dà ciò che avanza, non dà ciò di cui ha bisogno. Una donna
malata ha detto loro: "Il cuore dell'uomo è internazionale, non ha
razza, non ha colore, e si commuove".
[00247-01.03] [UD032] [Testo originale: italiano]
- Sig.ra Axelle FISCHER, Segretario Generale della Commissione
“Giustizia e Pace” Bruxelles (BELGIO)
Il perdono è un DONO. Si offre e si riceve al più alto livello di
libertà.
Ciò che possiamo e dobbiamo fare è aiutare a creare le condizioni che
favoriscono questo perdono.
La pace è il desiderio di Dio, essa ha come secondo nome quello di Gesù.
Poniamoci anche l’interrogativo: come conciliare la pace annunciata
dalla fede e la realtà straziante del nostro mondo?
La giustizia è complessa, ha volti diversi. La giustizia transizionale
attiva processi che mettono fine ai conflitti e conducono alla
riconciliazione, seguendo meccanismi talvolta giudiziari, talvolta no.
Ma la giustizia può essere anche punitiva, sul piano nazionale
innanzitutto, e poi, se non è sufficiente, su quello internazionale,
attraverso la Corte Penale Internazionale o tribunali penali
internazionali. La giustizia inoltre può essere restaurativa, al fine di
riparare i danni causati. Infine, la giustizia può essere adempiuta
seguendo riti tradizionali.
Questi diversi aspetti della giustizia sono complementari e nulla
impedisce a un paese di imparare la lezione da ciò che è stato fatto
bene altrove nel mondo. Ma si potrà intraprendere la via della
riconciliazione solo se ogni popolazione riceve una formazione civica e
una coscienza politica, di cui gli agenti politici e economici dovranno
tener conto. Se ciò è valido per l’Africa, è valido anche per i paesi
cosiddetti “sviluppati”.
Le violenze sessuali, già atroci per se stesse, lo sono ancora di più se
usate come armi da guerra: seminano volutamente il terrore nelle
comunità e destabilizzano la società. Innumerevoli donne subiscono
queste violenze. Ancora vive, rimangono in piedi per i loro figli e per
le loro famiglie. So di alcune che coltivano i campi durante la notte
rischiando la vita per continuare a nutrire la comunità.
Essere vittime non è il ruolo riservato alle donne. Esse sono agenti di
giustizia, di pace e di riconciliazione. Riconoscerlo significa dare
dignità a ognuna di loro, a ciascuno, nella Chiesa e nella società in
modo da lavorare insieme affinché la pace sia il frutto della giustizia.
[00248-01.04] [UD033] [Testo originale: francese]
- Dott. Christophe HABIYAMBERE, Presidente di "Fidesco", Kigali (RWANDA)
La Comunità Emmanuel, fondata da Pierre Goursat, è arrivata in Ruanda
nel 1990 grazie a Cyprien e Daphrose Rugamba. Fin dall’inizio, ha
accolto ruandesi senza distinzione di etnia. Cyprien diceva sempre: “Non
esiste né Hutu né Tutsi, siamo tutti figli di Dio”. La nostra Comunità
ha pagato un caro prezzo durante il genocidio: una ventina di fratelli -
tra cui Cyprien e Daphrose - sono morti nel 1994, lasciando bellissime
testimonianze. Nel 1997, altri fratelli sono morti nei campi di Bukavu
dopo aver evangelizzato fino al sacrificio estremo della vita.
Ha partecipato alla preparazione del cammino di riconciliazione che la
Chiesa del Ruanda ha messo a punto prima del Grande Giubileo.
L’Emmanuel si occupa anche del sostegno dei cattolici che sono impegnati
in politica e nelle alte sfere della macchina dirigenziale del nostro
paese attraverso il Centro San Tommaso Moro. Questo gruppo di sostegno
prega e digiuna per i politici quando devono affrontare situazioni
critiche o decisioni difficili, organizza per loro i ritiri e la
formazione e fornisce loro la documentazione riguardo alla fede
cattolica.
[00249-01.05] [UD034] [Testo originale: francese]
- Rev.da Suora Mary Anne Felicitas KATITI, L.M.S.I., Madre Provinciale
della Congregazione delle Piccole Serve di Maria Immacolata (ZAMBIA)
Parlando come donna africana e in particolare dello Zambia, chiedo a
questo Sinodo di dedicare un’attenzione particolare alla dignità della
donna, che ha ancora bisogno di essere promossa sia nella Chiesa che
nella società. Mi sembra che le donne non abbiano una vera voce quando
si parla del loro ruolo, dei loro diritti e dei loro contributi al
compito dell’evangelizzazione.
L’importante problema delle donne deve essere preso in considerazione
dalla nostra Chiesa se vogliamo che la nostra idea di riconciliazione,
di giustizia e di pace sia fondata sulla realtà del nostro continente
africano. Sappiamo bene che le donne sono gravate da pesanti
responsabilità nelle difficili condizioni economiche odierne,
soprattutto ai livelli più bassi, e devono affrontare ogni tipo di abuso
e violenza sia nelle loro case che nella società in generale.
