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CONFERENZA di S.E.R. Mons. DARIO CASTRILLON
HOYOS
Pro-Prefetto della Congregazione per il Clero
ai Sacerdoti del Molise in occasione dell'Incontro
presso la Casa di Spiritualità "Villa S.
Michele"
Matrice, martedì 10 giugno 1997
Eccellenza(e) e Sacerdoti carissimi,
rendo grazie a Dio per trovarmi qui insieme a
tanti suoi "cristi", in un clima di cenacolo, congregati insieme, nel
calore della fraternità sacerdotale, in una Casa dove tutto parla
dell'"Amore Misericordioso" (essa è curata dalle Comunità dei Figli
e delle Ancelle dell'Amore Misericordioso), certamente sotto lo sguardo materno
di Colei che, Immacolata e piena di grazia, di quell'Amore è icona palpitante,
in una Villa denominata "S. Michele" che, Principe delle milizie
celesti, ci invita a quel "serviam!" che costituisce il nodo
fondamentale del profluire della redenzione salvifica per tutto il genere umano.
"Serviam!" è il nostro programma di vita perché è la radice stessa
del nostro essere sacerdotale. Noi viviamo il sacerdozio del Sommo ed Eterno
Sacerdote che, venendo in questo mondo, ha dichiarato di esserci venuto per fare
la volontà del Padre. Essa è volontà salvifica che, quale sorgente benedetta,
intende passare attraverso quei canali che siamo noi.
Tutto dunque ci invita e ci aiuta a vivere
insieme un tempo di "ricarica" per essere più pienamente noi stessi e
perché il nostro "agere" sia davvero consequenziale al nostro
"esse". Sta qui l'anima di ogni apostolato, sta qui la verità di noi
stessi.
Noi dobbiamo diventare ogni giorno quello che
già ontologicamente siamo!
Di cosa ha bisogno l'uomo d'oggi? Della
riflessione. Il profeta Geremia individuò la causa delle disgrazie dell'uomo
sulla terra nella mancanza di riflessione ed ecco come esprime la lagnanza di
Dio: "Numerosi pastori hanno devastato la mia vigna, hanno calpestato il
mio campo. Hanno fatto del mio campo prediletto un deserto desolato...E'
devastato tutto il paese e nessuno se ne dà pensiero...Essi hanno seminato
grano e mietuto spine, si sono stancati senza alcun vantaggio; restano confusi
per il loro raccolto" (Ger. 12, 10-13).
Perché? Perché nessuno se ne dà pensiero.
La mancanza di riflessione è il motivo per cui è "devastato tutto il
paese".
Questo quadro, dipinto da Geremia
duemilaseicento anni fa, non è forse anche l'immagine del mondo di oggi,
desolato spiritualmente e materialmente, pieno di tensioni e di ansie?
Io credo che una delle più notevoli malattie
dell'età moderna - ed ogni epoca ha le sue specifiche infermità - sia la
mancanza di riflessione. L'uomo, tutto preso dalle cose esteriori, in preda ad
una iperemotività per le cose che passano, che si usano e gettano, per il
sensazionale, non esamina il suo interno e non pensa a Dio, il quale è invece
il nostro principio e il nostro fine. Spesso accade che gli uomini siano
assorbiti esclusivamente dalle cose da fare, con gli occhi tesi alla televisione
e ai titoli, al massimo anche ai sottotitoli, della carta stampata, non trovano
tempo per guardare dentro a se stessi e per dare ascolto alla voce dello Spirito
Santo, che parla dentro di loro. Lo schermo della coscienza, sul quale l'uomo
intravede se stesso, non può essere sostituito dallo schermo televisivo. La
voce di Dio, portata sulle onde dell'anima umana immortale, non può essere
sostituita dalle onde elettromagnetiche. Ecco perché la malattia dell'uomo
moderno sta nella mancanza di riflessione, ed essa è fonte di molti mali.
