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CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA

CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER I PARTECIPANTI
AL SEMINARIO DI AGGIORNAMENTO PER I VESCOVI
DEI TERRITORI DIPENDENTI DALLA CONGREGAZIONE
PER L'EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI

OMELIA DEL CARD. ZENON GROCHOLEWSKI

Pontificio Collegio di San Paolo Apostolo, Roma
Luned́, 18 settembre 2006

 

 

In questi giorni di preghiera e di riflessione siamo desiderosi di essere illuminati e rafforzati, per saper dedicarci con tutte le forze ed efficacemente al servizio del Signore. In tale prospettiva la comune celebrazione dell'Eucaristia non è qualcosa accanto, ma svolge un ruolo rilevante. Proprio alla Celebrazione Eucaristica vorrei dedicare la mia breve riflessione. Le odierne letture (lunedì della 24 sett. del T.O. anno pari), infatti, ci suggeriscono qualche considerazione al riguardo.

1. L'esame di coscienza per come celebriamo l'Eucaristia

Nella prima lettura (1 Cor 11, 17-26) san Paolo si dimostra amareggiato a motivo del fatto che i Corinzi, per le loro divisioni, per il comportamento scorretto e soprattutto per la mancanza di carità, per egoismo, profanano il loro "mangiare la cena del Signore", profanano la Celebrazione Eucaristica. Ci impressionano i fatti denunciati che hanno accompagnato tali celebrazioni, come la golosità e l'ubriachezza. Sono quindi dure le parole di san Paolo: "Fratelli, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio [...] Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!".

Nel seguito del brano che abbiamo ascoltato, san Paolo continua:  "Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore". Di conseguenza, l'Apostolo invita a fare l'esame di coscienza: "Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" (1 Cor 11, 27-29).

Noi, celebrando oggi l'Eucaristia, certamente non meritiamo un rimprovero per i fatti scandalosi descritti da san Paolo. Forse ci sono, però, altre mancanze nei nostri cuori che fanno sì che il nostro atteggiamento non corrisponda pienamente a quello che dovrebbe caratterizzare ogni ministro sacro nella celebrazione dell'Eucaristia.

Il grave rimprovero di san Paolo ai Corinzi, comunque, ci suggerisce di esaminare la coscienza e di riflettere sull'incidenza dell'Eucaristia sul nostro ministero episcopale. L'Esortazione Apostolica Post-sinodale Pastores gregis "sul Vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo" (16 ottobre 2003), osserva:  "l'Eucaristia è al centro della vita e della missione del Vescovo, come di ogni sacerdote" (n. 16a). Anzi, dice: "Tra tutte le incombenze del ministero pastorale del Vescovo, l'impegno per la celebrazione dell'Eucaristia è il più cogente e importante [!]" (n. 37d), sia per quanto riguarda la propria celebrazione sia per quanto concerne il compito di provvedere affinché i fedeli abbiano la possibilità di partecipare fruttuosamente alle degne celebrazioni eucaristiche.

Infatti, se nell'Eucaristia è realmente presente il Mistero Pasquale, da cui nacque la Chiesa, di cui la Chiesa vive, si nutre e si edifica (cfr Enc. Ecclesia de Eucharistia); se "l'Eucaristia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana"; se "tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere ecclesiastiche di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati" (CCC, n. 1324); allora non ci può essere una cosa più importante per un Vescovo che l'Eucaristia, qualsiasi dimensione della sua vita e del suo apostolato prendiamo in considerazione. Quindi anche nell'aspetto delle vocazioni agli Ordini Sacri, per le quali preghiamo nell'odierna Messa in modo del tutto particolare, l'Eucaristia rimane "fonte e culmine" del nostro operato e della nostra preoccupazione in questo campo.

Con l'Eucaristia, infatti, per renderla quello che essa deve essere nella nostra vita e nel nostro apostolato, dobbiamo misurarci ogni giorno di nuovo. Pertanto, mentre siamo sempre pieni di stupore di fronte al mistero che celebriamo, all'inizio di ogni Santa Messa invochiamo la misericordia del Signore su di noi. Sia fatto questo sempre con serietà e riflessione, allo scopo di rendere costantemente più perfetta la nostra celebrazione.