Cosa possiamo imparare dall’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo nel
raccogliere oggi la sfida della giustizia per le donne in Africa?
Ricordare che Gesù è cresciuto e ha proclamato il messaggio del Regno in
una società e in una cultura dominate dagli uomini. Ma come viaggiavano
le donne in compagnia di Gesù? Lo sappiamo dalle parole di Luca (Lc 8,
1-3).
Considerando la condizione delle donne oggi, quello che nostro Signore
Gesù ha fatto è decisamente rivoluzionario. Contrariamente alle forti
regole religiose e culturali, Gesù voleva che le cerchie ristrette e
privilegiate che vivevano con lui mentre si spostava di villaggio in
villaggio comprendessero anche le donne. Non può la nostra Chiesa
dell’Africa di oggi, e la Chiesa del mondo, seguire questo
rivoluzionario esempio di Gesù?
È fuori dubbio che la Chiesa come Famiglia deve vivere la giustizi al
suo interno, e la giustizia esige che consideriamo seriamente i ruoli e
il trattamento delle donne nella Chiesa, e come le donne possano
partecipare maggiormente al processo decisionale, soprattutto come
agenti di pastorale.
[00250-01.04] [UD035] [Testo originale: inglese]
- Rev.da Suora Bédour Antoun (Irini) SHENOUDA, N.D.A., Madre Provinciale
delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli, Il Cairo (EGITTO)
Ruolo di guide spirituali e di animatrici: le nostre comunità
interculturali e la vita comunitaria fanno di noi dei testimoni di
comunione e di amore, in un mondo frammentato.
Ruolo nell’educazione e nello sviluppo sociale: una testimonianza della
verità del messaggio evangelico e della sincerità dei cristiani nella
loro fede. Un’attenzione speciale ai poveri, agli emigrati che sono
terreno favorevole per la conversione all’islam...
Ruolo di sostegno ai cristiani nell’approfondimento dello spirito di
appartenenza alla patria,
Dialogo interreligioso in tutte le sue forme: il dialogo di vita, il
dialogo nella vita, un dialogo popolare e quotidiano.
Il dialogo d’azione, attraverso il quale i cristiani collaborano con i
fratelli e le sorelle per lo sviluppo integrale e la liberazione delle
persone.
Il dialogo delle esperienze religiose, osare ammettere la propria fede e
osare riconoscere i valori religiosi dell’altro che ha una fede diversa.
Qualunque sia il cammino già percorso e i “risultati” delle nostre
attività apostoliche, siamo invitati a progredire sempre e ad affrontare
alcune sfide:
Nella prospettiva della fede e della riconciliazione, è urgente
intensificare la formazione religiosa delle giovani suore per vivere
intensamente queste forme di dialogo, l’ascolto, la collaborazione, i
contatti e la sfida della differenza e dello sviluppo che consentono uno
sguardo benevolo e un’apertura dello spirito nonché un approccio
all’islam come religione, fede, credo e non come nemici, aggressori o
terroristi. Se vogliamo che il fanatismo diminuisca, facciamo lavorare
assieme musulmani e cristiani.
La vera sfida da rilevare per il futuro è rappresentata dall’ignoranza,
dalla miseria e dall’ingiustizia, terreno fertile per la violenza e
l’estremismo. Scaturisce dal profondo della nostra natura di donne,
trovare una risposta creativa e piena di compassione alle nuove
situazioni di sofferenza, di esclusione, di povertà e di emarginazione,
soprattutto nelle grandi città. Accogliere ma anche dedicare del tempo
ad “andare verso di loro”.
[00251-01.05] [UD036] [Testo originale: francese]
- Rev.da Suora Cecilia MKHONTO, S.S.B., Superiora Generale delle Suore
di Santa Brigida (SUDAFRICA)
Per comprendere veramente il concetto di Chiesa come famiglia dobbiamo
guardare ai valori della famiglia nel contesto africano. I membri di una
famiglia si prendono cura gli uni degli altri e la loro vita e le loro
azioni rispecchiano l’immagine di un unico corpo unito; questo aspetto è
sintetizzato in una solaespressione: ubuntu. Noi responsabili della
Chiesa, vescovi, sacerdoti e religiosi siamo chiamati a essere esempio
della famiglia di Dio specialmente nelle situazioni che ci chiamano a
farlo; dovremmo riflettere costantemente su come testimoniamo questa
realtà.
Quali sono i problemi che devono affrontare le suore diocesane?
1. Mancanza di educazione, che molto spesso pone le religiose diocesane
in una posizione di svantaggio per quanto riguarda la partecipazione a
un livello più elevato di apostolato nella Chiesa, che potrebbe renderle
migliori come persone e migliorare le loro condizioni di vita.
2. Grandi aspettative, da parte delle famiglie delle religiose, di
ricevere un sostegno finanziario, attese che sono causa di conflitti
interiori e in grande misura danneggiano la comunità. Ciò fa anche sì
che alcune religiose siano troppo attaccate alle loro famiglie
biologiche.