Anche i miscredenti, a loro modo, risentono di
questo male. Quando, decenni fa, l'uomo pose per la prima volta piede sulla
superficie lunare, uno dei più celebri filosofi contemporanei, Bertrand Russel,
dichiarò: "Il male esiste, perché siamo divorati dalla febbre di agire;
l'umanità ha però bisogno innanzitutto di silenzio, della riflessione e della
meditazione".
Il male provocato dalla mancanza di
riflessione e di clima di orazione nel quale dovremmo essere continuamente
immersi, minaccia anche noi sacerdoti e vescovi. Ognuno di noi è esposto, si
può dire, al pericolo della dispersione e del "rumore", al pericolo
di smarrirsi nell'esteriorità trascurando la propria interiorità. Eppure lo
sappiamo bene - dobbiamo tuttavia ripetercelo sempre - l'efficacia delle nostre
azioni esterne, dei nostri progetti e di ogni creatività pastorale deriva
soltanto dall'essere ripieni di Dio. In un certo senso - e voi siete in grado di
comprendermi bene, senza alcun fraintendimento - più abbiamo la testa fra le
nuvole e più abbiamo i piedi per terra, più siamo chiusi nel tabernacolo, con
intelligenza, affetti, volontà e più siamo lanciati per le strade di questo
mondo!
Nell'Apocalisse troviamo un insistente
ammonimento, del tutto attuale: "All'Angelo della Chiesa di Sardi
scrivi...Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto; perché non
ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai
accolto la parola, osservala e ravvediti...(Ap 3,1-3).
Ricorda, ripensa, medita, rumina quanto hai
udito e ricevuto da Dio.
A tutti è necessaria la riflessione. Perciò
abbiamo bisogno di giornate come questa. I ritiri spirituali ci distolgono
dall'attenzione preponderante al mondo esterno e ci costringono salutarmente al
lavoro interiore dello spirito.
Più noi conosciamo il nostro tempo - ed
abbiamo il dovere di farlo, non già perché si debba correre dietro alle mode
per uno stolto prurito di novità, ma perché siamo sacerdoti per la salvezza,
per essere canali dell'amore misericordioso di Dio sui sentieri della storia sui
quali si incontrano gli uomini sempre bisognosi di conversione - e più ci
accorgiamo dell'esigenza di essere immersi nella preghiera, fino ad essere noi
stessi una lode, fino ad essere noi stessi preghiera, intercessione,
sostituzione vicaria. "Sacerdos et Hostia"!
Il sacerdote deve poter essere considerato
segno vivente e portatore della misericordia, che però non offre come propria,
bensì come dono di Dio. E' anzi servitore dell'amore di Dio per gli uomini,
ministro della misericordia. La volontà di servizio si inserisce nell'esercizio
del ministero sacerdotale come elemento essenziale, che a sua volta esige anche
la rispettiva disposizione morale nel soggetto. Il presbitero fa presente agli
uomini Gesù, che è il pastore venuto "non per essere servito, ma per
servire" (Mt 20,28). "Sacerdos ad serviendum". E il sacerdote
serve in primo luogo Cristo, ma in un modo che passa necessariamente attraverso
il servizio generoso alla Chiesa e alla missione di evangelizzazione per la
quale la Chiesa esiste sulla terra e detiene così strabiliante autorità.
Per esercitare tanto ministero, tanto servizio
così assolutamente essenziale per ogni uomo, ogni sacerdote ha il dovere di
conoscere i tempi nei quali è stato chiamato a vivere. Non si tratta di
curiosità, non si tratta di mondanità, non si tratta di "hobbistica"
culturale; si tratta, piuttosto, di un dovere per poter servire e tale dovere
è, pertanto, discendente dalla nostra stessa ontologia.
In relazione a tale dovere, vediamo allora di
riflettere insieme, pur brevemente, sul clima epocale nel quale esercitiamo il
nostro sacro ministero.