2. La carità la fede e l'umiltà

Vediamo che cosa ci dice a tale riguardo il Vangelo che abbiamo ascoltato (Lc 7, 1-10)! Esso non parla dell'Eucaristia, ma della guarigione del servo di un centurione pagano. Nondimeno questa scena del Vangelo getta pure una luce sull'atteggiamento necessario per una degna e fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia, tanto più che prima di assumere il Corpo e Sangue di Cristo durante la Messa ripetiamo proprio le parole del centurione, un po' parafrasate:  "Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa:  ma dì soltanto una parola e io sarò salvato".

Il racconto di Luca è molto significativo. Egli espone gli elementi dell'atteggiamento del centurione che gli hanno guadagnato la benevolenza di Gesù. Essi appaiono progressivamente in due distinti momenti.

Nel primo momento, gli anziani dei Giudei, mandati dal centurione a Gesù, intercedono per lui dicendo:  "Egli merita che tu gli faccia questa grazia [...], perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga". Il primo elemento, quindi, che capta la benevolenza di Gesù è la bontà, la carità che il centurione ha esercitato. Dopo questa raccomandazione, quindi, Gesù si incammina verso la casa del centurione.

San Paolo nella prima lettura rimproverava ai Corinzi proprio la mancanza di carità. La carità, l'amore di Dio e dei fratelli ci ottiene la benevolenza del Signore anche nel nostro accostamento all'Eucaristia. Si deve avere presente a tale riguardo che l'Eucaristia racchiude il più grande atto d'amore di Dio verso di noi. L'amore quindi ci predispone per la fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia e questa, dal canto suo, celebrata degnamente, ci fa crescere nell'amore. Ecco, il primo aspetto dell'atteggiamento corretto, ricavato dall'odierno Vangelo, nel celebrare degnamente l'Eucaristia: l'amore, la carità.

Nel secondo momento, quando già i protagonisti della scena dell'odierno Vangelo erano non molto distanti dalla casa del centurione, accade una cosa straordinaria, che suscita l'ammirazione di Gesù. Il centurione manda alcuni amici a dire a Gesù:  "Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Va ed egli va, e a un altro:  Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa questo, ed egli lo fa". L'Evangelista nota:  "All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!"". E il servo all'istante è stato guarito.

Quante volte, del resto, Gesù ha compiuto miracoli scorgendo e premiando la fede! La fede costituisce certamente un atteggiamento che permette a Dio di colmarci dei suoi doni. Senza la fede, comunque, neppure si capisce l'Eucaristia. Mi permetto qui ripetere le parole di san Paolo citate all'inizio:  "chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore [ossia senza la fede eucaristica], mangia e beve la propria condanna". In ogni caso, non c'è alcun dubbio che quanto più grande è la nostra fede in Gesù, nell'Eucaristia, tanto più degna e più fruttuosa sarà la nostra celebrazione, tanto essa sarà più incisiva sull'efficacia del nostro apostolato.

Non è difficile scorgere che la fede del centurione è unita con una impressionante umiltà:  "Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; [...] non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te". Commovente umiltà!

C'è stretta relazione fra fede e umiltà. Mentre la superbia è un ostacolo perché la fede possa crescere in noi, la vera fede ci rende umili. Di questa realtà Maria è il più brillante esempio e manifestazione.

Le parole prima della comunione, quindi, "Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa:  ma dì soltanto una parola e io sarò salvato" non siano mai una formalità sulla nostra bocca, ma un sentito respiro del cuore, una consapevolezza, un impegno.

Conclusione

L'amore vero del Signore e dei fratelli, la fede viva che esige di essere sempre di più rafforzata e maturata nei nostri cuori, e l'umiltà da conquistare giorno per giorno, a motivo dell'egoismo che in minore o maggiore grado c'è in ogni cuore umano, ci predispongono alla benevolenza del Signore; ci predispongono alla degna e fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia, ossia alla degna e fruttuosa celebrazione del più grande avvenimento della nostra vita; al vivere in modo consapevole ed efficace ciò che è "fonte e culmine" della nostra esistenza sacerdotale e del nostro apostolato.

Signore, sia questa celebrazione per noi un momento di crescita!

    

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