3. Il trauma vissuto per la perdita di tanti membri della propria
famiglia a causa dell’HIV/AIDS. I figli di persone che muoiono di
HIV/AIDS rimangono orfani senza nessuno che possa prendersi cura di
loro.
4. Condizioni di lavoro difficili per le suore, soprattutto a causa di
contratti inadeguati firmati con i rispettivi leader della Chiesa o
della totale assenza di un contratto.
Alla luce di questi problemi, le suore sono lacerate tra la famiglia e
la vita religiosa, vivono una vita non appagata, che è contraria a ciò
che Cristo le ha chiamate a fare dicendo: “Se vuoi seguirmi, vendi tutto
quello che hai e seguimi”.
Se dobbiamo essere una famiglia cristiana, allora chiedo che ci
prendiamo cura gli uni degli altri e riflettiamo sui seguenti punti:
- Il pari trattamento per i sacerdoti e le suore diocesani;
- Un buon ministero per la famiglia, che instruisca le persone riguardo
alla Chiesa e in particolare sulla vita religiosa, al fine di ridurre le
aspettative nei confronti degli uomini e delle donne consacrati.
- Non possiamo parlare di giustizia all’esterno senza rivedere le nostre
strutture e migliorare le condizioni di lavoro dei nostri lavoratori,
comprese le suore diocesane.
[00267-01.05] [UD039] [Testo originale: inglese]
- Sig. Maged MOUSSA YANNY, Direttore Esecutivo dell'Associazione
dell'Alto Egitto per l'Educazione e lo Sviluppo (EGITTO)
Le domande che vengono sempre poste dai cristiani che vivono in paesi a
maggioranza musulmana sono:
1. Noi cristiani dovremmo entrare in un dialogo con i musulmani, anche
se talvolta percepiamo ostilità e violenza da parte dei gruppi
estremisti islamici e intolleranza e rifiuto da parte dei nostri vicini?
2. Come possono i membri della Chiesa operare per costruire la pace?
Permettetemi di parlare dell’esperienza della Commissione di giustizia e
pace in Egitto, che è stata una delle prime iniziative nel paese.
Negli anni Ottanta e Novanta l’Egitto ha vissuto un tempo difficile di
violenza da parte dei gruppi estremisti islamici... Funzionari eminenti,
scrittori, agenti di polizia e molti cristiani sono stati vittime di
questa violenza. Nel 1992 la Commissione giustizia e pace ha invitato i
musulmani e i cristiani a una tavola rotonda (scrittori, giornalisti,
esperti della comunicazione, attivisti dei diritti umani, membri del
movimento della fratellanza musulmana e membri di diversi partiti). La
Commissione ha offerto una piattaforma per esprimere liberamente i
propri punti di vista.
L’idea dietro a questo dialogo era quella di individuare il problema,
suggerire se possibile delle soluzioni e rafforzare i valori della
cittadinanza, della tolleranza e dell’accettazione. Questo dialogo è
stato pubblicato in un libro intitolato Dialogo Nazionale. Ancora adesso
possiamo vederne i risultati quando i partecipanti difendono i valori e
le idee della riconciliazione e della cittadinanza. Alcuni punti
importanti emersi durante l’incontro e ai quali dobbiamo prestare
attenzione sono:
- L’importanza di lavorare con i bambini nelle scuole per instillare in
loro indirettamente i valori della riconciliazione, dell’accettazione,
ecc.
- Togliere dai programmi di istruzione tutti i testi che portano a una
maggiore intolleranza e odio;
- L’importanza dei media, che talvolta operano contro la costruzione
della pace;
- Occorre prestare attenzione al messaggio trasmesso dagli uomini di
fede, sia musulmani che cristiani;
- Infine, ritengo che il dialogo non debba rimanere distante come se
fosse per un élite, dentro stanze chiuse, ma che occorra metterlo in
pratica. Deve raggiungere il pubblico per avere effetto.
Quindi continuiamo a dialogare con i fratelli musulmani per costruire un
mondo migliore, riconciliato, pacifico e giusto.
[00268-01.04] [UD040] [Testo originale: inglese]
- Dott. Orochi Samuel ORACH, Segretario Esecutivo Assistente del "Uganda
Catholic Medical Bureau", Kampala (UGANDA)
Un importante contributo all’assistenza sanitaria è stato offerto da
organismi religiosi in tutti i paesi africani, dovuto in gran parte al
sostegno dei nostri fratelli e sorelle all’estero. Le strutture
sanitarie ecclesiastiche si sono occupate dell’assistenza ai poveri
soprattutto nei momenti di conflitto. Sono diventate un faro di speranza
laddove la corruzione si era impadronita del sistema sanitario
nazionale. Ma non sono state solo le guerre a distruggere i presidi
sanitari e le scuole. In questo momento anche la sostenibilità di questi
enormi contributi è minacciata economicamente.