Si parla di crisi epocale, di fine della
modernità, di passaggio alla postmodernità, alla società postindustriale, che
rischia pure di diventare postcristiana. Quali sono i segni di questa crisi
della modernità? In cosa consiste la postmodernità? Dobbiamo farcene un
giudizio negativo o c'è qualcosa di positivo dal punto di vista del Vangelo?
Intanto sappiamo che le linee fondamentali
sulle quali scorre la modernità sono l'antropocentrismo, il razionalismo
(ragione non metafisica e, quindi, non trascendente), l'affermazione della
libertà assoluta dell'uomo (quindi autonomia della ragione, della coscienza
morale e religiosa; indipendenza della natura tramite la scienza e la tecnica),
l'immanenza e l'affermazione del "progresso" costante e senza limite
alcuno.
Con l'esaurimento dei grandi "miti"
della modernità, subentra il disincanto e la crisi, i cui segni sono, fra
altri:
- crisi di fondamento teoretico ed etico;
- crisi d'integrazione o mancanza di una
visione globale dell'individuo, della società e del mondo che dia senso
all'esistenza;
- crisi del miraggio di autonomia e di
individualità: si parla di "alienazione", di "feticismo della
merce"(Marx), di "cosificazione" (Lukacs), di "società
manipolata e della fine dell'individuo" (Horkheimer e Adorno), di "anomia"
(Durkheim), di "stress" e di "società consumistica", ecc.;
- crisi di universalismo: la modernità non
riesce a dar ragione di tutte le culture.
Ma affinché questi accenni che ho fatto in
modo davvero ermetico, siano colti nella loro realtà, nell'incidenza che
quotidianamente hanno sul tessuto societario dove noi conduciamo il nostro
ministero pastorale, porto ora qualche esempio di alcune strade che, nella
modernità, conducono verso un vicolo cieco:
Nonostante il progresso moderno nell'ordine
materiale, l'uomo vive un grande malessere e subentra una controcultura che si
riflette in quasi tutti i campi del vivere umano:
- nella letteratura, nel teatro dell'assurdo,
nelle regie e nelle scenografie altrettanto assurde, nella musica dell'assurdo
pentagrammatico, dello squilibrio o del parossismo dei suoni;
- nella pittura, dall'arte figurativa come
"splendor formae" all'astratto e di qui alla dissoluzione dello stesso
concetto di arte;
- nella filosofia con il "pensiero
debole". Senza metafisica né trascendenza , senza verità oggettiva, senza
progetti, senza sintesi né visioni globali dell'uomo, del mondo e di Dio. Non
resta che il frammento, il soggetto, l'effimero, il nominalismo (l'affermazione
del nominalismo, in realtà, è la morte della ragione umana e non del pensiero
cristiano);
- nella teologia. La teologia "della
morte di Dio";
- nella scienza: la minaccia rappresentata
dalle armi nucleari, dalla contaminazione ambientale, dalla manipolazione
genetica sull'uomo, ecc., sta ad indicare i limiti della scienza quando non è
guidata dall'etica, che la garantisce come elemento di autentico progresso,
ovvero di tessera del mirabile mosaico della promozione integrale dell'uomo.
Ma arriviamo alla postmodernità il cui
termine forse è stato usato per la prima volta dallo storiografo Toynbee nello
"Studio sulla storia" (1934-1955).
Anche se i germi erano rinvenibili già
nell'esaurimento della modernità. L'uomo contemporaneo ne ha poi preso
consapevolezza da taluni avvenimenti fra i quali si potrebbero ricordare:
- la seconda guerra mondiale con la sua
brutalità e le micidiali armi nucleari che minacciano la sopravvivenza
dell'umanità;
- il processo di "scolonizzazione",
soprattutto a far data dagli anni '50, che sembrerebbe quasi corrispondere ad un
processo di frantumazione della "civiltà occidentale" e l'irruzione
di nuove nazioni e culture diverse;
- gli effetti negativi della
industrializzazione, soprattutto a partire dagli anni '80 e la preoccupazione
ecologica;
- il neofemminismo, come si deduce dalla
dichiarazione dell'ONU sulla donna negli anni '60. Importanza dei valori
femminili e il loro contributo alla società e alla storia;
- il fenomeno giovanile del "sessantottismo"
contro la società moderna globalmente considerata: ideologie, scienza-tecnica,
consumo, autorità, ricerca di senso e della qualità della vita;
- trauma degli intellettuali e dei politici
dopo il crollo delle ideologie, soprattutto del marxismo e dei sistemi politici
che ad esso si ispiravano (il 1989 rimane come la pietra miliare). Fine della
guerra fredda, della politica dei due blocchi contrapposti, sfida di una nuova
Europa e di un nuovo ordine mondiale.
Direi che più di una teoria, la cosiddetta
"postmodernità" è un atteggiamento disincantato, di rassegnazione e
di scetticismo. L'istinto spontaneo prevale sulla ragione, l'io vuole imporsi a
tutti i livelli in una sorta di olocausto dell'oggettività. Quasi non c'è
differenza tra soggetto ed oggetto in fenomeni come la TV, il computer, la moda,
il consumo, le ideologie, i partiti politici, ecc. Il prammatismo ha la meglio,
l'uomo "light" è segnato dalla tetralogia nihilista: edonismo,
consumismo, permissività, relativismo. Si verifica una esaltazione del presente
scisso dalle radici della cultura precedente e un grande timore per qualsiasi
impegno che sia definitivo ed irreversibile. L'uomo "mass-mediatico"
sostituisce il pensare con l'opinare, il giudicare con l'essere informato, il
riflettere con il percepire la realtà. Inoltre il soggetto cambia con grande
facilità, la società si frammenta in microgruppi e culture, fino
all'affermazione pratica del "campanilismo". Nell'etica la
preoccupazione investe più la casistica che i principi fondanti.
Non preoccupa l'etica in sé, bensì la "microetica"
individuale e prammatica.
Infine, in campo specificamente religioso
l'uomo postmoderno non nega Dio, non nega la trascendenza ma ne prescinde.
L'atteggiamento è pregno di ecclettismo, del tipo "new age".
Da tutto ciò non è difficile dedurne le
conseguenze che devono essere tratte per l'efficacia del nostro ministero
pastorale. I mali, infatti, devono essere individuati non già per alimentare
nostre lamentazioni ma per curarne le conseguenze e per prevenirne altri.
Ne consegue, dunque:
- la dissoluzione del soggetto come
persona razionale, libera, spirituale, aperta alla trascendenza. Oblìo
dell'intenzionalità dell'intelletto verso la verità e della volontà verso il
bene, mancanza di senso profondo. Rimane la nausea della vita;
- la dissoluzione del pensiero: senza
metafisica, senza riflessione, senza verità oggettiva, senza volontà di
interpretazione globale della realtà, dell'uomo, della storia, del mondo, di
Dio, subentra la morte della filosofia, del mistero, dei valori, della
trascendenza, dell'estetica, dell'ermeneutica, della storia, della teologia;
- la dissoluzione della verità,
secondo gli strutturalisti. Della verità epistemologica: la verità si dissolve
nel testo e nel processo delle interpretazioni. Della verità antropologica:
dissoluzione del conscio nell'inconscio e della persona nelle sue maschere;
- la logica del consumo: nella
pubblicità i segni diventano pseudosignificanti di pseudosignificati;
- la dissoluzione della coscienza morale:
se non ci sono valori universali rimane soltanto l'etica debole, soggettiva,
relativista. Avviene una dissociazione fra progresso scientifico- tecnico e
progresso umano-etico;
- l'indifferentismo religioso: senza
metafisica, senza apertura alla verità e al bene, senza norme morali
universali, chiuso nell'orizzonte dell'immanentismo, l'uomo organizza la sua
vita come se Dio non esistesse. Se ce ne fosse bisogno, una ragione vale
l'altra.
E noi quale atteggiamento dobbiamo tenere
innanzi a tutto ciò?