La maggior parte dei governi in Africa, se non tutti, non sono in grado
di provvedere all’assistenza sanitaria da soli. Eppure esiste una forte
pressione a dirottare gli aiuti esteri indirizzati alle organizzazioni
non governative, per farli affluire nei bilanci dei governi. La
Dichiarazione di Parigi sull’Efficacia degli Aiuti e il Piano di Azione
di Accra (2008) tendono a incanalare gli aiuti attraverso i governi e
vedono i governi al posto di guida. Nel principio si tratta di una cosa
positiva. Ma il variare della modalità degli aiuti rende l’accesso delle
Chiese alle risorse completamente in balia degli umori dei singoli
governi africani. In Uganda il sostegno finanziario del governo sta
diminuendo e lo scorso anno ha coperto soltanto il 19% delle spese
ricorrenti delle strutture sanitarie. Eppure la domanda di assistenza e
i costi dei servizi stanno aumentando vertiginosamente, rendendo
difficile ridurre i ticket per i poveri; allo stesso tempo il governo
esige che le strutture sanitarie religiose offrano assistenza gratuita.
Nei paesi in cui gli organismi religiosi vengono visti come critici nei
confronti delle politiche governative, la Dichiarazione di Parigi
potrebbe dare ai governi la possibilità di limitare l’accesso ai fondi
per gli aiuti da parte di istituzioni che appartengono a questi
organismi religiosi. Eppure sappiamo che questi fondi vengono donati da
cattolici anche di quei paesi, i quali auspicano che le strutture
sanitarie cattoliche ne siano i beneficiari.
[00269-01.04] [UD041] [Testo originale: inglese]
- Sig. Emmanuel Habuka BOMBANDE, Direttore Essecutivo del "West Africa
Network for Peacebulding" (WANEP) (GHANA)
Un punto critico che accresce i conflitti violenti in molte comunità
africane è come affrontare il fardello della storia. I precedenti
storici, dalla tratta degli schiavi al colonialismo, hanno seminato
diffidenza e divisione tra i gruppi, diventando la faglia sulla quale
alcuni leader politici e civici mobilitano la loro gente contro gli
altri per conquistare voti e un potere saldo. Molte comunità fanno
riferimento al loro passato di vittime per giustificare l’odio verso gli
altri. Altre si appoggiano sui racconti di un passato vittorioso per
continuare a pretendere di dominare gli altri. In entrambi i casi, un
circolo vizioso di violenza e di devastante distruzione ci cattura tutti
come vittime delle ingiustizie del passato. Ciò non può andare avanti. È
tempo di ideare e di realizzare strutture funzionanti, atte a promuovere
il significato autentico di giustizia e di pace. Sono queste la
giustizia e la pace alle quali esorta l’Instrumentum laboris ai numeri
44,45, 46 e 47.
In Ghana, la Conferenza episcopale dei vescovi cattolici ha invitato le
organizzazioni della società civile come WANEP a sostenere gli sforzi
dei vescovi nel promuovere il dialogo intercomunitario e
intracomunitario. Questo impegno coinvolge anche i leader politici e
civili. Alcune comunità che sono state divise per oltre ottant’anni,
come i Nkonya e gli Alavanyo, hanno superato la violenza. Stanno
imparando a coesistere pacificamente e ad affrontare i loro disaccordi
in modo non violento e con rispetto reciproco.
Nel 2008 il Ghana ha dovuto affrontare sfide simili a quelle di molti
altri paesi africani, che hanno portato alle elezioni generali nel
dicembre del 2008. Esprimendo in modo concreto la missione profetica
della Chiesa, i vescovi si sono impegnati attivamente nel momento in cui
è stato più necessario, mettendo a disposizione uno spazio, con il
sostegno al dialogo della società civile, in cui i leader dei principali
partiti politici si sono incontrati e hanno espresso con franchezza la
loro diffidenza e i sospetti nei confronti dell’altro e quindi i
risultati che prevedevano per le elezioni. In questo spazio i leader
sono stati chiamati a rispondere delle loro responsabilità per
assicurare che le elezioni si svolgessero senza violenze. Questo
processo di impegno attraverso il dialogo ha contribuito anche a
diminuire le potenziali violenze post-elettorali.
Le tendenze attuali indicano chiaramente un aumento, in Africa, di
contestazioni e potenziali violenze collegate alle elezioni.
[00270-01.05] [UD042] [Testo originale: inglese]
- Sig. Jules Adachédé HOUNKPONOU, Segretario Generale del "Coordinamento
Internazionale delle Gioventù Operaie Cristiane" (C.I.G.O.C.) (BENIN)
Ecco il riassunto in due punti dello scopo della JOC fin da quando è
stata creata nel 1925, da Padre Joseph Cardijn, per aiutare i giovani
della classe popolare a impostare la propria vita secondo la fede e a
ridurre il divario della contraddizione tra la verità della realtà e la
verità della fede. La missione di annunciare il Vangelo alle nazioni è
sempre attuale e quella di portare la luce del Vangelo alle fasce più
vulnerabili, vittima di ogni tipo di ingiustizia, è più che mai urgente.
A livello nazionale, i movimenti organizzano una formazione all’impegno
e alla responsabilità, degli incontri e delle campagne d’azione nel
corso delle quali i giovani sono stati veri “apostoli dei giovani presso
i giovani”.
A livello locale e internazionale e dopo l’Ecclesia in Africa, la
Segreteria Internazionale della JOC ha organizzato 12 incontri di
scambio e di formazione dei responsabili nazionali, dei cappellani e
degli accompagnatori.
Questi incontri favoriscono la solidarietà tra i giovani, lo scambio
culturale, lo scambio tra le diverse realtà socioculturali e politiche,
l’apertura dello spirito e la presa di coscienza da parte dei giovani
della dimensione regionale e internazionale delle situazioni che vivono.
Il quadro della situazione giovanile in Africa non è del tutto
brillante.
Il peso delle difficoltà allontana i giovani dalla loro fede. Essi
separano la vita professionale dalla fede. Sono spiritualmente fragili e
non hanno coscienza del fatto che l’impegno nella Chiesa può aiutarli a
essere più forti. Hanno bisogno di essere sostenuti da giovani della
stessa età e professione per essere trasformati.
Vorrei suggerire che:
- la conoscenza dell’Azione cattolica sia approfondita nei seminari per
preparare i futuri sacerdoti a questo tipo di accompagnamento;
- i movimenti di Azione Cattolica siano utilizzati anche come strumenti
strategici nel piano di azione pastorale, per operare la riconciliazione
nella giustizia e nella pace.
[00279-01.04] [UD043] [Testo originale: francese]
- Don Joaquín ALLIENDE, Presidente dell’Associazione Internazionale
“Kirche in Not”, Germania (CILE)
L’incarnazione del Verbo non è solo il contenuto del nostro messaggio ma
anche il metodo della nostra azione. Sappiamo che l’etimologia greca
della parola “metodo” vuol dire cammino per andare allo scopo. È nota,
del resto, la capacità incarnazionale della cultura africana. Io
provengo da una cultura non puramente europea. Vengo dall’America Latina
e appartengo al Movimento mariano di Schoenstatt fondato da un sacerdote
profetico che ha portato nella Chiesa una pedagogia della libertà per la
maturità cristiana. Ero rettore del Santuario Nazionale del Cile, la mia
patria, dedicato alla Madonna. Tutto questo mi ha permesso di
sperimentare in maniera concreta questo metodo dell’incarnazione. Oso
presentarvi, rispettosamente, tre riflessioni.
La tradizione mariana della Chiesa è un tesoro prezioso che dobbiamo
avere a cuore e far crescere. Non è una realtà che esiste così come un
oggetto, come un fatto naturale. La presenza femminile di Maria è
necessaria per trovare la giusta sintesi tra la fede rivelata e la
ricchezza affettiva dell’uomo e della donna. Possiede un carisma
pedagogico per stabilire la relazione tra la fede rivelata e la vita
esistenziale, tra persone e comunità, fra la costruzione della Chiesa e
la fraternità solidale nel mondo e nella cultura.
Lo Spirito Santo ha portato alla santità numerosi battezzati
dell’Africa. Si tratta di storie d’amore commoventi che dovrebbero
diventare segni e forza missionari. Molti di essi potrebbero essere
beatificati e canonizzati. Vi sono casi di una esemplarità eccezionale
sui quali potremmo concentrare i nostri sforzi. Pensiamo alla
meravigliosa storia della testimonianza di riconciliazione dei martiri
del Seminario di Buta, in Burundi. Da un punto di vista più generale,
sarebbe forse utile preparare un manuale per le beatificazioni in
Africa.
Nella tradizione viva della Chiesa, i santuari sono uno spazio
privilegiato di evangelizzazione e di santità. Anche le religioni
naturali e l’islam hanno dei luoghi sacri. Per noi, il Verbo incarnato
ha santificato i tempi e la terra. Da parte sua, la Chiesa ha il tempo
liturgico e il luogo del tempio. La storia della pastorale ci dice che
nel corso dei secoli i metodi dell’incarnazione hanno avuto nei santuari
dei centri di creatività audace per evangelizzare e santificare il
popolo.
[00280-01.04] [UD044] [Testo originale: francese]
- Dott. Munshya CHIBILO, Responsabile dei progetti di adozione a
distanza, Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII" (ZAMBIA)
Vorrei sottolineare l’importanza di lavorare per la riconciliazione con
i giovani, attraverso un approccio non violento che promuova
l’educazione per i poveri. Vorrei illustrare ciò attraverso l’esperienza
specifica della nostra Comunità Papa Giovanni XXIII in uno dei nostri
progetti a Ndola, in Zambia per i bambini di strada, in questo caso i
maschi.