Anzitutto credo si debbano riconoscere i
valori della modernità: la ragione come uno dei segni distintivi della realtà
dell'uomo, immagine di Dio. San Tommaso non dice forse che la ragione è
"scintilla quaedam luminis divini"? Riconosciamo pienamente il valore
della dignità della persona che, nel metodo scientifico e nello sviluppo della
scienza applicata mediante la tecnica, ritrova l'adempimento della missione
biblica di dominare il cosmo. Non possiamo non sostenere la legittima autonomia
delle realtà temporali e la lotta contro le false immagini di Dio.
Riconosciamo tutto questo e mentre facciamo
quest'opera di doveroso riconoscimento ci accorgiamo che tutto questo è già
patrimonio di Chiesa e lo è ben prima che la modernità se ne avvedesse. Poi ci
sono i chiari-scuri della storia nei quali giocano la carenze degli uomini, ma
il patrimonio rimane quello che è.
Nel riconoscere i valori suelencati la Chiesa
ricorda il primato della persona umana sullo Stato e sul "progresso",
la sua apertura vitale alla trascendenza, la capacità della ragione di
conoscere la verità oggettiva-ontologica delle cose, i suoi limiti innanzi alla
morale, i limiti della scienza, della tecnica e del "progresso".
Siamo chiamati a richiamare il fondamentale
riconoscimento della divinità di Gesù Cristo, base dell'antropologia
cristiana, il cui centro è l'uomo nella sua dignità e trascendenza.
La Chiesa, in ogni circostanza, non ha mancato
di far costruttivamente conoscere il proprio giudizio critico sul razionalismo,
sul positivismo, sullo storicismo, sul scientismo, sul liberalismo, sul marxismo
(che prometteva traguardi terreni di uguaglianza, di felicità senza
"alienazioni", calpestando la dignità della persona umana) e
sull'esistenzialismo ateo.
La Chiesa si è opposta ai totalitarismi che
portarono alla seconda guerra mondiale, all'olocausto di Auschwitz e di
Hiroshima.
Questa Chiesa, Lumen gentium, oggi accoglie il
compito di evangelizzare la postmodernità mediante la giusta inculturazione del
Vangelo. Così noi dobbiamo conoscere il nuovo linguaggio della cultura, i suoi
simboli, i suoi segni e le sue espressioni, non già per accoglierli
acriticamente, ma per poter far penetrare il Vangelo nel cuore della cultura
postmoderna e nel cuore e nell'intelligenza degli uomini che ne dirigono gli
esiti. Dobbiamo diventare operai di una nuova evangelizzazione per creare una
nuova cultura cristiana.
Abbiamo il vantaggio dei beni dei quali siamo
portatori, di verità, di bellezza, di bontà, per riempire il vuoto del cuore
"postmoderno", della mente "postmoderna". Siamo portatori di
gioia nel disagio storico contemporaneo, luce di risurrezione nelle ombre di
morte del pensiero neonichilista.
Ma davanti a tutte queste sfide,
nell'incalzare del dovere di evangelizzare un mondo, una società per il bene
della quale noi, potremmo dire, siamo stati fatti, potremmo razionalmente
sentirci sopraffatti, sgomenti, quasi terrorizzati.
Sarebbe ovvio se tutto dipendesse dalle nostre
capacità, dalle nostre forze, dalla nostra creatività, dalla nostra
intelligenza. Per grazia di Dio non è così!
Noi dobbiamo agire, quanto a zelo missionario
e a passione, come se tutto dipendesse da noi ma con la pace interiore di chi
ben sa che tutto dipende da Dio e che al di sopra di tutto e di tutti sta il suo
Amore misericordioso, che per questo Amore ci ha posti all'interno della
esaltante realtà della "communio sanctorum". Cristo
"Caput", Capo della Chiesa, elargisce al sacerdote la grazia
proporzionata con il "munus" della "capitalità".