La nostra Comunità aveva osservato che quando andavamo a buttare i
rifiuti in una discarica, di solito trovavamo dei ragazzini che venivano
a scaricare i nostri rifiuti e poi iniziavano subito a smistarli. I
ragazzini erano organizzati in modo tale che il maggiore era il leader
del gruppo e dava istruzioni agli altri più giovani.
La nostra Comunità Papa Giovanni XXIII ha iniziato a interessarsi alla
situazione e a recarsi alla discarica ogni giorno per un’ora. Abbiamo
parlato con loro e qualche volta abbiamo portato un po’ di cibo. Così
siamo diventati amici e abbiamo appreso dai loro racconti il perché si
trovavano in un posto tanto pericoloso. Ecco alcune delle ragioni:
- La maggior parte di loro erano orfani, avendo perso uno o entrambi i
genitori a causa di diverse malattia, tra cui la malaria, l’Hiv e
l’Aids.
- Non potevano andare a scuola perché non avevano i soldi per sostenere
le spese.
- Non potevano trovare lavoro perché non avevano nessun diploma
scolastico.
- La povertà era un’esperienza comune nelle loro case.
- In alcuni casi, alla morte del padre, i parenti si erano appropriati
dei beni, compresa la casa, e i bambini erano stati minacciati di morte
attraverso la stregoneria se si fossero opposti o avessero cercato di
andare dalla polizia o in tribunale.
Chichetekelo è un centro di attrazione sia per il governo sia per la
popolazione locale. Alcuni ragazzi hanno concluso le scuole secondarie e
ora frequentano il college, mentre quelli con delle capacità
professionali hanno assicurato un impiego regolare presso delle buone
aziende.
Ritengo che questa esperienza della nostra comunità sia una chiara
testimonianza di un atto non violento di giustizia e di pace nella
verità, attraverso il quale le persone vengono riconciliate tra di loro
e con il loro Dio. In effetti, è possibile trovare soluzioni sostenibili
perché i nostri bambini siano protetti meglio e possano avere la
possibilità di crescere per diventare buone persone del mondo e buone
persone di Dio.
[00281-01.04] [UD045] [Testo originale: inglese]
- Sig. Augustine OKAFOR, Esperto in amministrazione governativa
(NIGERIA)
L’edizione 2007/2008 del Rapporto sullo sviluppo umano, pubblicato dal
Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, mostra che tutti i paesi
dell’Africa sub-sahariana, eccetto tre, rientrano nella categoria dei
paesi meno sviluppati del mondo. I dati/statistiche sulla povertà stanno
peggiorando nella maggior parte dei paesi africani.
Sono fermamente convinto che i governi di tutti i paesi, ancor di più in
Africa, abbiano come responsabilità primaria quella di far uscire i loro
cittadini da una povertà degradante e che il governare debba essere
volto allo sviluppo umano sostenibile. Nell’enciclica Populorum
Progressio, Paolo VI ha articolato la sua visione dello sviluppo come
l’obiettivo di far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria,
dalle malattie endemiche e dall'analfabetismo. Si suggerisce che lo
stato indirizzi le proprie energie e risorse a un consistente
miglioramento nell’ambito dell’educazione, della sicurezza alimentare,
dello sviluppo delle sue infrastrutture sociali e materiali, della
parità fra i sessi, della promozione delle capacità interne delle
comunità svantaggiate. A questo riguardo, dobbiamo sottolineare la
promozione della partecipazione attiva della società civile non solo al
governo, ma in tutti gli aspetti dello sviluppo umano e sociale.
La domanda che sorge da quanto appena detto è: “Qual è il ruolo della
Chiesa nel far fronte alle sfide di sviluppo che si pongono ai paesi
africani?”. Il Santo Padre Benedetto XVI ha affrontato questo tema in
modo esteso nell’enciclica “Caritas in Veritate”. Prima di tutto ha
riconosciuto l’esigenza di coltivare “nuove modalità di esercizio, di
far fronte alle sfide del mondo odierno”. La Chiesa è una parte
integrante della società e deve dimostrare un maggiore coinvolgimento
nel programma di sviluppo umano e sociale dello stato.
Può svolgere questo ruolo attraverso un meccanismo istituzionalizzato
per incanalare la sua partecipazione o il suo interesse nella
formulazione e nell’attuazione di politiche e di programmi pubblici.
Deve anche sviluppare strutture per facilitare e promuovere il dialogo,
la collaborazione e il contatto regolare con il governo e i suoi enti.
La Chiesa in Africa deve aumentare la propria visibilità come voce di
chi non ha voce e dei membri più svantaggiati della società. I fedeli
laici devono essere sensibilizzati e inclusi in questa impresa
Chiesa-Stato. Permettetemi, infine, di citare le parole ricordate dal
Santo Padre nella Caritas in Veritate, che “l'uomo infatti è l'autore,
il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”.