In forza di tutto ciò, il primato sta nel
dialogo con Cristo, nell'orazione, nello "stare con Lui". L'anima di
ogni apostolato è la contemplazione, la pienezza di Lui, diversamente
correremmo invano.
"Stat Crux dum volvitur mundum", si
trova scritto in non poche Certose, sotto alle antiche meridiane. "Stat":
noi dobbiamo imparare a "stare" mentre tutto corre, ma questo
"stare" è quanto mai dinamico e precede ed accompagna il nostro
quotidiano "andare". E' lo spirito del "contemplata aliis tradere".
Poiché noi non diamo del "nostro", anzi dobbiamo farci piccoli per
lasciare che Cristo cresca, più stiamo con Lui e più diventiamo
"funzionali", più siamo coerenti con la nostra identità e più
fruttifichiamo apostolicamente, più preghiamo e più agiamo.
"Il sacerdote è stato, per così dire,
concepito in quella lunga preghiera durante la quale il Signore Gesù ha parlato
al Padre dei suoi Apostoli e, certamente, di tutti coloro che nel corso dei
secoli sarebbero stati fatti partecipi della sua stessa missione (cf Lc 6,12; Gv
17,15-20). La stessa orazione di Gesù nel Getsmemani (cf Mt 26,36-44), tutta
protesa verso il sacrificio sacerdotale del Golgota, manifesta in modo
paradigmatico come il nostro sacerdozio debba essere profondamente vincolato
alla preghiera: radicato nella preghiera" (cf Direttorio per il ministero e
la vita dei presbiteri, n.38). Le diverse attività non possono stornarci dal
dovere della "indistrupta oratio" perché l'efficacia delle attività
dipende da essa. Abbiamo necessità di entrare in particolarissima e
profondissima sintonia con il Buon Pastore, il quale, solo, resta il
protagonista di ogni opera pastorale.
Non si può essere testimoni di Cristo senza
la preghiera. Noi dobbiamo essere, facendo risplendere la nostra identità,
icone di Cristo Salvatore e la vita di Cristo in terra fu tutta vita di
preghiera. Egli stava in preghiera quando il Padre proclamò la sua missione con
le parole : "Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono
compiaciuto" (Lc 3,22).
Prima di chiamare a sé gli Apostoli,
trascorse la notte in orazione (Lc 6,12). Prima della moltiplicazione dei pani,
alla presenza della folla, "alzati gli occhi al cielo pronunciò la
benedizione (Mt 14,19), rese grazie" (Mt 15, 36) e li distribuì ai
discepoli e alla moltitudine, come confermano tutti gli Evangelisti.
Si trasfigurò innanzi agli occhi di Pietro,
Giacomo e Giovanni, quando "salì sul monte per pregare e mentre
pregava" (Lc 9, 28-29).
Guarì l'uomo cieco e muto "guardando
verso il cielo" (Mc 7, 34).
Dopo aver risuscitato Lazzaro, sollevò gli
occhi in alto e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato" (Gv
11,41).
Pietro confessò che Gesù è il Cristo di
Dio, un giorno mentre "Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i
discepoli erano con lui" (Lc 9,18-20).
"Un giorno Gesù si trovava in un luogo a
pregare e quando ebbe finito" insegnò ai suoi discepoli a pregare:
"Padre nostro, sia santificato il tuo nome..."(Lc 11,1-4).
Quando poi i settantadue ritornarono, pieni di
gioia, dal lavoro missionario "in quello stesso istante Gesù esultò nello
Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della
terra" (Lc 10,21).
"Allora gli furono portati dei bambini,
perché imponesse loro le mani e pregasse...E dopo aver imposto loro le mani, se
ne partì" (Mt 19, 13-14).
Gesù ha pregato per Pietro, perché "non
venga meno la sua fede" (Lc 22,31).
"La sua fama si diffondeva ancor più,
folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma
Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare" (Lc 5, 15-16).
La preghiera animava il mistero messianico di
Cristo. La preghiera animava pure il suo esodo pasquale, come leggiamo nella
Institutio generalis de Liturgia horarum (n 4). Prima della sua passione, la
domenica delle Palme, pregava: "Ora l'anima mia è turbata; e che devo
dire...Padre, glorifica il tuo nome" (Gv 12,27-28). Pregò durante l'ultima
Cena con le parole della magnifica preghiera sacerdotale (cf Gv 17, 1-26). Dopo
questa preghiera si recò nell'orto degli Ulivi, dove "in preda
all'angoscia, pregava più intensamente" (Lc 22,44).
Pregò sulla croce: "Padre, perdonali
perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). Con le parole della
preghiera: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito...spirò" (Lc
23,46).
Senza dubbio Cristo portò sulla terra l'inno
che in cielo è incessantemente cantato a gloria di Dio. Ma Cristo volle che
questo inno fosse cantato anche da noi. Lui ci unisce a sé e ci associa a Lui
nell'elevare questo divino canto di lode (cf Concilio Vat. II, S.C.,n.83).
Noi preghiamo Gesù Cristo come nostro Dio.
Gesù Cristo prega per noi, perché è uno solo il mediatore fra Dio e gli
uomini (Cf 1 Tm 2,5); è l'unico sacerdote.
Ma ciò non basta. Gesù Cristo prega in noi!
Lui è il Capo del Corpo Mistico, noi ne siamo le membra. Quando ci rivolgiamo a
Dio, è il nostro Capo, Cristo, che parla a Dio in noi. Riconosciamo, come dice
Sant'Agostino, la nostra voce in Cristo e la voce di Cristo in noi.
E' una visione davvero mirabile che si
dischiude alla nostra considerazione e deve essere vissuta da noi specialmente
quando prendiamo fra le mani il nostro breviario per celebrare la Liturgia delle
Ore. La nostra bocca che celebra le Ore è la bocca di Cristo ed è anche la
bocca della sposa che parla allo sposo (cf Concilio Vat. II, S.C., n.84).
Pregando così il nostro cuore si dilata e
palpita cattolicamente, raccoglie ogni anelito, ogni sofferenza, ogni travaglio,
ogni gioia, ogni aspirazione. E' scuola di formazione sacerdotale permanente. E'
preghiera dell'intelligenza e dell'esistenza; è preghiera del cuore; è vicina
a tutti ed è aperta fecondamente alla trascendenza. Il nostro cuore si dilata
come il cuore di Cristo per compiere tutta la volontà di Dio, che è volontà
salvifica per ogni fratello.
Uscire dalla solitudine, uscire dal vuoto
verso la pienezza di Dio, uscire dal cerchio angusto della piccola ragione
moderna e del suo pensiero debole, per aprirsi alla sfera magnifica del
trascendente, per ricevere e dare quella luce che la modernità ha rubato alla
ragione. Questa è la preghiera "postmoderna". "In manus tuas..."
è uscire dal nulla per andare verso il Regno, è uscire dall'io povero per
correre verso la ricchezza di Dio.
Allora ogni qualvolta prendiamo nelle mani il
nostro breviario o, comunque, ci raccogliamo in preghiera, e lo facciamo con
cuore davvero sacerdotale, noi prendiamo nelle mani la nostra diocesi, la nostra
parrocchia, i nostri giovani, la nostra gente e travalicando ogni confine,
prendiamo nelle mani l'Asia, l'Africa, le Americhe, l'Oceania ... due miliardi
circa di uomini che ancora non conoscono Cristo; prendiamo nelle mani il
fardello delle Chiese di tutto il mondo.
Cari amici, ecco il motore di tutto, ecco
l'acqua nella quale, come pesci, dovremmo nuotare e vivere, ecco il segreto
della pace interiore, dell'armonia fra santificazione personale e sacro
ministero, ecco la chiave di volta della nuova evangelizzazione per questa epoca
detta della "postmodernità".
Siamo noi stessi e ogni giorno diventiamo
quello che siamo e sperimenteremo i quotidiani miracoli dell'Amore
misericordioso del nostro Dio!
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