[00294-01.03] [UD046] [Testo originale: inglese]
AVVISI
- CONCERTO IN ONORE DEL
SANTO PADRE
- CONFERENZE STAMPA
- “BRIEFING”
- “POOL”
- BOLLETTINO SYNODUS
EPISCOPORUM
- COPERTURA TV IN DIRETTA
- NOTIZIARIO TELEFONICO
-
ORARIO DI APERTURA DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
CONCERTO IN ONORE DEL SANTO
PADRE
L’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola
offrirà un concerto in onore e con la presenza di Sua Santità Benedetto
XVI. Sabato 17 ottobre 2009, alle ore 18, presso l’Aula Paolo VI in
Vaticano, la pianista cinese Jin Ju si esibirà su sette strumenti
appartenenti alla Collezione di Palazzo Monsignani di Imola, dal
fortepiano a tavolo di fine ‘700 al grancoda moderno degli inizi del
‘900. Il concerto ripercorre sinteticamente la storia e l’evoluzione del
pianoforte sugli strumenti originali, e ricorre nel ventesimo
anniversario dell’Accademia, fondata nel 1989 da Franco Scala. Missione
dell’Accademia è formare concertisti mediante un’accurata selezione di
talenti, una proposta didattica di eccellenza, lo studio di programmi
musicali mirati alla formazione di ampi repertori. Jin Ju, nata a
Shangai nel 1976 da una famiglia di musicisti, intraprende lo studio del
pianoforte all’età di quattro anni. Ha conseguito il Master al
Conservatorio centrale di Pechino e il diploma d’onore all’Accademia
Chigiana di Siena. Attualmente è assistente di pianoforte presso
l’Accademia Pianistica Internazionale di Imola. Per l’occasione saranno
eseguiti: J.S. Bach, Preludio n.1 dal clavicembalo ben temperato, vol. 1
BWV 846; D. Scarlatti, Sonata in do magg. K 159, con Fortepiano da
tavolo Wood small, Edimburgo fine ‘700; W.A. Mozart, Variazioni KV 500,
con Fortepiano Johann Schantz, Vienna 1798 ca.; C. Czerny, Variazioni su
«La ricordanza» op.33, con Fortepiano Johann Schantz, Vienna 1820 ca.;
L.van Bethoven, Sonata quasi una fantasia in do min. op. 27 n. 2 «Al
chiaro di luna», con Fortepiano Conrad Graf n. 1041, Vienna 1825 ca.; F.
Chopin, Ballata n.4 in fa min. op. 52 con Pianoforte Erard, Parigi fine
‘800; P.J. Tchajkovsky, Da «Le stagioni» op. 37, ottobre n.10, agosto n.
8 con Pianoforte Steinway&Sons 1885; F. Liszt, Parafrasi sul Rigoletto
di G. Verdi R. 267, con Pianoforte Steinway&Sons 1900. I Signori
giornalisti possono chiedere il biglietto-invito presso l’Ufficio
accreditamenti della Sala Stampa della Santa Sede.
[00295-01.03] [RE000] [Testo originale: italiano]
CONFERENZE STAMPA
La seconda Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese e portoghese) si svolge
nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede oggi,
mercoledì 14 ottobre 2009 (dopo la Relatio post disceptationem), alle
ore 12.45 orientativamente. Interverranno:
- S.Em.R. Card. Wilfrid Fox NAPIER, O.F.M., Arcivescovo di Durban
(SUDAFRICA), Presidente Delegato
- S. Em. R. Card. Théodore-Adrien SARR, Arcivescovo di Dakar, Primo Vice
Presidente del Simposio di Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar
(S.E.C.A.M.) (SENEGAL), Presidente Delegato
- S.Em.R. Card. John NJUE, Arcivescovo di Nairobi, Presidente della
Conferenza Episcopale (KENYA), Presidente della Commissione per
l’Informazione
- S. E. R. Mons. Manuel António MENDES DOS SANTOS, C.M.F., Vescovo di
São Tomé e Príncipe (SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE), Membro della Commissione per
l’Informazione
La terza Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese e portoghese) si terrà
nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede venerdì
23 ottobre 2009 (dopo il Nuntius), alle ore 12.45 orientativamente.
Interverranno:
- S. E. R. Mons. John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo di Abuja
(NIGERIA), Presidente della Commissione per il Messaggio
- S. E. R. Mons. Youssef Ibrahim SARRAF, Vescovo di Le Caire dei Caldei
(EGITTO), Vice-Presidente della Commissione per il Messaggio
- S. E. R. Mons. Francisco João SILOTA, M. Afr., Vescovo di Chimoio,
Secondo Vice Presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali
d'Africa e Madagascar (S.E.C.A.M.) (MOZAMBICO), Membro della Commissione
per il Messaggio
La quarta Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese e portoghese) si terrà
nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede Sabato 24
ottobre 2009 (dopo l’Elenchus finalis propositionem), alle ore 12.45
orientativamente. Interverranno:
- S. Em. R. Card. Peter Kodwo Appiah TURKSON, Arcivescovo di Cape Cost,
Presidente dell'Associazione delle Conferenze Episcopali dell'Africa
Occidentale (A.C.E.A.O./A.E.C.W.A.) (GHANA), Relatore Generale
- S. E. R. Mons. Damião António FRANKLIN, Arcivescovo di Luanda,
Presidente della Conferenza Episcopale (ANGOLA), Segretario Speciale
- S. E. R. Mons. Edmond DJITANGAR, Vescovo di Sarh (CIAD), Segretario
Speciale
Le Conferenze Stampa sono presiedute da Rev. P. Federico LOMBARDI, S.I.,
Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Segretario ex-ufficio
della Commissione per l’Informazione della II Assemblea Speciale per
l’Africa del Sinodo dei Vescovi.
I Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporter
sono pregati di rivolgersi per il permesso di accesso al Pontificio
Consiglio per le Comunicazioni Sociali.
BRIEFING
L’ottavo “Briefing” per i gruppi linguistici si terrà (nei luoghi e con
gli Addetti Stampa indicati nel Bolletino N. 2) giovedì 15 ottobre 2009
alle ore 13.10 circa.
Si ricorda che gli operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e i
fotoreporter sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle
Comunicazioni Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).
I prossimi “Briefing” avranno luogo, orientativamente alle ore 13.10:
- Venerdì 16 ottobre 2009 (con la presenza di un Padre sinodale per ogni
gruppo linguistico; pubblicheremo l’elenco di nominativi nel Bollettino
che uscirà domani giovedì 15 ottobre in primo pomeriggio, a conclusione
della Quindicesima Congregazione Generale)
- Sabato 17 ottobre 2009
- Martedì 20 ottobre 2009
“POOL”
Si prevedono “pool” di giornalisti accreditati per accedere all’Aula del
Sinodo, in linea di massima per la preghiera di apertura delle
Congregazioni Generali antemeridiane, nei giorni seguenti:
- Giovedì 15 ottobre 2009
- Sabato 17 ottobre 2009
- Martedì 20 ottobre 2009
- Venerdì 23 ottobre 2009
- Sabato 24 ottobre 2009
Nell’Ufficio Informazioni e Accreditamenti della Sala Stampa della Santa
Sede (all’ingresso, a destra) saranno messe a disposizione dei redattori
le liste d’iscrizione ai “pool”.
Per i “pool” i fotoreporter e gli operatori TV sono pregati di
rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.
I partecipanti ai “pool” sono pregati di trovarsi alle ore 08.30 nel
Settore Stampa, allestito all’esterno di fronte all’ingresso dell’Aula
Paolo VI, da dove saranno accompagnati da un officiale della Sala Stampa
della Santa Sede (per i redattori) e del Pontificio Consiglio per le
Comunicazioni Sociali (per i fotoreporter e troupe TV). È richiesto un
abbigliamento confacente la circostanza.
BOLLETTINO SYNODUS EPISCOPORUM
Il prossimo Bollettino, con i riassunti delle Relazioni dei Circoli
Minori, che verranno presentati dai Relatori dei Circoli Minori nella
Quindicesima Congregazione Generale di domani mattina, giovedì 15
ottobre 2009, sarà a disposizione dei giornalisti accreditati a
conclusione del “Briefing”.
COPERTURA TV IN DIRETTA
Sarà trasmessa in diretta sui monitor nella Sala delle
telecomunicazioni, nella Sala dei giornalisti e nell’Aula Giovanni Paolo
II della Sala Stampa della Santa Sede:
- Domenica 25 ottobre 2009 (ore 09.30): Solenne Concelebrazione della
Santa Messa a conclusione del Sinodo (Basilica di San Pietro)
Eventuali variazioni saranno pubblicate appena possibile.
NOTIZIARIO TELEFONICO
Durante il periodo sinodale sarà in funzione un notiziario telefonico:
- +39-06-698.19 con il Bollettino ordinario della Sala Stampa della
Santa Sede;
- +39-06-698.84051 con il Bollettino del Sinodo dei Vescovi,
antimeridiano;
- +39-06-698.84877 con il Bollettino del Sinodo dei Vescovi,
pomeridiano.
ORARIO
DI APERTURA DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
La Sala Stampa della Santa Sede, in occasione della II Assemblea
Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi resterà aperta secondo il
seguente orario:
- Da mercoledì 14 ottobre a sabato 17 ottobre: ore 09.00 - 16.00
- Domenica 18 ottobre: ore 11.00 - 13.00
- Da lunedì 19 ottobre a sabato 24 ottobre: ore 09.00 - 16.00
- Domenica 25 ottobre: ore 09.00 - 13.00
Il personale dell’Ufficio informazioni e accreditamento sarà a
disposizione (nell’ingresso a destra):
- Lunedì-Venerdì: ore 09.00-15.00
- Sabato: ore 09.00-14.00
Eventuali cambiamenti saranno comunicati appena possibile, tramite
annuncio nella bacheca della Sala dei giornalisti nella Sala Stampa
della Santa Sede, nel Bollettino informativo della Commissione per
l’informazione della II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei
Vescovi e nell’area Comunicazioni di servizio del sito Internet della
Santa Sede.
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